12/01/2026
Il talento poliedrico di Stefano Fresi approda con il suo “Dioggene”, sul palco del Teatro delle Api di Porto Sant’Elpidio, per uno spettacolo, quello di ieri sera, che conquista, affascina e scuote la grande platea del teatro elpidiense.
Lo spettacolo in tour dal 2024 che ha riscosso e sta riscuotendo un ottimo successo di pubblico, vede lo stesso Fresi protagonista assoluto del palco e offre, ancora una volta, prova delle sue grandi capacità attoriali e del suo immenso talento.
Un monologo che è scritto e diretto abilmente da Giacomo Battiato, diviso in tre parti come una sorta di quadri, di “affreschi storici”. Tre infatti sono i tempi storici, tre le lingue (volgare trecentesco, lingua italiana odierna e romanesco), tre le ambientazioni in cui la narrazione è affidata all’attore Nemesio Rea. Nel primo quadro dal titolo “Historia de oddi, bifolcho”, Nemesio interpreta, in un proprio testo scritto in autentico volgare duecentesco, il personaggio di Oddi, un contadino toscano dal cuore buono, chiamato con disprezzo “Cosa” da un padre violento e crudele, che partecipa alla cruenta battaglia di Montaperti in cui Siena e “Fiorenza” (Firenze) si scontrano e in cui “in un sol giorno morirono 12.000 uomini”.
In un “mondo pieno di seminatori di odio, di stupido odio tra fratelli” come recita Nemesio nel ruolo di Oddi, in cui passato e presente riflettono, purtroppo, la medesima triste e tragica condizione, la voce di Oddi, disperata e forte e fragile allo stesso tempo, si staglia come un faro nel buio, un barlume di umanità in mezzo alla cieca furia degli uomini.
Dal 1300, dalla storia dell’umile contadino e fabbro, Nemesio Rea narra sé stesso nel secondo quadro, un monologo in cui mentre si appresta a entrare in scena per il suo lavoro teatrale, si ritrova a discutere con la moglie Isabella che lo accusa, tra insulti, grida e pianti di aver “lasciato entrare la muffa” nella loro vita matrimoniale. Lei aveva cercato disperatamente attenzione vera, presenza autentica, dimostrandosi disponibile nei suoi confronti e in cambio non aveva ricevuto nulla ma solo l’amara consapevolezza di aver sprecato e buttato gli anni più belli della sua vita. In Nemesio Rea, colpito profondamente da quelle parole, si agita allora una moltitudine di sentimenti, dalla rabbia alla disperazione, e dall'incredulità iniziale si passa alla triste constatazione dell’egoismo e dell’insensibilità che albergano nel cuore degli uomini.
Ma nel terzo quadro Nemesio cambia decisamente rotta per dare una nuova dimensione e senso alla propria esistenza. Abbandonati gli agi e i lussi, sceglie di rinunciare a tutto per essere davvero libero. Si trasforma in Nemesio “er cane della Magliana” e in un bidone dell’immondizia, seguendo le orme del filosofo greco Diogene, si ferma a riflettere sull’esistenza umana, sulla vanità del desiderio e sulla Verità, così difficile da trovare nel mare della stupidità umana e in cui ci vorrebbe, come dice Nemesio, “un’arca di Noè mentale” che permettesse all’uomo di galleggiare e di avere ancora una Coscienza. Proprio la Coscienza, quella che si dovrebbe risvegliare in tutti noi, quella che troppe volte è taciuta. E invece a prevalere è sovente l’indifferenza, quella che ci fa voltare dall’altra parte. Basterebbe dare uno sguardo all’universo, sentirsi così infinitamente piccoli. Basterebbe guardarsi dentro con Amore e ritrovare in noi stessi quell’Armonia universale che governa tutto il Creato.
Samuela Lautizi