Dott.ssa Rosy Cortese

Dott.ssa Rosy Cortese 🌿“I sintomi raccontano storie che le parole non osano, parlano di relazioni sospese.

🌿Ascoltare il corpo prima che parli la mente.

Accompagno chi vuole capire, dare senso e ritrovare chiarezza dentro di sé.

🌿Spazio di ascolto e consapevolezza

ARRIVA UN MOMENTO IN CUI NON DEVI PIÙ DIVENTARE NIENTE.DEVI SMETTERE DI RIDURTI.Passiamo una parte enorme della vita a c...
24/09/2026

ARRIVA UN MOMENTO IN CUI NON DEVI PIÙ DIVENTARE NIENTE.
DEVI SMETTERE DI RIDURTI.

Passiamo una parte enorme della vita a costruire una versione di noi che possa essere accettata.

Più adeguata.
Più accomodante.
Più comprensibile.
Meno scomoda.

Impariamo presto quali parti mostrare e quali trattenere.
Quanto possiamo essere visibili senza rischiare di perdere appartenenza, amore, approvazione.

E a forza di adattarci può accadere qualcosa di paradossale:

diventiamo bravissimi a essere ciò che serve,
e sempre meno capaci di sentire chi siamo.

Per questo il lavoro su di sé non consiste necessariamente nell'aggiungere.

A volte consiste nel togliere.

Ruoli.
Aspettative.
Vecchie fedeltà.
Bisogni di approvazione.
Identità costruite per sentirci al sicuro.

E qualcosa cambia.

Non perché improvvisamente spariscono le insicurezze.
Ma perché smettiamo di aspettare che siano gli altri a darci il permesso.

E inizi a sentire che puoi stare lì.

Nel tuo posto.

Con quello che sai e con quello che ancora devi imparare.
Con le tue fragilità e con tutta la strada che hai fatto.

La maturità, forse, non è arrivare finalmente a sentirsi sicuri di sé.

È riuscire a stare dalla propria parte anche quando quella sicurezza vacilla.

Perché paura e dubbio possono continuare a esistere.

Semplicemente, non decidono più quanto spazio hai il diritto di occupare.

E forse è proprio questo uno dei passaggi più difficili:

smettere di cercare il proprio valore nello sguardo degli altri e iniziare a sostenerne il peso in prima persona.🤙🩷

UN PERCORSO INIZIATO PROPRIO QUI, A CESENATICO, QUATTRO ANNI FA.E QUI, SI CHIUDE UN CERCHIO. ❤️Se penso a quanto questo ...
22/09/2026

UN PERCORSO INIZIATO PROPRIO QUI, A CESENATICO, QUATTRO ANNI FA.
E QUI, SI CHIUDE UN CERCHIO. ❤️

Se penso a quanto questo viaggio abbia cambiato la mia vita, non posso che sentirmi profondamente grata.

In primis a Gabriele Policardo , grazie al quale, giorno dopo giorno, ho imparato a spostare lo sguardo, a mettere in discussione certezze, ad allargare il cuore.

Grazie per gli insegnamenti.
E sì, anche per i rimproveri. 😊
Forse soprattutto per quelli che mi hanno costretta a guardare dove avrei preferito non guardare.

La sua integrità, umana e professionale, è stata per me un riferimento importante e mi ha permesso di crescere tanto, come persona e nel mio lavoro.

Ci sono incontri che non finiscono quando termina un percorso.
Cambiano forma, ma restano dentro.

E Gabriele avrà sempre un posto speciale per me.

Sono grata alle persone meravigliose con cui ho iniziato questo viaggio: compagni di ricerca, di studio, di domande, di pezzi di vita. Anime affini incontrate lungo la strada.

Sono grata alla vita, che continua a sorprendermi e che, ancora una volta, mi ricorda di avere molta più fantasia di noi.

E poi sono grata a me.

Alla mia forza.
Alla mia determinazione.
Al coraggio di continuare anche quando sarebbe stato più semplice fermarmi.

Quattro anni fa sono arrivata qui in un modo.

Oggi riparto diversa.

E forse è proprio questo il senso più profondo di ogni vero percorso:
non diventare qualcun altro, ma tornare a casa un po' più vicini a ciò che siamo. ❤️

IL BAMBINO NON AMATO NON SMETTE DI AMARE I GENITORI.SMETTE DI AMARE SE STESSO.È una delle riflessioni più dolorose che a...
21/09/2026

IL BAMBINO NON AMATO NON SMETTE DI AMARE I GENITORI.
SMETTE DI AMARE SE STESSO.

