15/12/2025
https://www.smallzine.it/una-boccata-darte-per-nuove-comunita-artistiche-intervista-a-bianca-buccioli/
In occasione della mostra "Paesi miei. Storie e gesti di Una Boccata d’Arte" in corso a Firenze negli spazi di Manifattura Tabacchi, Loredana Barillaro ha intervistato, per SMALL ZINE, Bianca Buccioli, Project manager di Una Boccata d’Arte.
Qui di seguito il testo integrale 🔥
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UNA BOCCATA D’ARTE PER NUOVE COMUNITÀ ARTISTICHE | Intervista a Bianca Buccioli
di Loredana Barillaro
Loredana Barillaro/ Bianca, mi dica, che cos’è “Una Boccata d’Arte”?
Bianca Buccioli/ Una Boccata d’Arte è un progetto di arte contemporanea diffusa, fondato nel 2020 da Marina Nissim, imprenditrice e collezionista, e promosso da Fondazione Elpis, con l’obiettivo di portare la ricerca di giovani artisti in piccoli borghi e comunità locali spesso lontani dai grandi circuiti espositivi e dalle grandi mete turistiche. Ogni anno vengono selezionati e invitati 20 artisti, italiani e internazionali, per lavorare in 20 borghi, uno per ciascuna regione d’Italia. Gli artisti sono invitati a trascorrere un periodo nel borgo assegnato, a entrare in contatto con il territorio, conoscerne gli abitanti, osservarne usi e specificità e, a partire da questa esperienza, realizzare un’opera o un intervento site-specific pensato esclusivamente per il paese.
L’elemento distintivo del progetto è la sua dimensione relazionale. Le opere nascono attraverso un dialogo continuo tra artista e comunità. In alcuni casi gli abitanti partecipano attivamente: offrono racconti, ricordi, spazi, competenze artigianali, materiali locali e questo coinvolgimento trasforma il processo artistico in una pratica partecipata, dove le opere realizzate rappresentano uno degli esiti del percorso condiviso durante i mesi. Al tempo stesso, il progetto offre ai borghi un’occasione di apertura, di riflessione su se stessi e di valorizzazione delle identità che ne fanno parte. Non si tratta di portare l’arte “dall’esterno”, ma di far emergere ciò che i luoghi già contengono in potenza, traducendolo nel linguaggio dell’arte contemporanea.
Nel corso delle sei edizioni, il progetto ha prodotto 120 interventi, alcuni rimasti permanenti nei borghi, altri che hanno poi trovato una nuova destinazione. Ma soprattutto ha costruito una rete di relazioni che include artisti, amministrazioni, curatori, artigiani, aziende, partner tecnici, che insieme a noi rendono possibile la realizzazione dei progetti in tutta Italia. E adesso siamo a lavoro sulla settima edizione, che inaugurerà a giugno 2026.
LB/ Alla luce di tutto ciò, relativamente al progetto in mostra a Manifattura Tabacchi di Firenze, dal titolo “Paesi miei”, secondo lei come può una “mappatura” dei territori trasformarsi in opera d’arte? Può dunque il paesaggio, inteso come relazioni di comunità, farsi narrazione mediante l’intervento dell’arte e degli artisti?
BB/ Paesi miei. Storie e gesti di Una Boccata d’Arte è una mostra che racconta l’esperienza di sei edizioni che si sono svolte dal 2020 in 120 borghi italiani. Il percorso si sviluppa attraverso una selezione di opere, tutte prodotte nel corso della sesta edizione, di Giuseppe Abate, Roberto Casti, Adele Dipasquale, Gabriele Ermini, Bibi Manavi, Qeu Meparishvili e Aiko Shimotsuma. A queste si affianca l’intervento-archivio di Atelier Tatanka, studio di progettazione grafica, arti visive e stampa risograph, con base a Bologna. L’installazione è il risultato di un’immersione nell’archivio di comunicazione di Una Boccata d’Arte – che raccoglie migliaia di immagini, testi, informazioni relative alle sei edizioni e ai 120 progetti realizzati tra il 2020 e il 2025 – e delle successive operazioni di analisi, selezione e sintesi effettuate dallo studio. Il processo di trasposizione dell’archivio vuole raccontare l’esperienza di Una Boccata d’Arte attraverso il tema del territorio, inteso sia come collocazione fisica delle opere, sia come panorama antropologico dei borghi che le accolgono.
