maxazzurro “Calcio in Costume”

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Storie, Aneddoti e Miti di Fiorenza ⚜️ C’è un luogo, nel cuore di Firenze, dove il tempo sembra avere imparato a cammina...
02/10/2026

Storie, Aneddoti e Miti di Fiorenza ⚜️


C’è un luogo, nel cuore di Firenze, dove il tempo sembra avere imparato a camminare più lentamente. Basta varcare il cancello dell’Orto Botanico di Firenze, il Giardino dei Semplici, per lasciare alle spalle il rumore della città e ritrovarsi immersi in una storia cominciata quasi cinque secoli fa.

Era il 1º dicembre 1545 quando Cosimo I de’ Medici volle la nascita di questo luogo. Firenze viveva il suo Rinascimento e anche la botanica cominciava a trasformarsi: conoscere una pianta significava conoscere la natura, ma anche la medicina. I “semplici” erano infatti le piante utilizzate direttamente a scopo medicinale. Per gli studenti di medicina non bastava leggere i libri: bisognava vedere quelle piante, imparare a riconoscerne le foglie, i fiori, i frutti e le radici. E così nacque questo straordinario laboratorio a cielo aperto.

A progettarne l’impianto fu Niccolò Pericoli, detto il Tribolo, mentre tra le figure fondamentali della sua organizzazione ci fu Luca Ghini, medico e botanico destinato a lasciare un’impronta profonda nella storia della botanica italiana. All’inizio il Giardino aveva un aspetto rigorosamente rinascimentale: aiuole geometriche, viali ordinati, elementi d’acqua e una disposizione studiata non soltanto per la bellezza, ma per la conoscenza. Ma la storia era appena cominciata.

Con il passare degli anni, il Giardino si arricchì di specie sempre più rare. Alla fine del Cinquecento fu Giuseppe Casabona, botanico di origine fiamminga, a contribuire in maniera importante all’arricchimento delle collezioni. Il Giardino cominciò così a diventare qualcosa di più di un luogo destinato alla medicina: diventò una finestra aperta sulla straordinaria varietà del mondo vegetale.

Poi arrivò il Settecento e, con esso, uno dei personaggi più affascinanti della sua storia: Pier Antonio Micheli. Nel 1718 Micheli assunse la direzione dell’Orto. Botanico, naturalista e straordinario osservatore, è considerato uno dei grandi pionieri della micologia, lo studio scientifico dei funghi. Aveva fondato già nel 1716 la Società Botanica Fiorentina e, sotto la sua direzione, il Giardino divenne un importante centro di ricerca e di scambio scientifico.

Micheli studiava, osservava, raccoglieva e confrontava. In un’epoca nella quale la botanica stava ancora costruendo il proprio linguaggio scientifico, cercava di comprendere la natura andando direttamente alle sue forme più piccole. E ancora oggi, passeggiando tra gli alberi dell’Orto, è possibile incontrare un testimone silenzioso di quella storia: il grande tasso legato alla memoria di Micheli. Un albero che non è soltanto un esemplare botanico, ma una presenza che ci ricorda quanto possa essere lunga la vita di un giardino.

Nel 1753 la Società Botanica confluisce nell’Accademia dei Georgofili e l’Orto si apre sempre più alla sperimentazione agricola. La sua struttura viene modificata, le antiche geometrie vengono ripensate e le collezioni continuano a crescere. Nel frattempo Firenze cambia volto, cambiano i governi, cambiano le idee e cambia anche il modo di guardare alla natura. Ma le piante continuano a crescere.

E arriviamo all’Ottocento, il secolo delle grandi serre, delle esplorazioni botaniche e dell’arrivo in Europa di un numero sempre maggiore di specie provenienti da terre lontane. Le grandi serre ottocentesche dell’Orto sono ancora oggi uno dei suoi elementi più affascinanti: circa 1.700 metri quadrati, distribuiti lungo via Micheli per circa 162 metri. Dietro quei vetri si conserva un piccolo mondo tropicale e subtropicale nel cuore di Firenze.

