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“Se vi è una magia su questo pianeta, è contenuta nell’acqua ”.L’acqua infatti è indispensabile per qualsiasi essere viv...
08/11/2020

“Se vi è una magia su questo pianeta, è contenuta nell’acqua ”.
L’acqua infatti è indispensabile per qualsiasi essere vivente presente sulla Terra. Ultimamente, e sempre di più nel futuro, l’acqua sarà indispensabile per l’uomo non solo per bere, irrigare i campi o allevare il bestiame, ma anche per la produzione di energia pulita e rinnovabile.

Esistono vari metodi per ricavare energia dall’acqua, andiamoli a scoprire:

- idroelettrica : Sfrutta la “caduta” dell’acqua da una altura. La forza dell’acqua che cade da un dislivello aziona un alternatore accoppiato ad una turbina, trasformando l’energia cinetica in energia elettrica.

- mareomotrice : Sfrutta l’innalzamento e l’abbassamento della marea. In alcuni punti del pianeta l’alta marea e la bassa marea hanno una differenza di 20m. Quando c’è alta marea, l’acqua entra e percorre dei tunnel, e prendendo velocità aziona delle turbine che trasformano il movimento in energia elettrica. Lo stesso concetto vale al “ritorno”, quando il mare si ritira per la bassa marea.

- moto ondoso : Sfrutta l’energia delle onde. Ne esistono vari metodi e tutti funzionano tramite l’azione di turbine che vengono investite dalle onde, generando così energia elettrica.

- talassotermica : Sfrutta la differenza di temperatura che c’è tra la superficie del mare e quella presente in profondità. E’ un concetto molto simile a quello dell’energia termoelettrica.

Ad oggi in Italia l’energia rinnovabile rappresenta circa il 33% dell’energia totale generata. Di questo 33% il 41% è generato dall’acqua, che rappresenta la maggiore fonte di energia pulita del paese, sperando che possa essere sfruttata sempre di più.

Il Giappone è un luogo che ha una cultura e delle tradizioni millenarie, che persistono nonostante i cambiamenti e l'evo...
08/11/2020

Il Giappone è un luogo che ha una cultura e delle tradizioni millenarie, che persistono nonostante i cambiamenti e l'evoluzione di una delle società più avanzate sul pianeta, che tiene in particolar modo a preservare i siti di culto e i templi che diffusi in tutto il paese.

Talvolta in continuità con la tradizione, vengono ricostruiti i diversi siti di culto in rovina, mettendo il progetto in mano ai migliori interpreti dell'architettura nipponica, dando vita a veri e propri luoghi dell'esperienza sensoriale e spirituale dell'uomo. Uno dei progetti più riusciti è sicuramente il Water Temple Hompuki di Tadao Ando che ha rappresentato un radicale cambiamento nella tradizione millenaria della costruzione di templi in Giappone.

Nel progetto per il tempio, Ando mette in atto un'azione progettuale molto più raffinata della semplice inversione del tradizionale percorso ascensionale al tempio, facendo uso di una serie di spazi architettonici differenti, concepiti come successione di luoghi per l'iniziazione.

La sensazione che si trae camminando tra i fiori di loto è quella di trovarsi in un luogo che trascende la vita quotidiana, dove l'innesto dell'architettura con la natura e il riverbero del placido specchio d'acqua inducono alla meditazione e all'ascetismo.

L'accesso al santuario non è immediato, ancora un gioco di elementi dalle geometrie elementari crea un percorso che conduce progressivamente e con continue sorprese al luogo di culto, al cui interno si trova la statua di Amida Buddha, posta esattamente sotto alla vasca dell'acqua, avvolto da un caldo ambiente rosso vermiglio.

Il tempio di Hompuki rappresenta una delle massime punte del percorso progettuale di Ando, che qui ha potuto manifestare un universo, fino allora inedito per lui, di simbolismi e colore, che ha arricchito il suo modo di esprimere il carattere dello spazio giapponese.

Gli studiosi hanno approcciato il difficoltoso tema della spiritualità di Melville da tantissime prospettive diverse, r...
08/11/2020

Gli studiosi hanno approcciato il difficoltoso tema della spiritualità di Melville da tantissime prospettive diverse, ricercando la sua visione di verità, visione del mondo e potere divino.

