La Parola

La Parola Da più di trent'anni parole, non chiacchiere. E una rivista mensile per una discussione pubblica delle idee

La Parola è una rivista di cultura politica che, da più di 30 anni, fa di democrazia, libertà, uguaglianza, solidarietà i suoi principi di riferimento, nel confronto fra le diverse anime della sinistra sociale e politica presenti nel territorio romagnolo.


«Primo compito di un partito che vuole rifare l'Italia e far

e
l'Europa è dare voce ai senza parola. Perché se non
gliela dà il partito, questa voce, non gliela dà nessuno». (Mario Tronti)


Sono grandi e urgenti i compiti che stanno davanti a coloro che vedono nella politica e nei partiti lo strumento per costruire una società più giusta e più libera per tutti, senza esclusioni. Perchè se qualcuno viene escluso, si infrange anche la giustizia "degli altri", non si chiama più giustizia. Questo è il ruolo che da decenni, senza stancarsi, La Parola tenta di svolgere tra ragione critica e dialogo: guardare criticamente, non lasciar perdere, non rinunciare, non cedere all’esistente. Le parole – e tanto più La Parola - non cambiano il mondo, ma possono cambiare le persone, il loro punto di vista, lo sguardo, la loro spinta a riconoscere e cambiare quel che non va.

L'ISOLA INNOMINATAI libri di geografia, gli atlanti, le carte del planisfero potrebbero ignorare l’esistenza di tutta la...
26/08/2026

L'ISOLA INNOMINATA

I libri di geografia, gli atlanti, le carte del planisfero potrebbero ignorare l’esistenza di tutta la superficie occupata da Spagna+Francia,+Italia+Svizzera+Austria?
È così, esattamente grande così l’Isola Innominata dentro il Pacifico, l’Oceano grande che copre un terzo della Terra, e che continuiamo a colorare tutto col blu oltremare, perché lì l’acqua è veramente profonda e non si fa col celeste.

È l’isola di bottiglie, scatole, contenitori, giocattoli, reti da pesca, boe, imballaggi, rifiuti d'ogni tipo e anche miliardi e miliardi di frammenti di tutto quel packaging divenuto a sua volta un’industria e che in certi prodotti costa ben più del prodotto contenuto che deve reclamizzare. Vuoti a perdere. Ma niente in realtà si perde davvero perché dal pianeta non esce niente.

Margaret Tacher, la baronessa che ricevette il titolo nobiliare al termine del suo mandato, che amava farsi fotografare con la sua rigida messa in piega cotonata mentre lavava i piatti anche senza i guanti di gomma, diceva che «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Ma adesso ci è perfino più chiaro di allora quanto quest’ultimo lavori incessantemente e ciecamente per la fine del mondo.

E, attenzione, non sono considerazioni diverse da quelle che tragicamente emergono guardando la condizione dei derelitti, i più poveri di ogni parte del mondo, quelli che tirano a campare la giornata, i bambini che razzolano nelle discariche. È lo stesso sistema-mondo. E per noi è la stessa causa.
Tutto è materiale da smaltire, vuoti a perdere. Scarti di produzione, plastica e uomini. Ugualmente. Cinicamente.

PURTROPPO SI PUÒ«Il capitale è un monarca assoluto, terribile, più duro del Re Sole, molto più potente e prepotente. Il ...
22/08/2026

PURTROPPO SI PUÒ

«Il capitale è un monarca assoluto, terribile, più duro del Re Sole, molto più potente e prepotente. Il capitalismo ha avuto vari collassi, varie crisi, perché è così, ingordo, avido, mangia troppo, molto più di quel che può digerire e poi sta male, e naturalmente fa pagare agli altri sempre le sue sofferenze» (Paolo Volponi, 1994)

E a forza di crisi di ingordigia, il tiranno divoratore non solo fa star male tanti; di più, divora il suo stesso cosmo, fisico e commerciale, incurante della consumazione finale di tutto ciò che ci ha consentito di vivere come specie umana e che termina la sua corsa pazzoide e suicida nelle grandi discariche mondiali.

