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Intervista al PMLINel Febbraio 2021 una delegazione del Picchio Rosso si è recata presso la sede nazionale del PMLI. A r...
15/01/2022

Intervista al PMLI
Nel Febbraio 2021 una delegazione del Picchio Rosso si è recata presso la sede nazionale del PMLI.
A rispondere alle domande è Dario Granito, militante e membro del Comitato Centrale.

P.R: Il vostro partito si rifà a cinque personalità, Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao, che considerate i cinque
grandi maestri del proletariato internazionale. La fedeltà al pensiero di Mao è senza dubbio la
caratteristica che più vi contraddistingue, visto che, ad oggi, siete l'unico partito di rilevanza nazionale
che si rifà a questa dottrina. Che cosa aggiunge questo pensiero al marxismo-leninismo di Stalin, e come
mai ritenete che oggi ribadire questa dottrina sia importante?
PMLI: Il pensiero di Mao è da considerarsi uno sviluppo ulteriore del marxismo-leninismo, arrivando a spaziare
vari campi, da quello ideologico a quello filosofico, da quello politico a quello organizzativo: Mao ha infatti
parlato del partito, della rivoluzione e addirittura della letteratura e dell’arte, ma noi consideriamo come
suo principale contributo la lotta che ha sviluppato contro il revisionismo moderno. Stalin muore nel 1953
e, al 20° congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) del 1956, la figura di Stalin viene
attaccata e vituperata. Mao, vedendo la contraddizione antagonista che si era creata all’interno del PCUS,
decide di combattere duramente il revisionismo. In questo contesto è da ricordare una sua famosa
affermazione: “Credo che ci siano due spade: una è Lenin e l'altra è Stalin. Ora i russi hanno gettato via
quella spada che è Stalin... Una volta aperta questa breccia, sostanzialmente si è gettato via il leninismo".
Ripudiando Stalin non si ritiene più la via della rivoluzione d’ottobre la via principale per conquistare il
socialismo, credendo che si possa raggiungere per via pacifica, per via parlamentare, e con questa
convinzione viene tradito lo stesso leninismo e lo stesso marxismo. Mao, in particolar modo dal 1968 al
1976, anno della sua morte, contribuisce a dare la coscienza della necessità della lotta contro il
revisionismo a tutti i sinceri comunisti. Anche a noi, che siamo nati proprio negli anni della lotta contro il
revisionismo in Italia, ci avvaliamo dei suoi insegnamenti. Altra importantissima questione che ci ha
trasmesso è quella della concezione del mondo. Di fatto, di concezioni del mondo ne esistono due, quella
borghese e quella proletaria. Mao si occupa molto di quest’ultima concezione, poiché si rende conto, più di
quanto non sia stato possibile a Stalin, che nel socialismo persistono contraddizioni di classe, e la
contraddizione principale risulta essere quella fra il proletariato e la borghesia: una volta conquistato il
socialismo, la borghesia persiste in tutti i gangli dello Stato e addirittura all’interno del partito, di cui il
massimo rappresentante è Deng Xiaoping, che, dopo la morte di Mao, trasformerà la Cina in un paese
socialimperialista. Allora lui dà via a quello che è il suo capolavoro: la Grande rivoluzione culturale
proletaria. Si tratta di una rivoluzione che ha come obiettivo quello di trasformare la concezione del
mondo: infatti rappresenta un problema il fatto che nel socialismo vengano trasmesse ancora la cultura,
l’ideologia e la filosofia borghese, soprattutto nelle scuole. Per questo motivo, nell’ambito della Grande
rivoluzione culturale proletaria, vengono mandati gli operai nelle scuole e nelle università ad insegnare ai
giovani a unire la teoria con la pratica, e gli stessi giovani vengono mandati nelle campagne, per imparare
dai contadini, all’epoca la stragrande maggioranza della popolazione cinese. Viene inoltre istituito il
movimento delle guardie rosse che in tutto il territorio portano avanti gli insegnamenti teorici di Mao
riguardo alla lotta di classe, che, come abbiamo detto prima, nel socialismo devono continuare ad essere
sviluppati. Mao, morendo nel 1976, non riesce però a portare a termine la Grande rivoluzione culturale
proletaria. Però lui afferma anche che non basta una grande rivoluzione culturale, ma tante altre devono
susseguirsi nel corso del tempo. In conclusione, l’insegnamento più importante che ci ha trasmesso è che
nel socialismo il proletariato non ha conquistato il potere una volta per tutte, e che quindi è necessario
continuare a lottare contro il revisionismo, soprattutto quello di destra, che è il più pericoloso, e condurre
questa lotta anche all’interno del partito, per evitare che la borghesia riprenda il potere nel partito, come è
successo in Unione Sovietica, e che questo quindi trasformi alla fine un paese socialista in un paese
imperialista e capitalista.
