Sphinx - recensioni

Sphinx - recensioni Recensioni d'arte figurativa, architettura, design, cinema, letteratura e altro.

Philip K. Dick's Electric DreamsSerie televisiva, distribuita in Italia dal gennaio 2018 in dieci episodi, ognuno tratto...
02/04/2018

Philip K. Dick's Electric Dreams

Serie televisiva, distribuita in Italia dal gennaio 2018 in dieci episodi, ognuno tratto da un racconto del celebre scrittore di fantascienza. Per chi non avesse letto Dick, una buona occasione per farlo e scoprire che moltissimo di ciò che cinema e TV offrono, dalle idee di costui proviene. Così avanti nell'immaginare il futuro, il nucleo della sua fantasia s'adatta senza difficoltà ai nostri giorni, nonostante siano trascorsi oltre tre decenni dalla sua morte, benché scienza e tecnologia abbiano avuto un'enorme trasformazione.

Alcuni temi ricorrenti di Dick compaiono in questa serie televisiva: l'incertezza su quale sia da considerare "la realtà", mondi paralleli che s'intersecano creando paradossi, la guerra e il totalitarismo in distopie angoscianti, il dubbio sull'umano, sulla coscienza, e tanti ancora.

Dei celebri romanzi, ricordo in particolare il primo che lessi: "L'uomo dei giochi a premio" (1959): storia di uno scapolo insoddisfatto che guadagna soldi puntualmente, vincendo un quiz pubblicato sul giornale locale. La verità è ben altra: tutto ciò che ha intorno è finto e lui calcola regolarmente la traiettoria dei missili che andranno a colpire la Terra che sta conducendo un guerra interplanetaria...

E così, Dick anticipa il celebre film "The Truman Show" e quanti altri? Avremmo la trilogia di "Matrix"? Non credo e con questa cognizione ho apprezzato "Electric Dreams". Un omaggio dichiarato ad uno dei maggiori scrittori di fantascienza che, trascendendo il genere, è entrato nel novero dei grandi autori del '900.

L'affare della "guida autonoma" e l'auto di Google.schiere di faccendieri e legioni d'ingegneri per levare di mezzo i gu...
22/02/2018

L'affare della "guida autonoma" e l'auto di Google.

schiere di faccendieri e legioni d'ingegneri per levare di mezzo i guidatori d'auto: solo passeggeri, nel futuro dei cervelloni di Google, Intel, ecc.
Milioni di dollari sono in ballo.
Ma:

1 - Spendere/si nella ricerca e realizzazione di una rete viabilistica moderna, che ammetta più tipi di trasporto e che sia sicura è troppo difficoltoso?

2 - C'è chi crede veramente che lor signori abbiano a cuore i tanti morti per incidenti automobilistici?

3 - Tra tante menti poderose, inserire anche un designer che non sia un deficiente, è stata una svista?

Iso Isetta (1953 - 1956) e BMW Isetta (1955 - 1962) Accreditato il mio disprezzo per l'ipertrofica Nuova Mini che appest...
08/02/2018

Iso Isetta (1953 - 1956) e BMW Isetta (1955 - 1962)

Accreditato il mio disprezzo per l'ipertrofica Nuova Mini che appesta le strade col carico di guidatori, in media, totalmente incompetenti, è doveroso ricordare che la BMW non si è certo sdegnata di produrre vetture di piccole dimensioni.

Tra così dette bubble car, la Isetta è un gioiello del passato che, nonostante il fallimento commerciale, va ancora oggi ammirata. Concepita in Italia da Ermenegildo Preti e Pierluigi Raggi per Renzo Rivolta, la Iso Isetta meravigliò il pubblico con una forma simile a una cabina di elicottero ed una distribuzione degli spazi straordinaria, tra razionalità e ingegno creativo.

1500 esemplari per la Iso Rivolta, poi 160000 per la versione in licenza alla Casa bavarese, sono certo pochi. Ma quest'auto futuristica per l'epoca è oggi da considerare un tentativo formidabile di guardare avanti, di scorgere le problematiche dei costi, del risparmio energetico e della praticità.