Come la Città-dei-Rifiuti a Dandora, alla periferia di Nairobi, che poi in fondo è solo 12 ettari, solo 17 campi di calcio; ben più terrificante è la Apex Regional Landfill, vicino a Las Vegas, 900 ettari, 9 chilometri quadrati, 1250 campi da calcio. Hanno fatto anche il calcolo, stupido e ottuso, che può ricevere rifiuti ancora per più di due secoli, cioè un tempo ben più lungo di quello che rimarrà alla nostra specie se continuiamo con questo stile e questo ritmo.
Si può essere così stupidi? Si può.

Era uno schiavista, poveretto, l’economista che a metà Ottocento definì l’economia “la scienza triste”: potremmo fornirgli noi, oggi, con ben altri argomenti, delle nuove buone ragioni per la sua definizione, perché abbiamo visto: l’economia quando “va da sola”, per i suoi propri obiettivi interni puramente “economici”, finisce in una discarica.

— L'isola di plastica nel Pacifico è grande 3 volte la Francia, 5 volte l'Italia. Non è l'unica nei mari del mondo.

LA BIBLIOTECA«La biblioteca è l’umanità convenuta per servirti» dice Ezio Raimondi che conosce la voce dei libri, la “Vo...
15/08/2026

LA BIBLIOTECA

«La biblioteca è l’umanità convenuta per servirti» dice Ezio Raimondi che conosce la voce dei libri, la “Voce dei libri”, come ha titolato il suo ultimo libro.
È un’immagine così forte e vasta che schiude tante altre immagini, come tende successive che si alzano una dietro l’altra. A cominciare dalla consapevolezza che per udire quella voce sottile ci vuole molto amore per l’umanità lì convenuta, per quella passata, presente e - incredibile a dirsi ma meraviglioso - anche quella futura.
Se no, che cosa rimani lì a fare se dimentichi tutto il resto?

I CAVALLETTI DEL LETTOÈ tempo di ferie (per chi può averle…), ma anche se vai lontano sei sempre dentro il mondo. Non se...
10/08/2026

I CAVALLETTI DEL LETTO

È tempo di ferie (per chi può averle…), ma anche se vai lontano sei sempre dentro il mondo. Non se ne esce.

«La terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura» scrissero Horkheimer e Adorno.
Che la verità di questa immagine diventasse così chiara ed estesa nel suo significato forse non lo immaginavano neanche loro ottanta anni fa. Una trionfale sventura è quella che - tanto per cominciare dal senso più materiale e immediato – illumina perennemente un pianeta che si sta esaurendo, come fa chi brucia i cavalletti del letto per fare festa col fuoco.

Se poi passiamo in rassegna quel manipolo di figure che decide e nelle cui mani siamo tutti, proprio una “trionfale sventura” appare il loro ballo triste, col quale vorrebbero farci credere che la grande festa sta giusto per cominciare.
Però non ci possiamo arrendere all’idea che la loro bugiarda rappresentazione – una specie di versione moderna e del tutto inconsapevole della “danza macabra” medievale tra uomini e scheletri – sia l’ultima scena. Gli scheletri sono loro. Poi ci sono quelli che restano uomini.

Uno scrittore polacco diceva che «nutrirsi di antinomie, riuscire ad assorbire il principio di contraddizione è il perfido vantaggio della letteratura», mentre risulterebbe «fatale alle scienze esatte». Per fortuna anche vivere non è una scienza esatta, semmai è un’arte del pressappoco. Così, nonostante loro, gli scheletri che fanno paura, nonostante le orribili parole che dicono e le cose che fanno che ci circondano e ci premono da ogni lato tanto che più niente appare “fuori”, esente, gli uomini che restano uomini possono insistere a cercare quell’angoletto spingendo sul quale si comincia a sgretolare il palco della danza macabra.