P.R: Altro aspetto che vi caratterizza è la scelta dell'astensionismo tattico: non partecipate ad alcuna tornata
elettorale, invitando i vostri iscritti e i vostri lettori ad astenersi o a votare scheda bianca o nulla, come
segno di protesta nei confronti delle istituzioni borghesi. Quali sono le ragioni di questa scelta, che da un
lato comporta una mancanza di considerazione mediatica, la quale, durante le campagne elettorali,
almeno in teoria, dovrebbe far conoscere ad un elettorato relativamente ampio le proposte dei partiti e
delle liste partecipanti, ma dall'altro vi ha garantito una lunga esistenza (siete nati nel '77), non flagellata
da risultati elettorali deludenti, piaga che colpisce sempre più duramente i partiti comunisti italiani e
europei, che li porta a sciogliersi, a scindersi e a confederarsi in alleanze sempre con nomi diversi?
PMLI: Noi crediamo che, di fronte a tutte le scelte, ci siano degli aspetti principali e degli aspetti secondari da
prendere in considerazione. La questione mediatica è per noi un aspetto secondario rispetto allo scopo per
il quale ci prefiggiamo di conquistarla. Nel caso delle elezioni ci sono sempre due linee che si scontrano nel
campo elettorale: quella che intende chiedere il voto per continuare il dominio capitalista e quella degli
autentici comunisti che vogliono lottare per il socialismo e contro il capitalismo. Ora, sappiamo tutti che le
istituzioni borghesi non hanno alcuna intenzione di lavorare per il bene del proletariato e delle masse
popolari, e i partiti sedicenti comunisti, partecipando alle elezioni, danno l’illusione che con le elezioni si
possa cambiare la situazione e arrivare addirittura al socialismo. Quindi, se noi guardiamo le stesse masse,
anche quelle che non hanno una coscienza politica particolarmente elevata, queste molto spesso
spontaneamente si astengono, tant’è vero che in certi casi l’astensione è la stragrande maggioranza. Se si
analizzano le percentuali con cui certi governi, a livello centrale ma soprattutto a livello regionale e
comunale, si instaurano al potere, vedremo che esse sono molto spesso minime e, nonostante ciò, nessuno
le mette in evidenza. Noi facciamo invece un’analisi puntuale dei risultati veri, cioè indicando quanto incide
l’astensionismo e quanto incidono le varie forze politiche. Noi partiamo dal concetto che nessun governo
borghese farà mai gli interessi del proletariato e quindi votare per una determinata lista non porta a nessun
cambiamento. Guardate l’esperienza anche solo del secondo dopoguerra: si sono susseguite moltissime
elezioni, e, nonostante abbiano partecipato partiti come il PCI, fortissimo a livello europeo, come
Democrazia Proletaria e altri ancora, non abbiamo ottenuto niente, anzi, le cose sono sempre andate di
male in peggio. È chiaro che il socialismo non è dietro l’angolo, ma è una prospettiva, però si lavora per il
socialismo o si lavora per mantenere il capitalismo? Le elezioni nella democrazia borghese servono solo a
perpetuare il dominio del capitalismo. Noi, nonostante ci asteniamo, facciamo la campagna elettorale come
gli altri partiti, spiegando quali sono i nostri obiettivi e perché noi indichiamo l’astensionismo e cerchiamo
di farlo maturare nella coscienza degli elettori. Oltre a fare la campagna elettorale, abbiamo anche una
proposta strategica, che è quella delle assemblee popolari: assemblee che nascono a livello del singolo
quartiere, che eleggono un comitato popolare, e a loro volta i comitati popolari eleggono quello cittadino, e
così via. In questo modo si creano delle istituzioni che sono per il socialismo e sono anticapitaliste,
antifasciste, antirazziste, che combattono le istituzioni borghesi e si contrappongono alle varie
amministrazioni. Tramite le assemblee popolari le masse arrivano ad organizzarsi per battersi per gli
interessi della comunità, portando avanti una strategia di lotta fuori dagli organi politici e amministrativi
borghesi e contro le illusioni nei confronti del parlamento e delle istituzioni borghesi.