I PESCATORI SULLA SENNARecentemente tradotto e pubblicato da "L'ORDINE", inserto culturale de "La Provincia" di Como, un...
08/09/2017

I PESCATORI SULLA SENNA

Recentemente tradotto e pubblicato da "L'ORDINE", inserto culturale de "La Provincia" di Como, uno scritto di Stefan Zweig (Vienna, 1881 – Petrópolis, 1942), letterato austriaco condotto all'esilio dalla politica nazionalsocialista e morto suicida.
Denso di significati attuali, questo scritto cerca giustificare l'incapacità umana di partecipare ai grandi avvenimenti della Storia - la stessa che travolse tragicamente l'autore.

Lo scritto esordisce con la descrizione dell'esecuzione di Luigi XVI, pubblicamente ghigliottinato il 21 gennaio 1793:

" [...] La Repubblica celebrava il proprio decisivo trionfo: si era verificato il più grande ed più determinante evento del secolo. Eppure - riferiva con una certa qual indignazione il cronista dell'epoca -, a poca distanza da Place de la Concorde e dalla ghigliottina, lungo la riva della Senna, c'erano moltissimi pescatori che a dispetto di quell'indimenticabile momento storico continuarono a pescare come se nulla fosse, come in qualsiasi altro giorno. Dando le spalle allo straordinario spettacolo che si svolgeva in Place de la Concorde, quei pescatori prestavano attenzione soltanto ai loro sugheri che galleggiavano sull'acqua. E non volsero lo sguardo nemmeno quando il giubilo della massa annunciò che il più grande evento storico del loro paese si era ormai compiuto.

[...] Ma è poi vero, alla fin fine, che noi contemporanei prendiamo pienamente e continuamente parte agli avvenimenti? O meglio: abbiamo la forza, abbiamo a disposizione il sentimento sufficiente per seguire giorno dopo giorno, ora dopo ora, con mente aperta, la rapida successione di tutti questi avvenimenti? Se abbiamo la sincerità di domandarcelo, dobbiamo constatare che nessuno di noi ha la capacità di tollerare un simile grado di continua tensione, e che solo di tanto in tanto volgiamo il nostro sguardo, sgomento e disperato, agli eventi.

[...] Si tratta di una constatazione che a prima vista sembra umiliante per noi tutti, perché si ha l'impressione che la maggioranza degli uomini sia incapace di prendere realmente parte alla propria epoca, di avvertire nel profondo dell'anima i suoi orrori e le sue sofferenze. Una simile accusa sarebbe tuttavia ingiusta. La stragrande maggioranza degli uomini nutre la sincera intenzione di prendere direttamente parte ad ogni avvenimento straordinario, ed è animata dalla volontà e perfino dal desiderio di farsi coinvolgere. Ma noi tutti obbediamo nello stesso tempo a una più alta legge della natura, che in maniera saggiamente economica pone un limite alla nostra capacità di partecipazione. Le emozioni forti e continuate producono come immancabile conseguenza un crescente affaticamento e l'eccessiva tensione, protratta troppo a lungo, si stempera in una sorta di paralisi.

[...] Quando chiedo a me stesso cosa mi faccia maggiormente soffrire in questa epoca, la risposta è propria questa: la constatazione che non sono più in grado dì provare un sentimento di piena compassione in un'epoca che produce una simile, incommensurabile quantità di dolore e sofferenza, che uccide non solo gli uomini ma anche la forza della pietas nei confronti delle umane sofferenze e degli umani dolori.

[...] La natura non tollera interruzioni. Nello stesso momento in cui, indifferente distrugge l'uno, pretende che l'altro sì dedichi con pazienza e perseveranza alle proprie faccende quotidiane. Se dunque talvolta sembriamo indifferenti, la colpevole è lei, la natura, indifferente al dolore delle proprie creature. E noi non facciamo che obbedire al suo ordine incontrovertibile quando, invece che fissare lo sguardo sulle macerie di un mondo crollato, tentiamo di costruirne uno nuovo e migliore."

(Stefan Zweig, Die Angler an der Seine, 1940)

(foto: Claude Monet, Pescatori sulla Senna a Poissy, 1882)

PredestinationUn film di Michael e Peter Spierig (Australia, 2014)Dal romanzo "La macchina del tempo" di H. G. Wells, de...
18/08/2015

Predestination

Un film di Michael e Peter Spierig (Australia, 2014)

Dal romanzo "La macchina del tempo" di H. G. Wells, del 1895 possiamo festeggiare centoventi anni di viaggi nel tempo... Letterari, cinematografici, fumettistici, eccetera. Dal 1 luglio, troviamo nelle sale cinematografiche italiane, Predestination (2014) diretto dai fratelli Michael e Peter Spierig e tratto da un racconto breve di Robert Heinlein: All You Zombies... del 1959.