E INSOMMA E insomma se n’è andato. Ci ha piantato qui, con tutto ancora da fare. La casa sottosopra. Il mondo che non dà...
06/08/2026

E INSOMMA

E insomma se n’è andato. Ci ha piantato qui, con tutto ancora da fare. La casa sottosopra. Il mondo che non dà segno di vita, ma di morte.
Abbiamo visto il suo declino, non il suo corpo morto. Così vogliamo tenerlo vivo ancora per un po’, pensare che ancora vive, con tutta la sua forza lanciata a bomba sui binari delle nostre vite.
Poi, piano, con calma, ognuno troverà dentro di sè il proprio necrologio, con la gratitudine che a ondate sempre si sente per chi, con la stessa forza della dinamite, ci ha insegnato a sfondare il muro del menefreghismo e dell’apatia.
Le cose, le persone, le esperienze che davvero non dimentichi più sono quelle che ti lasciano le parole per parlare non di loro ma, appunto, di te stesso.

PILASTROSarà capitato a molti nei giorni seguenti di tornare a vedere quel video che fissa qualcosa di inguardabile avve...
28/07/2026

PILASTRO

Sarà capitato a molti nei giorni seguenti di tornare a vedere quel video che fissa qualcosa di inguardabile avvenuto al Pilastro di Bologna. Viene naturale sentirsi per un attimo al posto del povero Fakir; non serve soffrire un po’ di claustrofobia per sentirsi soffocare, schiacciati contro l’asfalto caldo quando si ha solo bisogno di respirare; non è difficile ricordare le volte che anche noi – tutti noi “normali”, come si dice... – abbiamo sentito lo spavento di un dolore più straniero del solito ammucchiarsi intorno al cuore e abbiamo dato di matto, o siamo stati lì lì per dare di matto. A “quel” punto, nel punto in cui si è in bilico, diventa decisivo chi ti viene incontro. Chi. Il modo. Il modo dei due poliziotti è pieno di disgrazia, forse perché in fondo loro stessi sono solo due “disgraziati”, poco preparati e saturi di quella mala aria senza nessuna grazia in cui siamo immersi.

Non c’entra niente, ma dopo appena qualche giorno leggiamo di quei dieci luminari della Medicina bolognese (e italiana) che si mettono a disposizione gratuitamente per chi non può pagarsi le visite, in una sede ricavata da una ex banca. Che è proprio al Pilastro. Non c’entra niente, ma ci sono delle coincidenze che colpiscono ancor più che una connessione di causa-effetto.
Non c’entra niente. Forse. Ma avviene a Bologna.
Il celebre cardiochirurgo pediatrico Gargiulo dice per tutti che hanno deciso di «restituire un po’ di quello che hanno ricevuto dalla sanità bolognese». Luminare, alla lettera, è chi porta luce. Infatti.
Cardiochirurgo pediatrico: forse anche nei suoi piccoli pazienti ha visto tanta grazia.

UN ANELLO DA FORZARE, NONOSTANTEHa occupato un quarto d’ora dei telegiornali? Un minimo quadratino sulla prima pagina de...
16/07/2026

UN ANELLO DA FORZARE, NONOSTANTE

Ha occupato un quarto d’ora dei telegiornali? Un minimo quadratino sulla prima pagina dei quotidiani? Dieci minuti di tempo, un’interpellanza, una mozione, un appello, facendosi largo tra le vacue parole che hanno inquinato l’aria dell’alta sede del Parlamento in questi giorni?
Niente. Si sleggiucchia la notizia già vecchia, incontrata per caso cercando altro...