Per trovare risposte così difficili riguardo ad uno scrittore così misterioso bisogna analizzare la sua narrazione in maniera nuova, seguendo le tracce spirituali e religiose che, il noto scrittore di Moby Dick , lascia sparse fra le pagine.
Religione e spirito formano, assieme all’oceano, l’enorme fondamenta narrativa del suo fantastico romanzo , formando una rete intricata di significati che parlano della mentalità di Melville molto meglio di quanto lui possa aver mai fatto.

La nozione che la spiritualità (o il credo) sia qualcosa che sta sotto il visibile, sotto la superficie dell’essere umano, è qualcosa che torna di continuo in Moby Dick.
Ismaele (il protagonista) e Peleg (il primo ufficiale in coperta) esprimono spesso la loro curiosità nel sapere le possibilità che si nascondono dietro la meditazione che soltanto il mare può procurare all’uomo. C’è un divino filo nascosto che lega in maniera indelebile l’uomo con l’acqua. Melville lo sapeva bene e lo ha sempre saputo, ha soltanto aggiunto all’equazione un terzo termine: la morte. Uomo, acqua , morte. Il risultato è un intenso mistero.

Come ci narra Ismaele: “Sì, c'è la morte di mezzo in questo lavoro con le balene, un modo caotico e incredibilmente veloce di impacchettare un uomo per l'Eternità. Ma con questo? Ho l'impressione che abbiamo travisato in maniera madornale questa storia della vita e della morte. Ho il sospetto che ciò che chiama la mia ombra qui sulla terra, sia la mia sostanza vera. Ho l'idea che nel guardare alle cose spirituali siamo troppo come l'ostrica, che osserva il sole attraverso l'acqua, e ritiene quel liquido denso la più fine delle atmosfere.”

Melville era un uomo ossessionato dal problema della propria mortalità e un grande amante del mare. Da questa combinazione, con la sua fede e il suo animo , non poteva che uscire fuori un libro come Moby Dick.

“Fin dall'infanzia sono stato fedele ai mostri, da loro sono stato salvato e sono stato assolto,perché credo che i mostr...
08/11/2020

“Fin dall'infanzia sono stato fedele ai mostri,
da loro sono stato salvato e sono stato assolto,
perché credo che i mostri siano i santi protettori nelle nostre meravigliose imperfezioni, consentono e incarnano la possibilità di fallire, e di vivere.”

Con queste parole Guillermo del Toro iniziò il proprio discorso di ringraziamento dopo aver vinto il Golden Globe alla miglior regia nel 2018. Il film? Ovviamente La Forma dellAcqua . Rileggendole riusciamo a capire non solo il senso intrinseco di questo magnifico capolavoro, ma dell’intera filmografia del regista argentino: è una vera e propria dichiarazione della sua poetica.
Sì, perché i mostri e il mondo del fantasy sono stati il filo conduttore della sua carriera sin dall’inizio. Pensiamo ad esempio a Il Labirinto del Fauno , o a Hellboy , film con cui si fa anticipatore quella che diverrà l’era dei cinecomic Marvel . Nei due film citati i mostri sono i protagonisti, antieroi imperfetti con le nostre stesse debolezze.

Ed è con La Forma dell’Acqua che Del Toro porta a compimento la sua poetica. Un’incredibile favola, che prende La Bella e La Bestia come ispirazione principale e che non mostra semplicemente una smielata storia d’amore, ma la capacità di amare che è presente in ognuno di noi. L’acqua rappresenta quell’invisibile zona grigia dove il linguaggio non importa, e diventa la sede dei sentimenti più puri. Due personaggi esteriormente imperfetti (una donna muta e un mostro marino) trovano nell’acqua la loro casa e la loro pace, liberi dai pregiudizi del mondo esterno.

Ma l’acqua qui rappresenta il lieto fine non solo della favola dei due protagonisti, ma soprattutto della carriera di Guillermo Del Toro.
Inutile dire che tutti i film citati in precedenza sono da vedere almeno una volta nella vita.

