Dott.ssa Rosy Cortese

Dott.ssa Rosy Cortese 🌿“I sintomi raccontano storie che le parole non osano, parlano di relazioni sospese.

🌿Ascoltare il corpo prima che parli la mente.

Accompagno chi vuole capire, dare senso e ritrovare chiarezza dentro di sé.

🌿Spazio di ascolto e consapevolezza

ABBIAMO PASSATO ANNI A CERCARE DI NON DIVENTARE COME I NOSTRI GENITORI.POI UN GIORNO SENTIAMO USCIRE DALLA NOSTRA BOCCA ...
17/09/2026

ABBIAMO PASSATO ANNI A CERCARE DI NON DIVENTARE COME I NOSTRI GENITORI.
POI UN GIORNO SENTIAMO USCIRE DALLA NOSTRA BOCCA ESATTAMENTE LA LORO VOCE.

Ti fermi a metà frase e pensi:

“No. Questa cosa l'ha appena detta mia madre.”

Stesso tono.
Stessa espressione.
A volte persino la stessa faccia.

E tu che avevi giurato:

“Io con i miei figli non farò MAI così.”

Mai.

Una parola pericolosissima quando si parla di genitori.

Poi arrivano la stanchezza, la fretta, la paura, una porta sbattuta, una risposta che ti fa saltare l'ultimo neurone disponibile...

ed eccoli lì.

Mamma e papà.

Incorporati.

Non serve neanche telefonargli.

Perché i nostri genitori non vivono soltanto nei nostri ricordi.

Vivono anche dentro di noi.

Nel modo in cui abbiamo imparato ad amare.
Nel silenzio quando siamo feriti.
Nel controllo quando abbiamo paura.
Nella rabbia quando ci sentiamo impotenti.

Persino in quelle cose che abbiamo detestato così tanto da costruire una vita intera cercando di essere l'opposto.

Perché ciò da cui scappiamo non necessariamente smette di appartenerci.

A volte cambia semplicemente forma.

E poi arriva il momento più scomodo.

Nostro figlio ci guarda con gli stessi occhi con cui, tanti anni prima, noi guardavamo nostra madre o nostro padre.

E lì fa male.

Perché per un istante non siamo più soltanto il bambino che ha ricevuto.

Siamo diventati l'adulto che può ferire.

Forse il lavoro su di sé comincia davvero qui.

Non quando riusciamo finalmente a dire:

“I miei genitori hanno sbagliato.”

Ma quando abbiamo il coraggio di chiederci:

“Quanto di ciò che mi ha fatto male continua a vivere anche attraverso di me?”

Senza colpevolizzarci.
Senza trasformare i genitori nei responsabili di tutto.
E senza raccontarci che, siccome abbiamo capito, siamo immuni.

Non lo siamo.

Ma oggi possiamo accorgercene.

Possiamo fermarci.

Possiamo tornare da nostro figlio e dire:

“Prima ho sbagliato.”

Non perderemo autorevolezza.

Forse perderemo qualcosa di molto più inutile:

la pretesa di essere genitori perfetti.

Perché spezzare una catena generazionale non è sempre quel gesto enorme che immaginiamo.

A volte accade in cucina.
In macchina.
Davanti a una porta sbattuta.

Quando sta per uscire quella frase che conosciamo fin troppo bene e, per una volta, scegliamo qualcosa di diverso.

O quando è già uscita e troviamo il coraggio di tornare indietro.

I nostri genitori continueranno ad abitare dentro di noi.

Non dobbiamo cancellarli.

Dobbiamo diventare abbastanza consapevoli da scegliere cosa di loro continuerà attraverso di noi.

Perché forse l'eredità più importante che possiamo lasciare ai nostri figli non è una storia senza ferite.

È fare in modo che, un giorno, quando dalla loro bocca uscirà la nostra voce, insieme alla voce trovino anche la libertà di scegliere.

