12/09/2026
GLI AGRICOLTORI PREISTORICI DEL TAVOLIERE.
C’è un momento, nella storia dell’uomo, in cui il territorio smette di essere soltanto un luogo da attraversare e diventa qualcosa da conoscere, trasformare, coltivare e difendere. È uno dei passaggi più profondi della nostra storia: quello che conduce dalle comunità di cacciatori e raccoglitori a uomini e donne capaci di costruire villaggi, selezionare sementi, allevare animali e organizzare il territorio intorno a sé.
Nel Tavoliere delle Puglie questo passaggio ha lasciato un’impronta straordinaria. Vediamo quale, facendoci aiutare da una piccola pubblicazione curata da Selene Cassano e Alessandra Manfredini con la partecipazione dell’Istituto di Paletnologia dell’Università di Roma “La Sapienza”.
Non siamo davanti a qualche capanna dispersa nella pianura, né a gruppi umani che vivono semplicemente adattandosi a ciò che la natura offre. Il quadro che emerge è quello di comunità neolitiche ormai profondamente legate alla terra, al punto che il Tavoliere viene considerato nel volume una vera e propria “provincia culturale”, riconoscibile per caratteristiche proprie pur all’interno dei più vasti fenomeni che interessarono l’Italia neolitica.
E la loro firma sul paesaggio è ancora oggi impressionante: sono i “villaggi trincerati”.
Dall’alto, soprattutto attraverso la fotografia aerea, la pianura rivela ciò che per millenni era rimasto invisibile: grandi linee curve, cerchi, semicerchi, fossati che si rincorrono nella terra. Interi insediamenti circondati da una o più trincee, talvolta concentriche, scavate nella cosiddetta “crusta”, il banco calcareo che caratterizza buona parte dei terreni del Tavoliere.
Alcuni villaggi possedevano fossati imponenti. Non piccoli solchi simbolici, ma opere che potevano raggiungere dimensioni considerevoli e che presuppongono organizzazione, lavoro collettivo, tempo e una precisa conoscenza del terreno. A Monte Aquilone, uno dei siti esaminati nel volume citato e indicato a fine post, la planimetria restituisce l’immagine di un insediamento delimitato da una grande recinzione circolare, con ulteriori strutture interne.
Ma sarebbe troppo semplice immaginare questi fossati come mura di una fortezza preistorica. Il loro significato rimane uno degli interrogativi più affascinanti.
Potevano concorrere alla difesa del villaggio, certamente. Ma potevano anche separare spazi, contenere animali, delimitare proprietà o aree destinate a funzioni differenti; oppure essere collegati al drenaggio delle acque e all’organizzazione delle attività agricole. Gli stessi autori invitano alla prudenza: nessuna spiegazione, presa isolatamente, sembra sufficiente per comprendere tutte queste strutture.
Ed è proprio questa prudenza a rendere ancora più interessante il racconto. Perché sotto la terra non troviamo soltanto monumenti. Troviamo direttamente e indirettamente la prova di gesti, lavoro, produzioni creative.
Dentro i fossati, quando essi cessarono almeno in parte di svolgere la loro funzione originaria, finirono frammenti di ceramica, strumenti consumati, resti di pasto, materiale proveniente dalla vita quotidiana. È la spazzatura di migliaia di anni fa. E proprio ciò che allora veniva gettato via diventa oggi una delle testimonianze più preziose. Da quei frammenti emerge un mondo sorprendentemente articolato.
Le ceramiche raccontano mani esperte. Esistono recipienti d’impasto decorati mediante impressioni e incisioni, superfici sulle quali compaiono motivi geometrici, ceramiche dipinte, produzioni più fini ottenute con argille maggiormente depurate e recipienti dalle superfici scure, levigate e lucide.
Non è semplicemente vasellame. Le decorazioni cambiano, gli stili evolvono, alcune forme compaiono e altre scompaiono. La ceramica diventa così una sorta di linguaggio attraverso il quale gli archeologi riescono a distinguere momenti cronologici, tradizioni culturali e persino differenti preferenze estetiche delle comunità che abitarono la pianura.
Poi ci sono le case. Di alcune rimangono soltanto tracce fragilissime: buche di palo, pavimenti, piccoli muretti, concotti, impronte lasciate dalle strutture vegetali rivestite d’argilla.
Una delle capanne descritte nel volume aveva pianta rettangolare; un’altra, individuata attraverso la fotografia aerea, mostrava una forma ovale. Sono dettagli apparentemente minimi. Ma proviamo per un momento a ricostruirli. Dentro quelle strutture qualcuno preparava il cibo. Qualcuno riparava gli strumenti. Qualcuno conservava semi. Qualcuno alimentava un focolare mentre, pochi metri più in là, altri lavoravano i campi.
È qui che la parola “agricoltori” acquista il suo vero significato. Le analisi paleobotaniche effettuate nei villaggi hanno restituito cereali e leguminose.
A Monte Aquilone sono documentati frumento e orzo; a Passo di Corvo il quadro diventa ancora più articolato, con diverse specie di frumento, orzo, avena e leguminose. Non sono semplicemente piante cresciute spontaneamente. Sono il risultato di una scelta. Semi raccolti, conservati, selezionati e nuovamente affidati alla terra.
Anno dopo anno. Generazione dopo generazione.