Distante circa 384.000 Km dalla Terra, la Luna è il nostro unico satellite naturale, che dalla sua nascita, risalente a...
08/11/2020

Distante circa 384.000 Km dalla Terra, la Luna è il nostro unico satellite naturale, che dalla sua nascita, risalente a circa 4.5 miliardi di anni fa, ci fa compagnia nel nostro periodico viaggio attorno al Sole.

L’ipotesi più accreditata che ne spiega la formazione, vede la Luna nascere in seguito ad un colossale impatto cosmico, avvenuto pochi milioni di anni dopo la formazione del Sistema Solare, quando si pensa che la Terra si sia scontrata con un corpo celeste delle dimensioni di Marte, rilasciando nell’orbita terrestre una quantità sufficiente di materiale da permetterne l’origine.

Nonostante la Luna sia essenziale alla vita sulla Terra, permettendo l’esistenza delle stagioni, delle maree e fungendo da bersaglio per gli asteroidi che spesso “ruba” alla Terra, è sempre stata considerata un luogo arido e incompatibile con la vita, nonché poco propenso ad ospitare esseri umani sulla sua superficie per periodi prolungati.

La scoperta effettuata dalla NASA il 26 Ottobre di quest’anno, però, cambia radicalmente la concezione che avevamo della nostra fedele compagna di avventure.
Grazie al telescopio SOFIA, un osservatorio volante posizionato all’interno di un Boeing 747, gli scienziati hanno scoperto molecole d’acqua nella Regolite lunare (circa 340 g/m3) all’interno del cratere Clavius, totalmente esposto al Sole, dove si pensava impossibile trovare anche solo tracce della tanto ricercata molecola.

Questa scoperta è entusiasmante per tre motivi.
Il primo è che per l’ennesima volta l’Universo è stato capace di stupirci, rivelandosi ancora più complesso e vario di quanto pensassimo.
Il secondo è che abbiamo scoperto molecole d’acqua dove pensavamo non potessero esistere, aumentando considerevolmente la possibilità che l’Universo sia più idoneo alla vita di quanto ci aspettassimo.
Il terzo riguarda invece l’esplorazione del nostro satellite, su cui è previsto il ritorno di esseri umani grazie alle missioni ARTEMIS nei prossimi decenni, che, grazie a questa scoperta, saranno forse in grado di estrarre l’acqua direttamente dalla superficie lunare senza la necessità di doverne portare ingenti quantità dalla Terra.

Chitarra, batteria, pianoforte, violino e molti altri sono senza dubbio strumenti alla portata di tutti, strumenti con i...
02/11/2020

Chitarra, batteria, pianoforte, violino e molti altri sono senza dubbio strumenti alla portata di tutti, strumenti con i quali condividiamo la quotidianità. Ve ne sono poi una serie, più particolari, per gli amanti del settore, che non appartengono alla nostra cultura e con cui difficilmente siamo entrati in contatto, come il berimbau o il digeridoo.
Ve ne sono infine altri, come l’hydraulophone, di cui certamente non ci saremmo mai immaginati di sentir parlare e che tantomeno avremmo mai immaginato di poter vedere dal vivo.

Lo strumento è stato progettato e realizzato da Steve Mann, inventore canadese e personaggio alquanto controverso, conosciuto come “l’uomo cyborg” per il suo lavoro con i wearable computers al fine di implementare le potenzialità umane. Brevettato nel 2011, è stato presentato alla “Singularity Conference” di San Francisco assieme a Ryan Janzen, ricercatore nel campo dell’interface; “lo strumento consente di esprimersi in una maniera molto ricca ed è la dimostrazione che le interfacce flessibili potranno essere sempre più importanti in futuro” sono state le dichiarazioni rilasciate a Wired in concomitanza della presentazione del progetto.

