09/09/2026
MANIFESTO
Jonathan Bocca,
Designer
Firenze, per me, è da sempre una città radicale.
Radicale nel design, nella scrittura, nell’arte antica.
Una città che ha incarnato l’avanguardia prima ancora che esistesse il concetto stesso di contemporaneità.
Firenze ha sempre mosso lo spirito delle persone, aprendo nuovi orizzonti, generando visioni, creando un dialogo continuo tra pensiero e materia.
Oggi, però, questa spinta sembra essersi affievolita.
La globalizzazione ha appiattito i linguaggi, rendendo l’identità meno riconoscibile, meno istintiva.
Credo che sia arrivato il momento di un gesto di contemporaneità consapevole. Un gesto capace di mostrare cosa l’Italia, e in particolare la Toscana, possono offrire oggi: non una nostalgia del passato, ma una sua evoluzione viva.
Immagino il progetto come una scultura vivente.
Un movimento.
Un istinto animale che ci guida verso una nuova scoperta.
Un’esperienza che non si limita a essere osservata, ma vissuta.
È questa la visione che ho pensato per il Giardino Corsini: un nuovo modo di abitare lo spazio e di farlo vivere, capace di riattivare l’arte del passato attraverso uno sguardo contemporaneo.
Il mio design non nasce dal desiderio di creare qualcosa di completamente nuovo, ma dalla volontà di reinterpretare ciò che già esiste.
Oggetti che ci invitano a fermarci, a riflettere su quanto il passato sia fondamentale per comprendere il futuro.
Un dialogo tra memoria e presente, tra artigianato e architettura, tra gesto umano e sostenibilità.
Palazzo Corsini diventa così il luogo di una trasformazione silenziosa ma potente: un’esperienza che restituisce valore al tempo, alla materia e al pensiero, mostrando come il contemporaneo possa essere profondamente radicato nella storia senza smettere di guardare avanti.
FARE, FARE A MANO, FARE BENE
Enrico Morteo
Architetto, Critico e Storico del Design e dell'Architettura
Di questi tempi, in cui la comunicazione ha sconfitto l’informazione, l’uso delle parole è spesso più evocativo che puntuale, quasi che l’obiettivo non sia affermare qualche cosa, bensì suggerire, ammiccare, richiamare. Alla nettezza del senso si è sostituita una vaghezza del suono, una sorta di alone semantico in cui la parola è solo l’eco di un altrove che diamo per scontato.
In questo quadro, una delle parole più travisate e svilite è certamente arte.
Con disinvoltura, oggi arte è usata spesso come sinonimo di bellezza, di libertà, di puro sfoggio di creatività, arte come luogo d’inarrivabile eccellenza, puro dominio dell’emozione. A mio parere l’arte dovrebbe rispondere ad altri compiti, dovrebbe spingersi all’esplorazione dell’ignoto, alla dolorosa frequentazione dei più indicibili sentimenti, all’invenzione di nuovi vocabolari capaci di scrivere le paure, le speranze, le illusioni di un presente che si trasforma di fronte al mistero del futuro. Più che un mestiere con le sue regole e i suoi commerci, l’arte dovrebbe essere una conseguenza quasi involontaria che scaturisce dall’intensità di un’intenzione, dalla padronanza di una tecnica, da una quasi perfetta fusione fra un pensiero, un’emozione e una loro visibile restituzione.
Ma forse conservo dell’arte una concezione troppo romantica.
Meno romantica, ma non per questo meno ambigua, un’altra parola oramai è usata senza più riferimento ad alcun preciso significato: la parola design.
Da sempre difficile da rinchiudere in una definizione univoca, design è una parola che è comunque servita a descrivere la trasformazione in chiave moderna degli oggetti, la ricerca di nuove forme con cui narrare le mitologie del progresso: la velocità, la fiducia nel futuro, l’ambizione ad un benessere diffuso. Il design accompagna il trapasso fra artigianato e produzione industrializzata; la ricerca di una presunta coincidenza fra tecnica, forma, materiale e praticità d’uso. Il design ha lungamente evocato il tentativo di abbandonare le regole dello stile in nome di una oggettività del disegno ed ha titillato la speranza di una qualità per tutti al posto del privilegio estetico di pochi.
