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17/08/2026

Pubblicato da gotouring matese

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16/08/2026

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Dalla Badwater 135 alla 100 Meilen Berlin: Roberto Boiano corre ancora con la forza della testaRoberto Boiano aveva un’i...
16/08/2026

Dalla Badwater 135 alla 100 Meilen Berlin: Roberto Boiano corre ancora con la forza della testa

Roberto Boiano aveva un’intenzione precisa: dopo la durissima esperienza della Badwater 135, fermarsi un po’, recuperare e poi tornare a correre. Ma una gara come la Badwater non finisce quando si supera il traguardo. Il suo segno rimane nel corpo e nella mente, e gli effetti di uno sforzo così estremo continuano anche nelle settimane successive.

Eppure, appena due settimane dopo la Valle della Morte, Roberto si è rimesso il pettorale ed è tornato a confrontarsi con un’altra prova da 100 miglia: la 100 Meilen Berlin, la storica corsa sul tracciato dell’ex Muro di Berlino, disputata il 15 e 16 agosto 2026.

La gara prevede 161 chilometri lungo lo storico Sentiero del Muro, in senso antiorario, con partenza e arrivo al Friedrich-Ludwig-Jahnsportpark. Un percorso che non è soltanto sportivo, ma attraversa la memoria di una città e ricorda le vittime del Muro di Berlino, trasformando la corsa in un messaggio di pace, libertà e unità.

Roberto sapeva di non essere nelle condizioni migliori. Dopo appena 25-30 chilometri ha capito una cosa: la testa c’era, ma le gambe ancora no.

“C’erano ancora i residui della Badwater”, racconta. “Le gambe erano pesanti, rigide, stanche. E davanti avevo ancora 162 chilometri”.

La gara sembrava lunghissima. Il tempo massimo era di 30 ore e Roberto, viste le condizioni fisiche, aveva inizialmente deciso semplicemente di arrivare al traguardo entro quel limite.

Correre e camminare. Correre quando le gambe lo permettevano, camminare quando la fatica prendeva il sopravvento. Senza forzare troppo, chilometro dopo chilometro, qualcosa però cominciava a cambiare.

Le gambe lentamente miglioravano.

Dopo circa 80 chilometri Roberto ha iniziato a fare un pensiero che sembrava quasi impossibile qualche ora prima: poteva conquistare anche la fibbia, il riconoscimento riservato a chi conclude sotto le 24 ore.

Ma i conti erano strettissimi. Non c’era praticamente margine per sbagliare.

Da quel momento è iniziata una progressione lenta e ragionata. Roberto ha cominciato a recuperare minuti, uno dopo l’altro, e anche posizioni in classifica.

Poi sono arrivati altri problemi fisici e la pioggia, che hanno fatto perdere ulteriore tempo. Ma ormai dentro Roberto era scattata una decisione: la fibbia doveva essere conquistata.

“Mi ero dimenticato delle gambe. Correvo solo con la testa”.

È forse questa la fotografia più bella dell’ennesima impresa del maratoneta del Matese: un uomo che, dopo aver affrontato appena due settimane prima la Badwater 135, si trova ancora una volta davanti a un muro di fatica e decide di abbatterlo con la forza della volontà.

Minuto dopo minuto, chilometro dopo chilometro, Roberto continua a recuperare.

Alla fine il cronometro si ferma su 23 ore e 52 minuti.

Meno di otto minuti sotto il limite delle 24 ore.

La fibbia è sua.

Una fibbia cercata, inseguita, conquistata. Ma soprattutto sofferta.

“Molto voluta, ma molto sofferta”, dice Roberto.

E forse in queste poche parole c’è tutta la storia di un ultramaratoneta che, anche quando il corpo presenta il conto, continua a trovare nella mente la forza per andare avanti.

Dalla Valle della Morte alle strade di Berlino sono passate appena due settimane. Ma Roberto Boiano ha dimostrato ancora una volta che nelle ultramaratone non esiste soltanto la resistenza delle gambe.

Esiste la capacità di continuare a credere nel traguardo anche quando il corpo dice di fermarsi.

A Berlino Roberto non ha semplicemente corso 100 miglia.

Ha corso con la testa, con la memoria della Badwater e con quella straordinaria voglia di non arrendersi che lo accompagna da oltre 350 ultramaratone.

Trans Alpina – Giorno 61Dalla montagna al mare: anche i viaggi, come i fiumi, prima o poi arrivano alla loro foceCi sono...
16/08/2026

Trans Alpina – Giorno 61
Dalla montagna al mare: anche i viaggi, come i fiumi, prima o poi arrivano alla loro foce

Ci sono viaggi che sembrano non dover finire mai.

Giorno dopo giorno, salita dopo salita, passo dopo passo, Elio Pagliaro e Anna Rosa hanno seguito quella parabola immaginaria che dall'Albania li ha portati attraverso i Balcani, l'Italia, l'Austria, la Svizzera e infine la Francia.

Ora quella parabola è arrivata alla sua estremità.

3.000 chilometri. Dieci Stati. Decine di passi alpini. Migliaia di metri di dislivello.

E finalmente il mare.

Il menù dell'ultima tappa prevedeva ancora un gigante: il Col de la Bonette, 2.802 metri, il tetto della loro lunga traversata alpina nel Mercantour. Poi, quasi come una liberazione, la strada ha iniziato a scendere verso la Costa Azzurra e Ventimiglia.

La montagna alle spalle.

Il mare davanti.