P.R: Terzo aspetto peculiare del vostro partito, è il fatto che (cito il vostro Statuto): "non può essere membro
del Partito [...] chi ha e professa una religione". Il vostro partito è quindi dichiaratamente ateo, uno dei
pochi in tutta Europa. Perché questa scelta?
PMLI: Noi inserimmo questo punto nel nostro statuto, quando fondammo il partito nel 1977, perché la nostra
concezione del mondo, che è proletaria e quindi in contrapposizione a quella borghese, è basata sul
materialismo dialettico e sul materialismo storico. Il materialismo dialettico considera la materia fonte di
tutte le conoscenze e lo spirito un subordine alla materia. Questo concetto poi applicato alla società è
quello che viene definito materialismo storico, che studia lo sviluppo della società e le leggi che lo regolano.
Noi quindi partiamo dal concetto che le analisi della realtà e della società devono essere fatte con metodi
scientifici. Il marxismo, il leninismo e il pensiero di Mao sono una scienza, non una credenza, perché
nascono dalla pratica e dalla realtà, e in base a queste si sono dimostrate giuste, in maniera analoga a
quelle leggi, riconducibili a svariate branche del sapere, che portano a dei risultati giusti se corrispondono
alla realtà. Il fatto stesso che c’è stata la rivoluzione socialista in Russia e in Cina, che sono i due esempi
concreti di rivoluzione e di società socialista, dimostra la giustezza del marxismo-leninismo e del pensiero di
Mao. Partendo da queste premesse, noi ci siamo posti il seguente problema: qual è il metodo migliore per
mantenere la saldezza e l’unità ideologica del partito, contro le tendenze metafisiche e idealistiche? Quella
di ammettere nel partito anche chi ha una religione e quindi una credenza idealistica dell’esistenza di un
creatore, oppure no? Siamo arrivati alla conclusione che se si introduce all’interno del partito chi ha una
religione, avremo all’interno del partito una serie di contraddizioni, che diventano antagoniste. La nostra
scelta fu differente da quella che aveva fatto il PCI, che, nonostante in un primo momento non avesse
permesso la militanza a chi era credente, stabilì che si poteva entrare nel partito solamente sulla base di un
programma e dello statuto. Da quel momento, si sono susseguiti dirigenti con una visione non proletaria e
non rivoluzionaria. Detto questo però, noi non abbiamo verso i credenti un atteggiamento antagonista,
visto che alcuni di loro lottano sinceramente per il socialismo, cioè l’abolizione del capitalismo, pur
mantenendo la loro visione religiosa. Anche loro per noi sono compagni, e, anche se non possono entrare
nel partito, possono fiancheggiarlo e possono benissimo contribuire alla lotta di classe insieme a noi,
avendo tutta la nostra considerazione: semplicemente è presente questa questione su cui noi non
convergiamo. Noi abbiamo dei casi di compagni che hanno una concezione religiosa e che fiancheggiano il
partito, e, crescendo questo fiancheggiamento, si può anche ipotizzare la costituzione di un’organizzazione
o multireligiosa o di singole religioni, che lotta insieme al partito. Il problema è solo che all’interno del
partito si creano delle contraddizioni insolubili, visto che esso non deve rinunciare a lottare contro la
religione, però non in maniera coercitiva. È lo sviluppo della società socialista che dimostra che la religione
è l’oppio dei popoli. La stessa società socialista gradualmente renderà superflue queste credenze che non
sono fondate sul materialismo.
P.R: Fin dalla nascita, il vostro partito ha avuto come segretario generale Giovanni Scuderi, che è senza
dubbio una personalità di rilievo nella storia del comunismo italiano. Su Il Bolscevico si trovano molti suoi
interventi e molti suoi articoli. In cosa consiste il suo pensiero marxista e cosa aggiunge, o cosa ribadisce,
del marxismo-leninismo-pensiero di Mao?