Rosy Cortese

PRIMO GIORNO DI SCUOLA.La domanda nazionale, al rientro dei figli, è una sola:«Com’è andata?»Loro hanno ancora la testa ...
15/09/2026

PRIMO GIORNO DI SCUOLA.

La domanda nazionale, al rientro dei figli, è una sola:

«Com’è andata?»

Loro hanno ancora la testa alle serate fuori, al mare e alle mattine senza sveglia. Poi, di colpo, sono tornati in classe, magari con un orario già pieno e senza aver capito bene nemmeno dove sono finiti.

Entrano in casa. Vogliono togliersi le scarpe, riprendere il cellulare e reintegrare zuccheri.

«Com’è andata?»
«Bene.»

«Ci sono persone nuove?»
«Bene.»

«E i prof?»
«Bene.»

«Come ti sembrano?»
«Bene.»

A questo punto, più che un decalogo del buon genitore, servirebbe un manuale di sopravvivenza al primo “bene” dell’anno:

1. Nei primi 45 minuti, resisti alla tentazione di fare tutte le domande che avevi preparato da giugno.
2. Prima di indagare sui professori, verifica se ha mangiato. Le priorità, a volte, sono molto meno pedagogiche.
3. Se risponde «bene» tre volte, non chiedere «Bene in che senso?». Non è un test di comprensione del testo.
4. Non interpretare lo sguardo sul cellulare come un’offesa personale. Potrebbe semplicemente essere il suo modo di rientrare nel mondo.
5. Non chiedere nello stesso minuto di compagni, orario, prof, compiti e sentimenti. Anche tu, sotto interrogatorio, diresti «bene».
6. Se decide di parlare, prova a non interromperlo con una soluzione al secondo venti. Lo so. È difficile.
7. Se non parla, fai altro. A volte la conversazione arriva mentre tagli il pane, non quando ti siedi di fronte a lui con l’aria da «ora possiamo confrontarci».
8. Lascia perdere il «Ai miei tempi…». Il primo giorno di scuola è già abbastanza lungo così.
9. Tieni aperta la porta, anche se per ora da quella porta esce soltanto un «bene».
10. Preparati: potrebbe raccontarti tutto alle dieci di sera, quando hai finalmente deciso di dormire.

E infatti, proprio mentre spegni la luce, arriva:

«Comunque oggi è successa una cosa…»

La verità è che noi vorremmo sapere subito come stanno. Perché ci importa, perché ci preoccupiamo, perché a volte una parola ci sembra troppo poco per capire se dobbiamo stare tranquilli.

Ma i figli non sempre riescono a raccontarsi nel momento in cui siamo pronti ad ascoltarli noi. A volte hanno bisogno di tornare a casa anche con la testa, prima di trovare le parole.

E forse esserci significa anche questo: lasciare che quel «bene» resti lì, senza forzarlo. Così, quando arriva il loro momento, sanno dove trovarci. Anche se, naturalmente, sarà alle dieci di sera.

Ci sono batoste che non ti fanno semplicemente male.Ti spostano.Una relazione che finisce.Una perdita.Un tradimento.Un f...
14/09/2026

Ci sono batoste che non ti fanno semplicemente male.

Ti spostano.

Una relazione che finisce.
Una perdita.
Un tradimento.
Un figlio che prende una strada diversa da quella che avevi immaginato.

O una malattia che arriva e, improvvisamente, cambia le priorità.
Ti costringe a fermarti.
E qualche volta ti porta a guardare proprio lì dove non avevi mai guardato.

Dentro il corpo.
Dentro le relazioni.
Dentro il modo in cui stavi vivendo.

All'inizio vorresti soltanto tornare a prima.

Ma a prima non si torna.

E forse il punto non è nemmeno tornarci.

Perché certe esperienze rompono l'immagine che avevamo di noi, degli altri, della vita.
E quando qualcosa si rompe, insieme al dolore possono cadere anche illusioni, ruoli, vecchie appartenenze, modi di vivere che non ci somigliavano più.

