02/06/2026
2 GIUGNO, GLI INVITATI D’ONORE
Nel 1946 gli analfabeti in Italia erano 5 o 6 milioni, con il 5 per cento in più tra le donne. (Del resto a una donna, in fondo, cosa serviva leggere e scrivere? I genitori che mandavano a scuola il maschio dicevano pressappoco così). E tra coloro che non erano conteggiati tra gli analfabeti, quanti erano quelli che avevano fatto solo la prima o la seconda, giusto capaci di fare la propria firma?
Ma quel popolo andò a votare per il 90 per cento, e le donne anche di più degli uomini: 13 milioni le donne, 12 milioni di uomini. I contrari al suffragio universale abbaiavano che il popolo non era pronto. Nel 1908 quando Anna kuliscioff aveva lanciato la battaglia per il suffragio femminile si era opposto, guarda un po’, Filippo Turati, il socialista, suo marito: giusto il principio, disse, ma non è il momento, adesso non sono pronte.
Perché, stando a questo ragionamento, alla nascita dello Stato italiano, gli Italiani erano pronti, se nel 1861 gli italofoni erano un misero 2%? Tutti quelli che parlavano solo il dialetto erano pronti? Cosa vuol dire, poi, “pronti”?
Gli analfabeti, le donne analfabete, escluse perenni da scuola e politica, che quella mattina si misero vestito buono e scarpe, e andarono al seggio, i più disgraziati che magari “senza essere pronti” avevano pagato la loro opposizione al fascismo: loro, proprio loro prima di tutti erano gli invitati d’onore alla festa di quella mattina di giugno.
Sapevano tutti e-sat-ta-men-te cosa voleva dire Assemblea costituente, Costituzione, Repubblica parlamentare? Sapevano che volevano dare un taglio alla loro storia, rovesciare tutto, chiudere per sempre con quella guerra di bombe e sangue a cui li aveva portati un orribile disegno di potenza e dominio, avere una vita più decente e giusta, potere mandare i figli a scuola almeno un po’, poter dire e pensare liberamente, scegliere chi li avrebbe governati…
E così, anche quelli che non erano “pronti” andarono a mettere la loro croce, uguale alla loro firma, su una paginetta colorata che non avevano mai visto.
Quegli invitati d’onore hanno avuto tutto quello che volevano e che spettava loro? No. Tanto sì, non certo tutto. Che la vita (cioè la storia, quella piccola e quella grande) procede a stento, zavorrata da mille curve e pesi, lo sapevano anche loro. E l’abbiamo visto bene.
A ottanta anni esatti da quel mattino di giugno, lo vediamo addirittura su scala planetaria. E anche noi non siamo pronti, verrebbe da dire, per portare avanti il lavoro, di nuovo analfabeti sulle pagine di una storia che facciamo fatica a leggere e che non ci piace.
Ma non essere pronti è la condizione in cui ci si trova davanti ai compiti più grandi e irrinunciabili. Il compito della vita, in definitiva.
Non essere pronti ma non rinunciare.