PMLI: Il compagno Scuderi ha guidato il partito, fin dalla sua fondazione, a dare grandi contributi marxisti-leninisti
riguardo alla costruzione del partito, alla questione elettorale, alla questione del sindacato, alla lotta
antimperialista e alla lotta contro il revisionismo, con degli scritti che risultano essere fondamentali, visto
che nessuno ha affrontato certe problematiche nella stessa maniera in cui le ha affrontate il compagno
Scuderi. In questo senso il nostro partito ha dato il proprio contributo smascherando il PCI, quando ancora
nessuno aveva questa coscienza e questo coraggio. Per questo motivo, noi siamo stati spesso aggrediti
negli anni 60’-70’, da militanti e dirigenti del PCI, che ci consideravano degli “eretici”. Siamo stati i primi e
gli unici in Italia a rivelare il fondamento riformista e non rivoluzionario del PCI. Lo stesso D’Alema lo ha
confessato candidamente in un’intervista a La Repubblica. Quindi questi contributi che il partito ha dato e
che il compagno Scuderi ha sistematizzato e scritto sono sicuramente utili a chi ne ha interesse, non solo in
Italia ma anche all’estero, in particolar modo laddove ci sono situazioni simili al nostro paese. La questione
fondamentale è che tutt’oggi gli insegnamenti di carattere universale rimangono quelli dei cinque maestri:
Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao, non c’è attualmente qualcuno che a livello globale si possa considerare
un maestro. Noi oggi non abbiamo tanto il problema di teorizzare, ma abbiamo il problema di applicare
questa scienza della rivoluzione, piena di insegnamenti, che per noi è utilissima, perché senza di essa noi
non avremmo potuto, dal ’77 ad oggi, mantenere in piedi questo partito, che è tra i più longevi in Italia.
Secondo noi, ci sono stati degli apporti del marxismo-leninismo a livello locale, ma non c’è un’esperienza
proletaria rivoluzionaria marxista-leninista di valore universale attualmente, quindi anche il compagno
Scuderi si ritiene un allievo dei maestri.
P.R: Poiché quest’anno si sono festeggiati i 100 anni dalla nascita del Partito Comunista Italiano e sempre
quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dal suo scioglimento, qual è la vostra opinione sul percorso
di questo partito, dalla sua fondazione alla svolta della Bolognina, e delle personalità che negli anni lo
hanno guidato?
PMLI: Come abbiamo detto prima, D’Alema ha affermato che il PCI ha avuto un carattere riformista e
socialdemocratico, che i dirigenti hanno dovuto camuffare con un linguaggio e un’apparenza rivoluzionaria,
soprattutto nel secondo dopoguerra. Addirittura ha confessato che il discorso delle riforme di struttura in
sostanza non era altro che riformismo e che serviva a loro da una parte per sostenere apparentemente una
ideologia rivoluzionaria ma dall’altra avere una pratica riformista. Dunque il PCI, al di là della bontà della
sua nascita, perché giustamente su indicazione di Lenin l’ala comunista del PSI si separò dai socialisti, era un
falso partito comunista, e dobbiamo al PCI tutto il processo di deideologizzazione e di decomunistizzazione
della classe operaia e delle masse popolari che lo hanno sostenuto. Tant’è vero che oggi noi ci troviamo in
una situazione quasi premarxista, perché il proletariato non ha coscienza che oltre ad essere una classe in
sé è anche una classe per sé, che ha il compito di fare la rivoluzione socialista e così avanzare verso il futuro
non solo per la classe operaia ma anche per l’intera umanità. Per quanto riguarda i dirigenti del PCI, c’è da
dire che Bordiga era un’estremista di sinistra e addirittura concepiva l’astensionismo elettorale come una
questione di principio. Noi l’astensionismo lo consideriamo una questione tattica, non di principio: lo
riteniamo la tattica in questo momento e in questa situazione più adatta a portare avanti il discorso del
socialismo e della lotta per la rivoluzione socialista e, in determinate condizioni, non è da escludere la
