Simone Riflesso

Simone Riflesso Content creator, attivista queer e disabile e combattente che veste alla marinara 💫

In questo pezzo per La Falla racconto del motivo per cui ho avviato SondaPride 💫
20/09/2022

In questo pezzo per La Falla racconto del motivo per cui ho avviato SondaPride 💫

Il Pride è uno dei momenti più importanti per la nostra comunità, in cui finalmente rivendichiamo e richiediamo la visibilità che troppo spesso ci viene negata. Ma siamo sicurә che anche all’interno della comunità non ci siano discriminazioni? Simone Riflesso quest’estate ha compiuto un sondaggio per capire quante organizzazioni dei pride fossero davvero inclusive nei confronti delle persone con disabilità: in questo articolo ci riassume i risultati del suo Sondapride.
Sondapride - Quando l’attivismo incontra i dati
👉👉👉 https://lafalla.cassero.it/sondapride/

Tetraperonzolo, potrebbe essere il mio ennesimo pseudonimo. Io, principessa disney rinchiusa in una torre sperduta mi ci...
16/09/2022

Tetraperonzolo, potrebbe essere il mio ennesimo pseudonimo. Io, principessa disney rinchiusa in una torre sperduta mi ci sento totale.

Di sicuro la torre sperduta che mi nasconde dal mondo c’è davvero, solo ha un ché di meno romantico l’essere relegato in una casa in periferia, lontano da tutto, da tutti gli affetti.

Capiamoci, grazie a dio mia madre mi ha preso con lei, o il mio destino sarebbe stato decisamente meno roseo. E sono convinto lo rifarebbe, senza pensarci un attimo, di darmi un’occasione.

Il fatto è che non ci sarebbe stata nessuna alternativa al suo rinunciare a una vita avviata, al suo lavoro, per prendersi cura di me.

Ora che un po’ di tempo è passato dal mio ritorno a casa, non mi resta che rimboccarmi le maniche. Trovare una via per scappare, per riemergere, darci dentro.

Ciò che mi brucia è il peso della responsabilità. Tutto mio, tutto nostro. Se voglio indipendenza, la stessa che ha chiunque altro, ci vogliono soldi.

Se paghi, ottieni. Se te lo puoi permettere, bene. Sei l’artefice del tuo destino. Se vuoi puoi. Si torna sempre lì, alla responsabilità scaricata su di te.

E come funziona se uno non può lavorare come chiunque? Se il suo corpo gli impone dei rirmi che non glielo permettono? Se non è nato ricco. Se non ha assistenza.

Se non è forte abbastanza. Se non ha imparato a credere in sé stessə. Se non ha avuto una formazione adeguata. Se non hanno investito su di ləi. Se tutto questo peso non riesce a sopportarlo, come fa?

Non tuttə hanno dei capelli magici per realizzare i propri sogni. Non può avere questo costo sognare un futuro come chiunque altrə.

Chiunque può diventare disabile. Chiunque è destinato a perdere autonomia. Questa è una lotta di tuttə. La disabilità non riguarda solo noi.

Non ci avete mai pensato?

💜 Oggi è la Giornata internazionale dei delle persone con disabilità, che ha lo scopo di aumentare la consapevolezza dei...
03/12/2021

💜 Oggi è la Giornata internazionale dei delle persone con disabilità, che ha lo scopo di aumentare la consapevolezza dei problemi connessi alle disabilità per rinnovare l'impegno collettivo nel garantire la dignità, i diritti e il benessere psico-emotivo delle persone con disabilità.

Ho preparato un post che trovate sul profilo di per spiegare l’importanza di questa giornata. 🏳️‍🌈🏳️‍⚧️

E poi ho scritto a qualche media locale per presentare l’ultimo progetto che ho ideato tramite in collaborazione con indirizzato a tutte le scuole di primo e secondo grado del territorio di Cremona, nato per dare ai ragazzi gli strumenti adatti per poter parlare serenamente e in maniera corretta delle varie forme di disabilità e per preve**re e contrastare l’abilismo di cui la cultura in cui viviamo e siamo cresciuti è pervasa.