Sedici persone su una barchetta in mezzo al Mediterraneo. Il più piccolo ha un anno, il più grande non arriva alla maggiore età. Insomma, tutti bambini. Si può ben supporre che abbiano chiesto aiuto, no?
Negli ultimi dieci anni, con calcolo per forza impreciso e sottostimato, si contano almeno 30mila annegati in quelle acque. Dieci volte Sogliano al Rubicone. Secondo l’OIM (l’Organizzazione Internazionale Migrazioni) nei primi tre mesi del 2026 sono 765 le persone morte o disperse. In tre mesi. Disperse dove? Sul fondo, laggiù, nella città dei morti sommersi.
Sedici in più, sedici in meno, cosa cambia? Ma qualcuno ci dovrebbe dire dove va, dove arriverà un Paese, un intero continente, una civiltà, un mondo che manda a morte i suoi bambini.

Eppure bisogna pur trovare un punto di uscita, un anello da forzare nella catena. Certo, è in quei marinai di un peschereccio di Acireale che hanno fermato la loro pesca, hanno deviato la loro direzione, si sono avvicinati alla barchetta, hanno lanciato acqua e cibo, e poi sono stati lì, a custodire, ad aspettare finché è arrivata la Guardia Costiera. Orgogliose dei nostri mariti, hanno detto le mogli dei marinai. Orgogliosi anche noi.
O per paradosso, se guardiamo bene, un punto di uscita è nella forza di quei ragazzi che sono partiti sapendo bene che ad un certo punto si sarebbero trovati in difficoltà ma avendo la speranza che qualcuno li avrebbe salvati. Per avere questa speranza nella vita, soprattutto oggi, bisogna fidarsi degli altri. Avere fiducia, nonostante tutto, negli sconosciuti altri, nostri simili.

TO SAVETo save. Salvare. In questo caso la coniugazione verbale inglese senza differenziazione per persona diventa rivel...
10/07/2026

TO SAVE

To save. Salvare. In questo caso la coniugazione verbale inglese senza differenziazione per persona diventa rivelatrice e istruttiva.

Save the Children. Salvo i bambini, salva, salviamo, salvate, tutti salvino i bambini. Save the children ci dice che 21mila bambini a Gaza non ci sono più. Ma la conta non è finita. L’Unicef ha contato ancora un bambino morto ogni giorno, ogni giorno-ogni giorno, dal cosiddetto Cessate il fuoco che non cessa.
Se poi per un minuto evochiamo mentalmente tutti quelli che, sì, ci sono ancora ma senza un braccio, senza le due braccia, con un pezzo di plastica e metallo al posto di una gamba…
Non è per eccitare quel bigottismo pietistico che chiude gli occhi e si chiude su di sé, ma per guardare con forza e lucidità lì dove la pietà e la compassione sembrano morte ma tutto chiede compassione, ribellione, forza.
Diciottomila di quei bambini hanno il nome scritto sul grande lenzuolo che oggi pomeriggio alle sei passerà per le strade della nostra città. Non un bambino, non un nome, non un’infanzia vadano perduti. Quel sudario con tanti corpicini avrà un peso insostenibile. E già non basta più, ce ne vorrebbe un altro perché la conta continua.
Salvo i bambini, salva, salviamo, salvate, tutti salvino i bambini.

Oggi alle 18 il corteo con il Sudari parte da Piazza del Popolo e giungerà ai Giardini Pubblici

BELGIO – STATI UNITI 4-1Quando a scuola ci raccontavano le antiche leggende, la cosa più importante era capire l’azione ...
07/07/2026

BELGIO – STATI UNITI 4-1

Quando a scuola ci raccontavano le antiche leggende, la cosa più importante era capire l’azione di “svelamento” che la storia metteva in atto. Il nocciolo di verità che restava vera anche dentro una storia inventata.