nostra partecipazione a qualche elezione, ma non a breve scadenza. Quello che consideriamo un
astensionismo di principio è quello nei confronti dell’Unione Europea imperialista, che secondo noi non è
riformabile, non è trasformabile e quindi per noi deve essere abbattuta. Va bene fare gli Stati Uniti
d’Europa, ma secondo le indicazioni di Lenin, non dei vari Merkel, Macron, Draghi e von der Leyen. Ora,
dopo Bordiga, subentrarono con il congresso di Lione del 1926 sia Gramsci che Togliatti, e da qui in poi fu
presente all’interno del PCI il revisionismo di destra. Infatti Gramsci, in sostanza, era in contrapposizione al
leninismo, visto che teorizzava i consigli per quanto riguarda la concezione del partito e il blocco storico
riguardo alla lotta di classe, invece della dittatura del proletariato teorizzava l’egemonia e invece
dell’insurrezione rivoluzionaria per il socialismo teorizzava la guerra di posizione, che consisteva
nell’infiltrarsi all’interno delle istituzioni borghesi per trasformarle: abbiamo visto come questa parabola è
andata a finire. Togliatti, invece, dopo essere tornato in Italia a guerra finita, attuò la svolta di Salerno e poi,
nel 1956, dopo il congresso contro Stalin, portò avanti il discorso della via italiana al socialismo: da quel
momento in poi il partito si è spostato sempre più a destra, prima con Longo, poi con Berlinguer, con Natta
e infine con Occhetto, fino ad arrivare al suo scioglimento. Noi, nel gennaio del 1991, facemmo un
documento che denunciava il fatto che finalmente era finito un inganno durato settant’anni, e lo abbiamo
diffuso al congresso di scioglimento del PCI. Fu un fatto storico, visto che nessuno prima di allora aveva
denunciato questa natura del PCI e nessuno aveva fatto un documento che analizzava e soprattutto
metteva in chiaro il ruolo e la funzione di Gramsci. Il discorso di Gramsci è lo snodo che ci permette di
comprendere il motivo per il quale il PCI non è mai stato rivoluzionario. La teoria rivoluzionaria o non
rivoluzionaria su cui si basa un partito è importante perché è la guida su cui si costruisce il partito, la sua
linea e la sua azione. La linea del PCI era riformista ed è finita come è finita. Osservando la parabola del PCI
ci siamo chiesti: “come mai è stato relativamente semplice ingannare la base del PCI e le masse che lo
votavano?” La risposta è semplice: sia le masse che la base non avevano la conoscenza approfondita del
marxismo-leninismo e anche del pensiero di Mao. Se non si conosce la teoria rivoluzionaria, di cui noi siamo
portatori, si viene facilmente ingannati, perché non si hanno gli strumenti per difendersi. E questa è la
prima questione, la seconda riguarda la lotta fra le due linee all’interno del partito. Infatti nel partito è
sempre presente una linea corretta e una linea revisionista, che può essere di destra o di sinistra. Questa
lotta va condotta in maniera efficace perché altrimenti la destra o l’ultrasinistra possono prendere il potere
e distruggere praticamente il partito così come lo concepiamo noi. Per non perdere la bussola politica, è
fondamentale mantenersi fermi su principi marxisti-leninisti: se una direzione li tradisce e quindi il partito
diventa opportunista, borghese e controrivoluzionario allora è necessario uscire dal partito e fondarne un
altro. Per noi la prima fase del movimento operaio italiano è stata quella con il socialismo, che poi è
confluita nel fascismo, la seconda è stata quella con il PCI, e, con la fondazione del PMLI, noi riteniamo si sia
aperta la terza fase, che è quella del marxismo-leninismo-pensiero di Mao come teoria rivoluzionaria, alla
quale noi lavoriamo per elevare la coscienza del proletariato e delle masse. Se non c’è la coscienza la
rivoluzione non si farà mai, perché senza teoria rivoluzionaria non c’è movimento rivoluzionario.
P.R: Cosa ne pensate invece dell’operato del governo Draghi e del precedente governo Conte II, in particolar
modo riguardo alla gestione dell’emergenza sanitaria?