E' palese la volontà degli autori di andare a ripescare, tra migliaia di opere che trattano il viaggio nel tempo, uno scrittore di straordinario talento che contribuì all'Epoca d'oro della fantascienza degli anni '40. Con Asimov, Simak, Bradbury, Van Voght la meraviglia (e la fede) per i progressi scientifici fecero produrre opere ancora oggi memorabili. Ma col decennio successivo tutto mutò in un'analisi sociologica ed altri autori apparvero con l'apporto della propria complessità: Dick, Ballard, Vonnegut, Matheson.

Poi c'è il Cyberpunk ma Predestination sta ben alla larga e racconta di un agente temporale governativo (interpretato da Ethan Hawke) alla caccia di un terrorista che, negli anni settanta, compie una serie di stragi piazzando bombe, pare, senza un ordine o un piano preciso. Cercando di far fallire uno di questi attentati, l'agente lavora in un bar e incontra John (Sarah Snook), un giovane che scrive nella rubrica delle "confessioni intime" per un giornale femminile. John assicura di avere una storia incredibile da raccontargli e vedremo che questo, è solo l'inizio di un'intricata vicenda che coinvolge i protagonisti.

Ottima storia direi, da ormai antico appassionato che s'è consumato gli occhi sui libri e davanti allo schermo, ma anche un po' datata - questa sì fuori del proprio tempo - perché troppi sono i paradossi spazio-temporali che possiamo sopportare, senza infine chiederci e risponderci che è tutto per passare novanta minuti di quel genere che tanto abbiamo amato e che non abbandoneremo mai.

I viaggi nel tempo di tante opere hanno bisogno proprio di questo: non fede nella scienza - non l'abbiamo più da un pezzo! - ma fede nella Fantascienza, che ci assicuri sempre prodotti ben fatti ma senza la pretesa di crederci, d'essere certi che "La macchina del tempo" sarà costruita.

Mad Max - Fury Road, Jurassic World, Terminator GenesysTre epopee continuano... Ma solo una di buona qualità.In questa e...
18/08/2015

Mad Max - Fury Road, Jurassic World, Terminator Genesys

Tre epopee continuano... Ma solo una di buona qualità.
In questa estate le sale propongono con la consueta inerzia i film sopra citati.
Dal 9 luglio Terminator Genesys, il quinto della serie, ci ripresenta Arnold Schwarzenegger nei panni dell'androide T-800. Ma ahimé, oltre trent'anni hanno esaurito ogni idea e non bastano effetti speciali e smorfie stereotipate per salvare una pellicola seccante per le continue citazioni dal passato degli ottimi Teminator (1984) e Terminator 2 - Il Giorno del Giudizio (1992).

Manca un colpo di genio, una qualsiasi novità che levi quest'opera dal grigiore e potremmo scrivere le medesime parole per descrivere Jurassic World (in sala dall'11 giugno): quarto episodio dal capolavoro di Steven Spielberg Jurassic Park (1993), del quale pare quasi un remake, ci trasporta ancora in quel "mondo perduto" con la malcelata speranza che ci si sia scordati il passato.

Visti tutti i precedenti, ho lasciato la sala deluso, ma ho anche notato che i miei compagni "d'avventura" - un bambino e un adolescente - erano soddisfatti. Target infantile-adolescenziale perché una Jeep Wrangler non l'hanno mai notata in strada... E' un pezzo da museo da restaurare al momento della fuga ed essere inseguiti dal dinosauro di turno. Si salva solo l'epico finale - ma non risolleva un film che ripone ogni interesse nella creatura geneticamente modificata Indominus rex, inaspettato (e ingiustificato) animale pazzo, intelligente e sanguinario.

Veniamo all'ultima serie che mantiene il bravo regista George Miller da trentasei anni (Interceptor, 1979) e con un terzo capitolo sottotono Mad Max Oltre la sfera del tuono (1985), giunge oggi con Fury Road (nelle sale dal 14 maggio).