Oggi l’Orto custodisce oltre 5.000 esemplari e più di 150 alberi. Ci sono piante che raccontano la storia della medicina, altre che sembrano prove**re dalla preistoria, altre ancora capaci di catturare piccoli organismi. Ci sono le Cicadee, appartenenti a gruppi vegetali di origine antichissima; ci sono le piante carnivore, spettacolari ma soprattutto interessanti per capire come l’evoluzione possa trovare soluzioni incredibili alla sopravvivenza; ci sono le orchidee tropicali, le bromeliacee, le palme, le begonie, le succulente, le pteridofite e molte altre collezioni.

E poi ci sono gli agrumi: limoni, cedri, aranci, mandarini, chinotti, bergamotti, pomeli e altre varietà che ricordano quanto l’uomo abbia viaggiato e quanto le piante abbiano viaggiato con lui.

In mezzo a questa enorme varietà rimane sempre presente l’anima originaria dell’Orto: le piante officinali e medicinali, quelle stesse piante che quasi cinque secoli fa venivano osservate dagli studenti per imparare a riconoscere i rimedi della natura. Alcune sono persino tossiche. Ed è proprio qui che il nome “Giardino dei Semplici” torna ad acquistare il suo significato originario.

Ma l’Orto Botanico non è un museo immobile. È ancora oggi un luogo di ricerca, conservazione ed educazione. Ci sono orti didattici e collezioni di piante alimentari, comprese specie spontanee commestibili, coltivate anche secondo principi di agricoltura organico-rigenerativa.

E negli ultimi anni lo sguardo si è allargato ancora. Non si osservano più soltanto le piante messe a dimora dall’uomo, ma anche la natura che arriva spontaneamente. Un percorso dedicato alla biodiversità permette di guardare l’Orto con occhi diversi: non soltanto alberi, arbusti e fiori, ma anche insetti impollinatori, uccelli, flora spontanea e organismi decompositori. Perché un giardino vivo non è fatto soltanto dalle piante che decidiamo di coltivare: è fatto da tutto ciò che vive insieme a loro.

E c’è persino un percorso dedicato ai licheni, articolato in sei tappe, che racconta la loro ecologia, i loro possibili utilizzi alimentari e farmaceutici, il biodeterioramento e il loro impiego nel monitoraggio ambientale.

Forse è proprio questa la cosa più emozionante. Camminando nell’Orto puoi incontrare alberi che hanno attraversato generazioni: un tasso legato a Micheli e una quercia da sughero risalente al 1805. Alberi che hanno visto Firenze cambiare, le strade trasformarsi, le persone andare e ve**re. Hanno attraversato l’epoca napoleonica, il Risorgimento, l’Unità d’Italia, due guerre mondiali e la nascita della città moderna. E loro erano lì. Silenziosi. A crescere.

E c’è una parte di questa storia che non possiamo vedere passeggiando tra le aiuole. È custodita nell’Erbario di Firenze, una delle più importanti collezioni botaniche italiane. Da una parte ci sono le piante vive; dall’altra, le piante raccolte, essiccate, catalogate e conservate. È come avere due fotografie della natura: una che continua a crescere e una che conserva per sempre un istante della sua esistenza.

Oggi il Giardino dei Semplici occupa poco più di due ettari. Potrebbe sembrare piccolo rispetto alla vastità della natura. Eppure, dentro quei pochi ettari, sono concentrati 481 anni di storia: dal Rinascimento mediceo alla botanica moderna, dalla medicina antica alla ricerca sulla biodiversità, dai “semplici” alle piante tropicali, da Luca Ghini a Pier Antonio Micheli, dalle aiuole rinascimentali alle serre ottocentesche, dagli alberi monumentali agli insetti impollinatori.

È questo il vero fascino dell’Orto Botanico di Firenze. Non è soltanto un luogo dove guardare delle belle piante. È un luogo dove le piante raccontano la storia degli uomini.

E forse, quando si attraversa nuovamente il cancello per tornare in città, qualcosa rimane: la sensazione di aver camminato in un luogo nel quale il tempo non è passato soltanto attraverso le pietre. È passato attraverso i tronchi, le foglie, i semi, i fiori. E continua ancora oggi a crescere.