PMLI: Il governo Conte II ha difeso fermamente gli interessi dei capitalisti invece che quelli dei lavoratori, in
particolar modo portando avanti la distruzione del sistema sanitario pubblico, sacrificato nei confronti di
quello privato. Si è registrato infatti un ritardo da parte della macchina statale istituzionale nel tutelare la
salute dei cittadini contro il COVID-19: mancavano le mascherine, i respiratori, le bombole di ossigeno, il
personale. Bisogna inoltre ricordare che, per soddisfare Confindustria e i problemi di profitto dei capitalisti,
certe aziende non essenziali non sono state chiuse per tempo, favorendo la diffusione del virus fra i
lavoratori. Inoltre Conte e il suo governo hanno approfittato del COVID-19 per portare avanti una dittatura
antivirus: sono stati utilizzati decreti-legge e DPCM, con i quali, peraltro promulgati non interpellando il
Parlamento, sono stati ristretti i diritti democratici, come per esempio il diritto di sciopero, di
manifestazione. C’è il rischio che su questa scia questi restringimenti si consolidino e diventino una prassi.
Draghi segue la stessa strada, avvantaggiato anche dal fatto di essere appoggiato da praticamente tutto il
Parlamento. Riguardo nello specifico alla sua persona, bisogna ricordare che Draghi è un banchiere
massonico, un pupillo della grande finanza internazionale, sostenuto dall’Unione Europea imperialista.
Ricordiamoci che lui, quando era Presidente della Banca Centrale Europea, fu sostenitore della politica di
lacrime e sangue verso i paesi con alto debito pubblico come la Grecia e come anche l’Italia. Oggi la politica
del nostro paese ruota intorno ai 209 miliardi del Recovery Fund, che i capitalisti non hanno intenzione di
spendere per il bene delle masse popolari, ma per aumentare lo sfruttamento e i propri profitti.
P.R: Quali sono le lotte immediate che portate avanti?
PMLI: Riguardo alla gestione della crisi economica, aggravata dalla pandemia, noi siamo per la proroga del blocco
dei licenziamenti e della cassa integrazione, e reclamiamo 1200 euro al mese per tutti i disoccupati, anche a
fronte dei 400.000 licenziamenti attuati durante la pandemia, secondo l’Istat. Lottiamo per la tutela della
salute pubblica e per l’abolizione della sanità privata, e, riguardo all’istruzione, siamo per scuola e
università in presenza e in sicurezza. Lottiamo contro l’autonomia differenziata, contro il pareggio di
bilancio, che impedisce al nostro paese di poter sforare il bilancio per le necessità e le urgenze sia
economiche che sanitarie, lottiamo per l’abolizione della Legge Fornero, del Jobs Act e dei Decreti
Sicurezza. Consideriamo di primaria importanza il problema del Mezzogiorno, mai risolto e mai affrontato
veramente: ci battiamo per un piano di investimenti speciali per il Sud, per la nazionalizzazione delle
industrie, a partire dall’Ilva di Taranto, dove migliaia di lavoratori, oltre ad essere soggetti, come la
popolazione della città, ai tumori causati dai gas inquinanti prodotti dalla fabbrica, rischiano di perdere il
lavoro. Infine, a livello internazionale, siamo per l’uscita dell’Italia sia dall’Unione Europea imperialista che
dalla NATO.

Intervista realizzata nel Febbraio 2021 presso la Sede Nazionale del PMLI a Firenze.

Paolo Pasqualetti

SINISTRA, UNA QUESTIONE DELICATA O DELL’ ATOMO E DELLE SUE CARATTERISTICHE.(Avviso ai lettori questo è un articolo assai...
13/01/2022

SINISTRA, UNA QUESTIONE DELICATA O DELL’ ATOMO E DELLE SUE CARATTERISTICHE.

(Avviso ai lettori questo è un articolo assai noioso per chi non è troppo interessato alla politica, se non lo volete leggere tranquilli non mi offendo)
Il panorama della sinistra cosiddetta radicale (quindi al di là delle formazioni attualmente in Parlamento: Pd e LeU) è assai variegato e frastagliato e, molto spesso, anche per gli addetti ai lavori è difficile riconoscere quel movimento o quel partito vista anche la somiglianza di nomi e simboli. Dunque il mio obiettivo è quello di offrire un quadro della situazione e rendere, spero, più chiaro concepire certe dinamiche.
