07/08/2026
Dino Baldi, “Il brutto eloquente. Retorica plebea da Tersite a Socrate”
Nell’antica Grecia sembra che la bellezza sia una regola e la bruttezza una condanna. Eppure esistono personaggi che rompono lo schema: brutti, anche deformi, dai tratti ridicoli e sgraziati, emarginati e predestinati a una vita oscura, ai quali la natura, quasi per compensazione, ha donato un’intelligenza acuta e un’eccezionale capacità di parola, che diventa strumento di riscatto e di rivalsa.
Sono i brutti eloquenti. Per la loro collocazione plebea e per il loro aspetto non dovrebbero parlare; e invece parlano, e parlano bene. Non hanno vergogna, sono estranei al circuito dell’onore, non hanno nulla da proteggere, e proprio per questo possono esercitare una parola finalmente libera, che non deve compiacere nessuno e non segue le regole del decoro, del giusto sociale, di ciò che è meglio dire e non dire per conservare posizioni e privilegi. Con loro la sapienza dei subordinati trova una voce, e prende forma una retorica plebea, sfacciata, oscena, spiacevole come i loro corpi, diversa tanto dalla retorica aristocratica degli eroi omerici che dalla retorica democratica dei sofisti. Tersite, Esopo, Socrate e gli altri che fanno parte di questa genealogia, ibridata con Odisseo come eroe dell’astuzia e sempre in fuga, solo esistendo fanno scandalo; la pòlis per questo li umilia e li punisce fino al sacrificio estremo, ma al tempo stesso non può fare a meno di loro, perché quelle voci, proprio mentre disturbano, scavano le certezze, insinuano il dubbio, preparano il cambiamento. Questo libro racconta allora un’altra storia dell’eloquenza: non la parola dei vincitori, ma quella dei perdenti che trovano malgrado tutto un loro spazio, tra insulto, sarcasmo, paradosso, enigma, favola.