Non credo che dal dolore si debba necessariamente uscire “più forti”.

A volte se ne esce semplicemente più veri.

Con qualche certezza in meno.
Qualche consapevolezza in più.
E uno sguardo diverso su ciò che conta davvero.

Le batoste non arrivano per insegnarci qualcosa.
Arrivano e basta.

Ma quando accadono possiamo continuare a cercare disperatamente la persona che eravamo prima, oppure cominciare ad ascoltare quella che sta emergendo adesso.

Forse la trasformazione comincia proprio lì:

quando smettiamo di chiederci come tornare quelli di prima
e iniziamo a domandarci chi stiamo diventando.

“SAREMO IO E TE.PER SEMPRE SÌ.”Bellissimo.Finché quel per sempre non diventa una condanna.Perché sull’amore eterno abbia...
12/09/2026

“SAREMO IO E TE.
PER SEMPRE SÌ.”

Bellissimo.

Finché quel per sempre non diventa una condanna.

Perché sull’amore eterno abbiamo costruito una quantità impressionante di poesia.

E anche una discreta quantità di disastri.

Ci siamo raccontati che se ami davvero, resti.
Che se una coppia dura, allora ha funzionato.
Che andarsene significa aver fallito.

Così ci sono persone che stanno insieme da vent’anni e non si incontrano più da dieci.

Si feriscono.
Si controllano.
Si puniscono con il silenzio.
Si lasciano e si riprendono.
Si promettono che questa volta sarà diverso.

Poi ricominciano esattamente da dove avevano lasciato.

Ma restano.

“Per i figli.”

Certo.

I figli.

Quelli che nel frattempo hanno conseguito un master non richiesto in tensione emotiva e sanno riconoscere dal rumore delle chiavi nella porta che tipo di serata sarà.

Poi c’è il mutuo.
La casa.
Le famiglie.
Gli anni trascorsi insieme.
“Dopo tutto quello che abbiamo costruito…”
“Alla nostra età dove vuoi andare?”
“Ormai siamo una famiglia.”

Tutto vero.

Ma qualche volta, sotto tutte queste ragioni, ce n’è una molto più difficile da pronunciare:

non sappiamo più chi siamo senza l’altro.

Perché non tutte le coppie che non riescono a separarsi sono tenute insieme dall’amore.

Alcune sono tenute insieme dalla paura.

Paura di essere lasciati.
Paura di restare soli.
Paura di ricominciare.
Paura di scoprire che, senza l’altro da salvare, accusare, controllare o rincorrere, dovremo finalmente occuparci di noi.

E allora nasce quella danza che chiamiamo amore perché chiamarla dipendenza fa decisamente meno Sanremo.

Io ho bisogno che tu abbia bisogno di me.
Tu hai bisogno che io non me ne vada.

Io ti controllo perché temo di perderti.
Tu mi rassicuri perché temi di perdermi.

Litighiamo perché stare insieme fa male.
Facciamo pace perché stare separati fa ancora più paura.

E ricominciamo.

Questa è la parte della codipendenza di cui si parla poco:
a volte non restiamo perché stiamo bene insieme.
Restiamo perché non sappiamo stare senza.

E attenzione.

Questo non significa che quando una relazione attraversa una crisi bisogna separarsi.

Significa qualcosa di molto più scomodo:

bisogna smettere di confondere il restare con l’amare.

A volte l’atto d’amore più adulto è restare e cambiare profondamente il modo in cui stiamo insieme.

Altre volte è avere il coraggio di riconoscere che continuare a chiamare “famiglia” un luogo in cui tutti soffrono non lo trasforma automaticamente in un luogo d’amore.

E soprattutto, lasciamo fuori i figli.

Non facciamoli diventare la colla di una relazione che gli adulti non hanno il coraggio di guardare.

Perché i figli non imparano l’amore da quello che diciamo loro sull’amore.

