17/12/2021
Il Bandito
Le sere d’inverno, erano momenti particolari, dopo cena con Nonno Arturo, andavamo dal camino nella ex sala d’aspetto, ora sala buona, quella da usare quando c’erano ospiti.
Il camino era ancora quello della ex stazione ed era un bel camino in ceramica lucida a rilievo di colore marrone scuro, con rappresentato un cacciatore affiancato dal suo cane e con il carniere pieno di selvaggina, con le lingue di fuoco che in parte illuminavano la stanza e le ombre che si muovevano, mi sono chiesto mille volte se il cacciatore stesse andando a casa oppure stesse continuando a cacciare.
L’ho chiesto al Nonno, e mi rispondeva che siccome era sera stava tornando a casa.
Il Nonno tutte le sere mi raccontava le storie della nostra famiglia, dei suoi fratelli della loro casa natale “la Barlena”, vicino a Dozza, del periodo del servizio militare che aveva svolto in aviazione nel 1919, nel campo che era stato di Francesco Baracca, ovviamente lui era arrivato che Baracca era morto, ma tutti erano molto orgogliosi di far parte di quel campo.
Aveva in camera sua un modellino di aereo che aveva costruito durante il servizio militare, mi raccontava che a quei tempi gli aerei che, anche lui aggiustava, erano fatti di legno e tela.
Poi mi raccontava gli eventi importanti di Dozza, della prima volta che avevano visto in cielo un dirigibile, la prima auto che avevano visto, eventi ai suoi tempi straordinari.
A volte Nonna Ida ci faceva compagnia, mentre faceva le mantelline ai ferri, e integrava i racconti di Nonno con quelli della sua famiglia, che era originaria di un podere non troppo lontano da Dozza tra la Pieve di Sant’Andrea e Monte del re.
Una sera Nonna Ida mi raccontò quello che era successo a suo nonno, ancora bambino.
Non ricordo esattamente il nome del Nonno di Ida, ma ho l’impressione che si chiamasse Lorenzo e così lo chiamerò.
Lorenzo era piccolo e povero, condizione molto diffusa a quel tempo, tanto povero che non andava a scuola, ma per aiutare la famiglia, portava al pascolo un piccolo gregge di pecore di altri, in poche parole faceva il servo pastore per pochi soldi.
Non era l’unico, molti bambini come lui facevano questo per aiutare la famiglia.
Lorenzo mangiava in modo irregolare, quando a casa c’era cibo, si vestiva con i residui dei vestiti degli altri ed in particolare gli era stata passata una vecchissima giacca del babbo, enorme per lui, senza tasche e rattoppata ovunque, ma calda ed in grado di difenderlo dal maltempo che spesso lo accompagnava al pascolo.
La giacca era ridotta ai minimi termini, però lo distingueva da un bambino di nome Giuseppe che per ripararsi dal freddo usava una vecchia coperta, tutta lacera.
La mattina si salutavano e qualche volta se le pecore permettevano, scambiavano qualche parola, per il resto i giochi erano una cosa sconosciuta.
Un giorno, come al solito, si trovava al pascolo quando vide passare di corsa delle persone che gli gridavano di scappare, perché stava arrivando il Passatore, noto bandito.
Lorenzo si immobilizzò, si guardò attorno, nessuno! neppure Giuseppe.
Pensò: se scappo poi le pecore che fine fanno? Cosa può succedermi? Nell’indecisione decise di non fuggire e di restare al suo posto.
In lontananza vide arrivare tre persone con la caparela e schiop e la caplena, (mantello, fucile e cappello) appena lo videro si avvicinarono.
Quello al centro disse: lo sai chi sono? Lorenzo: si, sei il Passatore!
Come mai non hai paura di me? Purtroppo, io sono molto povero! disse Lorenzo, non posseggo nulla, le pecore non sono le mie e l’unica cosa che ho è la giacca che era di mio padre.
Il Passatore chiese a Lorenzo dove abitava e cosa facevano i suoi genitori, Lorenzo gli descrisse tutto, comprese le difficoltà che la famiglia attraversava.
Il Passatore, serio, guardò Lorenzo e gli ordinò: dammi la giacca! Lorenzo si sentì perso, perdere la giacca significava affrontare freddo e pioggia in modo molto più duro, si guardò attorno come alla ricerca di un aiuto, ma non c'era nessuno, guardò i due compari del Passatore e li vide sogghignare sotto i baffi, con le lacrime agli occhi se la sfilò e la passò al Passatore.
Come fu senza giacca, sentì il freddo che presto si sarebbe insinuato nel suo corpo sino alle ossa, gli passò per la mente il ricordo di quando la sua mamma gli aveva dato la giacca, uno dei pochi regali ricevuti, della sua felicità, poi con il tempo l'aveva data per scontata, ma così non era.
Il Passatore, lentamente, la indossò e lo guardò con aria dura mentre lui oramai piangeva silenziosamente, sempre guardandolo negli occhi disse: l’am stà brisa ben (non mi sta bene), con una mossa rapida se la sfilò, fece un nodo nella manica che riempì velocemente con un pugno di marenghi d’oro e la restituì a Lorenzo.
Lorenzo, ancora con gli occhi lucidi e la bocca aperta, guardò il Passatore che nel frattempo gli aveva voltato le spalle e se ne stava andando senza neppure aspettare un ringraziamento.
Neppure mia Nonna sapeva se la storia era vera o inventata, ma per me resta vera e la cosa certa è che da quel giorno Lorenzo continuò a fare il pastore però le pecore erano le sue, non era certamente diventato ricco, ma un poco meno povero.
Andando al pascolo con le sue pecore e una giacca sempre usata ma in condizioni migliori, si avvicinò a Giuseppe, lo abbracciò e di diede un fagotto, dentro la vecchia giacca e gli disse: Giuseppe, non è un gran regalo, ma a te serve ed a me ha portato fortuna.
Le morali che la storia insegnavano erano tante, non sempre fare di testa tua è un errore, non giudicare le persone dal si dice, ma dai fatti, se ti senti il più sfortunato certamente c’è chi lo è più di te, è sempre possibile che ti succeda qualcosa di peggio, mai essere disperati, Lorenzo quando aveva creduto di perdere la giacca l’aveva capito.
Per essere felici non occorre molto denaro, ma solo ciò che ti serve.