Mi sono avviato a vedere questo film con poco entusiasmo, sapendo solo che non c'era più il grande Mel Gibson e col sospetto di un remake per far soldi. Invece, il vecchio Miller, in meno di mezz'ora, mi ha fatto ricredere: è rinata quell'ambientazione post-apocalittica desertica dove conta la benzina più della vita e gli uomini, distribuiti a gruppi, corrono coi loro mezzi truccati a saccheggiare e predare, per riempire i serbatoi. Co- protagonista è Furiosa, interpretata da Charlize Theron, bravissima nel proprio ruolo e capace di fare confluire su di sé ogni attenzione, più dell'eroe.

Bella narrazione con un ritmo inarrestabile perché le pause sono intense e cariche di pathos. Immortal Joe è il tiranno di una comunità sottomessa, dittatore individualista con un seguito di miserabili e di invasati che nel gesto del sacrificio si spruzzano una vernice cromata sul ghigno. E poi giovani gravide, per una nuova razza di uomini sani, trasportate a gran velocità su strade infuocate.

Basta questo e per me è stato come tornare indietro di oltre trent'anni e uscire dalla sala più che soddisfatto. Dopo tanto cinema distopico e post-apocalittico, Fury Road arriva come aria fresca, libera da moralismi e perbenismi obbligati: salubre divertimento e apertura a interpretazioni impegnative. Onesta opera degli autori che hanno fatto bene il loro mestiere, Mad Max umilia dinosauri e automi, per quest'anno, quindi possiamo attendere fiduciosi l'inevitabile rivincita.

BABADOOKPotremmo incominciare da Hoffmann, Poe e de Maupassant, nella letteratura; nel cinema, addirittura da Méliès e M...
18/08/2015

BABADOOK

Potremmo incominciare da Hoffmann, Poe e de Maupassant, nella letteratura; nel cinema, addirittura da Méliès e Murnau e giungere a Corman e Kubrick: c'è un po' Shining e un po' de L'esorcista ma una cosa è certa, la regista Jennifer Kent ha una cultura immensa e alla sua opera prima, compie il miracolo di riportare l'horror ai livelli elevati che desideriamo. Lasciamo ad ogni spettatore il piacere di scovare qualsivoglia citazione, palese o nascosta nella pellicola, ma anche il brivido che avvertirà nel seguire una trama per nulla banale, anzi molto acuta ed attuale.

I protagonisti sono una madre vedova (Amelia - Essie Davis in una interpretazione eccezionale) col figlio di sei anni (Samuel - Noah Wiesman): la prima è evidentemente in grave difficoltà ad elaborare il lutto e badare al figlio che la costringe a placare la convinzione che in casa ci siano fantasmi, presenze maligne da cui proteggersi, se non affrontare con armi improvvisate.

Amelia lavora in una casa di riposo per anziani, che perdono coscienza e memoria e anche lei ha momenti in cui non sa, non ricorda o non vuole ricordare. Mentre la storia procede e la coppia si isola in casa non ci è dato capire se l'alternarsi di speranze e delusioni, di angoscia e pace, di situazioni ordinarie ed eventi anomali siano la rovina della mente nella follia o la presenza effettiva di un'entità malvagia che provoca terrori e sciagure.

Il Babadook si manifesta in un libro per bambini con una filastrocca allucinante, orribile. I disegni ci portano alla memoria l'uomo nero e il vampiro e noteremo anche riferimenti iconografici che vanno da Goya a Bacon (i Tre Studi Per Figure Alla Base Di Una Crocifissione, da cui abbiamo imparato che non sarà la ragione a farci comprendere il mistero dell'orrore).

Solitudine - coraggiosa Jennifer Kent a mostrare una scena di masturbazione -, fame, ansietà, impotenza, delirio, vertigine, disperazione, morte, assassinio: c'è tutto quello che pertiene a questo genere cinematografico e tutto quello che riguarda la vita di persone sole e abbandonate: Amelia è circondata da un manto d'incomprensione reale, tangibile e finisce per essere accerchiata (o si accerchia) da fantasmi.

Non ci sono scene sanguinarie mediocri perché questo non è un film che punta su effetti a "prezzo scontato"; c'è la malattia, il vizio mentale che viene da fuori, dall'esterno e che si riflette nel pallore del volto di Amelia, smorto come può essere lo squallore di un'intera società venduta allo sconforto.

Via Crucis (Santuario del Crocifisso, Como, 1914).Nato a Gandino nel 1845 in una famiglia di umili condizioni, terzogeni...
01/04/2015

Via Crucis (Santuario del Crocifisso, Como, 1914).

