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LE TRE GROTTE MICAELICHE DEL GARGANO: NUOVE ANALISI E UN ELEMENTO INATTESO RAFFORZANO LA LETTURA COMPLESSIVA.È passato q...
17/09/2026

LE TRE GROTTE MICAELICHE DEL GARGANO: NUOVE ANALISI E UN ELEMENTO INATTESO RAFFORZANO LA LETTURA COMPLESSIVA.

È passato quasi un anno da quando abbiamo presentato per la prima volta l’ipotesi di un possibile legame spaziale e astronomico tra le sole tre grotte naturali del Gargano riconosciute dalla letteratura specialistica come luoghi di culto dedicati a San Michele.

In termini molto semplici, l’ipotesi nasce dall’osservazione che le tre cavità risultano disposte con notevole precisione lungo la stessa geodetica, a cui si aggiungono alcune interessanti corrispondenze di carattere astronomico.

Da allora non ci siamo limitati ad aggiungere nuovi calcoli. Abbiamo cercato soprattutto di mettere alla prova quell’ipotesi, sottoponendola a verifiche molto più severe e cercando, per quanto possibile, anche i punti in cui avrebbe potuto mostrare delle criticità.
In questo anno, il lavoro è cambiato profondamente:

— abbiamo ricostruito l’analisi utilizzando database ufficiali, fonti territoriali standardizzate e coordinate definite secondo criteri omogenei, pubblicamente consultabili e quindi verificabili e riproducibili;

— abbiamo esteso il confronto all’intero insieme delle cavità naturali censite sul Gargano nel Catasto della Federazione Speleologica Pugliese, arrivando a esaminare quasi 100 milioni di combinazioni;

— abbiamo introdotto nuovi controlli geodetici, topografici e statistici, utilizzando anche i dati territoriali e i profili dell’orizzonte disponibili per l’area;

— e soprattutto abbiamo cercato sistematicamente di capire dove e perché l’ipotesi potesse fallire.

Ed è proprio durante queste verifiche che è emerso un elemento che non avevamo previsto.

Da tempo, infatti, c’era una domanda che continuava a lasciarci perplessi: perché la geometria risultava più precisa utilizzando la posizione degli ingressi delle grotte rispetto alle alture che le sovrastano?

Oggi pensiamo di avere una risposta.

Una risposta che rende il quadro complessivo più coerente, non soltanto dal punto di vista geometrico e astronomico, ma anche rispetto a ciò che sarebbe stato concretamente possibile osservare e realizzare nel passato.

Ed è probabilmente proprio questo il passaggio che ci ha sorpreso di più.

Ne parleremo presto.

16/09/2026
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16/09/2026

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15/09/2026

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I GRAFFITI DI DEVIA: UN LIBRO DELLE FIRME MEDIEVALE?A Santa Maria di Devia gli occhi vengono inevitabilmente rapiti dagl...
15/09/2026

I GRAFFITI DI DEVIA: UN LIBRO DELLE FIRME MEDIEVALE?

A Santa Maria di Devia gli occhi vengono inevitabilmente rapiti dagli affreschi. Sono loro, con i santi, i cavalieri, le Madonne e quel linguaggio ancora fortemente legato alla tradizione bizantina, a imporsi per primi al visitatore. Eppure, se invece di guardare soltanto le figure dipinte ci si avvicina alle pietre, soprattutto dietro l’altare, nel catino absidale della navata centrale, ma anche su alcuni affreschi, comincia ad apparire un’altra storia. Più sottile. Quasi clandestina.

Sulla superficie dei conci si distinguono linee, figure, piccoli disegni astratti, stelle, barche, segni geometrici. Nel Medioevo incidere una pietra, soprattutto all’interno di un luogo sacro, poteva significare molte cose: dichiarare la propria presenza, lasciare memoria di un passaggio, affidare un’invocazione al luogo, rappresentare qualcosa visto o vissuto. In certi casi, semplicemente raccontare. Queste sono le ipotesi più accreditate.