Neppure il tramonto del moderno ha spento la ricerca del design, diventata parola utile a descrivere la natura dell’oggetto contemporaneo, non più chiamato a render bello e buono ciò che l’industria produce, bensì a soddisfare le aspettative di società affluenti e oramai svincolate dall’urgenza dei semplici bisogni.
Sono stati proprio i designer italiani (Sottsass, Branzi, Mendini e tutti i loro sodali radicali) ad emancipare gli oggetti dai vincoli della materia e dal destino della funzione, accompagnandoli nella più libera dimensione del linguaggio: le cose sono parole e possono servire a ribellarsi, a protestare, a smascherare le contraddizioni del sistema, ma anche a compiacere, a sedurre, a consolare. A mentire. È l’importante svolta impressa dal contro-design italiano, che ha permesso agli oggetti di partecipare ai nuovi scenari della post-modernità.
Consumato però lo strappo, ci si è accorti di quanto il paesaggio degli oggetti si fosse assimilato alle dinamiche della moda, di quanto subisse il fascino seducente e vuoto della pura immagine, di quanto fosse nuovamente sensibile alle regole dello stile, alla volubilità dei gusti, alla intercambiabilità delle fantasie.
In questo scenario oramai liquido e plurale, dove l’eleganza ha sostituito la praticità del funzionale, la parola design serve a indicare ‘l’alto di gamma’ della produzione, quell’esclusivo segmento in cui il bello vorrebbe lambire l’ambizione dell’arte. Pur sempre nei limiti di una società di massa dove il lusso deve essere comunque accessibile.
Anche il giovane Jonathan Bocca non sfugge alle sirene delle parole arte e design.
Nel suo caso la giovane età può spiegare l’equivoco di fondo su cosa sia l’arte e su come si sia trasformato il design e infatti di sé e del proprio lavoro dichiara: “Il design rappresenta la trasformazione dell'arte in una forma funzionale” una affermazione che potrebbe passare inosservata se non addirittura suscitare consenso.
Ma credo valga la pena andare di là delle approssimazioni e guardare il lavoro di Bocca senza i filtri o gli alibi offerti dall’ambiguità delle parole, ritrovando invece il valore della materia e la centralità del fare.
Se c’è una qualità evidente negli oggetti di Bocca risiede proprio nella loro consistenza imperfetta, nella colorata scabrosità, nel loro essere teneramente rugosi, nel proporre una condizione in cui è possibile rileggere il lavorio del fare, la plasticità di una materia appena poco più che informe.
Allo stesso modo, anziché evocare le trombe dell’arte, di fronte al lavoro di Bocca converrebbe forse guardare all’universo del fumetto, al mondo vivo e vivace dell’illustrazione. Le suggestioni zoomorfe di tanti fra i suoi oggetti più fortunati sembrano derivare direttamente dai mondi fantastici di Moebius, dalla fantascienza americana più ‘trash e anticomunista’ degli anni Cinquanta, là dove gli alieni altri non erano se non la trasfigurazione fantastica del nemico sovietico.
La migliore qualità del lavoro di Bocca consiste esattamente nella sua capacità di suggerirci l’esistenza di un mondo parallelo, immaginifico e fantastico, popolato da creature che ci assomigliano ma che non sono proprio come noi. I suoi oggetti sono personaggi di avventure solo apparentemente lontane, di storie che si innestano sul nostro racconto quotidiano, innescando una leggera, penetrante inquietudine.
Quello di Bocca è un lavoro di commento, di delicata e costante deformazione del reale, un lavoro di chiosa e di trasfigurazione. Il suo sforzo è quello di entrare negli interstizi, di approfittare delle crepe e dei cedimenti della realtà, di sfruttare le mancanze offerte dalle rovine per insinuare le sue visioni aliene, le sue creature che, provenienti da altri mondi, cercano di destabilizzare gli orizzonti della nostra consuetudine.
Oggi occorre provare, sperimentare, esplorare, sino a padroneggiare sino in fondo il fare, il fare a mano e il fare bene; occorre che il giovane Bocca percorra l’universo delle sue fantasie, metta a fuoco il mondo in cui nascono i personaggi che disegna.
Senza bisogno di scomodare l’arte o ricorrere all’ombrello del design, avere un mondo immaginario a cui guardare e saperne poi restituire le forme è cosa da coltivare con cura e passione. by C.White