Genova e le sue visioni irrealizzate

Genova e le sue visioni irrealizzate Utilizziamo l'intelligenza artificiale per dare una vita virtuale a progetti mai realizzati. La pagina è totalmente no-profit.

Oggi torniamo a parlare del Palazzo delle Arti, il grande edificio che negli anni Dieci del Novecento era stato immagina...
11/01/2026

Oggi torniamo a parlare del Palazzo delle Arti, il grande edificio che negli anni Dieci del Novecento era stato immaginato all’Acquasola, sul muraglione di via dei Santi Giacomo e Filippo.
Lo facciamo attraverso uno dei progetti più sorprendenti di Renzo Picasso.

“Sorprendente” perché?
Perché, per una volta, il visionario architetto genovese, forse frenato dai vincoli del concorso, mise da parte torri monumentali e slanci futuristici, scegliendo invece una soluzione insolitamente sobria per i suoi standard. Una sobrietà che, però, non rinuncia all’eleganza: linee misurate, equilibrio compositivo e una presenza architettonica di grande raffinatezza.

Come sappiamo, il progetto non vide mai la luce. Guardandolo oggi, una domanda sorge però spontanea: vi sarebbe piaciuto questo Palazzo delle Arti di Picasso all’Acquasola?

Nei primi anni ‘30, un’importante azienda genovese specializzata in ristorazione e catering per eventi coltivava un’idea...
08/01/2026

Nei primi anni ‘30, un’importante azienda genovese specializzata in ristorazione e catering per eventi coltivava un’idea ambiziosa: aprire un ristorante direttamente sul mare, nella zona della Foce.

Il progetto venne affidato a Robaldo Morozzo della Rocca, che immaginò almeno due soluzioni architettoniche. Tra queste, la più curiosa è senza dubbio quella che vedete qui: una visione affascinante e quasi surreale, soprattutto perché il disegno originale non prevedeva alcun collegamento con la terraferma. Resta quindi un mistero come avventori e personale avrebbero potuto raggiungere la struttura.

Non meno enigmatica è la questione della protezione dalle mareggiate: difficile capire in che modo l’illustre architetto pensasse di difendere il ristorante dalla forza del mare aperto.

Alla fine, però, il ristorante sul mare non venne mai realizzato. L’azienda aprì invece, per un certo periodo, un locale sulla terrazza del Grattacielo di Piacentini, mentre oggi prosegue la propria attività nel settore del catering per eventi.

E voi? Come vi immaginereste questo ristorante alla Foce, magari nella zona di Punta Vagno? Vi sarebbe piaciuto vederlo davvero affacciato sul mare?

Tornando alla problematica sistemazione di Piazza Dante, proponiamo questa volta il progetto che Franz Prati elaborò nel...
05/01/2026

Tornando alla problematica sistemazione di Piazza Dante, proponiamo questa volta il progetto che Franz Prati elaborò nel 1990 per la realizzazione di un grande Museo Colombiano.

La proposta prevedeva la risistemazione del Chiostro di Sant’Andrea, collocato in sommità a un complesso architettonico articolato, caratterizzato da una composizione di volumi e percorsi che richiamava, per certi aspetti, soluzioni di tipo “escheriano”.

Resta da chiedersi se un intervento di questo genere avrebbe incontrato un reale consenso o se avrebbe sollevato ulteriori perplessità, come spesso accade nei progetti di trasformazione di un’area così delicata.

E voi cosa ne dite?

Negli anni Trenta del Novecento, all’indomani della nascita della Grande Genova, lo sguardo della città iniziava a sping...
04/01/2026

Negli anni Trenta del Novecento, all’indomani della nascita della Grande Genova, lo sguardo della città iniziava a spingersi con decisione anche verso est.

All’interno del Piano Regolatore del Levante, Daneri immaginava un intervento ambizioso e spettacolare: la costruzione di un grande Casinò “Bell’aria” in cima al Monte Moro, sulle alture di Nervi. Un edificio pensato come simbolo di modernità, svago ed eleganza, destinato a dominare il paesaggio e a ridefinire il rapporto tra città e collina.

La storia, però, prese tutt’altra direzione. Quel monte non divenne mai un luogo di mondanità e luci notturne, ma si trasformò invece, con le sue batterie, in un elemento chiave delle strutture difensive fasciste e naziste durante la Seconda guerra mondiale.

E allora viene spontaneo chiedersi: vi sarebbe piaciuto quel casinò lassù, affacciato sul mare? O oggi lo considereremmo soltanto l’ennesimo grande ecomostro?