Giardino dei Semplici, Firenze.

Quasi cinque secoli di storia, racchiusi in un giardino. E una storia che, fortunatamente, non è ancora finita.

Storie, Aneddoti e Miti di Fiorenza ⚜️ Ci sono luoghi a Firenze nei quali, più che passeggiare, sembra di attraversare i...
25/09/2026

Storie, Aneddoti e Miti di Fiorenza ⚜️


Ci sono luoghi a Firenze nei quali, più che passeggiare, sembra di attraversare il tempo. Il Giardino dell’Orticoltura è uno di questi. Oggi è un angolo verde della città, frequentato da famiglie, bambini, curiosi e appassionati di piante, ma dietro i suoi alberi e i suoi viali si nasconde una storia lunga più di centosettant’anni, fatta di botanica, esperimenti, grandi esposizioni, architettura, fiori e personaggi che contribuirono a trasformarlo in uno dei luoghi più particolari di Firenze.

Tutto comincia nel 1852, quando l’Accademia dei Georgofili, intuendo quanto stesse crescendo l’interesse per il giardinaggio e l’orticoltura, promosse la nascita di una società dedicata a queste discipline. Nel 1854 nacque così la Società Toscana di Orticoltura, con l’ambizione di diffondere nuove conoscenze, sperimentare tecniche di coltivazione e far conoscere piante e varietà allora considerate rare o poco comuni.

Nel 1859 alla Società venne concesso in enfiteusi un terreno fuori Porta San Gallo, all’inizio di via Bolognese, appartenente al marchese Ludovico Ginori Lisci e alla marchesa Marianna Venturi. Quel terreno, poco alla volta, cominciò a cambiare volto. Furono creati un piantatoio, una vigna e un pomario, mentre nella parte più vicina alla città trovarono posto piante ornamentali rare e particolari. Non era ancora il giardino che conosciamo oggi, ma già si intuiva che quel luogo avrebbe avuto un destino speciale.

Nel 1862 arrivò uno dei primi momenti importanti della sua storia: qui venne organizzata una delle prime esposizioni di orticoltura. Per l’occasione fu realizzato un curioso padiglione in legno, illuminato da lampioncini colorati e conosciuto come “padiglione cinese”. Il giardino cominciava così a trasformarsi in un luogo dove la botanica non era soltanto studio, ma anche spettacolo.

Negli anni successivi la sua fama crebbe e nel 1876 iniziò un importante riordino dell’area, pensato soprattutto per permettere lo svolgimento di grandi esposizioni nazionali e manifestazioni orticole. Ed è proprio in questo periodo che prende forma il simbolo più celebre del Giardino dell’Orticoltura: il grande Tepidarium progettato dall’architetto Giacomo Roster.

Nel 1880, in occasione della Prima Esposizione Nazionale di Orticoltura, venne inaugurata questa straordinaria serra in ferro e vetro. Circa 650 metri quadrati di superficie e 17 metri di altezza la rendevano una costruzione imponente per l’epoca, tanto da essere considerata la più grande serra italiana del tempo realizzata con questa tecnologia. La struttura venne costruita dalle Officine Michelucci di Pistoia, mentre le colonne in ghisa furono realizzate dalla fonderia Lorenzetti, sempre di Pistoia.

Entrare idealmente nel Tepidarium di quegli anni significa immaginare un mondo completamente diverso. Grandi superfici vetrate lasciavano filtrare la luce, mentre al loro interno venivano coltivate e conservate piante provenienti anche da regioni subtropicali e da climi temperati caldi. Le sue 24 colonne in ghisa non erano soltanto un elemento architettonico: alcune erano cave e contribuivano al convogliamento e allo scarico dell’acqua piovana. Persino l’acqua aveva trovato il suo posto nell’ingegno di quella struttura.

All’interno si trovavano inoltre due vasche, accompagnate da nicchie decorate con rocce spugnose, secondo un gusto che richiamava l’architettura manierista. Le decorazioni sono attribuite all’intagliatore fiorentino Francesco Marini. Tutto era pensato per unire funzionalità, botanica e bellezza, perché nell’Ottocento anche una serra poteva diventare un’opera d’arte.