È una delle riflessioni più dolorose che attraversano il pensiero di Alice Miller.

Un bambino difficilmente può pensare:

“Il mio genitore non riesce a vedermi.”

Ha bisogno di quell’adulto.
Dipende da lui.
Lo ama.

È più facile arrivare, inconsapevolmente, a un’altra conclusione:

“Sono io che non vado bene.”

E allora si adatta.

Diventa bravo.
Responsabile.
Forte.
Accomodante.
Impara a non disturbare, a chiedere poco, a capire gli altri prima ancora di capire se stesso.

E qualche volta lo chiamiamo persino “un bambino maturo”.

Poi quel bambino cresce.

E può diventare un adulto che fa tantissimo.

Studia.
Lavora.
Produce.
Si riempie di impegni, corsi, titoli, riconoscimenti.

Raggiunge un obiettivo e per un attimo si sente finalmente abbastanza.

Poi passa.

E ne serve un altro.

Ancora un titolo.
Ancora un progetto.
Ancora qualcosa da dimostrare.

Da fuori sembra ambizione.

Dentro, qualche volta, c’è ancora un bambino che domanda:

“Adesso sono abbastanza perché tu mi veda?”

Ed è qui che nessun riconoscimento basta davvero.

Perché se hai imparato che il tuo valore dipende da ciò che fai, continuerai a fare per sentirti degno di essere.

Ma crescere significa anche poter interrompere questa corsa.

Accorgerti che oggi non sei più quel bambino che deve conquistarsi lo sguardo di qualcuno.

Puoi fermarti.
Puoi non eccellere.
Puoi deludere.
Puoi cambiare strada.
Puoi desiderare qualcosa che non impressionerà nessuno.

E continuare a valere.

Forse guarire comincia proprio qui:

quando smetti di costruire una vita che dimostri quanto vali
e inizi a costruirne una in cui puoi finalmente esistere.

Non devi diventare ancora di più.

Devi, forse, smettere di abbandonare te stesso.

“LA MATURITÀ È LA CAPACITÀ DI VIVERE NELL’INCERTEZZA.”— John FinleyE se non avessi paura di fallire?E se avessi paura di...
19/09/2026

“LA MATURITÀ È LA CAPACITÀ DI VIVERE NELL’INCERTEZZA.”
— John Finley

E se non avessi paura di fallire?

E se avessi paura di scoprire quanto lontano potresti arrivare?

Per anni possiamo costruirci un’identità intorno ai nostri limiti.

“Non sono capace.”
“Mi blocco sempre.”
“Non riesco ad agire.”
“Mi saboto.”
“Non sono abbastanza.”

E, mattone dopo mattone, costruiamo interi castelli intorno all’idea di essere piccoli, fragili, incapaci.

Ma qualche volta, molto più in profondità, sentiamo esattamente il contrario.

Sentiamo la nostra grandezza.

Intuiamo perfettamente che quella decisione, quel progetto, quel cambiamento potrebbe aprire qualcosa di enorme.

E questo può fare molta più paura del fallimento.

Perché finché mi racconto che non posso, posso restare dove sono.

Ma se ammetto che posso, allora arriva la parte più scomoda:

la responsabilità di scegliere.
Di agire.
Di espormi.
Di lasciare ciò che conosco.
Di scoprire cosa succede quando smetto di trattenermi.

Forse non ci autosabotiamo sempre perché, in fondo, crediamo di essere piccoli.

A volte ci tratteniamo perché abbiamo già intravisto quanto potremmo diventare grandi.

E allora la domanda non è più:

“E se fallissi?”

Ma:

“E se ce la facessi davvero?
Sarei pronta a prendermi la responsabilità della vita che potrebbe aprirsi?”

ABBIAMO PASSATO ANNI A CERCARE DI NON DIVENTARE COME I NOSTRI GENITORI.POI UN GIORNO SENTIAMO USCIRE DALLA NOSTRA BOCCA ...
17/09/2026

ABBIAMO PASSATO ANNI A CERCARE DI NON DIVENTARE COME I NOSTRI GENITORI.
POI UN GIORNO SENTIAMO USCIRE DALLA NOSTRA BOCCA ESATTAMENTE LA LORO VOCE.