Nonostante i titoli carichi di pathos che alcuni quotidiani hanno deciso di aggiungere e qualche commento di persone irrimediabilmente ispirate dal mio esempio (🙄) che potevo aspettarmi, sono rimasto colpito da come un editore ha rispettato il mio contenuto, semplicemente lasciandomi spazio.

Ogni tanto fa piacere rimanere stupito.

Per l’articolo integrale link in bio👆

💖

Anche oggi si parla di violenza sulle donne. Ma che p***e, se ne parla dappertutto. Non è un’emergenza, ci sono cose più...
25/11/2021

Anche oggi si parla di violenza sulle donne. Ma che p***e, se ne parla dappertutto. Non è un’emergenza, ci sono cose più importanti. E poi io non sono mica come gli altri uomini. Possibile che non va mai bene niente? Non si può più neanche fare satira?

👉 Parole di uomini, che non capiscono che la violenza di genere è SEMPRE una questione di potere, e che non si rendono conto di quanto certe immagini possano umiliare.

Potere di fare della donna e del suo corpo qualsiasi cosa l’uomo desideri. Un potere di una cultura sessista e patriarcale in cui siamo stati educati che la donna è la costola dell’uomo. Una cultura che parte dalle nostre case, delle nostre relazioni.

La violenza ha tante forme, non è solo quella fisica, quella è solo la punta dell’iceberg. La violenza è nelle parole, si nasconde dietro un “bella figa”, “se l’è cercata”, “era solo un complimento”, “stai zitta”, “non te la prendere”, “come sei aggressiva”, “sei mia”, “puttana”. E si, anche dietro a un “è solo satira”.

Per cambiare sguardo sulle donne, il linguaggio può fare la differenza. Iniziamo a evitare stereotipi di genere, Ha fatto più danni un “è da femmina” del colera.

Ma la prima vera cosa che un uomo può fare per combattere la violenza di genere è fare la santa cortesia di chiudere la bocca. Tacere. Fare un passo indietro, lasciare spazio e ascoltare. Che è probabilmente la cosa più difficile per un uomo, che pensa di aver sempre qualcosa da dire, qualcosa da spiegare e soprattutto che debba ve**re ascoltato.

Viene naturale quando si ha un privilegio, sfruttarlo inconsapevolmente. Non c’è niente di strano, finché non ci accorgiamo di averlo. Io non voglio più togliere spazio alle donne, quindi faccio un passo indietro e vi invito a seguire donne preziose che devono essere ascoltate, e a taggarne altre nei commenti.



Il 25 novembre non basta. Bisogna educare contro la violenza di genere OGNI SINGOLO GIORNO.

“Poteva andarmi peggio” che essere disabile, dice la campagna. E se “poteva andarmi peggio”, di certo non mi è andata be...
11/11/2021

“Poteva andarmi peggio” che essere disabile, dice la campagna. E se “poteva andarmi peggio”, di certo non mi è andata bene. La disabilità è negativa: questo è la fallacia comunicativa.

Se voleva far sorridere, non ha funzionato. Non per tutti almeno. Cos’è andato storto?
Dal momento in cui me l’avete segnalata e ho letto nel nome del promotore “parents”: “genitori di…”. Mi son detto, eccallà. Si parla DI disabili (tramite persone disabili) ma chi parla non è disabile. Non è autorappresentazione.

Ma poi mi son detto, chissene frega. Perché ammettiamolo, sono battute che potrebbero uscire dalla bocca di qualsiasi disabile. Non è assurdo pensare che sia uno dei protagonisti della campagna ad averle suggerite. Non sono parole problematiche a tutto tondo, ed è per questo che lo scandalo che hanno provocato mi sembra decisamente too much.

Il problema delle parole è il contesto pubblico “campagna”, in cui smettono di essere lette con il codice dell’ironia e vengono interpretate in maniera astratta e assoluta, come messaggio a sè. E allora diciamolo:

❌ LA DISABILITÀ NON È INTRINSECAMENTE NEGATIVA.
❌ LA DISABILITÀ NON È UN MEZZO DI PARAGONE DELLE PROBLEMATICITÀ.

⚠️ L’errore narrativo è proprio paragonare la disabilità in quanto intrinsecamente negativa a qualcosa di intrinsecamente problematico, dal punto di vista sociologico e morale come essere omofobo o razzista.