Il Giardino dell’Orticoltura divenne così uno dei luoghi più importanti per le esposizioni botaniche. Nel 1887 vi fu un’esposizione organizzata in occasione dello scoprimento della nuova facciata del Duomo di Firenze; tra il 1896 e il 1897 arrivò la Festa dell’Arte e dei Fiori; nel 1903 si svolsero altre importanti esposizioni e nel 1911 il giardino ospitò una grande Esposizione Internazionale di Floricoltura.

Fu proprio il 1911 a lasciare un’altra traccia importante. In occasione della grande esposizione vennero realizzati nuovi interventi e comparve anche la Loggetta Bondi, progettata dall’architetto Castellucci e realizzata dalla manifattura di Signa. Ancora oggi rappresenta una delle testimonianze di quella stagione elegante e spettacolare delle esposizioni fiorentine di inizio Novecento.

Poi arrivarono tempi più difficili. Le guerre e i cambiamenti della società portarono lentamente al declino delle grandi attività della Società Toscana di Orticoltura. Il giardino p***e progressivamente la sua funzione originaria e nel 1930-1931 passò al Comune di Firenze, che lo trasformò in un vero e proprio parco pubblico.

Anche il grande Tepidarium attraversò anni complicati. Già negli anni Trenta necessitava di importanti lavori di recupero e tra il 1933 e il 1936 il Comune intervenne per restaurarlo. La Seconda guerra mondiale causò poi ulteriori danni, mettendo ancora una volta a rischio una struttura che aveva già attraversato decenni di storia.

Eppure il Tepidarium è sopravvissuto. Restaurato e recuperato, continua ancora oggi a dominare il giardino con la sua grande struttura di ferro e vetro, ricordandoci quanto fosse moderna e ambiziosa Firenze alla fine dell’Ottocento.

Ma il Giardino dell’Orticoltura non finisce con il Tepidarium. Nella parte superiore, oltre la ferrovia, si apre infatti un altro spazio particolare: gli Orti del Parnaso. Qui il paesaggio cambia, il giardino sale e diventa anche un luogo panoramico. A catturare l’attenzione è soprattutto la curiosa fontana a forma di serpente, o drago, che accompagna la scalinata. L’opera, completata nel 1990 su progetto dell’architetto Marco Dezzi Bardeschi, aggiunge un elemento quasi fantastico a un luogo già ricco di storia.

E forse è proprio questa la caratteristica più bella del Giardino dell’Orticoltura: la sua capacità di raccontare epoche diverse senza perdere la propria identità.

Oggi possiamo attraversarlo come un normale parco pubblico, fermarci sotto gli alberi, accompagnare i bambini nell’area giochi, passeggiare tra le aiuole o sederci semplicemente a respirare un po’ di verde. Ma basta alzare gli occhi verso il Tepidarium per ricordare che quel luogo, oltre un secolo fa, era teatro di esposizioni, esperimenti botanici e incontri dedicati alle piante più rare.

E la storia, in qualche modo, continua.

La Società Toscana di Orticoltura mantiene infatti viva la tradizione delle mostre-mercato di piante e fiori, proprio nel luogo dove questa lunga avventura ebbe origine. Ogni primavera e ogni autunno il giardino torna a riempirsi di vivaisti provenienti da diverse parti d’Italia, piante, fiori, varietà particolari, collezioni botaniche, corsi, laboratori, incontri e passeggiate dedicate al mondo vegetale.

Nel 2026 la mostra primaverile si è svolta dal 25 aprile al 3 maggio, mentre quella autunnale è prevista dal 2 al 4 ottobre, riportando ancora una volta nel giardino quella stessa atmosfera che, in forme diverse, lo anima da più di un secolo e mezzo.

E così, passeggiando oggi tra via Vittorio Emanuele II e via Bolognese, forse vale la pena guardare questo giardino con occhi diversi. Perché sotto le chiome degli alberi non c’è soltanto un parco pubblico. Ci sono i primi esperimenti della Società Toscana di Orticoltura, le esposizioni dell’Ottocento, il curioso “padiglione cinese”, il ferro e il vetro del Tepidarium di Roster, le grandi mostre internazionali, la Loggetta Bondi, le difficoltà delle guerre, il passaggio al Comune, gli Orti del Parnaso e quella singolare fontana che sembra uscita da un racconto.