Nato a Gandino nel 1845 in una famiglia di umili condizioni, terzogenito di Pietro Bernardo, di professione sarto, e di Florinda Mazzoleni, cominciò i propri studi presso le scuole del paese. Ben presto i maestri si resero conto delle abilità che il ragazzo possedeva nell’ ambito del disegno, e spinsero affinché il ragazzo potesse iscriversi ad una scuola che potesse affinare le sue innate doti artistiche. Si optò per l’Accademia Carrara, sita nella città di Bergamo, presso la quale era presente una scuola di pittura.
Grazie all’aiuto dello zio, don Lorenzo Loverini, che perorò la causa del nipote presso la sede dell’istituto, e di sussidi economici da parte sia del comune di Gandino, che di un fondo messo a disposizione dalla locale famiglia Castelli, al fine di aiutare negli studi i ragazzi più meritevoli appartenenti ai ceti meno abbienti, poté iscriversi ai corsi dell’anno scolastico 1858-59 e trasferirsi nel capoluogo orobico.
Negli anni successivi cominciò a ricevere riconoscimenti in ambito scolastico, tanto che nel 1869 iniziò ad esporre i suoi quadri all’ esposizione didattica dell’Accademia, ricevendo ottimi giudizi.
Il suo primo dipinto, denominato il buon cuore, esposto all’Accademia ricevette però giudizi contrastanti dai critici d’arte del tempo.
Ben presto però il Loverini si segnalò nel panorama artistico, grazie a numerose opere a sfondo religioso, ma anche ai numerosi ritratti commissionatigli da esponenti di spicco della nobiltà lombarda.
La sua fama gli portò una sempre crescente richiesta di affreschi e dipinti, sia in chiese ed edifici religiosi, che in palazzi privati. Partecipò anche a parecchie esposizioni, tra cui Milano, Vienna e Londra, con ottimi giudizi da parte della critica e dei commissari della Accademia di cui faceva parte:
Nel 1880 si sposò con Domenica Orsola Piccinelli, dalla quale ebbe ben quattro figli: Florinda, Candida, Lorenzo ed Antonia.
Ma ben presto la vita familiare cominciò a procurargli grandi drammi, dato che due dei quattro figli morirono in tenera età, provocando in lui una grande crisi interiore. Il tutto peggiorò quando, nel 1895, venne a mancare anche la moglie.
Ma il successo era inversamente proporzionale alle vicende familiari, tanto che nel 1899 ricevette il prestigioso incarico di professore e direttore dell’Accademia Carrara.
Ricoprì tale ruolo fino al 30 giugno 1926 quando, ormai ottantenne e con problemi di salute, rassegnò le proprie dimissioni. Non avendo una buona situazione economica alle spalle, gli fu tributato un vitalizio dalla Accademia stessa, che gli garantì di passare tranquillamente gli ultimi mesi della propria vita. Morì il 21 agosto1929 a Gandino, suo paese natale, che gli tributò grandi onori.

fonte testo: Wikipedia
foto: G. Tattarletti

Ebbro di donne e di pitturaQuesto film ha vinto il Premio alla Regia al Festival di Cannes 2002: tuttavia non ha avuto s...
31/03/2015

Ebbro di donne e di pittura

Questo film ha vinto il Premio alla Regia al Festival di Cannes 2002: tuttavia non ha avuto successo al botteghino e non è reperibile se non in videocassetta. Mentre opere occidentali hanno una diffusione spropositata (e incredibile), accostarsi alla cultura coreana pare poco allettante. Il regista Im Kwon-taek, nato nel 1936, è autore di una quantità enorme di film commerciali, poi di venti pellicole d’autore.

“Ebbro di donne e di pittura” (Painted Fire) è un’opera eccellente, tratta dal romanzo “Colpi di Fuoco” di Ming Pyong-sam, narra la vicenda umana e artistica di uno dei massimi pittori coreani del XIX secolo: Jang Seung-eop detto Owon (1843-1897). Nato in povertà e orfano, mostra precocemente un’attitudine straordinaria per il disegno accomunata a un temperamento particolare: refrattario alle regole, spesso contraddittorio, poiché deve adattarsi ad una società arretrata e “chiusa” nelle tradizioni da cui vuole uscire ed essere se stesso, con pregi e difetti. Incline all’abuso di alcol e innamorato delle donne di cui si circonda, di cui non può fare a meno per saggiare il mondo, che poi traduce nelle proprie opere grafiche.