Ti fermi a metà frase e pensi:

“No. Questa cosa l'ha appena detta mia madre.”

Stesso tono.
Stessa espressione.
A volte persino la stessa faccia.

E tu che avevi giurato:

“Io con i miei figli non farò MAI così.”

Mai.

Una parola pericolosissima quando si parla di genitori.

Poi arrivano la stanchezza, la fretta, la paura, una porta sbattuta, una risposta che ti fa saltare l'ultimo neurone disponibile...

ed eccoli lì.

Mamma e papà.

Incorporati.

Non serve neanche telefonargli.

Perché i nostri genitori non vivono soltanto nei nostri ricordi.

Vivono anche dentro di noi.

Nel modo in cui abbiamo imparato ad amare.
Nel silenzio quando siamo feriti.
Nel controllo quando abbiamo paura.
Nella rabbia quando ci sentiamo impotenti.

Persino in quelle cose che abbiamo detestato così tanto da costruire una vita intera cercando di essere l'opposto.

Perché ciò da cui scappiamo non necessariamente smette di appartenerci.

A volte cambia semplicemente forma.

E poi arriva il momento più scomodo.

Nostro figlio ci guarda con gli stessi occhi con cui, tanti anni prima, noi guardavamo nostra madre o nostro padre.

E lì fa male.

Perché per un istante non siamo più soltanto il bambino che ha ricevuto.

Siamo diventati l'adulto che può ferire.

Forse il lavoro su di sé comincia davvero qui.

Non quando riusciamo finalmente a dire:

“I miei genitori hanno sbagliato.”

Ma quando abbiamo il coraggio di chiederci:

“Quanto di ciò che mi ha fatto male continua a vivere anche attraverso di me?”

Senza colpevolizzarci.
Senza trasformare i genitori nei responsabili di tutto.
E senza raccontarci che, siccome abbiamo capito, siamo immuni.

Non lo siamo.

Ma oggi possiamo accorgercene.

Possiamo fermarci.

Possiamo tornare da nostro figlio e dire:

“Prima ho sbagliato.”

Non perderemo autorevolezza.

Forse perderemo qualcosa di molto più inutile:

la pretesa di essere genitori perfetti.

Perché spezzare una catena generazionale non è sempre quel gesto enorme che immaginiamo.

A volte accade in cucina.
In macchina.
Davanti a una porta sbattuta.

Quando sta per uscire quella frase che conosciamo fin troppo bene e, per una volta, scegliamo qualcosa di diverso.

O quando è già uscita e troviamo il coraggio di tornare indietro.

I nostri genitori continueranno ad abitare dentro di noi.

Non dobbiamo cancellarli.

Dobbiamo diventare abbastanza consapevoli da scegliere cosa di loro continuerà attraverso di noi.

Perché forse l'eredità più importante che possiamo lasciare ai nostri figli non è una storia senza ferite.

È fare in modo che, un giorno, quando dalla loro bocca uscirà la nostra voce, insieme alla voce trovino anche la libertà di scegliere.

Rosy Cortese

PRIMO GIORNO DI SCUOLA.La domanda nazionale, al rientro dei figli, è una sola:«Com’è andata?»Loro hanno ancora la testa ...
15/09/2026

PRIMO GIORNO DI SCUOLA.

La domanda nazionale, al rientro dei figli, è una sola:

«Com’è andata?»

Loro hanno ancora la testa alle serate fuori, al mare e alle mattine senza sveglia. Poi, di colpo, sono tornati in classe, magari con un orario già pieno e senza aver capito bene nemmeno dove sono finiti.

Entrano in casa. Vogliono togliersi le scarpe, riprendere il cellulare e reintegrare zuccheri.

«Com’è andata?»
«Bene.»

«Ci sono persone nuove?»
«Bene.»

«E i prof?»
«Bene.»

«Come ti sembrano?»
«Bene.»