Lo imparano guardando come ci amiamo.

Imparano cosa significa essere una coppia osservando quanto ci rispettiamo.
Quanto possiamo essere noi stessi.
Come litighiamo.
Come ci chiediamo scusa.
Come mettiamo un confine.
Come restiamo.

E anche, qualche volta, come abbiamo il coraggio di andare via.

Forse allora dovremmo riscriverla, quella promessa.

Non:

“Saremo io e te, per sempre sì.”

Ma:

“Saremo io e te finché sapremo sceglierci senza perderci.”

Perché l’amore adulto non è:

“Senza di te non posso vivere.”

È qualcosa di molto meno romantico.

E infinitamente più libero.

“Posso vivere anche senza di te.
Ma oggi potrei andare.
E scelgo di restare.”

-Rosy Cortese

A VOLTE NON HAI PAURA CHE TUO FIGLIO SBAGLI.HAI PAURA CHE VIVA QUELLO CHE HAI VISSUTO TU.E allora lo avverti.Lo controll...
10/09/2026

A VOLTE NON HAI PAURA CHE TUO FIGLIO SBAGLI.
HAI PAURA CHE VIVA QUELLO CHE HAI VISSUTO TU.

E allora lo avverti.

Lo controlli.

Gli spieghi cosa potrebbe succedere.

Cerchi di anticipare le conseguenze.

Vorresti evitargli quella persona.
Quell'amicizia.
Quella scelta.
Quella delusione.

Dici che vuoi proteggerlo.

Ed è vero.

Ma qualche volta, mentre cerchi di proteggere lui, stai cercando di salvare te.

Quella te che alla sua età non è stata vista.

Quella che si è fidata della persona sbagliata.

Che è rimasta sola.

Che ha avuto paura.

Che ha fatto una scelta che ha pagato cara.

Che avrebbe voluto accanto un adulto capace di dirle:

“Ti vedo. Qualunque cosa succeda, sono qui.”

E così, quando tuo figlio si avvicina anche solo lontanamente a qualcosa che assomiglia alla tua storia, dentro di te scatta un allarme.

Solo che lui non conosce il rumore che stai sentendo.

Perché quell'allarme appartiene alla tua storia, non necessariamente alla sua.

Ed è qui che essere genitori diventa terribilmente difficile.

Perché dobbiamo imparare a distinguere ciò che sta realmente accadendo a nostro figlio da ciò che sta accadendo dentro di noi mentre lo guardiamo.

Proteggere non significa impedire ogni caduta.

E fidarsi non significa lasciare un figlio senza confini.

Significa esserci abbastanza da interve**re quando serve…

e abbastanza consapevoli da non interve**re solo perché abbiamo paura.

I nostri figli faranno errori.

Alcuni ci sembreranno assurdi.

Altri ci faranno ve**re voglia di prenderli per le spalle e dire:

“Ti prego, non andare lì. Io so come finisce.”

Ma c'è una verità difficile da accettare:

non sappiamo come finisce.

Sappiamo come è finita per noi.

Loro non sono noi.

Hanno risorse diverse.
Incontreranno persone diverse.
Faranno scelte diverse.

E persino attraversando qualcosa che assomiglia alla nostra storia, potrebbero scrivere un finale completamente diverso.

Forse uno dei compiti più difficili di un genitore è proprio questo:

curare abbastanza le proprie ferite da non trasformarle nelle paure dei propri figli.

Perché tuo figlio non ha bisogno che tu gli impedisca di vivere.

Ha bisogno di sapere che, mentre vive la sua vita,
avrà un posto sicuro in cui tornare.

Rosy Cortese

FAI COME LORO.MENTRE LAVORI SU DI TE, RILASSATI. Perché ultimamente “lavorare su di sé” sembra essere diventato il nuovo...
09/09/2026

FAI COME LORO.
MENTRE LAVORI SU DI TE, RILASSATI.

