31/10/2025
In Campania, così come in tante altre regioni, curarsi è un percorso ad ostacoli. Ospedali sotto organico, pronto soccorso intasati, liste d’attesa interminabili. Chi non può permettersi il privato rinuncia.
Succede ad Aversa, dove il pronto soccorso scoppia e mancano anestesisti; succede a Marcianise, dove alcuni reparti sono chiusi; succede a Maddaloni, dove interi servizi sono stati sospesi; succede a Piedimonte Matese, dove un’ambulanza può impiegare anche 40 minuti per arrivare.
Perciò occorre coraggio e dire la verità: è questo il volto reale della sanità casertana. E pur riconoscendo la bontà di alcuni percorsi, non esiste nessun “miracolo sanitario”, perché nei corridoi degli ospedali si vedono medici allo stremo, infermieri costretti a turni infiniti e cittadini abbandonati.
Eppure i fondi ci sono.
Solo per la provincia di Caserta il PNRR ha stanziato oltre 38 milioni di euro per realizzare 27 Case di Comunità, 6 Ospedali di Comunità e diversi Centri Operativi Territoriali.
Sulla carta, questa doveva essere la rivoluzione della medicina di prossimità: portare la cura vicino ai cittadini, ridurre i ricoveri inutili, alleggerire i pronto soccorso.
Ma la realtà è che, a oggi, molti cantieri non sono ancora partiti, e quelli avviati procedono con enorme lentezza.
Molte strutture sono ancora “in fase di gara” o “di progettazione esecutiva”.
E poi verrà il vero problema: dentro chi ci mettiamo?
E così il rischio è concreto: perdere i fondi del PNRR o non completare i lavori entro il 2026 o completarli e poi regalare quelle cattedrali nel deserto a gestioni private.
Governo e regioni si rimpallano le responsabilità ma chi vive nel Casertano e aspetta mesi per una TAC o una visita cardiologica, non può vivere di scaricabarile.
La verità è che questa sanità è il risultato di due fallimenti:
– di una gestione nazionale che per anni ha definanziato la sanità pubblica
– e di una Regione che ha gestito troppo spesso la sanità come un feudo politico, tra nomine di fedelissimi, sprechi e promesse non mantenute.
Se abbiamo ancora una sanità pubblica dobbiamo ringraziare quelli che restano a lavorare in corsia, con coraggio, spesso contro tutto e tutti. Ma sono sempre di meno perché in tanti fuggono altrove ormai.
Io credo in un’altra idea di sanità: pubblica, territoriale, umana.
Una rete che assuma medici e infermieri, apra i reparti chiusi, porti la telemedicina e le Case di Comunità nei comuni interni, dove oggi non arriva più nessuno.
Perché la salute è un diritto FONDAMENTALE e va difeso ad ogni costo.
Io ci sarò.
Dalla parte di chi cura e di chi ha diritto a essere curato.
Fabio Di Micco