Nel corso dell’Ottocento il Comune di Genova sperò a più riprese di riottenere il Palazzo Ducale, divenuto proprietà del...
27/12/2025

Nel corso dell’Ottocento il Comune di Genova sperò a più riprese di riottenere il Palazzo Ducale, divenuto proprietà del Regno di Savoia dopo il Congresso di Vienna, per farne la sede del Municipio.
Da parte del Governo non arrivò mai un rifiuto netto, ma una lunga serie di aperture verbali e promesse mai realmente mantenute, che finirono per trascinarsi per decenni.

Nei fatti, però, lo Stato non aveva alcuna intenzione di rinunciare a un edificio ritenuto troppo utile per le proprie funzioni. L’assenza di un’alternativa credibile per ospitare un grande tribunale divenne il pretesto perfetto per rimandare continuamente il trasferimento.

Il Comune si vide così costretto ad accontentarsi di Palazzo Tursi, ceduto in fretta dai Savoia quando si resero conto che la loro prevista residenza cittadina presentava un problema tutt’altro che secondario: nessuna via di fuga rapida verso il mare in caso di rivoluzione.

La svolta arrivò solo nel 1917. Con la costruzione del nuovo ospedale di San Martino, Genova poté finalmente mettere sul tavolo una proposta concreta: offrire allo Stato il vecchio Pammatone in cambio del tanto desiderato Ducale.
A quel punto, la restituzione del palazzo sembrò davvero a portata di mano.

Mentre si faceva concreto il cambio di proprietà, emerse subito un altro problema: la facciata su Piazza De Ferrari.
All’epoca quel lato del palazzo era tutt’altro che monumentale: una lunga palazzata anonima, priva di fascino, lontanissima dall’eleganza che oggi associamo al Ducale.

Nel 1924 entrò in scena l’architetto Arturo Pettorelli, con una proposta destinata a cambiare radicalmente il volto del palazzo. In una piazza che ancora non prevedeva la costruzione del Palazzo della Navigazione Generale Italiana, Pettorelli immaginava una facciata completamente esposta sulla piazza, dominata da un avancorpo centrale leggermente sporgente.
Il piano terra sarebbe stato interamente aperto da un porticato, capace non solo di dialogare con lo spazio urbano, ma anche di rendere il cortile interno liberamente accessibile a tutti.

E Pettorelli pensava anche al colore: l’intera facciata sarebbe stata dipinta con decorazioni ispirate a quelle storiche, che allora si intravedevano ancora, sbiadite, in alcuni punti del palazzo.

Bisognerà però attendere oltre dieci anni per una sistemazione concreta dell’edificio. La direzione dei lavori passerà a Orlando Grosso, che sceglierà una soluzione più misurata: quella che, di fatto, costituisce la base del Palazzo Ducale che conosciamo oggi.

E non finisce qui: il tribunale si trasferirà a Pammatone solo nel 1974, mentre bisognerà aspettare il grande restauro del 1992 perché il Ducale venga finalmente restituito, in pieno, alla cittadinanza genovese.

Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

E voi?
Avreste preferito il Ducale immaginato da Pettorelli, più aperto, decorato e monumentale, o quello che Genova ha scelto di tenere?

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Abbiamo già parlato del Palazzo delle Arti che avrebbe dovuto sorgere all’Acquasola negli anni Dieci del Novecento. Anch...
24/12/2025

Abbiamo già parlato del Palazzo delle Arti che avrebbe dovuto sorgere all’Acquasola negli anni Dieci del Novecento. Anche se ci restano ancora un paio di progetti di quel periodo da mostrarvi, oggi facciamo un salto in avanti di circa quarant’anni.

Perché a metà degli anni Cinquanta quell’idea, in realtà, non era affatto scomparsa. Genova continuava a sognare un Palazzo delle Arti nel suo parco più amato.
Questa volta, però, cambiava la collocazione: non più l’area soprastante via dei Santi Giacomo e Filippo, ma la porzione del parco oggi dedicata a Giovanni Paolo II.

Quello che vediamo è il progetto firmato dal “solito” Luigi Carlo Daneri, questa volta affiancato da Luciano Grossi Bianchi e Giulio Zappa: una nuova, ambiziosa tentativa di dare alle arti genovesi una casa degna, moderna e centrale.

Come sappiamo, anche questo progetto rimase sulla carta. E così, ancora una volta, le “Arti” genovesi persero l’occasione di avere un luogo simbolico di riferimento nel cuore della città.

E voi? Vi sarebbe piaciuto vedere questo palazzo sorgere qui, al posto delle panchine di cemento che oggi caratterizzano l’area?