Tutto inizia il 3 Febbraio del 1991 quando il Partito Comunista Italiano si scioglie a Bologna. Da esso si genereranno il Partito Democratico della Sinistra, che successivamente cambierà nome in Democratici di Sinistra mutando poi nel 2007 nell’attuale Partito Democratico, e Rifondazione Comunista la quale ospita in seno non solo ex esponenti del PCI ma anche di altre formazioni politiche come per esempio Democrazia Proletaria, partito politico nato nel 1975 ed il Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista). Dalla sua nascita Rifondazione ha subito una lunga serie di scissioni che hanno provocato l’atomizzazione della sinistra radicale. La prima scissione importante avvenne nel 1998 con il Partito dei Comunisti Italiani, guidati da Armando Cossutta. I comunisti italiani dureranno fino al 2014 quando il partito venne sciolto e venne fondato il Partito Comunista d’Italia che cambiò ancora nome nel 2016 in Partito Comunista Italiano (sì proprio come quello scioltosi nel’91 che simpatici). Fino al 2006 la situazione si mantiene abbastanza tranquilla con Rifondazione e i Comunisti Italiani che comunque raccolgono buoni risultati e hanno rappresentanza in Parlamento. Nel 2006 però, con la partecipazione al Governo Prodi II da parte di Rifondazione, inizia il rapido susseguirsi di scissioni e scelte sbagliate. Proprio nel 2006 si scinde da Rifondazione la corrente trotskista, ricordate i tipi di Democrazia Proletaria? Ecco loro, più o meno. Questi bei figuri fondano il Partito Comunista dei Lavoratori, tutt’ora esistente e più importante formazione nella galassia trotskista. Nel 2007 altri trotskisti che però erano rimasti in Rifondazione perché sennò non sapevano come portare il pane in tavola se ne vanno e fondano Sinistra Critica che cambierà poi nome in Sinistra Anticapitalista, tutt’oggi esistente. Nel 2009 dopo essere stati esclusi dal Parlamento uscirà da Rifondazione il noto Nichi Vendola che fonderà Sinistra Ecologia e Libertà la quale nel 2017 diverrà Sinistra Italiana (per la serie svegliarsi comunisti ed andare a letto con Confindustria). Sempre nel 2009 Marco Rizzo, già Europarlamentare, se ne va dai Comunisti Italiani ( ve li ricordate?) e fonda il Partito Comunista che anche oggi esiste, agganciandosi nel 2014 al Fronte della Gioventù Comunista che però nel 2020 se ne andrà perché Rizzo voleva i salatini alle riunioni mentre i giovani volevano le Pringles. Siccome l’articolo sta venendo anche troppo lungo e noioso, faccio un bel salto in avanti al 2018 quando Rifondazione, PCI, Sinistra Anticapitalista, Risorgimento Socialista, Democrazia Atea, Rete dei comunisti, Partito del Sud, Movimento RadicalSocialista (non riconoscete gli ultimi 5 partiti? Tranquilli è normale.) e gente proveniente dai centri sociali napoletani formano Potere al Popolo per le elezioni politiche. Le elezioni vanno male (che strano) e Potere al Popolo si trasforma in partito a sé, dopo l’abbandono di alcuni partiti che lo hanno formato. Ad oggi la situazione è questa (in realtà è assai peggio ed esistono almeno altri 10 partiti comunisti o pseudo tali) e di chi è la colpa? Boh forse di quelli della mala o della pubblicità ma secondo me sono stati quelli dell’industria del caffè.

Paolo Bertolozzi

“Rovesciamenti infami”Che epoca di rovesciamenti infami quella in cui ci ritroviamo a vivere! Quelle che erano certezze,...
12/01/2022

“Rovesciamenti infami”

Che epoca di rovesciamenti infami quella in cui ci ritroviamo a vivere! Quelle che erano certezze, come era una certezza che la sinistra stava al popolo come la destra al padrone, ora non sono che rottami per nostalgici; la stessa parola "popolo" ha perso ai nostri orecchi tutta la forza che un tempo faceva sollevare in un tumulto unico le piazze. La "sinistra", possiamo continuare a chiamarla così per comodità, da bestia rossa che al potere del libero mercato toglieva il sonno si è ridotta ad essere, pronta e servizievole al solo fischio, il cane d'appartamento di quest'ultimo, né più né meno della destra.