A questo punto, più che un decalogo del buon genitore, servirebbe un manuale di sopravvivenza al primo “bene” dell’anno:

1. Nei primi 45 minuti, resisti alla tentazione di fare tutte le domande che avevi preparato da giugno.
2. Prima di indagare sui professori, verifica se ha mangiato. Le priorità, a volte, sono molto meno pedagogiche.
3. Se risponde «bene» tre volte, non chiedere «Bene in che senso?». Non è un test di comprensione del testo.
4. Non interpretare lo sguardo sul cellulare come un’offesa personale. Potrebbe semplicemente essere il suo modo di rientrare nel mondo.
5. Non chiedere nello stesso minuto di compagni, orario, prof, compiti e sentimenti. Anche tu, sotto interrogatorio, diresti «bene».
6. Se decide di parlare, prova a non interromperlo con una soluzione al secondo venti. Lo so. È difficile.
7. Se non parla, fai altro. A volte la conversazione arriva mentre tagli il pane, non quando ti siedi di fronte a lui con l’aria da «ora possiamo confrontarci».
8. Lascia perdere il «Ai miei tempi…». Il primo giorno di scuola è già abbastanza lungo così.
9. Tieni aperta la porta, anche se per ora da quella porta esce soltanto un «bene».
10. Preparati: potrebbe raccontarti tutto alle dieci di sera, quando hai finalmente deciso di dormire.

E infatti, proprio mentre spegni la luce, arriva:

«Comunque oggi è successa una cosa…»

La verità è che noi vorremmo sapere subito come stanno. Perché ci importa, perché ci preoccupiamo, perché a volte una parola ci sembra troppo poco per capire se dobbiamo stare tranquilli.

Ma i figli non sempre riescono a raccontarsi nel momento in cui siamo pronti ad ascoltarli noi. A volte hanno bisogno di tornare a casa anche con la testa, prima di trovare le parole.

E forse esserci significa anche questo: lasciare che quel «bene» resti lì, senza forzarlo. Così, quando arriva il loro momento, sanno dove trovarci. Anche se, naturalmente, sarà alle dieci di sera.

Ci sono batoste che non ti fanno semplicemente male.Ti spostano.Una relazione che finisce.Una perdita.Un tradimento.Un f...
14/09/2026

Ci sono batoste che non ti fanno semplicemente male.

Ti spostano.

Una relazione che finisce.
Una perdita.
Un tradimento.
Un figlio che prende una strada diversa da quella che avevi immaginato.

O una malattia che arriva e, improvvisamente, cambia le priorità.
Ti costringe a fermarti.
E qualche volta ti porta a guardare proprio lì dove non avevi mai guardato.

Dentro il corpo.
Dentro le relazioni.
Dentro il modo in cui stavi vivendo.

All'inizio vorresti soltanto tornare a prima.

Ma a prima non si torna.

E forse il punto non è nemmeno tornarci.

Perché certe esperienze rompono l'immagine che avevamo di noi, degli altri, della vita.
E quando qualcosa si rompe, insieme al dolore possono cadere anche illusioni, ruoli, vecchie appartenenze, modi di vivere che non ci somigliavano più.

Non credo che dal dolore si debba necessariamente uscire “più forti”.

A volte se ne esce semplicemente più veri.

Con qualche certezza in meno.
Qualche consapevolezza in più.
E uno sguardo diverso su ciò che conta davvero.

Le batoste non arrivano per insegnarci qualcosa.
Arrivano e basta.

Ma quando accadono possiamo continuare a cercare disperatamente la persona che eravamo prima, oppure cominciare ad ascoltare quella che sta emergendo adesso.

Forse la trasformazione comincia proprio lì:

quando smettiamo di chiederci come tornare quelli di prima
e iniziamo a domandarci chi stiamo diventando.

“SAREMO IO E TE.PER SEMPRE SÌ.”Bellissimo.Finché quel per sempre non diventa una condanna.Perché sull’amore eterno abbia...
12/09/2026

“SAREMO IO E TE.
PER SEMPRE SÌ.”

Bellissimo.

Finché quel per sempre non diventa una condanna.

Perché sull’amore eterno abbiamo costruito una quantità impressionante di poesia.

E anche una discreta quantità di disastri.

Ci siamo raccontati che se ami davvero, resti.
Che se una coppia dura, allora ha funzionato.
Che andarsene significa aver fallito.

Così ci sono persone che stanno insieme da vent’anni e non si incontrano più da dieci.

Si feriscono.
Si controllano.
Si puniscono con il silenzio.
Si lasciano e si riprendono.
Si promettono che questa volta sarà diverso.

Poi ricominciano esattamente da dove avevano lasciato.