L’installazione-archivio occupa lo spazio della prima sala sviluppandosi su una dimensione orizzontale e una verticale e crea così una mappatura di luoghi, opere d’arte, artisti e persone che non potrà mai essere del tutto esaustiva ma prova a tenere insieme le fila di un discorso collettivo. Così, la mappatura smette di essere un semplice strumento di orientamento e si trasforma in un dispositivo narrativo, capace di rivelare storie, memorie e legami invisibili. In questo senso, forse, diventa opera d’arte.
In Una Boccata d’Arte, i territori vengono vissuti in maniera diretta da artiste e artisti, che incontrano le comunità, le tradizioni e i gesti quotidiani come parte di un paesaggio vivente. L’iniziativa restituisce la complessità dei luoghi: non solo la loro geografia fisica, ma anche quella umana, affettiva e sociale. L’intervento artistico non impone una forma, ma raccoglie e amplifica ciò che già esiste, rendendolo visibile: un paesaggio, fatto di relazioni, incontri e pratiche collettive.
LB/ LB/ Perché la scelta di raccogliere i risultati del progetto, durato sei anni, negli spazi di Manifattura Tabacchi?
BB/ Manifattura Tabacchi ha rappresentato uno spazio pilota, una sorta di banco di prova per un progetto più ampio e in continua evoluzione. Lo spazio è un’ex fabbrica in rigenerazione della città di Firenze, ed è anche la sede di Toast Project, organizzazione attiva nella produzione culturale fondata nel 2019 da Stefano Giuri e Gabriele Tosi, quest’ultimo curatore storico di Una Boccata d’Arte per la regione Toscana.
Con Stefano e Gabriele ho condiviso la curatela della mostra, a cominciare dalla scelta del luogo espositivo: siamo partiti dall’idea di privilegiare la continuità di relazioni già presenti sul territorio, in questo caso Firenze, e rendere più solida una rete di collaborazioni con altre realtà vocate al contemporaneo. In più avevamo bisogno di uno spazio capace di dare una forma unitaria a un progetto che vive principalmente nella frammentazione territoriale: venti borghi, venti comunità, venti contesti diversi ogni anno. La scelta di Manifattura Tabacchi nasce dall’esigenza di accogliere e restituire questa pluralità di esperienze in un unico luogo, permettendo al pubblico di leggere l’intero percorso nella sua complessità. Manifattura Tabacchi, con la sua identità di ex complesso industriale rigenerato, oggi dedicato alla sperimentazione artistica e culturale, è diventata il contesto ideale per questo tipo di narrazione.
In definitiva, che cosa ha prodotto questa mostra? Può “Paesi miei” connotarsi quale sorta di archivio di una memoria e di un’azione partecipata e condivisa e quindi collettiva?
BB/ La mostra intende essere un punto di raccordo, uno spazio di sintesi in cui le esperienze nate nei borghi trovano un nuovo modo di essere viste, interpretate e rilette all’interno di una narrazione collettiva. Sì, possiamo considerarla un vero e proprio archivio di memoria partecipata che conserva le tracce delle relazioni nate, documenta i processi e non solo i risultati, restituisce la voce degli artisti e quella delle comunità coinvolte e permette di capire come l’arte possa incidere sui territori e sulle persone.
Ma soprattutto, si tratta della prima tappa di una nuova progettualità che intende espandere il racconto decentrato e situato realizzato da Una Boccata d’Arte all’interno di nuovi scenari cittadini e non solo. In questo senso, la mostra diventa non solo un archivio, ma anche un luogo di osservazione e di rilancio, da cui il progetto può continuare a crescere e a espandersi.
© SMALL ZINE e Loredana Barillaro