Ed è proprio questo a rendere straordinari quelli di Devia.

I graffiti dell’abside centrale, ad esempio, si trovano in gran parte ad altezza d’uomo e direttamente sui conci originari della costruzione. Un particolare tutt’altro che secondario. Francesco Paolo Maulucci Vivolo, che li studiò durante le campagne archeologiche condotte sul sito, osservò infatti che quelle pietre erano state successivamente intonacate e affrescate. Se la sequenza è corretta, almeno una parte delle incisioni doveva quindi esistere prima della decorazione pittorica dell’abside, forse addirittura durante le fasi di costruzione della chiesa. Per secoli sarebbero rimaste invisibili, imprigionate sotto l’intonaco.

È un dettaglio affascinante: alcuni dei segni più enigmatici di Santa Maria di Devia potrebbero appartenere alla sua stessa nascita.

Guardandoli insieme, poi, quelle incisioni smettono di sembrare scarabocchi casuali. Compaiono imbarcazioni, strutture che ricordano tende, croci, stelle, segni circolari.

Tracciare questi segni, quindi, significava in qualche modo affermare: io sono arrivato fin qui. Non una firma nel senso moderno ma la testimonianza di una presenza fisica e spirituale, il segno lasciato da chi aveva raggiunto finalmente una meta dopo un viaggio che poteva essere lungo e faticoso.

E poi ci sono le navi. Abbiamo già affrontato questo argomento per i diversi siti del Gargano.

A Devia il mare non è un elemento estraneo. Dall’altura di monte Devio lo sguardo domina un territorio posto tra costa, vie terrestri e antichi percorsi di comunicazione. In un’altra zona della chiesa, sulla parete della navata destra, alcuni graffiti incisi sull’affresco di Sant’Ippolito mostrano personaggi che sembrano scendere da imbarcazioni: uomini armati, scudi, vele, figure in movimento. Maulucci propose di leggere quella scena come uno “sbarco dei crociati”. È una lettura suggestiva, che tuttavia va considerata come un’interpretazione dello studioso e non come una prova definitiva della presenza templare a Devia.

Lo stesso vale per alcune interpretazioni dei graffiti dell’abside centrale, nei quali sono state riconosciute tende, stelle e scene collegate a una possibile simbologia biblica. Qui il terreno diventa affascinante ma insidioso: il segno è reale, la sua interpretazione molto più complessa. Proprio per questo occorre separare ciò che vediamo sulla pietra da ciò che immaginiamo possa significare.

Forse è questa la parte più bella di Santa Maria di Devia. Gli affreschi ci mostrano ciò che qualcuno volle rappresentare ufficialmente sulle pareti di una chiesa. I graffiti, invece, sembrano restituirci qualcosa di molto più intimo e spontaneo. Sono il margine della storia: il gesto di una mano che prende un punteruolo, incide una pietra e lascia una nave, una croce, un piede, una figura.

Non sappiamo quasi mai a chi appartenesse quella mano. Un pellegrino? Un muratore? Un religioso? Un abitante della città medievale? Un viaggiatore arrivato dal mare? Dopo secoli resta il segno.

Ed è forse questo il vero fascino dei graffiti di Santa Maria di Devia: mentre gli affreschi raccontano il sacro attraverso le immagini, quelle sottili incisioni raccontano gli uomini che davanti a quelle immagini passarono e pregarono.

Uomini senza nome che, in qualche modo, riuscirono a scrivere sulla pietra una frase semplicissima: “Io sono qui.”

Archivio di Giovanni BARRELLA.