Si raccontava dunque che Nerone, già famoso per la sua bizzarra megalomania, i cinici comportamenti autoritari, la capigliatura biondo-rossiccia (caratteristica genetica della sua gens) pettinata in avanti sulla fronte a differenza della moda maschile del tempo, si vantasse di essere anche un eccellente sportivo, oltre a tutto il resto.
Volle dunque partecipare alle olimpiadi in Grecia, e come prima cosa fece slittare la data di due anni, perché quella canonica secondo il calendario ellenico non gli stava comoda. Così nel 67, proprio un anno prima della sua morte, partì per la favolosa Olimpia. Col programma di vincere, ovviamente. Vincere sempre. Vincere tutto.
Nella corsa delle bighe si mise con sportiva baldanza alla guida del cocchio trainato da dieci cavalli, ma fu addirittura indecorosamente sbalzato a terra; gli altri concorrenti rallentarono la corsa e si fermarono per non infliggergli l’oltraggio di vincere al posto del Vincente il quale riuscì, sì, a risalire sul cocchio ma non a portare a termine la gara. Ebbene, incredibile a dirsi: vinse! Fu incoronato lo stesso vincitore.

Alla narrazione della divertente leggendaria storia tutti si pensava che un nuovo Nerone nel mondo di oggi, no, impossibile, inimmaginabile. O magari, almeno, come minimo minimo, che i suoi concorrenti si sarebbero di sicuro comportati diversamente.
E infatti.

COME AVREBBERO FATTO ARMANI, VALENTINO E SAN TOMMASO?Ci sono scene con una forza espressiva che si imprime meglio e più ...
05/07/2026

COME AVREBBERO FATTO ARMANI, VALENTINO E SAN TOMMASO?

Ci sono scene con una forza espressiva che si imprime meglio e più a lungo di un bel discorso articolato. Il gesto, i piedi, il passo, la presenza corporea lasciano un’impronta per terra.
Papa Leone che si arrampica da solo sul picco di scoglio davanti a quel mare.
Papa Leone che passa “la” porta.
Già solo quella porta, da sola, così bella, segnata solo da un altissimo architrave e larghi stipiti, sempre aperta, senza chiavi è così bella che merita di essere guardata a lungo. Papa Leone l’ha attraversata. Papa Leone la attraversa e noi siamo visivamente indotti a ricordare che dalla porta d’Europa è passato di tutto, e che senza quel tutto l’Europa non sarebbe certamente il mondo che è.
Che cosa avremmo potuto contare, calcolare, costruire senza quello zero geniale portatoci dai numeri arabo-indiani?
Come avremmo scritto le nostre migliori opere, chissà come leggeremmo oggi la nostra Divina Commedia senza quell’alfabeto fenicio (cioè libanese), ripreso dai Greci e giunto ai Romani attraverso gli Etruschi? Quante lettere, consonanti, voci e vocali si sono dovute mescolare per giungere Nel mezzo del cammin di nostra vita?
Come avrebbero fatto Armani, Valentino, Versace senza quelle carovane che viaggiavano per mesi sulla Via della Seta (favolosa, sì, perché sembra il titolo di una favola) portandoci seta, arance e idee?
Su che cosa avremmo potuto filosofare senza quei musulmani del Maghreb (i Mori) che tra il XII e XIII secolo riportarono nell’Occidente latino il perduto Aristotele? Come avrebbe fatto il povero Tommaso d’Aquino a diventare san Tommaso?
Neanche il monoteismo giudaico-cristiano che tanti sentono come originale identità pericolosamente minacciata è impresa autoctona.
Dalla porta d’Europa per fortuna è passato davvero di tutto. Papa Leone sotto quella porta ce lo fa nitidamente pensare. E alla fine trova anche le poche parole a didascalia dei suoi gesti. «Il fenomeno migratorio rivolge all’Europa una chiamata epocale». «L’Europa è in grado di affrontare la crisi in modo organico». «I morti in questo mare sono vittime di decisioni prese e decisioni mancate».
Ecco spiegato ben bene a chi può, a chi deve decidere, che invece lo ignora bellamente, almeno fino alla prossima bugiarda ostensione del rosario. E mostrato con chiarezza anche a chi deve opporsi a tutto questo, pensare e proporre. Fare opposizione e pensiero.

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