Ma restano.

“Per i figli.”

Certo.

I figli.

Quelli che nel frattempo hanno conseguito un master non richiesto in tensione emotiva e sanno riconoscere dal rumore delle chiavi nella porta che tipo di serata sarà.

Poi c’è il mutuo.
La casa.
Le famiglie.
Gli anni trascorsi insieme.
“Dopo tutto quello che abbiamo costruito…”
“Alla nostra età dove vuoi andare?”
“Ormai siamo una famiglia.”

Tutto vero.

Ma qualche volta, sotto tutte queste ragioni, ce n’è una molto più difficile da pronunciare:

non sappiamo più chi siamo senza l’altro.

Perché non tutte le coppie che non riescono a separarsi sono tenute insieme dall’amore.

Alcune sono tenute insieme dalla paura.

Paura di essere lasciati.
Paura di restare soli.
Paura di ricominciare.
Paura di scoprire che, senza l’altro da salvare, accusare, controllare o rincorrere, dovremo finalmente occuparci di noi.

E allora nasce quella danza che chiamiamo amore perché chiamarla dipendenza fa decisamente meno Sanremo.

Io ho bisogno che tu abbia bisogno di me.
Tu hai bisogno che io non me ne vada.

Io ti controllo perché temo di perderti.
Tu mi rassicuri perché temi di perdermi.

Litighiamo perché stare insieme fa male.
Facciamo pace perché stare separati fa ancora più paura.

E ricominciamo.

Questa è la parte della codipendenza di cui si parla poco:
a volte non restiamo perché stiamo bene insieme.
Restiamo perché non sappiamo stare senza.

E attenzione.

Questo non significa che quando una relazione attraversa una crisi bisogna separarsi.

Significa qualcosa di molto più scomodo:

bisogna smettere di confondere il restare con l’amare.

A volte l’atto d’amore più adulto è restare e cambiare profondamente il modo in cui stiamo insieme.

Altre volte è avere il coraggio di riconoscere che continuare a chiamare “famiglia” un luogo in cui tutti soffrono non lo trasforma automaticamente in un luogo d’amore.

E soprattutto, lasciamo fuori i figli.

Non facciamoli diventare la colla di una relazione che gli adulti non hanno il coraggio di guardare.

Perché i figli non imparano l’amore da quello che diciamo loro sull’amore.

Lo imparano guardando come ci amiamo.

Imparano cosa significa essere una coppia osservando quanto ci rispettiamo.
Quanto possiamo essere noi stessi.
Come litighiamo.
Come ci chiediamo scusa.
Come mettiamo un confine.
Come restiamo.

E anche, qualche volta, come abbiamo il coraggio di andare via.

Forse allora dovremmo riscriverla, quella promessa.

Non:

“Saremo io e te, per sempre sì.”

Ma:

“Saremo io e te finché sapremo sceglierci senza perderci.”

Perché l’amore adulto non è:

“Senza di te non posso vivere.”

È qualcosa di molto meno romantico.

E infinitamente più libero.

“Posso vivere anche senza di te.
Ma oggi potrei andare.
E scelgo di restare.”

-Rosy Cortese

A VOLTE NON HAI PAURA CHE TUO FIGLIO SBAGLI.HAI PAURA CHE VIVA QUELLO CHE HAI VISSUTO TU.E allora lo avverti.Lo controll...
10/09/2026

A VOLTE NON HAI PAURA CHE TUO FIGLIO SBAGLI.
HAI PAURA CHE VIVA QUELLO CHE HAI VISSUTO TU.

E allora lo avverti.

Lo controlli.

Gli spieghi cosa potrebbe succedere.

Cerchi di anticipare le conseguenze.

Vorresti evitargli quella persona.
Quell'amicizia.
Quella scelta.
Quella delusione.

Dici che vuoi proteggerlo.

Ed è vero.

Ma qualche volta, mentre cerchi di proteggere lui, stai cercando di salvare te.

Quella te che alla sua età non è stata vista.

Quella che si è fidata della persona sbagliata.

Che è rimasta sola.

Che ha avuto paura.

Che ha fatto una scelta che ha pagato cara.

Che avrebbe voluto accanto un adulto capace di dirle:

“Ti vedo. Qualunque cosa succeda, sono qui.”

E così, quando tuo figlio si avvicina anche solo lontanamente a qualcosa che assomiglia alla tua storia, dentro di te scatta un allarme.