Di quello che era ed eravamo non rimane che l'ombra, falsata e comoda solo per attirare qualche voto nostalgico, e io, ingenuamente, non me ne ero accorto. E non so se è mai capitato che una frase, per quanto semplice e innocente, vi facesse crollare il mondo addosso, togliendovi quelle poche sicurezze, forse un po’ ammaccate, miracolosamente sopravvissute. Purtroppo a qualcuno è successo ed è stato tragicamente illuminante. Facciamo il punto: siete ad una noiosa campagna di volantinaggio, portata avanti con la speranza di riuscire a convincere qualcuno che si può e che si dovrebbe votare a sinistra, quando, dando un plico di volantini alto dieci centimetri a un ragazzino che avrà sì e no quindici anni, questo ti dice con una certa soddisfazione innocente: "li metto sulle macchine dei ricchi, perché tanto gli altri votano a destra". Ecco, immaginate la brutalità con cui questa frase può stendere una persona che era, almeno in parte, convinta ancora che la scelta logica del popolo fosse la sinistra. Sia chiaro, la colpa non è del ragazzo, che è piuttosto la vittima di una mancanza di coscienza di classe, ormai diffusa in tutta la popolazione. Ma, nonostante ciò, quelle sue tredici parole sono il riassunto spietato del fallimento, almeno in Italia, del progetto politico marxista.
La colpa, la responsabilità che tutti sembrano cercare, sta forse nel cambiamento dei giochi e dei rapporti di forza internazionali: il muro è caduto, le grandi narrazioni si sono disgregate, la fiducia nel progresso è andata via via scemando e l’individualismo è stato assurto a primo motore immobile in ogni campo della nostra vita. I fattori presi sopra in considerazione sono i prodromi della tragedia poi divenuta realtà: abbiamo smesso di mettere in questione la realtà costituita in cui ci troviamo.
Le alternative, e in primo luogo l’alternativa marxista, in altre parole, non sembrano più essere vie praticabili; cauterizzate le ferite che avevano inferto allo stato liberale, quest’ultimo ha relegato le opzioni all’idea, ormai fin troppo comune, di proponimenti utopici, e la conseguenza finale è che lo spirito del socialismo mano a mano si indebolisce, non venendo più considerato un progetto sensato. Al suo posto emerge il disegno della sinistra al caviale, traducendo un’evocativa espressione francese, la cui critica al capitalismo e al liberismo è blanda e funzionale. Non si critica più la totalità del sistema economico che, intrinsecamente, è causa di disparità; bensì, sempre che una qualche forma di critica venga portata avanti, sono prese in considerazione e contestate solo qualità contingenti. Il risultato è che, dopo qualche contentino elargito a destra e a manca e subito aggirato, le cose non cambiano.
È l’incubo del postmoderno, dal quale sembra non ci si possa svegliare, la condizione per cui è permesso e per cui appare perfettamente coerente che la sinistra sia divenuta borghese, che accanto alla destra apertamente liberista se ne sia andata ad affiancare una, spesso più estrema e velatamente meno mercanteggiante, che assolve, almeno a parole, al ruolo politico un tempo della sinistra reale. Buttandola sul tragicomico, unica condizione che trascende ed esorcizza le catastrofi, potremmo dire che la vera distinzione tra destra e sinistra rimane solo quella tra le mani, perché, differenze superficiali a parte, nessuna delle due propone un’alternativa al sistema economico attuale.
L’assurdità diventa insostenibile quando qualcuno, senza nessuna inflessione ironica nella voce, chiama comunista il partito di “sinistra” che ha abolito l’articolo 18, che tra varie riforme ha favorito la privatizzazione di servizi essenziali, quali la sanità e l’istruzione, e che ha sputato sui lavoratori prima di brindare con lo champagne ai conquistati diritti del popolo. Ma anche questo infame rovesciamento è assolutamente congruo con lo stato effettivo delle cose.
Dopo decenni di propaganda più o meno velata, dopo decenni di consumismo sfrenato, dopo aver convinto la gente comune a considerarsi più simile a un miliardario qualsiasi che a un senzatetto, l’egemonia culturale liberista è divenuta totale e il solo pensare fuori dall’ideologia è un atto faticoso, che di frequente porta a inutili vicoli ciechi.
Questa non vuole essere un’analisi puntale ed esatta della situazione, ma solo l’impalcatura per una riflessione più ampia. E chissà se ancora una volta l’ottimismo della volontà basterà a sconfiggere il pessimismo della ragione.

Vanni Matteucci

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Lucca

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