Un messaggio e una campagna decisamente discutibile nella forma. Potenzialmente controproducente negli effetti perché divisiva. Spero la bontà della campagna non abbia effetti negativi sugli esiti, perché sostenere la ricerca è fondamentale.

Da qua però a demonizzare la campagna o la retorica polarizzando il discorso, ne passa. È semplicemente sciocca, infelice, superficiale, venuta male. Fa fare un sorrisino amaro, o non fa ridere per nulla. Ma si capisce che l’intento non è volutamente discriminatorio, non ha alcun senso accanirsi ferocemente come ho visto fare. Nè innescare la solita caccia all’abilismo.

⬇️ CONTINUA ⬇️

Se il movimento Pro Vita è furioso vuol dire che qualcosa di buono sta succedendo. E a quanto pare, in sordina, è succes...
06/11/2021

Se il movimento Pro Vita è furioso vuol dire che qualcosa di buono sta succedendo. E a quanto pare, in sordina, è successo davvero.

✅ È passato al Senato con 190 voti favorevoli e 34 contrari il decreto Infrastrutture, che presenta una norma che prevede "il divieto di pubblicità che proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso, dell'appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all'orientamento sessuale, all'identità di genere, alle abilità fisiche e psichiche".

👉 Il comma 4 bis sull’articolo 1 introdotto con un emendamento a firma di Alessia Rotta e Raffaella Paita di Pd e IV ha mandato su tutte le furie esponenti di destra e altri detrattori di civiltà.

Insorge Fratelli d’Italia, che ha proposto emendamenti soppressivi chiedendo di votarli a scrutinio segreto. Strano. Ma il governo ha messo la fiducia sul testo.

C’è chi è partito con la solita retorica affabulatoria contro la censura, il fantomatico limite della libertà d’espressione, lo spauracchio del bavaglio, la dittatura gender e altre creature leggendarie. Too late baby! È legge. ✨

Resta da capire come funzionerà il controllo relativo a questa norma. E viene da chiedersi com’è che sia stato così facile questa approvazione a cui il governo ha chiesto la fiducia mentre il Ddl Zan ha avuto tanto ostracismo. Ma sai cosa?

Per un attimo son disposto a fregarmene, perché sto troppo gongolando per la furia di Pro Vita.

Amori ci mancheranno le vostre pubblicità e i camion telati contro il gender, le unioni civili, le famiglie arcobaleno, le adozioni per le coppie omosessuali, l’utero in affitto, l’aborto e la legge contro l’omotransfobia.
Bye honeyyy 👋✨

La Lobby Gay®️ a sto giro ha trionfato.
Evviva il gender, qualsiasi cosa sia. Tiè. 🏳️‍🌈🏳️‍⚧️✨

Avrete sentito del problema di inaccessibilità di cui è stata vittima la ministra israeliana al summit mondiale di Glasg...
03/11/2021

Avrete sentito del problema di inaccessibilità di cui è stata vittima la ministra israeliana al summit mondiale di Glasgow, esclusa dalla conferenza per via delle barriere architettoniche. Incidente diplomatico, l’hanno chiamato.

❌ La mancanza di accessibilità NON È UN INCIDENTE.
❌ Non si può parlare di figuraccia, nè tantomeno di dimenticanza.

La non accessibilità È LA NOSTRA NORMA.
È l’esempio di un problema sistemico, diffuso e generalizzato, che incontriamo sempre, quotidianamente. Ridurlo a un incidente vuol dire non riconoscerlo come problema globale, su cui interve**re in maniera strutturale.

✅ Usiamo le parole giuste: si chiama ESCLUSIONE.

È la dimostrazione di come nonostante accordi internazionali e impegni istituzionali ai massimi vertici non ci sia ancora l’impegno necessario di prevedere le persone con disabilità come parte di un tutto, della società.

Di come sia impedita la partecipazione, costantemente. Se succede ai livelli delle Nazioni Unite, alla ministra israeliana a una conferenza mondiale, tu pensa ai poveri stronzi.