Solo che lui non conosce il rumore che stai sentendo.

Perché quell'allarme appartiene alla tua storia, non necessariamente alla sua.

Ed è qui che essere genitori diventa terribilmente difficile.

Perché dobbiamo imparare a distinguere ciò che sta realmente accadendo a nostro figlio da ciò che sta accadendo dentro di noi mentre lo guardiamo.

Proteggere non significa impedire ogni caduta.

E fidarsi non significa lasciare un figlio senza confini.

Significa esserci abbastanza da interve**re quando serve…

e abbastanza consapevoli da non interve**re solo perché abbiamo paura.

I nostri figli faranno errori.

Alcuni ci sembreranno assurdi.

Altri ci faranno ve**re voglia di prenderli per le spalle e dire:

“Ti prego, non andare lì. Io so come finisce.”

Ma c'è una verità difficile da accettare:

non sappiamo come finisce.

Sappiamo come è finita per noi.

Loro non sono noi.

Hanno risorse diverse.
Incontreranno persone diverse.
Faranno scelte diverse.

E persino attraversando qualcosa che assomiglia alla nostra storia, potrebbero scrivere un finale completamente diverso.

Forse uno dei compiti più difficili di un genitore è proprio questo:

curare abbastanza le proprie ferite da non trasformarle nelle paure dei propri figli.

Perché tuo figlio non ha bisogno che tu gli impedisca di vivere.

Ha bisogno di sapere che, mentre vive la sua vita,
avrà un posto sicuro in cui tornare.

Rosy Cortese

FAI COME LORO.MENTRE LAVORI SU DI TE, RILASSATI. Perché ultimamente “lavorare su di sé” sembra essere diventato il nuovo...
09/09/2026

FAI COME LORO.
MENTRE LAVORI SU DI TE, RILASSATI.

Perché ultimamente “lavorare su di sé” sembra essere diventato il nuovo CrossFit dell’anima.

Tutti lavorano su di sé.

“Sto facendo un grande lavoro su di me.”

“Da quando ho iniziato il mio percorso…”

“Io ormai certe dinamiche le riconosco.”

E fin qui, benissimo.

Il problema comincia quando il lavoro su di sé diventa una qualifica professionale per diagnosticare quelli che, evidentemente, non hanno lavorato abbastanza su di loro.

Tu non mi hai mancato di rispetto:
sei inconsapevole.

Tu non mi hai fatto arrabbiare:
hai attivato una mia ferita.

Tu non sei semplicemente in disaccordo con me:
stai proiettando.

Io invece no.

Io ho lavorato su di me.

Ho fatto percorsi.
Letto libri.
Meditato.
Compreso i miei schemi.
Incontrato la bambina interiore, gli antenati e, se serviva, pure qualcuno delle vite precedenti.

Praticamente manca solo il diploma da essere umano evoluto. 😂

Eppure c'è una cosa curiosa.

Più lavori davvero su di te, meno ti senti arrivato.

Perché prima o poi, se scendi abbastanza in profondità, non incontri l'illuminazione.

Incontri l'umiltà.

Quella di accorgerti che puoi conoscere perfettamente i tuoi meccanismi e cascarci ancora.

Che puoi parlare di proiezioni e continuare a proiettare.

Che puoi insegnare i confini e qualche volta alzare muri.

Che puoi essere consapevole e comportarti da perfetto id**ta.

E soprattutto scopri una cosa abbastanza scomoda:

non sei migliore di chi non ha fatto il tuo stesso percorso.

Hai semplicemente avuto esperienze, strumenti e possibilità diverse.

Il lavoro su di sé, quando è autentico, non ti mette sopra gli altri.

Ti toglie lentamente dal piedistallo.

Ti rende un po' meno sicuro delle tue interpretazioni.

Un po' più curioso.

Un po' più capace di dire:

“Potrei sbagliarmi.”

E forse anche un po' più capace di ridere di te stesso.

Perciò sì, lavoriamo su di noi.

Ma ogni tanto facciamo come questi due.

Rilassiamoci.

Che l'ego riesce benissimo a sentirsi superiore anche mentre medita.😊

Rosy Cortese

Indirizzo

Livorno
57128

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 17:00
Giovedì 09:00 - 17:00
Venerdì 09:00 - 17:00

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