È un pezzo di Firenze che ha cambiato volto molte volte, ma non ha mai smesso davvero di essere ciò per cui era nato: un luogo dove la natura, la conoscenza e la bellezza potessero incontrarsi.

E forse è proprio per questo che il Giardino dell’Orticoltura continua ad avere qualcosa di speciale. Perché mentre la città intorno corre e cambia, qui il tempo sembra rallentare. Basta attraversare un cancello, alzare lo sguardo verso le vetrate del vecchio Tepidarium e immaginare, per un istante, la Firenze di allora. Una Firenze che esponeva fiori come opere d’arte, che sperimentava piante esotiche, che costruiva immense serre di ferro e vetro e che sognava il futuro senza sapere che, molti decenni dopo, qualcuno avrebbe ancora camminato nello stesso giardino chiedendosi quale storia si nascondesse dietro quelle antiche strutture.

Il Giardino dell’Orticoltura è tutto questo: non soltanto un giardino, ma una memoria verde di Firenze.

Storie, Aneddoti e Miti di Fiorenza ⚜️ Ci sono luoghi a Firenze in cui la storia non si limita a essere raccontata: la s...
18/09/2026

Storie, Aneddoti e Miti di Fiorenza ⚜️


Ci sono luoghi a Firenze in cui la storia non si limita a essere raccontata: la si percorre, la si respira e, quasi senza accorgersene, la si vede affiorare tra gli alberi, nelle statue, nelle fontane e nei sentieri. Il Giardino di Boboli è uno di questi luoghi. Appena oltre Palazzo Pitti, dietro le sue imponenti mura, si apre un mondo che da quasi cinque secoli custodisce il volto più grandioso, elegante e sorprendente della Firenze dei Medici, dei Lorena e dei Savoia.

Tutto cominciò nel 1549, quando Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici, acquistò Palazzo Pitti e decise di trasformare la collina retrostante in un giardino degno della corte ducale. Non doveva essere semplicemente uno spazio verde, ma una scenografia capace di celebrare il potere, la cultura e la magnificenza della famiglia Medici. Il primo incarico venne affidato a Niccolò Pericoli, detto il Tribolo, artista e architetto che immaginò un grande giardino organizzato secondo la geometria del paesaggio, sfruttando la naturale salita della collina per creare terrazze, assi prospettici, viali, fontane, sculture e spazi verdi.

Tribolo, però, morì poco dopo l’inizio dei lavori e il progetto passò nelle mani di Bartolomeo Ammannati e, successivamente, di Bernardo Buontalenti. Fu allora che Boboli cominciò ad assumere quella forma fantastica che ancora oggi sorprende chi lo attraversa. La natura venne modellata dall’uomo, ma senza essere cancellata: venne trasformata in architettura, prospettiva e teatro.

Tra le prime meraviglie nacque la Grotta di Madama, realizzata tra il 1553 e il 1555, un ambiente artificiale pensato per imitare una grotta naturale e creare un luogo misterioso, quasi incantato. Ma sarebbe stato Buontalenti, qualche decennio più tardi, a portare questa idea a un livello straordinario con la celebre Grotta Grande, oggi conosciuta come Grotta del Buontalenti.

Entrarvi significa quasi lasciare Firenze per entrare in un altro mondo. Rocce artificiali, decorazioni, conchiglie, concrezioni e giochi di forme trasformano lo spazio in una sorta di paesaggio fantastico. Alle pareti furono collocate anche opere d’arte, tra cui copie dei celebri Prigioni di Michelangelo, mentre l’intera grotta diventava una celebrazione del gusto manierista, dove la natura vera e quella inventata dall’uomo sembravano confondersi.