🗣 “La delegazione israeliana avrebbe dovuto comunicare i BISOGNI PARTICOLARI della ministra” dicono gli organizzatori. Il problema è che “non lo sapevamo”.

Oltre il danno, la beffa. Oltre al trattare erroneamente l’accessibilità come condizione eccezionale, ecco che arriva il BIASIMO per non averlo fatto sapere. Niente di straordinario effettivamente.

Oltre che imprevisti ed esclusi, ci manca giusto il rimprovero. Vedere ribaltata la colpa. La ramanzina paternalistica da parte di chi evidentemente non è minimamente in grado di riconoscere la portata del problema, che siamo obbligati a dover subire continuamente.

👉 L’avete vista la foto della ministra israeliana? Visti quegli occhi bassi? Li riconosco benissimo. Sono la rabbia e la frustrazione che ci fanno bruciare da dentro, costantemente. Sono la rassegnazione. Il ridimensionamento della nostra dignità da parte di chi ci vive come un impiccio, e come tale ci fa sentire, vincolati alla tolleranza. La minimizzazione bonaria della gravità, la lamentela ridotta al silenzio.

Per quanto ancora dobbiamo tenere gli occhi bassi?

Nei giorni appena passati, durante una partita, guardando i ragazzi in campo, mi sono reso conto di come li stavo osserv...
01/11/2021

Nei giorni appena passati, durante una partita, guardando i ragazzi in campo, mi sono reso conto di come li stavo osservando, del mio filtro.

Alcuni erano atleti pazzeschi. Ho appoggiato a loro il mio sguardo ispirato cercando di cogliere di tanto in tanto qualche segreto, chiamiamola pure brama di evolvere. A qualcuno ho anche ricamato addosso un pigiamino di bava, ma questa è un’altra storia.

Nello stesso momento, mi sono accorto che una persona senza disabilità si chiedeva che problema avesse uno degli atleti sul terreno di gioco. “Chissà perché è così”. La sua disabilità gli poneva una domanda: di cosa si tratta?

Riguardandoli, mi rendo conto che le loro compromissioni fisiche ai miei occhi erano in secondo piano, non le vedevo. Vedevo solo la loro prestazione, la loro destrezza in campo. Mi sono chiesto: come mai questa diversità di sguardi? E la risposta che mi sono dato è: questione di abitudine.

Vivendo con una disabilità, sono banalmente abituato a vederla, in me e negli altri. Non è (più) un’anomalia. “Che cos’ha?” non è semplicemente una domanda che mi faccio, perché non mi importa, non aggiunge niente a quello che vedo.

Non è il nome di una patologia o identificare la causa del danno a farmi capire qualcosa di chi mi trova davanti. Nessuna particolare chiave di lettura. È un di più, una caratteristica come un’altra. Che non mi cambia lo sguardo più di quanto lo cambierebbe sapere cosa tiene uno nelle mutande.

Però capisco non sia per tutti così. Non per la questione delle mutande, quello lo fa chiunque, non mentiamo. Dico che riconoscere la diversità che ho di fronte, chiedersi “cos’è”, anche dandogli un nome a volte, è normalissimo. È il primo passo nel familiarizzare con l’altro.

Ri-conoscere la diversità è una questione di filtri.
E di abitudine.

Ha senso? È chiaro solo a me? Risp. ✍️

Immagina una realtà distopica, in cui devi pagare per fare qualsiasi cosa. Pagare per muoverti, per usare le gambe. Anco...
22/10/2021

Immagina una realtà distopica, in cui devi pagare per fare qualsiasi cosa. Pagare per muoverti, per usare le gambe. Ancora prima di “fare qualcosa”, devi pagare. Devi valutare bene ogni cosa, ogni scelta, perché ha un costo.

Assurdo no? Non per tanti. Se hai un’invalidità, è perfettamente normale. Devi pagare per uscire di casa, per avere una vita normalissima. Non dico per andare a lavoro, quello evidentemente per alcuni è un lusso. Parlo di aprire la porta di casa per uscire. Ecco, ha un costo.

Pensa ai farmaci, agli strumenti che ti servono per muoverti, ai dispositivi, alla tua cura personale, alle cure mediche, all’assistenza, se ne hai bisogno. Tutto ha un costo, e costa pure tanto.