Perché ultimamente “lavorare su di sé” sembra essere diventato il nuovo CrossFit dell’anima.

Tutti lavorano su di sé.

“Sto facendo un grande lavoro su di me.”

“Da quando ho iniziato il mio percorso…”

“Io ormai certe dinamiche le riconosco.”

E fin qui, benissimo.

Il problema comincia quando il lavoro su di sé diventa una qualifica professionale per diagnosticare quelli che, evidentemente, non hanno lavorato abbastanza su di loro.

Tu non mi hai mancato di rispetto:
sei inconsapevole.

Tu non mi hai fatto arrabbiare:
hai attivato una mia ferita.

Tu non sei semplicemente in disaccordo con me:
stai proiettando.

Io invece no.

Io ho lavorato su di me.

Ho fatto percorsi.
Letto libri.
Meditato.
Compreso i miei schemi.
Incontrato la bambina interiore, gli antenati e, se serviva, pure qualcuno delle vite precedenti.

Praticamente manca solo il diploma da essere umano evoluto. 😂

Eppure c'è una cosa curiosa.

Più lavori davvero su di te, meno ti senti arrivato.

Perché prima o poi, se scendi abbastanza in profondità, non incontri l'illuminazione.

Incontri l'umiltà.

Quella di accorgerti che puoi conoscere perfettamente i tuoi meccanismi e cascarci ancora.

Che puoi parlare di proiezioni e continuare a proiettare.

Che puoi insegnare i confini e qualche volta alzare muri.

Che puoi essere consapevole e comportarti da perfetto id**ta.

E soprattutto scopri una cosa abbastanza scomoda:

non sei migliore di chi non ha fatto il tuo stesso percorso.

Hai semplicemente avuto esperienze, strumenti e possibilità diverse.

Il lavoro su di sé, quando è autentico, non ti mette sopra gli altri.

Ti toglie lentamente dal piedistallo.

Ti rende un po' meno sicuro delle tue interpretazioni.

Un po' più curioso.

Un po' più capace di dire:

“Potrei sbagliarmi.”

E forse anche un po' più capace di ridere di te stesso.

Perciò sì, lavoriamo su di noi.

Ma ogni tanto facciamo come questi due.

Rilassiamoci.

Che l'ego riesce benissimo a sentirsi superiore anche mentre medita.😊

Rosy Cortese

ADOLESCENZA – PARTE 3QUANDO UN FIGLIO CRESCE, CAMBIA ANCHE IL POSTO DEL PADREDurante l’adolescenza succede una cosa curi...
07/09/2026

ADOLESCENZA – PARTE 3

QUANDO UN FIGLIO CRESCE, CAMBIA ANCHE IL POSTO DEL PADRE

Durante l’adolescenza succede una cosa curiosa.

Per anni spesso è stata la mamma il porto.

Poi il figlio cresce, guarda fuori e comincia a dire:

“Faccio io.”

Ed è qui che il padre può diventare una presenza importantissima.

Non quello del:

“Finché vivi sotto questo tetto…”

Ma quello capace di dire:

“Vai. Prova. Se cadi, vediamo come ti rialzi.”

Perché soprattutto tra padre e figlio maschio può accadere qualcosa di meravigliosamente primitivo.

Uno sta cercando di diventare uomo.

L’altro cerca di ricordargli chi comanda.

Due maschi.
Due ego.
Due arieti a mezzo metro dalla testata. 😂

E la madre nel mezzo che pensa:

“Io volevo una famiglia, non arbitrare un incontro.”

Eppure proprio lì c’è un passaggio importante.

Un figlio non ha bisogno di sconfiggere suo padre per diventare uomo.

Ha bisogno di poter sentire:

“Non devo diventare te.
Posso diventare me.”

E con una figlia la danza cambia.

Perché anche attraverso lo sguardo di suo padre una ragazza può imparare qualcosa di importante:

posso essere vista, amata e rispettata senza dover compiacere nessuno.