Ora, comprendere quale sia il senso del disegno per un artista nato sotto la dinastia Joseon, educato coi principi del Confucianesimo e vissuto in un periodo politico drammatico è alquanto complicato: quello che ho inteso è che il disegno di Owon non mima la realtà oggettiva, non la ritrae, ma cerca di ricostruire il rapporto dell’uomo col mondo: nelle opere non è trasposto ciò che “si vede”, ma ciò che “si sente” ed anche il sentimento di appartenenza alla terra del soggetto, che entra così nell’opera e la influenza. Il pittore ha sentimenti propri ma cerca di far vivere anche l’animo di chi o cosa ritrae.

Owon è tormentato da quello che può rendere insincera la propria arte: la casta corrotta, i mercanti, i committenti e soprattutto le intrusioni di culture estranee. Da Occidente la Cina e da Oriente il Giappone. Questi imperi cercano da secoli d’invadere la terra di mezzo coreana e si alternano nell’invaderla: nel 1876 la dinastia Joseon si dà per vinta. Giungeranno anche gli occidentali, gli inglesi e il paese perderà completamente l’indipendenza ed anche parte della propria cultura. Quindi il flusso di opere orientali che tanto dilettano gli europei della seconda metà dell’’800 è anche il momento di una tragedia sociale e politica. Mentre nascono interessi, anche onesti, per le culture dell'Asia, là si consumano guerre e stragi. Nel 1866 i cristiani convertiti dai missionari francesi, sono massacrati a migliaia: decapitati e le teste esposte su treppiedi, mentre noi occidentali vediamo, per esempio, la “decorazione” e nasce l’Art Nouveau, là c’è un mondo devastato.

Owon è geniale, cerca di depurare la propria arte da ogni influenza e in più, cerca anche di mettere il proprio segno, di mettere se stesso e l’amore che prova, come sentimento di unione, di compartecipazione. Squassato dai sentimenti e stregato dalla natura dipinge cercando la catarsi. In questo lo comprendiamo, credo: ogni disegno finito lascia un foglio bianco, su cui dipingere ancora, fino alla fine. Il paragone con gli “artisti maledetti” occidentali viene immediato ma solo in parte troviamo una vera comunanza: Owon non si autodistrugge, adora l’esistenza tutta e serve i sovrani fino a che vuole, oppure fino quando è possibile. Disdegna i committenti e sostiene che la committenza è madre “d’opere nate morte”. Riceve denaro ma è capace di usarlo in una notte di piacere, non accaparra, non accumula. Anche la sua morte è presunta, nel 1897 scompare e ci sono leggende a dirci cosa possa essergli realmente accaduto.

Choi Min-shik è l’attore che interpreta magistralmente il protagonista, in questa biografia romanzata e senza fantasie mediocri, indimenticabile nel capolavoro Oldboy, copiato recentemente (e inutilmente) da Spike Lee.

La fotografia di Il-sung Jung, ci regala paesaggi straordinari, interni e momenti di vita locale, non per un “guardare strabico” che si pronuncia “contemplazione”; è forse simile a quello che vide Owon, che ebbe la volontà di stare davanti al mondo senza possederlo, al contrario, esserne parte. Il suo puro desiderio di conoscenza è un atto di generazione, di creazione - come il sole e il fuoco diradano il buio e sono innocenza - e desiderio di dare (la) vita.

L'ultimo inquisitore (Goya's Ghosts)Critica e pubblico si sono rivelati alquanto disorientati nel giudicare quest’opera ...
31/03/2015

L'ultimo inquisitore (Goya's Ghosts)

Critica e pubblico si sono rivelati alquanto disorientati nel giudicare quest’opera del regista ceco Miloš Forman, autore di film molto amati come “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e “Amadeus”. Senza tralasciare paragoni che vengono spontanei, credo che ogni opera vada valutata per ciò che è, e credo che “L’ultimo inquisitore” sia un film ammirevole nel riprodurre un momento storico molto complesso, in cui appaiono problematiche affatto attuali: fanatismo religioso e superstizione, imposizione della “ragione” illuminista e contraddizioni insite nella fredda logica al servizio del Potere.

