29/09/2026
https://ilponterivista.com/una-resistenza-plurinazionale-e-i-suoi-nemici-la-vicenda-jugoslava/ Quanti in Italia studiano senza pregiudizi le vicende storiche dell’ex Repubblica socialista federale di Jugoslavia e i cultori delle sue memorie “ammaccate”, ma ancora vive, hanno notato negli ultimi anni una serie di iniziative e produzioni (per lo più extra-istituzionali ed extra-accademiche) culturali, documentari e pubblicazioni che rappresentano un faticoso – e ancora inconcluso – percorso verso una nuova fase delle relazioni fra le differenti culture delle due sponde dell’Adriatico[1]. Negli anni settanta e ottanta con la distensione avviata dai governi italiani di centrosinistra – e fortemente sostenuta dal Psi – e da quello jugoslavo, che portò alla firma del trattato di Osimo nel 1975 e alla definizione delle questioni confinarie, si era giunti a una pressoché completa ricomposizione dopo le tragedie avvenute durante il fascismo e l’immediato dopoguerra con la conseguente diffidenza-ostilità reciproca nel periodo successivo[2]. Tale clima costruttivo, fortemente contestato dagli ambienti neofascisti, venne bruscamente interrotto da una nuova fase di tragedie fra i popoli jugoslavi – le guerre civili e lo smembramento del loro Stato unitario durato due generazioni –, mentre in Italia si consumava la crisi del sistema politico (con il declino dei partiti della cd. prima Repubblica) e un’indefinita transizione socio-economica con la dismissione dell’intervento statale nell’economia, l’ingresso nell’Unione europea e l’adozione dell’euro. Come è noto, quei movimenti segnati da sentimenti revanscisti verso le popolazioni slave e l’esperimento collettivista jugoslavo – una volta arrivati al potere in Italia – hanno riversato tali sentimenti sul discorso pubblico provocando una lunga e in parte persistente fase di revisionismo storiografico che si è fatto senso comune trasversale, proponendosi come “verità di Stato” veicolata da leggi, provvedimenti ministeriali e riscrittura dei manuali scolastici, serie televisive. Proprio mentre lo Stato italiano partecipava a una campagna di bombardamenti su ciò che rimaneva della Jugoslavia e ne favoriva un ulteriore frazionamento (riconoscendo fra i primi, a differenza di altri Stati occidentali, l’indipendenza di una parte, il Kossovo), la retorica degli jugoslavi cattivi e dei sanguinari partigiani titini faceva breccia quasi incontrastata[3].