Ma mentre scrivo del padre che dovrebbe esserci, penso inevitabilmente anche a quello che non c’è.

Al padre morto troppo presto.

A quello che se n’è andato.

A quello presente sulla carta, ma assente nella vita.

E qui voglio fermarmi.

Perché dire che un padre è importante non significa dire che senza un padre un figlio sia destinato a crescere a metà.

No.

Ci sono assenze che fanno male.

E non tutte fanno male nello stesso modo.

C’è chi avrebbe dato qualsiasi cosa per restare e non ha potuto.

E c’è chi avrebbe potuto restare
e ha scelto di non farlo.

Sono ferite diverse.

Ma nessuna delle due deve diventare un destino.

Perché un ragazzo può incontrare nel proprio cammino un nonno, uno zio, un insegnante, un allenatore, qualcuno capace di guardarlo e dirgli:

“Ti vedo.
Credo in te.”

E può esserci una madre che ha tenuto insieme molto più di quanto avrebbe mai immaginato.

Per questo vorrei che arrivasse soprattutto una cosa:

un’assenza lascia una traccia.
Ma una traccia non è una condanna.

E quando invece un padre c’è, forse il suo compito nell’adolescenza non è avere un figlio che gli somigli.

Non è trattenerlo.

Non è nemmeno spingerlo.

È riuscire a stare abbastanza vicino da esserci e abbastanza indietro da lasciarlo andare.

Senza dirgli:

“Seguimi.”

Ma:

“Trova la tua strada.
Non deve essere la mia.”

E forse uno dei regali più grandi che un padre possa fare a un figlio è proprio questo:

non chiedergli di diventare l’uomo o la donna che aveva immaginato.

Ma avere il coraggio di conoscere
quello che suo figlio ha scelto di diventare. ❤️

-Rosy Cortese

NON STAI REAGENDO A QUELLO CHE È SUCCESSO.STAI REAGENDO A QUELLO CHE TI È GIÀ SUCCESSO.Qualcuno cambia tono con te.Non t...
06/09/2026

NON STAI REAGENDO A QUELLO CHE È SUCCESSO.
STAI REAGENDO A QUELLO CHE TI È GIÀ SUCCESSO.

Qualcuno cambia tono con te.

Non ti dice nulla di apertamente grave, ma lo senti più distante.
Risponde in modo freddo.
E dentro di te qualcosa si chiude.

Pensi:
“Ho fatto qualcosa di sbagliato.”

Inizi a rileggere ogni parola che hai detto.
Cerchi un segnale nel suo modo di rispondere.
Ti viene voglia di chiedere subito:
“Ce l’hai con me?”

Oppure fai finta di niente e ti allontani per prima.

Questa è reazione.

È successo qualcosa.
Si è attivata una ferita.
E quella ferita ha deciso cosa fare.

Ma tra ciò che accade e ciò che fai dopo esiste uno spazio.

Piccolo.
A volte piccolissimo.

Ed è proprio lì che puoi chiederti:

“Cosa sta succedendo davvero dentro di me?”

Magari scopri che quel cambiamento di tono non sta parlando soltanto di oggi.

Sta parlando di tutte le volte in cui hai percepito distanza.
Di quando avevi bisogno di essere vista.
Scelta.
Rassicurata.

Perché quando reagiamo, spesso non rispondiamo soltanto a ciò che sta accadendo.

Rispondiamo anche a ciò che è già accaduto.

Il bambino dentro di noi riconosce qualcosa di antico e dice:

“Eccoci di nuovo qui.”

L’adulto invece può fermarsi.

Sentire la ferita senza consegnarle il volante.

Ed è qui che la reazione può diventare azione.

REAZIONE:
accade qualcosa → si attiva la mia storia → rispondo dalla ferita.

AZIONE:
accade qualcosa → si attiva la mia storia → me ne accorgo → scelgo cosa fare.

Sembra una differenza piccola.