14/09/2026

LAGO DI VARANO:

Il Lago di Varano è uno dei paesaggi più affascinanti del Gargano. Anche se viene chiamato “lago”, dal punto di vista geomorfologico è una vera e propria laguna costiera, separata dal mare Adriatico da una lunga fascia sabbiosa e collegata ad esso attraverso alcuni canali. Le sue acque, i riflessi, le rive basse e la particolare posizione tra mare e promontorio creano un ambiente unico, modellato nel tempo dalla natura e dal rapporto con le comunità locali. Un luogo che cambia continuamente volto con la luce, il vento e le stagioni.

Riprese e montaggio: A. Grana.

L'Eremo di San Gregorio Magno, può davvero essere definito semplicemente un eremo, oppure rappresenta qualcosa di ben pi...
13/09/2026

L'Eremo di San Gregorio Magno, può davvero essere definito semplicemente un eremo, oppure rappresenta qualcosa di ben più complesso? Seguiteci in questa avvincente discussione.

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GLI AGRICOLTORI PREISTORICI DEL TAVOLIERE.C’è un momento, nella storia dell’uomo, in cui il territorio smette di essere ...
12/09/2026

GLI AGRICOLTORI PREISTORICI DEL TAVOLIERE.

C’è un momento, nella storia dell’uomo, in cui il territorio smette di essere soltanto un luogo da attraversare e diventa qualcosa da conoscere, trasformare, coltivare e difendere. È uno dei passaggi più profondi della nostra storia: quello che conduce dalle comunità di cacciatori e raccoglitori a uomini e donne capaci di costruire villaggi, selezionare sementi, allevare animali e organizzare il territorio intorno a sé.

Nel Tavoliere delle Puglie questo passaggio ha lasciato un’impronta straordinaria. Vediamo quale, facendoci aiutare da una piccola pubblicazione curata da Selene Cassano e Alessandra Manfredini con la partecipazione dell’Istituto di Paletnologia dell’Università di Roma “La Sapienza”.

Non siamo davanti a qualche capanna dispersa nella pianura, né a gruppi umani che vivono semplicemente adattandosi a ciò che la natura offre. Il quadro che emerge è quello di comunità neolitiche ormai profondamente legate alla terra, al punto che il Tavoliere viene considerato nel volume una vera e propria “provincia culturale”, riconoscibile per caratteristiche proprie pur all’interno dei più vasti fenomeni che interessarono l’Italia neolitica.

E la loro firma sul paesaggio è ancora oggi impressionante: sono i “villaggi trincerati”.

Dall’alto, soprattutto attraverso la fotografia aerea, la pianura rivela ciò che per millenni era rimasto invisibile: grandi linee curve, cerchi, semicerchi, fossati che si rincorrono nella terra. Interi insediamenti circondati da una o più trincee, talvolta concentriche, scavate nella cosiddetta “crusta”, il banco calcareo che caratterizza buona parte dei terreni del Tavoliere.

Alcuni villaggi possedevano fossati imponenti. Non piccoli solchi simbolici, ma opere che potevano raggiungere dimensioni considerevoli e che presuppongono organizzazione, lavoro collettivo, tempo e una precisa conoscenza del terreno. A Monte Aquilone, uno dei siti esaminati nel volume citato e indicato a fine post, la planimetria restituisce l’immagine di un insediamento delimitato da una grande recinzione circolare, con ulteriori strutture interne.

Ma sarebbe troppo semplice immaginare questi fossati come mura di una fortezza preistorica. Il loro significato rimane uno degli interrogativi più affascinanti.

Potevano concorrere alla difesa del villaggio, certamente. Ma potevano anche separare spazi, contenere animali, delimitare proprietà o aree destinate a funzioni differenti; oppure essere collegati al drenaggio delle acque e all’organizzazione delle attività agricole. Gli stessi autori invitano alla prudenza: nessuna spiegazione, presa isolatamente, sembra sufficiente per comprendere tutte queste strutture.

Ed è proprio questa prudenza a rendere ancora più interessante il racconto. Perché sotto la terra non troviamo soltanto monumenti. Troviamo direttamente e indirettamente la prova di gesti, lavoro, produzioni creative.

