26/08/2026
L'ISOLA INNOMINATA
I libri di geografia, gli atlanti, le carte del planisfero potrebbero ignorare l’esistenza di tutta la superficie occupata da Spagna+Francia,+Italia+Svizzera+Austria?
È così, esattamente grande così l’Isola Innominata dentro il Pacifico, l’Oceano grande che copre un terzo della Terra, e che continuiamo a colorare tutto col blu oltremare, perché lì l’acqua è veramente profonda e non si fa col celeste.
È l’isola di bottiglie, scatole, contenitori, giocattoli, reti da pesca, boe, imballaggi, rifiuti d'ogni tipo e anche miliardi e miliardi di frammenti di tutto quel packaging divenuto a sua volta un’industria e che in certi prodotti costa ben più del prodotto contenuto che deve reclamizzare. Vuoti a perdere. Ma niente in realtà si perde davvero perché dal pianeta non esce niente.
Margaret Tacher, la baronessa che ricevette il titolo nobiliare al termine del suo mandato, che amava farsi fotografare con la sua rigida messa in piega cotonata mentre lavava i piatti anche senza i guanti di gomma, diceva che «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Ma adesso ci è perfino più chiaro di allora quanto quest’ultimo lavori incessantemente e ciecamente per la fine del mondo.
E, attenzione, non sono considerazioni diverse da quelle che tragicamente emergono guardando la condizione dei derelitti, i più poveri di ogni parte del mondo, quelli che tirano a campare la giornata, i bambini che razzolano nelle discariche. È lo stesso sistema-mondo. E per noi è la stessa causa.
Tutto è materiale da smaltire, vuoti a perdere. Scarti di produzione, plastica e uomini. Ugualmente. Cinicamente.