E poi c’è l’Anfiteatro, uno dei luoghi più scenografici di Boboli. La sua forma sfrutta la naturale conformazione della collina e racconta ancora oggi l’ambizione dei Medici di trasformare il giardino in un vero teatro all’aperto. Nato inizialmente con una struttura prevalentemente vegetale, venne trasformato nel Seicento, sotto la direzione di Giulio Parigi, in un grande spazio architettonico. Qui la corte poteva assistere a spettacoli e cerimonie, circondata da una scenografia che sembrava nascere direttamente dalla collina.

Nel Settecento l’Anfiteatro venne ulteriormente arricchito e divenne ancora più monumentale. Al suo interno arrivarono anche un antico obelisco egizio proveniente da Luxor e una grande vasca romana proveniente dalle Terme di Caracalla. A dominare la parte superiore dell’insieme si trova la Statua dell’Abbondanza, iniziata da Giambologna e completata da Pietro Tacca.

Ma Boboli non si lascia scoprire tutto in una volta. Bisogna camminare, salire, voltarsi e lasciarsi sorprendere. È proprio il percorso a raccontare la sua storia.

Uno degli assi più spettacolari è il Viottolone, il grande viale alberato che scende attraverso il giardino verso sud. Percorrerlo significa entrare in una prospettiva monumentale fatta di alberi, siepi, statue e fontane, fino ad arrivare a uno degli spazi più celebri dell’intero complesso: l’Isolotto.

Qui l’acqua diventa protagonista. Al centro della grande vasca ellittica si trova l’isola sulla quale domina l’Oceano di Giambologna, una delle opere più importanti del giardino. Il gruppo scultoreo, circondato dall’acqua e dalle altre figure mitologiche, sembra emergere dal paesaggio come una visione. Intorno, la vegetazione e le sculture costruiscono un ambiente nel quale il confine tra giardino e opera d’arte praticamente scompare.

E mentre si cammina, Boboli continua a raccontare storie attraverso le sue fontane. C’è quella del Nettuno, ci sono statue antiche e moderne, figure mitologiche, creature fantastiche e opere che appartengono a epoche differenti. È proprio questa stratificazione a rendere il giardino così particolare: non si visita soltanto un luogo progettato nel Cinquecento, ma si attraversano quasi quattro secoli di storia fiorentina.

Poi arrivarono i Lorena e Boboli cambiò ancora volto.

Nel Settecento, dopo la fine della dinastia medicea, la Toscana passò agli Asburgo-Lorena. Il giardino continuò a essere ampliato e trasformato e vi lavorarono architetti come Gaspare Maria Paoletti, Giuseppe Cacialli, Pasquale Poccianti e Zanobi del Rosso.

Proprio a Zanobi del Rosso si devono due edifici che ancora oggi costituiscono elementi caratteristici del paesaggio di Boboli: il Kaffeehaus e la Limonaia.

Il Kaffeehaus, costruito a partire dal 1774, sembra quasi un piccolo palazzo uscito da una fiaba. Elegante, raffinato e inserito nella collina, presenta terrazze e una caratteristica cupola a cipolla. Era un luogo destinato alle soste della corte durante le passeggiate e alla degustazione della cioccolata, bevanda allora considerata preziosa ed esotica. Dalle sue terrazze lo sguardo poteva aprirsi sulla città, creando un dialogo continuo tra il giardino e Firenze.

Poco distante si trova la Limonaia, costruita tra il 1777 e il 1778. Qui venivano ricoverati durante la stagione fredda gli agrumi della collezione della corte. E anche questo dettaglio racconta qualcosa della straordinaria attenzione che i Medici e i loro successori riservavano al mondo vegetale. A Boboli non crescevano semplicemente alberi e piante: venivano raccolte specie rare, esotiche e preziose, dando vita nel corso dei secoli a un vero patrimonio botanico.

La tradizione degli agrumi era particolarmente importante. Le circa cinquecento conche di agrumi che erano state raccolte dai Medici trovavano protezione proprio negli spazi destinati a questo scopo. Prima ancora della Limonaia, in quella zona Cosimo III aveva fatto realizzare anche un serraglio destinato ad animali esotici, un’altra testimonianza della curiosità e del gusto collezionistico della corte.