E in mezzo, due biciclette stanche e due viaggiatori ancora più stanchi, ma con dentro qualcosa che nessun contachilometri può misurare.

Elio, nell'ultimo tratto, sembra affidarsi a una metafora semplice: l'acqua.

Ogni goccia, prima o poi, sembra cercare il mare. I fiumi seguono il loro corso, attraversano valli, incontrano ostacoli, cambiano direzione e alla fine raggiungono la loro foce.

Anche loro hanno seguito un corso.

Non sempre lineare.

Non sempre facile.

A volte in salita, altre in discesa. A volte sotto il sole, altre sotto la pioggia. Ma sempre avanti.

La metafora della goccia, però, contiene anche una piccola verità: non tutte le gocce arrivano realmente al mare. Alcune evaporano, altre penetrano nel terreno, altre alimentano laghi e sorgenti.

E forse proprio qui si trova il significato più profondo di questo viaggio.

Non tutto ciò che facciamo deve necessariamente condurci al traguardo per avere valore.

Ogni pedalata è stata importante.

Ogni sosta.

Ogni incontro.

Ogni fatica.

Ogni difficoltà affrontata lungo una strada sconosciuta.

Come una singola goccia contribuisce all'immensità dell'oceano, così ogni piccolo gesto contribuisce alla costruzione di qualcosa di più grande.

E dopo 3.000 chilometri, Elio e Anna Rosa hanno sicuramente lasciato una traccia.

Non soltanto sulle strade percorse, ma nella memoria di chi li ha seguiti.

Per oltre due mesi abbiamo guardato attraverso i loro occhi montagne, vallate, laghi, fiumi, borghi e paesaggi che forse non avremmo mai conosciuto.

Abbiamo visto la fatica.

Abbiamo visto le biciclette cariche.

Abbiamo visto le manutenzioni, i freni consumati, le salite interminabili.

Abbiamo visto due persone continuare a pedalare quando sarebbe stato molto più semplice fermarsi.

E adesso arriva la parte più difficile.

Non una salita.

Non un passo alpino.

Non una discesa.

Il ritorno alla normalità.

Dopo aver vissuto per settimane seguendo il ritmo della strada, bisogna tornare agli orari, agli impegni, ai mezzi di trasporto, alle incombenze quotidiane.

Elio lo racconta con la sua consueta ironia.

Alle spalle ci sono le montagne e davanti agli occhi, invece, compaiono i "1000 cantieri giornalieri" della rete ferroviaria italiana.

Dopo 3.000 chilometri in bicicletta, adesso ci sono nove ore di treno da Ventimiglia ad Aversa, con la speranza che non diventino diciotto.

È quasi un paradosso.

Per settimane hanno attraversato l'Europa spinti soltanto dalle proprie gambe, senza preoccuparsi di orari e coincidenze.

Ora, per tornare a casa, devono affidarsi a un altro tipo di viaggio.

Ma forse il vero viaggio non finisce a Ventimiglia.

Finisce soltanto una parte.

Perché ciò che hanno vissuto continuerà a viaggiare con loro.

Resterà nelle fotografie, nei racconti, nei ricordi e in quella sensazione che arriva quando, mesi o anni dopo, qualcuno dirà:

"Ti ricordi quella salita?"

E allora torneranno per un istante su quella strada.

Rivedranno la montagna.

Sentiranno il vento.

Il freddo.

La fatica.

E magari sorrideranno.

Perché anche i viaggi, come i fiumi, arrivano alla loro foce.

Ma ciò che hanno raccolto lungo il percorso non si ferma con loro.

Continua a scorrere.

E forse è proprio questo il senso più bello del viaggiare: arrivare alla meta senza perdere per strada tutto ciò che ci ha fatto desiderare di partire.

Oratino, dove la pietra incontra l’America degli anni SessantaOratino, tra i Borghi più belli d’Italia in provincia di C...
13/08/2026

Oratino, dove la pietra incontra l’America degli anni Sessanta

Oratino, tra i Borghi più belli d’Italia in provincia di Campobasso, è un luogo in cui la storia e l’artigianato si respirano in ogni angolo. Le antiche case in pietra, le stradine lastricate di pietra locale e i balconi adornati da fiori e gerani costruiscono un paesaggio tipico dei borghi dell’Italia centrale.

E proprio tra questi vicoli, all’improvviso, compare un’immagine che sembra appartenere a un altro mondo: una Chevrolet Impala Sport Coupé del 1966, bianca, grande e imponente, con il suo inconfondibile stile americano, la calandra cromata e i doppi fari anteriori.

È un contrasto sorprendente: da una parte la pietra scolpita dalle sapienti mani degli scalpellini di Oratino, dall’altra una delle icone dell’automobile americana degli anni Sessanta. Due mondi apparentemente lontani che, invece, raccontano una storia comune: quella della creatività, dell’arte e della capacità dell’uomo di trasformare la materia in bellezza.

La pietra di Oratino viene modellata, decorata e trasformata in elementi architettonici; la lamiera e il metallo della Chevrolet diventano invece forme, linee e design capaci di rappresentare un’epoca.

È proprio questo incontro inatteso a rendere ancora più affascinante una passeggiata nel borgo: la tradizione incontra la modernità, l’artigianato incontra il design, l’Italia incontra l’America.

E così Oratino dimostra ancora una volta che un borgo non è soltanto un luogo da visitare, ma un luogo capace di raccontare storie, creare contrasti e suscitare emozioni.

Indirizzo

San Lucia 45
Campobasso
86100

Sito Web

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