26/11/2025
(LA FAMIGLIA IN ABRUZZO)
BOSCO O DESERTO?
Ogni volta che emerge un caso in cui una famiglia vive in modo diverso dalla media della popolazione — in un bosco, in una casa isolata, fuori dai parametri che consideriamo “normali”, nutrendosi in modi “alternativi” o curandosi in forma “alternativa” — l’opinione pubblica si divide: qualcuno grida allo scandalo, smanioso di ricondurre qualsiasi briciola di differenza al proprio concetto di “normalità”, qualcun altro romanticizza alcuni aspetti della vita off-grid, soffermandosi però ancora sull’aspetto periferico e non su quello centrale.
Perché la domanda essenziale non è dove si cresce.
La domanda vera è: qual è la qualità del campo relazionale in cui si cresce?
Un bambino non cresce grazie ai soli requisiti materiali — un tetto, l’acqua, l’elettricità, il gas, il cibo.
Quelli garantiscono la base, non l’evoluzione.
Ciò che plasma davvero lo sviluppo sono dimensioni più sottili:
una presenza che orienta,
una mente che regola,
una relazione che contiene,
un ambiente prevedibile,
non conflittuale, armonioso, dove ci si senta “visti” e non solo “mantenuti”.
Sono soprattutto questi gli elementi che costruiscono l’identità, la capacità di stare nel mondo, di amare, di pensare, di rielaborare la realtà.
Non i metri quadri di casa, non il quartiere, non gli oggetti.
Allora la domanda scomoda diventa: quante case “a norma” ospitano relazioni profondamente patologiche e disfunzionali che non fanno notizia?
Che non escono dal grigio della media nazionale a meno che non accada la tragedia che mette in crisi la parvenza di normalità?
Gli studi sullo sviluppo infantile (Tronick, 2007; Schore, 2012) mostrano che ciò che costruisce un sistema nervoso sano non è il luogo in cui si vive, ma la qualità dei legami.
Non è l’arredamento, ma la sintonizzazione.
Non è la modernità dell’ambiente, ma la qualità del contatto emotivo.
Ciò che regola il bambino non sono i servizi esterni, bensì il sistema nervoso degli adulti che ha accanto.
Iniziate a intravedere la natura del problema — e non che il problema sia “vivere in natura”?
In famiglie perfettamente integrate, con tutti i comfort, può esserci un livello profondo di assenza relazionale.
I figli non stanno nel bosco.
Stanno davanti allo schermo.
Parcheggiati, soli, non visti, spesso circondati da adulti analfabeti emotivamente ma dotati di ogni tipo di comfort.
Siamo rapidissimi a scandalizzarci per chi vive “fuori dal mondo”,
ma lentissimi a interrogarci su ciò che accade a chi appare perfettamente integrato in questo sistema.
I molti figli di famiglie “normali” vivono un’infanzia scandita da spazi chiusi, alimenti ultraprocessati, zuccheri precoci, medicine in eccesso, ritmi irregolari, corpi fermi e menti che non respirano.
L’alimentazione è scompensata, la natura non esiste, il movimento è abolito, la lentezza è un lusso e la connessione umana è un evento raro.
Un’ecologia psico-fisica compromessa, ma socialmente invisibile perché culturalmente condivisa.
E qui sorge l’inganno percettivo:
la mente umana tende a condannare ciò che è “diverso dal consueto” e a normalizzare ciò che è “diffuso”, anche quando è evidentemente disfunzionale.
È il meccanismo psicologico del bias di conformità: tutto ciò che esce dal campo condiviso viene percepito come minaccioso; tutto ciò che lo abita — anche se nocivo — appare sicuro.
A questo punto, occorre nominare l’indicibile:
non è “scomodo” dormire senza luce.
È scomodo restare svegli a guardare in faccia la propria ombra.
Perché accompagnare un bambino nelle sue emozioni significa inevitabilmente imbattersi nelle nostre.
Regolare la sua paura costringe a sentire la nostra.
Accogliere la sua fragilità costringe a guardare le nostre ferite.
Offrire presenza impone di contattare le parti di noi che fuggono dalla presenza.
Vi sembra meno scomodo della casetta nel bosco?
Ecco perché molti adulti non riescono a essere regolatori emotivi dei propri figli:
non perché “vivono nel bosco”, ma perché non hanno mai attraversato il proprio bosco interiore.
Il vero spavento non è la natura: è la vulnerabilità.
È l’intimità.
È la debolezza che ci abita e che evitano da una vita.
E ogni figlio, inevitabilmente, ne è lo specchio.
Cosa spaventa di più: il bosco fuori, o il deserto affettivo e sensoriale dentro case perfettamente arredate?
Le famiglie davvero disfunzionali non sono necessariamente quelle che vivono isolate, “alternative”, “strane”.
Spesso sono quelle che vivono frammentate, dove si urla, ci si ignora, ci si punisce con il silenzio, dove lo smartphone, gli zuccheri, le mille attività diventano babysitter, sedativi, paracadute e prigioni che evitano agli adulti l’incombenza più ardua:
stare in contatto con ciò che è vivo, vulnerabile, imperfetto — dentro di sé e nel proprio figlio.
Adulti presenti, con confini e calore; emozioni regolate, non negate e non scaricate su di lui; uno spazio per essere se stessi, non solo funzionali alle aspettative; un ambiente in cui i conflitti si affrontano, non si congelano né esplodono; dei riferimenti stabili, non perfetti ma adulti: questo è necessario alla crescita, quella vera, che non è solo fisica e biologica.
Quanti bambini, oggi, crescono in deserti emotivi e sensoriali fitti di solitudine, pur vivendo in città piene di luci e connessioni?
E allora la domanda finale non è:
quanto sono “strani” gli altri, ma quanto siamo disposti a interrogarci sui deserti che abitiamo dentro di noi, sulle ombre che ammantano le nostre famiglie, su quanto sia scomodo ESSERE piuttosto che comprare qualcosa che sostituisca il deserto emotivo?
Claudia Crispolti