Anche il Giardino di Ganimede racconta il gusto settecentesco per la scenografia e la mitologia. Lo spazio venne sistemato nell’area prospiciente il Kaffeehaus e organizzato con terrazze, geometrie e percorsi. Al centro venne collocata la Fontana di Ganimede, con il gruppo marmoreo raffigurante Ganimede e l’Aquila, attribuito a Giovanni Battista Lorenzi.

Ma forse la cosa più affascinante di Boboli è proprio questa: ovunque si posi lo sguardo, qualcosa racconta.

Una statua può ricordare la mitologia antica, una fontana può celebrare un dio, una grotta può evocare un mondo sotterraneo, un viale può condurre lo sguardo verso un’altra prospettiva e un albero può essere testimone silenzioso di generazioni che hanno attraversato questo luogo.

Boboli è anche un grande patrimonio botanico. Nel corso dei secoli furono introdotte e coltivate piante rare, agrumi e specie provenienti da luoghi lontani. Ancora oggi il patrimonio vegetale costituisce una parte essenziale dell’identità del giardino, insieme alle collezioni artistiche e architettoniche. Tra le sue aree si trova anche il Giardino della Botanica Superiore.

Camminando sui suoi oltre 33 ettari si comprende quindi che Boboli non è semplicemente un parco. È un’opera d’arte immensa, progettata per essere attraversata. È un museo senza pareti, nel quale le opere non sono disposte una accanto all’altra in sale silenziose, ma emergono dal verde e dialogano con il cielo, con l’acqua e con la pietra.

La sua storia continua anche dopo i Medici e i Lorena. Con i Savoia il giardino conobbe una nuova stagione e arrivò fino al Novecento e ai nostri giorni conservando le tracce delle dinastie che hanno governato Firenze e la Toscana.

Oggi il Giardino di Boboli è parte delle Gallerie degli Uffizi e continua a essere oggetto di importanti interventi di conservazione e valorizzazione. Il programma Boboli 2030 prevede infatti un vasto insieme di lavori dedicati al verde, alle sculture, alle fontane, al sistema idrico, agli edifici, all’accessibilità e ai servizi, con l’obiettivo di proteggere questo patrimonio e consegnarlo alle generazioni future.

E forse è proprio questo il modo migliore per comprendere Boboli: non come un semplice giardino alle spalle di Palazzo Pitti, ma come una lunga storia scritta con alberi, marmo, acqua e pietra.

Una storia cominciata nel 1549 per volontà di Eleonora di Toledo e Cosimo I de’ Medici, passata attraverso Tribolo, Ammannati e Buontalenti, cresciuta con i Medici, trasformata dai Lorena e tramandata fino a noi.

Quando si attraversa il suo ingresso e si comincia a salire, Firenze rimane alle spalle per qualche istante. Poi, tra una siepe e una statua, tra una fontana e un viale, la città ricompare all’orizzonte.

Ed è allora che si capisce che Boboli non è soltanto un luogo da vedere.

È un luogo da percorrere lentamente, perché ogni passo apre una pagina diversa della storia di Firenze.

E mentre il sole filtra tra gli alberi, sembra quasi che la corte medicea non se ne sia mai andata davvero.

💙Storie, Aneddoti e Miti di Fiorenza ⚜️ Lo Sferisterio delle CascineIl gigante silenzioso di FirenzeC’è un luogo a Firen...
15/09/2026

💙Storie, Aneddoti e Miti di Fiorenza ⚜️


Lo Sferisterio delle Cascine
Il gigante silenzioso di Firenze

C’è un luogo a Firenze che non compare quasi mai nelle cartoline. Non ha la cupola del Brunelleschi, non possiede la maestosità di Palazzo Vecchio e non domina l’Arno come Ponte Vecchio. Eppure racconta una storia che appartiene ai fiorentini quanto i grandi monumenti della città.

È lo Sferisterio delle Cascine.

Da oltre centotrent’anni osserva il tempo scorrere ai margini del grande parco cittadino, con il suo lungo muro che sembra una fortificazione e la sua arena capace di evocare un’epoca in cui lo sport era spettacolo, passione e rito popolare.