La assegno mensile di invalidità civile fra il 74 e il 99% è un importo di 287€ già esiguo e beffardo, che non consente affatto di vivere dignitosamente. E spetta solo a chi non lavora.

Già solo riconoscere un importo così misero vuol dire escludere consapevolmente questa categoria di persone dalla vita civile, dalla società. Non farle uscire di casa. Condannati all’isolamento, alla solitudine.

Vuol dire costringerli a dipendere da chi è disposto a aiutarli o a prendersi cura di loro, nei casi più fortunati. Lavoro di cura non retribuito che quasi sempre ricade sulle sp***e delle donne.

Una categoria già provata per l’inaccessibilità a una vita equa, civile. La cui salute mentale è già fortemente compromessa. Non tanto per l’invalidità, ma per tutte queste difficoltà insormontabili che gli si presentano ogni giorno.

È in questo contesto che l’INPS ha stabilito di togliere la pensione d’invalidità civile a chi lavora dal 14 Ottobre.

È un attentato all’indipendenza, all’emancipazione economica, contro l’autonomia di queste persone. È un ulteriore smacco alla loro salute mentale, un gesto che ribadisce il loro valore per una società che nel frattempo si dichiara “inclusiva”.

Nel frattempo il governo proroga la copertura per il reddito di cittadinanza, che molti percepiscono rifiutando un lavoro.

Mi unisco anche io all’appello di che ha avviato una petizione contro questo provvedimento, che trovate nella sua bio.

[2 di 3]🗣 Prepararsi alle paralimpiadi è già vincere.🗣 Rimettersi in gioco è la vittoria più grande.🗣 Non importa il ris...
21/10/2021

[2 di 3]
🗣 Prepararsi alle paralimpiadi è già vincere.
🗣 Rimettersi in gioco è la vittoria più grande.
🗣 Non importa il risultato.
🗣 L’importante è il percorso.

❌ Dove stanno le falle in questo discorso?

⚠️ Nel trattare atleti olimpici e paralimpici in maniera diversa. In un caso, guardi i risultati, nell’altro, la loro STORIA. Non importa quello che fanno, ma quello che RAPPRESENTANO.

“Federica Pellegrini ha vinto già solo preparandosi alla gara”
“Di Marcel Jacobs non importa il risultato, è un eroe”
“Gianmarco Tamperi, sei un esempio di forza, hai già vinto”

🤯 Può mai avere senso una retorica del genere? Direi di no. È un nonsense.
E allora perché riferendosi a Manuel Bortuzzo, Ambra Sabatini o Bebe Vio una retorica del genere è lecita?

Perché i due tipi di atleti non sono trattati - o non si fanno trattare - con la stessa dignità. Proprio per la loro disabilità. Non è che dietro a un elogio corrisponda un valore maggiorato. Anzi. Soprattutto se l’elogio non ha natura d’esistere.

👉 È che dagli atleti con disabilità ci si aspetta meno. Non solo perché la prestazione possa essere considerata inferiore, ma soprattutto perché li si guarda per altro.

👉 Dicendo per iperbole che l’atleta paralimpico ha qualcosa in più dell’atleta olimpico, li si carica di un valore aggiunto - che è tutto nella sua storia, in quello che rappresenta PER GLI ALTRI - che non è un surplus di dignità, ma un di meno.

👉 Perché? Perché diventando simbolo, sbiadisce l’atleta e i suoi risultati, nello stesso momento in cui la narrazione guadagna un’ispirazione, un esempio, un eroe da onorare.

❌ Oltretutto, grazie a UN simbolo, un paio di sparuti eroi da ammirare e plaudire, guarda caso sempre passabili, nella cerchia dei quasi-normali, disabili-ma-non-troppo, possiamo sentirci tutti appagati, e lavarci la coscienza senza badare a tutta quella sfilza di disabili senza occasioni nè supporti che non si caga nessuno e di cui nessuno vuole prendersi la briga di parlare. Tanto loro, i poveri stronzi, sono lontani dagli occhi, lontano dal cuore. Danno anche poco fastidio, quindi.

Finisco il discorso con il prossimo post ➡️
(Con una chicca 🦖)

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