Una dichiarazione di Forman, ci aiuta a capire: “ Per me non è un film storico. Io sono stato testimone di ogni cosa del film nel corso della mia vita, successo alle persone tra le quali vivevo. Io ricordo il regime Nazista e il regime Comunista. Ero là. Lo stimolo originale a fare questo film fu quando ancora giovane ragazzino nella Cecoslovacchia degli anni cinquanta lessi un libro riguardante l'Inquisizione sp****la. Non potevo credere che stavo leggendo di qualcosa che stava accadendo esattamente nel medesimo modo tutto intorno a me. (...) Non mi considero un artista politico, ma sono consapevole di una cosa: qualsiasi storia che tu racconti, dato che stai trattando la vita delle persone, tu tocchi sempre la politica. In arte qualsiasi cosa tu faccia è politico.”

I “fantasmi di Goya” sono le angosce di chi sta lì e non può, effettivamente far altro che qualche tentativo di rilevare e descrivere circostanze drammatiche. E’ inutile tentare altro, sfidare i poteri forti equivale ad annientarsi con le proprie mani. Anche se il regista, in un’altra spiegazione afferma che “Da ciò che noi sappiamo di lui, Goya fu molto attento a non inimicarsi nessuno, ad essere in buoni rapporti con tutti. Ma nella sua opera, egli fu tanto audace e oltraggioso quanto qualsiasi altro artista. Nessuno vide I Disastri della Guerra fino a circa 30 anni dopo la sua morte, e i suoi famosi Dipinti Neri, per i quali tutti quanti ai giorni nostri giustamente perdiamo la testa perché furono veramente i primi quadri moderni, non furono dipinti per una visione pubblica. Io definisco Goya il più coraggioso codardo nell'arte.”

Avrebbe potuto fare di più? Non possiamo saperlo, ma quello che vide, riprodusse dipingendo. Ed è il massacro della Giustizia, che poi Forman traduce nel film: quegli uomini e donne straziati e torturati, quelle espressioni deformate dalla sofferenza e dal dolore sono ricalcate nella pellicola e i sentimenti del geniale pittore spagnolo ritornano autentici due secoli più tardi. E non fu l’unico geniale artista a tenere per sé parte della propria opera: basti ricordare William Turner, che dipinse nudi giudicati scandalosi e bruciati dal suo assiduo sostenitore Jhon Ruskin…

La trama è romanzata: nel 1792 Goya (Stellan Skarsgård) è il pittore di corte dei regnanti spagnoli e ritrae Maria Luisa di Borbone-Parma (Blanca Portillo) e Carlo IV (Randy Quaid). Tuttavia accetta anche altre commissioni e ritrae l'inquisitore Lorenzo Casamares (Javier Bardem) e Inés Bilbatúa (Natalie Portman), giovane e bella figlia d’un facoltoso mercante. Il Tribunale dell’Inquisizione ha già osservato alcune incisioni di Goya e vi ravvisa un allentamento del potere esercitato dalla Chiesa, ciò in contrasto con la consueta repressione d’ogni comportamento ritenuto pericoloso per il controllo del popolo. Frate Lorenzo, avido di potere, si offre d’intensificare l’opera di repressione. Inés è una delle prime vittime e viene reclusa e torturata col supplizio della “corda” per farle ammettere d’essere giudea. I familiari cercano di far intervenire Goya per ottenere la liberazione.

La vicenda, iniziata nel 1792, si protrae fino all’invasione degli eserciti napoleonici nel 1808, che vorrebbero estendere i propri ideali in terra sp****la. Ma ben sappiamo che nonostante la soppressione dell’Inquisizione ed altre riforme, ci furono violenze, razzie e massacri, in nome della Democrazia: le condizioni del popolo spagnolo certo non migliorarono, né accettarono d’essere sottomessi. Se la Ragione è quella d’imporre il potere con la ghigliottina, c’è da chiedersi quale possa essere la differenza tra autorità, in ogni modo imposte con la violenza. In nome della Scienza nascono gli ospedali psichiatrici: luoghi spaventosi in cui altre violenze, altri soprusi si sono consumati fino a tempi recenti. La malattia mentale, Forman lo ricorda bene, è messa al bando, espulsa dalla società dal “sapere-potere” che cerca di organizzare una forma di controllo generale con studi accurati dei luoghi di detenzione, carceri comprese. Il modello è il Panopticon di Bentham: strumento ideale per “vedere senza essere visti”. E ancora, la pena di morte è giustizia in nome della Ragione? Credo che a tutt'oggi la pena capitale esista perché “il sonno della ragione genera mostri”.