Quando nel 1892 nacque la Società Civile del Gioco del Pallone, Firenze decise che quella disciplina, tanto amata nell’Ottocento, meritava una casa definitiva. L’anno successivo prese forma lo sferisterio in muratura alle Cascine, destinato a sostituire la vecchia arena in legno dei Pratoni della Zecca. La scelta non fu casuale: il Parco delle Cascine era ormai diventato il cuore dello sport cittadino, dove convivevano il ciclismo, il tiro a segno, le corse dei cavalli e le nuove passioni sportive della Firenze moderna.

L’architettura era semplice ma perfetta per il suo scopo. Un lungo rettangolo di gioco, un’imponente parete laterale, robuste gradinate e due edifici alle estremità destinati ai servizi. Quel grande muro non era un elemento scenografico: era il protagonista della partita. Su di esso rimbalzava la pesante palla di cuoio colpita dai giocatori con il caratteristico bracciale di legno, in uno degli sport più spettacolari dell’Italia ottocentesca.

Oggi è difficile immaginare migliaia di persone assiepate sulle tribune per assistere a una partita di pallone col bracciale. Eppure accadeva davvero. Ben prima che il calcio diventasse lo sport nazionale, era questo il gioco capace di infiammare città intere, tanto da ispirare scrittori e poeti come Giacomo Leopardi.

Lo Sferisterio delle Cascine divenne così uno dei simboli della Firenze sportiva di fine Ottocento.

Il Novecento, però, cambiò le passioni degli italiani. Il calcio conquistò rapidamente il pubblico e il pallone col bracciale iniziò lentamente a scomparire. Molti sferisteri italiani furono demoliti o trasformati. Quello delle Cascine, invece, sopravvisse.

Cambiarono gli sport, ma non la sua vocazione. Il grande campo accolse il tamburello, la pallapugno e altre discipline sferistiche, rimanendo uno dei rarissimi impianti italiani ancora utilizzati secondo la sua funzione originaria.

Anche il tempo, tuttavia, lasciò il proprio segno.

Nel 1993 un violento nubifragio colpì Firenze. Un fulmine centrò il grande muro dello sferisterio provocandone il crollo. Sembrò la fine di un monumento che aveva attraversato un secolo di storia. Invece la città decise di salvarlo: il muro fu ricostruito rispettando l’impianto storico e lo sferisterio tornò a vivere.

Negli anni successivi l’impianto è stato restaurato più volte e continua ancora oggi a essere utilizzato per attività sportive, mantenendo intatta la sua identità di monumento dello sport fiorentino.

Intorno a questo luogo è passata anche la storia di altre discipline. Il complesso sportivo delle Cascine ha ospitato nel tempo il velodromo, campi da tennis e campi da calcio, diventando uno dei principali poli sportivi cittadini. Lo sferisterio stesso, grazie alla sua polivalenza, viene oggi utilizzato anche per attività calcistiche e allenamenti, pur conservando la propria struttura originaria.

Negli ultimi anni è tornato persino a dialogare con una delle tradizioni più antiche della città. Nel 2017 ospitò una manifestazione dedicata al pallone col bracciale alla quale parteciparono anche rappresentanti dei quattro Colori del Calcio Storico Fiorentino, in un incontro simbolico tra due antichi giochi italiani. Non si trattò di una partita ufficiale di Calcio Storico disputata nello sferisterio, ma di un evento celebrativo che univa due importanti tradizioni sportive. Proprio questo dimostra come lo Sferisterio continui ancora oggi a essere un luogo della memoria sportiva di Firenze.

Forse il suo fascino nasce proprio da questo.

Non ha mai cercato di diventare un monumento famoso.

Ha semplicemente continuato a esistere.

Mentre la città cresceva, i tram sostituivano le carrozze, il calcio riempiva gli stadi e il Novecento lasciava il posto al nuovo millennio, quel lungo muro è rimasto lì, testimone silenzioso di una Firenze che molti hanno dimenticato.

Chi oggi attraversa le Cascine vede un impianto sportivo.

Chi conosce la sua storia vede molto di più: l’ultimo custode di uno sport che per decenni fece ba***re il cuore degli italiani e uno dei luoghi che meglio raccontano la Firenze dello sport tra Ottocento e Novecento.

Indirizzo

Florence

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