In un video presente su Youtube, a cura di Singularity Weblog, Mann illustra il funzionamento dell’Hydraulophone ed i vari prototipi da lui realizzati, alternando momenti didattici in cui spiega il suo progetto, a vere e proprie performances musicali dove l’artista si cimenta in rivisitazioni di brani celebri, resi particolari dalla fusione tra il suono delle note ed il fluire continuo dell’acqua che contribuisce a creare un’atmosfera fiabesca.
Mann si prende anche un momento per elencare i vari hydraulophoni che sono stati installati nel corso degli anni in varie zone: Legoland in Carlsbad California, Ontario Science Center, Chicago’s Children Museum, Maybourne Museum in Texas con lo scopo di permettere alle persone di cimentarsi a suonare questi strumenti nei parchi pubblici e di sviluppare un legame più forte con l’elemento dell’acqua.

E’ lunedì: suona la sveglia, mi alzo, mi faccio un caffè altrimenti non mi sveglio, mi lavo, mi vesto, poi in ufficio ...
02/11/2020

E’ lunedì: suona la sveglia, mi alzo, mi faccio un caffè altrimenti non mi sveglio, mi lavo, mi vesto, poi in ufficio mi prendo una pausa e mi fumo sigaretta, altrimenti non mi riesco a rilassare, più tardi in giornata mi prendo un altro caffè per tenermi attivo. Poi alle 18 ho un aperitivo e mi prendo una bevanda alcolica altrimenti non mi diverto con gli amici, torno a casa e per riposarmi e tranquillizzarmi mi bevo una camomilla, guardo un po’ di TV ma ho mal di testa e non riesco a dormire, quindi mi prendo un Oki così passa il dolore.

Durante la giornata dunque la maggior parte di noi assume varie sostanze che creano dipendenza:
-nel caffè c’è la caffeina, sostanza che se assunta in grandi quantità (circa 80 tazzine di caffè) può indurre palpitazioni, allucinazioni.
-nelle si*****te c’è la nicotina, sostanza che se assunta in grandi quantità (circa 30/40 si*****te) può causare vomito, diarrea, paralisi respiratoria.
-l’alcol inoltre è una sostanza che se assunta in quantità non idonee è causa di numerose patologie al sistema nervoso, circolatorio, e patologie del fegato. Inoltre determina uno stato d’ebbrezza che è causa di incidenti stradali e violenze.
-la camomilla può causare agitazione e irritabilità.
-nell’Oki invece è presente il ketoprofene, che se sovradosato può causare sanguinamento gastrointestinale.

Bene, le cause così lette sembrano drastiche, ma cos’è che non fa morire la gente tutti i giorni? Il dosaggio. Le persone di norma assumono un paio di tazzine di caffè, si fumano qualche sigaretta, si bevono un bicchiere di qualsiasi bevanda alcolica, si somministrano la quantità indicata di un medicinale. Eppure queste sostanze perfettamente legali sono in cima alla classifica per tasso di dipendenza e pericolosità fra varie sostanze psicoattive:
per esempio l’alcol, su una classifica di 20 sostanze è classificata al 5° posto, il tabacco al 9°. Sostanze che invece sono illegali come la ma*****na, L*D, M**A, funghetti allucinogeni, sono classificati ben al di sotto. Dunque: IL PROBLEMA NON E’ LA SOSTANZA MA IL DOSAGGIO.

La storia della grafica pubblicitaria è da ricercare diversi anni prima della nascita di Cristo ,con i primi annunci ele...
31/10/2020

La storia della grafica pubblicitaria è da ricercare diversi anni prima della nascita di Cristo ,con i primi annunci elettorali pitturati sulle pareti di Pompei ed Ercolano, ma senza ombra di dubbio, è certo che la grafica pubblicitaria moderna che conosciamo nasce con la fine del 1800, con i meravigliosi manifesti della secessione viennese disegnati da grandissimi artisti e architetti come Gustav Klimt e Josef Hoffman.

Questi già riconoscevano il valore e l'attrazione che determinati colori e forme potessero scaturire nell'occhio di chi li osservasse, dando origine all'epoca dei manifesti, vere e proprie opere d'arte che fino alla fine degli anni dieci, hanno accompagnato i grandi movimenti artistici ed intellettuali della belle epoque, come l'espressionismo tedesco o il futurismo italiano.

E a proposito di futuristi, gli stessi grandi artisti del movimento futurista come Fortunato Depero, hanno contribuito a far nascere la cultura della grafica pubblicitaria in Italia, con gli indimenticabili manifesti della Campari, di cui Depero stesso ha disegnato l'iconica bottiglietta di vetro.