Alcune specie individuate fanno inoltre pensare che queste comunità possedessero una conoscenza tutt’altro che elementare delle condizioni ambientali e delle necessità idriche delle coltivazioni.
Accanto ai campi vivevano gli animali. Nei resti dei pasti provenienti da Monte Aquilone e Masseria Candelaro compaiono pecore, capre, bovini e suini, insieme a specie selvatiche. Agricoltura e allevamento sembrano quindi costituire parti complementari dello stesso sistema economico. Il villaggio non viveva soltanto del raccolto. Intorno ad esso esistevano campi, aree destinate agli animali e territori nei quali continuavano probabilmente caccia e raccolta.
La rivoluzione neolitica, almeno nel Tavoliere descritto da queste ricerche, non appare dunque come un interruttore acceso improvvisamente. È piuttosto una lenta costruzione. Un nuovo modo di abitare. Un nuovo rapporto con il tempo. Chi semina deve pensare a mesi di distanza. Chi conserva il raccolto deve immaginare l’inverno. Chi alleva deve proteggere, controllare, selezionare. E chi costruisce un villaggio circondato da fossati investe energie in un luogo perché prevede di rimanervi.
Anche gli strumenti raccontano questa trasformazione.
La selce diventa materia prima fondamentale e nel Gargano esistono veri luoghi di estrazione. Il volume ricorda una produzione specializzata di strumenti di tipo campignano, accanto alla più tradizionale industria su lame e schegge. Picconi, grandi utensili e strumenti destinati alla lavorazione mostrano competenze tecniche che vanno ben oltre una produzione occasionale.
La quantità di manufatti lascia persino intravedere la possibilità di una produzione superiore alle necessità immediate dei singoli villaggi, aprendo l’affascinante prospettiva di scambi tra comunità.
E poi compare l’ossidiana. Una pietra vulcanica nera e lucente che nel Tavoliere non esiste naturalmente.
Nei villaggi di Monte Aquilone e Masseria Candelaro sono stati rinvenuti manufatti realizzati con questo materiale; il volume riconduce l’ossidiana documentata a Lipari.
All’improvviso la nostra pianura neolitica si allarga.
Il villaggio non è più un piccolo universo chiuso dietro un fossato. Esistono contatti. Esistono percorsi. Esistono materie prime che attraversano distanze considerevoli. Qualcosa arriva da lontano e qualcos’altro, forse la selce lavorata del Gargano e del Tavoliere, può partire nella direzione opposta.
Dietro ogni frammento di ossidiana possiamo allora immaginare una catena di incontri: uomini che si muovono, oggetti che passano di mano, conoscenze che viaggiano insieme alle materie prime. Persino la posizione dei villaggi sembra essere tutt’altro che casuale.
Gli studi territoriali riportati nel volume evidenziano una preferenza per terreni relativamente leggeri e facilmente lavorabili con gli strumenti agricoli disponibili. I suoli più pesanti, argillosi o difficili da coltivare risultano meno favorevoli. Quegli agricoltori non occupavano quindi la pianura indiscriminatamente. La leggevano. Ne riconoscevano possibilità e limiti.
Valutavano il terreno, la distanza dalle risorse, le condizioni dell’acqua e la possibilità di coltivare e allevare senza allontanarsi eccessivamente dal villaggio.
È forse questo il dato più affascinante che emerge dalle pagine dedicate agli Agricoltori preistorici del Tavoliere. Non incontriamo uomini semplicemente “primitivi”. Incontriamo comunità capaci di organizzare lo spazio, scavare opere collettive, costruire abitazioni, produrre ceramiche elaborate, coltivare differenti specie vegetali, allevare animali, estrarre e lavorare la selce e mantenere contatti con territori lontani.
Molte domande rimangono aperte.
Non conosciamo nei dettagli le tecniche di coltivazione, la rotazione dei campi, i sistemi di concimazione, l’organizzazione precisa della proprietà o il significato definitivo di ogni fossato. E gli stessi studiosi, correttamente, evitano di trasformare le ipotesi in certezze. Ma forse proprio questo rende quei villaggi ancora più affascinanti. Perché sotto il Tavoliere non esiste soltanto un’archeologia fatta di reperti.
Esiste il momento nel quale alcune donne e alcuni uomini decisero che quella pianura sarebbe diventata casa. Scavarono la terra. Vi deposero i semi. Costruirono capanne. Allevarono animali. Fabbricarono recipienti. Percorsero vie di scambio. E lentamente trasformarono un ambiente naturale in un paesaggio umano. Molti millenni dopo i loro villaggi sono scomparsi dalla superficie.
Ma basta guardare la pianura dall’alto, seguire il profilo quasi invisibile di un antico fossato o raccogliere un minuscolo frammento di ceramica perché quelle comunità tornino improvvisamente davanti a noi.
Sono ancora lì. Sotto i campi del Tavoliere.
E continuano a raccontarci una delle storie più antiche e decisive della nostra terra: quella di donne e uomini che impararono non soltanto ad abitare il territorio, ma a costruire insieme ad esso il proprio futuro.
Archivio di Giovanni BARRELLA.
Fonte citata: “Agricoltori preistorici del Tavoliere”, Selene Cassano e Alessandra Manfredini, ISTITUTO DI PALETNOLOGIA - Università di Roma, Manfredonia 1978.
Ringraziamo vivamente l’Avvocato Vincenzo D’Onofrio per averci fornito copia della pubblicazione di cui sopra.