Dentro i fossati, quando essi cessarono almeno in parte di svolgere la loro funzione originaria, finirono frammenti di ceramica, strumenti consumati, resti di pasto, materiale proveniente dalla vita quotidiana. È la spazzatura di migliaia di anni fa. E proprio ciò che allora veniva gettato via diventa oggi una delle testimonianze più preziose. Da quei frammenti emerge un mondo sorprendentemente articolato.

Le ceramiche raccontano mani esperte. Esistono recipienti d’impasto decorati mediante impressioni e incisioni, superfici sulle quali compaiono motivi geometrici, ceramiche dipinte, produzioni più fini ottenute con argille maggiormente depurate e recipienti dalle superfici scure, levigate e lucide.

Non è semplicemente vasellame. Le decorazioni cambiano, gli stili evolvono, alcune forme compaiono e altre scompaiono. La ceramica diventa così una sorta di linguaggio attraverso il quale gli archeologi riescono a distinguere momenti cronologici, tradizioni culturali e persino differenti preferenze estetiche delle comunità che abitarono la pianura.

Poi ci sono le case. Di alcune rimangono soltanto tracce fragilissime: buche di palo, pavimenti, piccoli muretti, concotti, impronte lasciate dalle strutture vegetali rivestite d’argilla.

Una delle capanne descritte nel volume aveva pianta rettangolare; un’altra, individuata attraverso la fotografia aerea, mostrava una forma ovale. Sono dettagli apparentemente minimi. Ma proviamo per un momento a ricostruirli. Dentro quelle strutture qualcuno preparava il cibo. Qualcuno riparava gli strumenti. Qualcuno conservava semi. Qualcuno alimentava un focolare mentre, pochi metri più in là, altri lavoravano i campi.

È qui che la parola “agricoltori” acquista il suo vero significato. Le analisi paleobotaniche effettuate nei villaggi hanno restituito cereali e leguminose.

A Monte Aquilone sono documentati frumento e orzo; a Passo di Corvo il quadro diventa ancora più articolato, con diverse specie di frumento, orzo, avena e leguminose. Non sono semplicemente piante cresciute spontaneamente. Sono il risultato di una scelta. Semi raccolti, conservati, selezionati e nuovamente affidati alla terra.

Anno dopo anno. Generazione dopo generazione.

Alcune specie individuate fanno inoltre pensare che queste comunità possedessero una conoscenza tutt’altro che elementare delle condizioni ambientali e delle necessità idriche delle coltivazioni.

Accanto ai campi vivevano gli animali. Nei resti dei pasti provenienti da Monte Aquilone e Masseria Candelaro compaiono pecore, capre, bovini e suini, insieme a specie selvatiche. Agricoltura e allevamento sembrano quindi costituire parti complementari dello stesso sistema economico. Il villaggio non viveva soltanto del raccolto. Intorno ad esso esistevano campi, aree destinate agli animali e territori nei quali continuavano probabilmente caccia e raccolta.

La rivoluzione neolitica, almeno nel Tavoliere descritto da queste ricerche, non appare dunque come un interruttore acceso improvvisamente. È piuttosto una lenta costruzione. Un nuovo modo di abitare. Un nuovo rapporto con il tempo. Chi semina deve pensare a mesi di distanza. Chi conserva il raccolto deve immaginare l’inverno. Chi alleva deve proteggere, controllare, selezionare. E chi costruisce un villaggio circondato da fossati investe energie in un luogo perché prevede di rimanervi.

Anche gli strumenti raccontano questa trasformazione.

La selce diventa materia prima fondamentale e nel Gargano esistono veri luoghi di estrazione. Il volume ricorda una produzione specializzata di strumenti di tipo campignano, accanto alla più tradizionale industria su lame e schegge. Picconi, grandi utensili e strumenti destinati alla lavorazione mostrano competenze tecniche che vanno ben oltre una produzione occasionale.