Goya ce lo ricorda, con un’incisione celebre; ciononostante, ad un certo punto del film è insultato, è “una puttana”, perché lavora per i potenti di turno: i regnanti spagnoli, i francesi, gli inglesi di Wellington che restaurano la monarchia. Goya è sordo e quest'invalidità è interpretabile come simbolo di chi non vuole sentire. Ma vede, il pittore e dipinge capolavori in ogni ambiente, anche il più condizionante: è la capacità dei sommi artisti e vale a dire quella qualità di sfuggire ad ogni confine, anzi, proprio i limiti sono la motivazione per produrre l’Arte, quella vera. Il regista, il suo co-sceneggiatore Jean-Claude Carriére (che lavorò per Buñuel e lo stesso Forman) e gli altri collaboratori ai costumi, fotografia, trucco, costumi, ecc. ci consegnano immagini e situazioni col filtro degli occhi del pittore, scorgiamo inquadrature analoghe a dipinti e la medesima luce. Questo potrebbe essere, al tempo stesso, il limite ed il pregio: si tratta di scegliere e comunque un certo rigore filologico è indiscutibile.

Per concludere, resta il dubbio se “Goya’s Gosts”, nel giungere a noi come opera rigorosamente documentata, come omaggio all’arte di Goya, come vicenda anche di finzione, sia capace di far breccia nelle coscienze e ricordarci che questi antichi avvenimenti sono storia: ma la storia si ripete e l’accusa alle violenze della Chiesa o dello Stato vorrebbero avvertirci che qui ed ora può accadere ancora, anzi accade e rammentiamo che ci fu chi proclamò

These final hoursUn film di Zak Hilditch (2013).Da subito sappiamo che non c'è che la fine del mondo, a causa della coll...
31/03/2015

These final hours

Un film di Zak Hilditch (2013).

Da subito sappiamo che non c'è che la fine del mondo, a causa della collisione di un asteroide con la Terra. Il nostro pianeta si disintegra e a Perth, Australia, mancano sole dodici ore per la fine. Il regista e autore della sceneggiatura originale, Zak Hilditch ci racconta queste ultime ore in una pellicola a basso costo, non una milionaria produzione. Dalla terra non partono missili per la salvezza (come in Armageddon, del 1998) e l'umanità resta abbandonata, un'unica voce proviene dalla radio e marca il tempo rimasto e i continenti che sono, uno ad uno, distrutti. La gente sa e ogni individuo si trova infine solo a decidere cosa fare in quel tempo che rimane.

Avevamo già avuto un assaggio con The Divide (2011), atroce analisi della follia che si consuma in un rifugio antiatomico. Oppure la memoria va ancora indietro a L'Ultima Onda (1977) di Peter Weir, anche lui australiano. Hilditch porta la scena sulla strada e il protagonista James (Nathan Phillips), dopo essere rimasto con la ragazza che ama (Jessica DE Gouw), fugge verso una festa dove l'aspetta la compagna, diciamo così, ufficiale. Lungo il tragitto scorge scene di panico, omicidi dissennati, suicidi, stupri e scorge una bambina rapita da due pedofili: inizia così, con Rose (Angourie Rice), un viaggio che gli permetterà di prendere coscienza. Molto plausibile la prima reazione davanti alla fine che s'avvicina ed è certa, quasi visibile: James fugge, per un istinto pressoché animalesco.

Cosa succede agli uomini? Hanno perso il "governo di sé": in una società che non è basata sull'autosufficienza ma sulla partecipazione dell'individuo al bene comune, lo stato e le leggi scompaiono. Con la dipartita del Governo, il "potere" resta la volontà dell'individuo e in poche ore "diviene ciò che é" o meglio diviene ciò che lo hanno fatto essere. Uno Stato che abitua al saccheggio delle risorse (perché non lo sentiamo veramente presente) ha formato individui egoisti e soli, incapaci di dare un senso alla vita. Droga e sesso per evitare di pensare, il suicidio (preceduto dall'omicidio), si prospettano come uniche risoluzioni. Pochi si rivolgono a Dio, ancor meno attendono serenamente il "fatto" inesorabile.

Il regista è acuto: non spreca la virtù della relazione con gli altri, non ci descrive la fine, ci ricorda il fine, che è l'amore come perdono reciproco. E dal groviglio di spinte emotive estrae e condanna l'amore per la morte e recupera quella morale che pareva ormai estenuata.

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