ERRATA CORRIGE: su imbeccata di Francesco Rosadini vi propongo anche una versione più fedele al vero progetto del Morozz...
21/12/2025

ERRATA CORRIGE: su imbeccata di Francesco Rosadini vi propongo anche una versione più fedele al vero progetto del Morozzo, senza fontana e con una pavimentazione a losanghe. Come specificato da Francesco non si tratta di un ripensamento successivo, ma di una delle due versioni effettivamente presentate e vincitrici del concorso. L’intelligenza artificiale ha un po’ di difficoltà a interpretare correttamente i motivi di losanghe e scalini, quindi ci dobbiamo accontentare.

Abbiamo già visto come il concorso per Piazza Rossetti fosse stato vinto da Robaldo Morozzo della Rocca, di cui abbiamo già presentato il progetto risultato trionfatore.

Ma la storia non si fermò lì.

Qualche tempo dopo, l’architetto tornò sulla sua idea iniziale, proponendo una seconda visione della piazza: una revisione raffinata, probabilmente più in sintonia con la nuova estetica del regime. Fu questa versione che, secondo quanto annunciato da l’Illustrazione Italiana del 16 settembre 1934, avrebbe dovuto essere quella destinata alla realizzazione.

Anche questa rilettura, di grande eleganza formale, immaginava una piazza quasi interamente non residenziale: uno spazio rappresentativo, scandito da edifici civici con funzioni diverse, e non un’area destinata ad essere abitata.

Come sappiamo, però, nulla di tutto questo vide mai la luce. Alla fine fu il secondo classificato, Luigi Daneri, a conquistare la fiducia dei decisori, firmando quella Piazza Rossetti prettamente residenziale che ancora oggi conosciamo.

E allora la domanda viene spontanea: avremmo preferito la monumentalità composta del progetto del Morozzo, oppure quella scelta avrebbe rischiato di regalarci una piazza splendida, sì, ma priva di vera vita urbana?

Come abbiamo già visto, Piazza Dante nasce con un’assenza: quella di una seconda via di comunicazione, strada o tunnel, ...
20/12/2025

Come abbiamo già visto, Piazza Dante nasce con un’assenza: quella di una seconda via di comunicazione, strada o tunnel, prevista alla sinistra di Porta Soprana. Un’idea rimasta sulla carta ma ancora leggibilissima dall’alto, dove la piazza rivela chiaramente la sua forma a V e una quasi perfetta simmetria tra il palazzo Gaslini e il palazzo INA.

La mancata realizzazione di questo secondo percorso ha avuto un doppio effetto. Da un lato ha permesso di salvare un pezzo importante di centro storico; dall’altro ci ha consegnato una piazza incompiuta, un vero e proprio incidente urbanistico, che da decenni fatica a trovare una funzione convincente. Oggi, come sappiamo, la sua superficie è ridotta a poco più di un grande parcheggio per scooter.

Nel tempo, però, qualcuno ha provato a “risolvere” il problema, immaginando una nuova destinazione per questo vuoto urbano.

Uno dei tentativi più clamorosi risale al 1992, quando Franco Purini propose una struttura architettonica decisamente fuori dagli schemi: un grande involucro murario traforato, pensato per evocare i contrasti di luce e ombra tipici dei carruggi. Una sorta di rappresentazione simbolica tridimensionale del centro storico, con al suo interno uno specchio d’acqua a simboleggiare il mare.
Anche osservando il progetto, però, è onestamente difficile immaginare come sarebbe apparso, e soprattutto come sarebbe stato vissuto, lo spazio interno di questa costruzione.

Una cosa sembra invece abbastanza certa: l’impatto esterno di un simile intervento sarebbe stato, nel migliore dei casi, fortemente divisivo per la cittadinanza.
E l’intelligenza artificiale è magari ingenerosa, ma forse realista, immaginandolo oltre trent’anni dopo ingrigito dal traffico e dalla scarsa manutenzione.

E voi che ne pensate?
Vi sarebbe piaciuto questo colossale monumento simbolico alla città?
O preferite il più prosaico, ma quantomeno pratico, parcheggio al servizio degli scooteristi?


Come già accennato, nei primi anni del Novecento Gino Coppedè rivolse la sua attenzione anche a Sampierdarena, allora an...
19/12/2025

Come già accennato, nei primi anni del Novecento Gino Coppedè rivolse la sua attenzione anche a Sampierdarena, allora ancora entità autonoma e non ancora inglobata nella “Grande Genova”.

L’architetto aveva già lasciato il segno con il padiglione rappresentativo della città alla grande Fiera di Milano del 1906, prima di dedicarsi a una serie di ambiziosi progetti, rimasti sulla carta, per l’espansione di quella che veniva chiamata la “Manchester d’Italia”.

Tra questi spicca il suo “nuovo scalo”: una vera e propria stazione marittima pensata per conferire prestigio alla cittadina, con un’architettura magniloquente, ricchissima di dettagli, capace non solo di stupire ma anche di potenziare in modo decisivo il commercio locale.