La quantità di manufatti lascia persino intravedere la possibilità di una produzione superiore alle necessità immediate dei singoli villaggi, aprendo l’affascinante prospettiva di scambi tra comunità.

E poi compare l’ossidiana. Una pietra vulcanica nera e lucente che nel Tavoliere non esiste naturalmente.

Nei villaggi di Monte Aquilone e Masseria Candelaro sono stati rinvenuti manufatti realizzati con questo materiale; il volume riconduce l’ossidiana documentata a Lipari.

All’improvviso la nostra pianura neolitica si allarga.

Il villaggio non è più un piccolo universo chiuso dietro un fossato. Esistono contatti. Esistono percorsi. Esistono materie prime che attraversano distanze considerevoli. Qualcosa arriva da lontano e qualcos’altro, forse la selce lavorata del Gargano e del Tavoliere, può partire nella direzione opposta.

Dietro ogni frammento di ossidiana possiamo allora immaginare una catena di incontri: uomini che si muovono, oggetti che passano di mano, conoscenze che viaggiano insieme alle materie prime. Persino la posizione dei villaggi sembra essere tutt’altro che casuale.

Gli studi territoriali riportati nel volume evidenziano una preferenza per terreni relativamente leggeri e facilmente lavorabili con gli strumenti agricoli disponibili. I suoli più pesanti, argillosi o difficili da coltivare risultano meno favorevoli. Quegli agricoltori non occupavano quindi la pianura indiscriminatamente. La leggevano. Ne riconoscevano possibilità e limiti.

Valutavano il terreno, la distanza dalle risorse, le condizioni dell’acqua e la possibilità di coltivare e allevare senza allontanarsi eccessivamente dal villaggio.

È forse questo il dato più affascinante che emerge dalle pagine dedicate agli Agricoltori preistorici del Tavoliere. Non incontriamo uomini semplicemente “primitivi”. Incontriamo comunità capaci di organizzare lo spazio, scavare opere collettive, costruire abitazioni, produrre ceramiche elaborate, coltivare differenti specie vegetali, allevare animali, estrarre e lavorare la selce e mantenere contatti con territori lontani.

Molte domande rimangono aperte.

Non conosciamo nei dettagli le tecniche di coltivazione, la rotazione dei campi, i sistemi di concimazione, l’organizzazione precisa della proprietà o il significato definitivo di ogni fossato. E gli stessi studiosi, correttamente, evitano di trasformare le ipotesi in certezze. Ma forse proprio questo rende quei villaggi ancora più affascinanti. Perché sotto il Tavoliere non esiste soltanto un’archeologia fatta di reperti.

Esiste il momento nel quale alcune donne e alcuni uomini decisero che quella pianura sarebbe diventata casa. Scavarono la terra. Vi deposero i semi. Costruirono capanne. Allevarono animali. Fabbricarono recipienti. Percorsero vie di scambio. E lentamente trasformarono un ambiente naturale in un paesaggio umano. Molti millenni dopo i loro villaggi sono scomparsi dalla superficie.

Ma basta guardare la pianura dall’alto, seguire il profilo quasi invisibile di un antico fossato o raccogliere un minuscolo frammento di ceramica perché quelle comunità tornino improvvisamente davanti a noi.

Sono ancora lì. Sotto i campi del Tavoliere.

E continuano a raccontarci una delle storie più antiche e decisive della nostra terra: quella di donne e uomini che impararono non soltanto ad abitare il territorio, ma a costruire insieme ad esso il proprio futuro.

Archivio di Giovanni BARRELLA.

Fonte citata: “Agricoltori preistorici del Tavoliere”, Selene Cassano e Alessandra Manfredini, ISTITUTO DI PALETNOLOGIA - Università di Roma, Manfredonia 1978.

Ringraziamo vivamente l’Avvocato Vincenzo D’Onofrio per averci fornito copia della pubblicazione di cui sopra.

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