29/08/2026
Ca va sans dire... Cosa c'è di poco chiaro, e perché mai prendere in giro un cittadino che chiede con educazione delle informazioni?
CRUDI, COTTI O SOLO QUANDO FANNO COMODO?
Confesso che il dibattito gastronomico sui dati mi appassiona.
Pare infatti che, quando qualcuno chiede i numeri per capire come funziona il trasporto pubblico cesenate, il problema improvvisamente diventi stabilire se quei dati siano crudi, cotti, ben lavati, ben digeriti e soprattutto se chi li legge abbia conseguito il patentino ufficiale da esperto.
Allora proviamo con qualche ingrediente concreto.
Quando i dati ci dicono che una corsa per passeggero di BusSì è costata 60,43 euro nel 2024, 61,44 euro nel 2025 e si proietta a 65,54 euro nel 2026, quei dati come li dobbiamo considerare?
Crudi? Cotti? Saltati in padella?
Perché quando noi li abbiamo messi sul tavolo, francamente non abbiamo visto una folla di raffinati metodologi precipitarsi a contestarli.
Anzi.
Qualche mese dopo è stata la stessa Amministrazione ad annunciare il ripensamento di BusSì, riconoscendo che il rapporto tra costi e utilizzo non è sostenibile.
Quindi forse quei dati non erano cucinati poi così male.
Ma c’è un altro episodio di questi giorni che aiuta a capire quale sia il vero problema.
Il Comune ha diffuso con soddisfazione una ricerca di AMR condotta su oltre 500 utenti del trasporto pubblico. Ne emerge un’utenza molto fidelizzata: il 67,7% degli intervistati usa il bus tutti i giorni e l’84% possiede un abbonamento annuale.
Interessante.
Ma, appunto, sono stati intervistati gli utenti del trasporto pubblico.
Se chiedo a 500 persone che prendono il bus quanto il bus sia importante nella loro vita, posso ottenere informazioni utilissime su chi già utilizza il servizio.
Molto meno su chi non lo usa.
E se l’obiettivo dichiarato è convincere più cesenati a lasciare l’auto, forse sarebbe altrettanto interessante intervistare proprio loro: quelli che il bus non lo prendono.
Perché non lo prendono?
Per gli orari?
Per le frequenze?
Per i percorsi?
Per l’affidabilità?
Per i tempi di percorrenza?
Perché abitano in zone poco servite?
Perché ritengono più conveniente utilizzare l’auto?
Questi non sarebbero dati altrettanto preziosi?
È un po’ come entrare in una pizzeria, intervistare cinquecento clienti seduti ai tavoli e concludere che alla popolazione piacciono moltissimo le pizzerie.
Probabilmente è vero per chi è lì dentro.
Ma se vuoi capire perché altri ristoranti sono vuoti, forse dovresti parlare anche con chi ha deciso di andare altrove.
Lo stesso ragionamento vale per i parcheggi scambiatori.
I dati disponibili ci dicono che si è passati da circa 270 mila biglietti annui a meno di 60 mila.
È un dato enorme.
Ma anche qui non basta prenderlo, appoggiarlo sul tavolo e scegliere la spiegazione che più ci piace.
Bisogna ricostruire serie storiche omogenee, modifiche al servizio, modalità di conteggio, comportamenti degli utenti, destinazioni, interazioni con sosta, auto, bici e altre forme di mobilità.
Esattamente quello che chiediamo noi.
E qui arriviamo al punto che, più che comico, comincia a diventare piuttosto serio.
Franco Pedrelli, che oggi viene preso in giro per la sua attenzione ai numeri, nelle scorse settimane ha fatto una cosa che io considero semplicemente civica: ha chiesto ai diversi soggetti coinvolti nel trasporto pubblico di poter avere i dati necessari per analizzare davvero il funzionamento del servizio.
Non slogan.
Non impressioni.
Non comunicati stampa.
Dati.
E, per una ragione o per un’altra, quei dati non gli sono stati forniti.
Allora mi piacerebbe capire anche questo: questi dati sono crudi, cotti oppure indisponibili?
E soprattutto: è normale che un cittadino, un esperto di commissione, una persona che vuole approfondire una questione pubblica, faccia richiesta di informazioni sul funzionamento di un servizio pubblico e non riesca a ottenerle?
Perché prima ancora di discutere su come cucinare i dati, bisognerebbe consentire a chi vuole studiarli di averli sul tavolo.
Avere accesso ai dati pubblici è un diritto dei cittadini, non una concessione dell’Amministrazione da esercitare solo quando i numeri risultano comodi da raccontare.
Altrimenti il rischio è un po’ curioso: si ironizza su chi vuole analizzare dati che, nel frattempo, nessuno gli mette a disposizione.
La cultura liberaldemocratica, del resto, vive di confronto, verifica e ragionamento, non di dogmi. E senza dati seri, verificabili e accessibili, il confronto rischia di ridursi a pura opinione.
Oltre a Pico de Paperis, restiamo pure per un attimo in casa Disney.
Ai cittadini di Cesena chiediamo di essere più Pippo o più Topolino?
Pippo è simpatico, bonario, si fida, prende le cose un po’ come vengono.
Topolino, invece, ha il vizio di fare domande, cercare indizi, verificare, mettere insieme i pezzi e andare fino in fondo.
Io, quando si parla di soldi pubblici e di servizi pubblici, preferisco decisamente una città un po’ più Topolino.
Perché Franco Pedrelli può certamente sbagliare un’analisi. Io posso sbagliarla. Un consigliere comunale può sbagliarla. Persino un assessore può sbagliarla.
Il vantaggio dei dati pubblici è proprio questo: permettono agli altri di verificare chi ha ragione.
Trovo invece singolare prendere in giro chi domanda i dati mentre si prepara una revisione complessiva del trasporto pubblico.
Perché continuo a vedere soltanto due possibilità.
O il nuovo TPL viene progettato sulla base dei dati: e allora pubblichiamoli e discutiamoli.
Oppure viene progettato senza dati: e allora abbiamo un problema molto più serio di Pico de Paperis.
C’è poi una terza possibilità, naturalmente: che alcuni dati siano buonissimi quando confermano la propria tesi e improvvisamente diventino crudi, indigesti e bisognosi di raffinata interpretazione quando raccontano qualcosa di scomodo.
E magari, quando qualcuno li chiede, diventino addirittura introvabili.
Ma quella non si chiama statistica.
Si chiama politica.
E va benissimo.
Basta dirlo.