È enorme.

Il bambino dice:
“Se mi ami dovresti capire da solo di cosa ho bisogno.”

L’adulto dice:
“Ti dico di cosa ho bisogno e poi guardo cosa scegli di farne.”

Il bambino aspetta che qualcuno si accorga che sta male.

L’adulto dice:
“Ho bisogno di aiuto.”

Il bambino pensa:
“Dopo tutto quello che ho fatto per te, dovresti fare lo stesso per me.”

L’adulto riconosce:
“Quello che ho dato è stata una mia scelta. Posso guardare ciò che ricevo e decidere se questa relazione mi fa bene.”

Il bambino, davanti a un rifiuto, sente:
“Non valgo abbastanza.”

L’adulto può soffrire per un rifiuto senza trasformarlo in una sentenza sul proprio valore.

Il bambino, quando qualcuno si allontana, rincorre.

Oppure si allontana per primo.
Così almeno non rischia di essere lasciato.

L’adulto può restare abbastanza fermo da domandarsi:

“Questa persona la desidero davvero o sto cercando disperatamente di non sentirmi abbandonato?”

E poi ci sono le aspettative.

Tutti ne abbiamo.

La differenza non è tra avere o non avere aspettative.

È cosa facciamo quando la realtà non le soddisfa.

Il bambino aspetta inconsapevolmente che qualcuno ripari un bisogno antico.

Che capisca.
Che ricambi.
Che riconosca.
Che finalmente dia ciò che è mancato.

L’adulto desidera.
Chiede.
Comunica.

E poi guarda la realtà.

Non:
“Tu devi amarmi come ho bisogno.”

Ma:
“Io posso vedere come mi ami e decidere se questo amore mi basta.”

Non:
“Tu devi rispettarmi.”

Ma:
“Io posso scegliere cosa fare quando non mi rispetti.”

Non:
“Tu devi riconoscere il mio valore.”

Ma:
“Se tu non lo riconosci, il mio valore non scompare.”

Forse diventare adulti emotivamente non significa smettere di avere ferite.

Significa imparare a riconoscere quando è una ferita antica a parlare al posto nostro.

Perché il bambino dentro di noi continuerà qualche volta ad avere paura.

A sentirsi escluso.
A voler essere scelto.
A sperare che qualcuno finalmente arrivi e ripari tutto.

Non dobbiamo zittirlo.

E nemmeno vergognarci di lui.

Dobbiamo diventare abbastanza adulti da prenderlo per mano e dirgli:

“Lo so che questa cosa ti fa male.

Ma questa volta non devi decidere tu.

Questa volta ci sono io.”

Nessuna quantità di rimorsopuò cambiare il passato.Nessuna quantità di ansiapuò cambiare il futuro.Ma anche una piccola ...
04/09/2026

Nessuna quantità di rimorso
può cambiare il passato.
Nessuna quantità di ansia
può cambiare il futuro.
Ma anche una piccola quantità di gratitudine
può cambiare il presente🩷
Ann Voskamp

SE POTESSI TORNARE INDIETRO...ti darei una madre presente oltremisura.Perché la verità è che, per molto tempo, mi sono r...
02/09/2026

SE POTESSI TORNARE INDIETRO...

ti darei una madre presente oltremisura.

Perché la verità è che, per molto tempo, mi sono rifugiata nel lavoro.

Non perché non ti amassi abbastanza.
Ma perché mi sentivo profondamente inadeguata.

E no, non posso raccontarmi che ci sono sempre stata come avevi bisogno che ci fossi.

Ci sono stata davvero quando ho iniziato a vederti.

E questo è successo tardi.

Ero troppo piena di ferite, di automatismi, di cose irrisolte.
Troppo piena di una vita, la mia, che chiedeva disperatamente di essere vista.

Non me ne faccio una colpa.
E non ho rimpianti.

Ma oggi posso guardare quella verità senza scappare:

non c'ero come tu avevi bisogno che io ci fossi.