E voi che ne dite? Vi sarebbe piaciuta una San Pê d’Ænn-a in versione coppedèiana?

NOTA: Ho appena aggiunto una variante, che avevo preparato un po’ di tempo prima… per qualche motivo non mi convinceva, ma in realtà è più fedele al progetto originale. Scegliete voi quella che preferite.

Lo sventramento dell’area di Piccapietra–Portoria non è affatto un’idea del secondo dopoguerra: le sue origini risalgono...
18/12/2025

Lo sventramento dell’area di Piccapietra–Portoria non è affatto un’idea del secondo dopoguerra: le sue origini risalgono infatti già agli anni Venti e Trenta del Novecento.

In quel periodo prese forma un ambizioso piano urbanistico dal nome altisonante, “Genuensis ergo Mercator”, che rende bene l’idea delle intenzioni del regime: grandi spazi aperti, nuove arterie viarie e soprattutto un enorme “grattanuvole”, ancora più colossale di quello che verrà poi realmente costruito in Piazza Piccapietra. Già allora, come si può vedere, si prevedeva uno sbancamento totale, con la distruzione della storica Porta Aurea che dava il nome alla zona.

Nel universo alternativo in cui questo progetto è stato effettivamente portato a termine nella sua forma originale, possiamo immaginare - più che altro perché non sono riuscito a convincere l’intelligenza artificiale del contrario - che il Teatro Carlo Felice e il Palazzo di Pammatone (oggi Tribunale) abbiano mantenuto le loro forme classiche.

E voi che ne pensate?
Avreste preferito questa Piccapietra “monumentale”, oppure quella che è realmente nata tra gli anni Sessanta e Settanta?

Nel 1924 Marcello Piacentini presentò una serie di proposte diverse tra loro come contributo al Concorso per la sistemaz...
17/12/2025

Nel 1924 Marcello Piacentini presentò una serie di proposte diverse tra loro come contributo al Concorso per la sistemazione della Spianata del Bisagno, indetto dal Corriere Mercantile.

All’epoca l’architetto romano non aveva ancora sviluppato il suo inconfondibile stile “di regime”, e una delle sue visioni più sorprendenti per Piazza Verdi immaginava un impianto decisamente monumentale: nel piazzale antistante la Stazione Orientale sarebbe sorto un grande complesso edilizio scenografico, attraversato da un passaggio diretto verso la futura Piazza della Vittoria, che Piacentini chiamava allora “Piazza del Popolo”.

Un’idea radicale, che avrebbe completamente trasformato il volto dell’area, eliminando anche gli attuali e caratteristici giardini.

E voi che ne pensate? Vi piacerebbe uscire dalla Stazione Brignole e ritrovarvi una Piazza Verdi così, più monumentale ma senza il verde che oggi la distingue?

Negli anni ’90 dell’Ottocento, mentre le antiche Via di Porta Pila e Via della Consolazione venivano cancellate per far ...
16/12/2025

Negli anni ’90 dell’Ottocento, mentre le antiche Via di Porta Pila e Via della Consolazione venivano cancellate per far posto alla nuova Via XX Settembre, in città si aprì un acceso dibattito su quale dovesse essere il destino della storica Porta.

Tra le ipotesi più drastiche c’era quella di demolirla completamente, salvando soltanto la Madonna: una soluzione non nuova, già adottata pochi anni prima per la “sorella” seicentesca della Lanterna, con la statua poi riutilizzata come elemento decorativo presso la Torre Piloti di Molo Giano.

È in questo contesto che si inserisce la proposta dell’ingegnere Giuseppe Erede, che immaginava una grande colonna da collocare proprio davanti all’imbocco della nuova via, come segno simbolico e monumentale di accesso alla città moderna.
Colonna sormontata, appunto, dalla statua di Maria, già Regina della città.

La “Via XX” pensata da Erede, però, era decisamente meno grandiosa di quella che sarebbe poi stata realizzata. Inoltre, l’idea di piazzare un elemento ingombrante nel cuore del nuovo asse viario, concepito come collegamento diretto da Albaro a Piazza De Ferrari, non convinse chi era chiamato a prendere le decisioni finali.

Alla fine, il frontale della Porta venne smontato e ricostruito sulle mura di Montesano, dove rimase per qualche decennio, prima della ricollocazione attuale dietro la Stazione Brignole.

E voi che ne dite? Vi sarebbe piaciuto ereditare una Via XX Settembre meno monumentale, “introdotta” da un’evocativa colonna mariana?

Indirizzo

Piazza Dante 8
Genova

Sito Web

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