E paradossalmente è stato proprio accettarlo a spalancare una porta.

Per molto tempo non ti ho capito.

Eri così diverso dagli altri bambini.

E io ti volevo un po' più simile a loro.

Perché se fossi stato "come gli altri" avrei avuto la rassicurazione che tu stessi bene.

E, forse ancora di più, che io stessi facendo un buon lavoro come madre.

Non avevo ancora capito che il problema non era renderti più simile agli altri.

Era imparare a vedere te.

Non ti ho capito subito.
E non ti ho capito per molto tempo.

Tu, con quei comportamenti che mi sembravano ingestibili, continuavi a spiattellarmi davanti tutto quello su cui io avevo bisogno di lavorare.

Tu eri ingestibile dentro una vita che, in quel momento, io non sapevo gestire.

E così sei diventato il motore dei miei studi, delle mie ricerche, delle mie domande.

Ho iniziato a cercare.

Prima per capire te.
Poi, inevitabilmente, per capire me.

Perché volevo raggiungerti.

Volevo trovare un modo diverso di esserti accanto.
Un modo che partisse da te, e non dall'idea che avevo di come avresti dovuto essere.

Sono partita da lì.

Dal dolore di sentire che non riuscivo a raggiungerti
e dalla speranza ostinata che un modo dovesse esserci.

Poi qualcosa è cambiato.

Ho smesso di cercare cosa ci fosse di sbagliato.

In te.

E anche in me.

Ho iniziato semplicemente a vedere.

La mia bellezza e la tua.
La mia unicità e la tua.

E quella che per anni avevo vissuto come una difficoltà è diventata una delle direzioni più importanti della mia vita.

Ed è anche da lì che, negli anni, è nato il mio lavoro.

Dal desiderio di accompagnare altri genitori a fare quello che io ho imparato, faticosamente, a fare:

spostare lo sguardo.

Smettere per un momento di chiedersi come dovrebbe essere un figlio
e cominciare a domandarsi chi è davvero quello che abbiamo davanti.

Perché presi dalla vita, dalle paure, dalle aspettative e dalle nostre ferite, rischiamo qualche volta di non vedere davvero il dono prezioso che abbiamo davanti.

Non il figlio che avevamo immaginato.

Non quello che ci rassicura.

Non quello che dimostra al mondo che siamo stati bravi genitori.

Quello che c'è.

Con la sua storia.
Il suo carattere.
Le sue fatiche.
La sua irripetibile bellezza.

Oggi compi 17 anni.

E penso a quella canzone di Jovanotti che ti piaceva tanto.

"Hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più."

Forse è proprio questo che hai fatto con la mia.

Mi hai costretta a guardare dove non volevo guardare.
Mi hai insegnato a vedere dove prima cercavo soltanto di aggiustare.
Mi hai portata, senza saperlo, verso una parte di me che forse senza di te non avrei mai incontrato.

Adesso però la strada è tua.

Vola, ragazzo mio.

Prenditi la vita che ti aspetta.
Prendila a morsi.

Sbaglia.
Cambia idea.
Cadi.
Ricomincia.

Scegli anche strade che magari io non capirò.

Ma non diventare mai più piccolo per entrare nel mondo degli altri.

Portaci dentro tutto quello che sei.

La tua diversità.
La tua sensibilità.
La tua testa.
La tua ostinazione.
La tua bellezza.

Quella bellezza che io ho impiegato tanto tempo a vedere
e che oggi non cambierei con niente al mondo.

Vola.

Io non ho più bisogno che tu sia come gli altri per sapere che stai bene.

Ho solo bisogno di saperti abbastanza libero da diventare pienamente te stesso.

Perché il mondo non ha bisogno di persone perfette.

Ha bisogno di persone che abbiano il coraggio di essere profondamente se stesse.

E tu, ragazzo mio, quel coraggio ce l'hai da sempre.❤️

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