Ma è con gli anni 60 che la grafica pubblicitaria assume vere e proprie regole e canoni da seguire per creare cartelloni che possano attirare lo sguardo di chiunque se li ritrovi di fronte.
Designer come Bruno Munari, Antonio Boggeri, Franco Bassi e molti altri hanno creato vere e proprie opere d'arte che hanno la capacità di catturare l'occhio umano tramite semplici esperimenti percettivi.

Un esempio, descritto da Munari, è: "se devi pensare di inserire un logo o un titolo, e devi porlo al centro di un cartellone, allora posizionalo all'interno di un cerchio, perché mentre le forme squadrate hanno intrinsecamente delle linee di fuga che permettono allo sguardo di sfuggire dall'immagine, al contrario, il cerchio lo cattura e non gli permette vie di fuga, costringendo l'occhio a mantenersi su di esso".

In ogni - o quasi - opera distopica, ma più in generale, ogni qualvolta troviamo un protagonista totalmente in contrasto...
31/10/2020

In ogni - o quasi - opera distopica, ma più in generale, ogni qualvolta troviamo un protagonista totalmente in contrasto con la societá che lo circonda non si può non parlare di dipendenze.
E se si parla di distopismo, si può non parlare di 1984?

Nel noto romanzo di George Orwell, le sostanze in questione hanno tutte qualcosa in comune: un nome felice, Victory. Caffè, Gin, Vino, Tabacco, tutto è Victory perché vincere è l’unica cosa che conta nell’eterna lotta tra Eurasia, Oceania ed Estasia.
Winston Smith, il protagonista, abusa (come tutti i comuni cittadini “fuori” dal partito) di queste sostanze per calmare l’ansia, lo stress, riuscire a superare le giornate di lavoro e desensibilizzarsi per poterne uscire sano da tutto il controllo del quale è vittima. Il problema è che tutti però lo danno per scontato. Queste sostanze, infatti, non sono assolutamente viste come qualcosa da usare con cautela ed abusarne è la norma per i ceti sociali bassi.

Chi fa parte del partito, invece, ha accesso alle sostanze “vere”, quelle di qualità, quelle non Victory. Cioccolato, vino, tabacco, tutto della qualità migliore e al contrario degli altri, non hanno assolutamente bisogno di abusarne. In #1984 l’unico modo per uscire sani dal totale controllo del Big Brother è accettarlo e piegarsi al suo potere. Soltanto chi fa parte del partito, per esempio, può spegnere il proprio teleschermo o tenere un diario privato, cosa che sta tanto cara al nostro Winston.
I membri del partito vengono spesso adulati e sedotti, come farà ad un certo punto della storia Julia per rubare e poter accedere al piacere di poter gustare delle sostanze pure, con un vero sapore.

1984 ha al suo interno numerosi episodi di dipendenza e abuso di sostanze, eppure se ne parla così poco. Orwell ha saputo catturare e descrivere perfettamente cosa succede quando un popolo oppresso e il piacere a breve termine delle sostanze (ma la distruzione personale nel lungo) si incontrano.

I cellulari e i social media sono ormai parti integranti delle nostre vite. Tramite questi dispostivi è possibile reperi...
31/10/2020

I cellulari e i social media sono ormai parti integranti delle nostre vite. Tramite questi dispostivi è possibile reperire un’incredibile quantità di informazioni su tutto ciò di cui abbiamo bisogno, e soprattutto nel modo più veloce possibile.

All’apparenza potremmo ritenere la tecnologia come qualcosa di estremamente intuitivo e completamente in nostro comando. Ma la domanda reale è: siamo davvero noi i fautori di ogni scelta che facciamo all’interno di una qualsiasi app? “The Social Dilemma” , prodotto originale Netflix, tenta di rispondere a questa domanda, scoperchiando, potenzialmente, quello che è un gigantesco vaso di Pandora.

Muovendosi tra le testimonianze di coloro che sono stati fautori dei social media come li conosciamo oggi, Jeff Orlowski (il regista) espone quelle che sono state le conseguenze alla diffusione di questi strumenti apparentemente innocui per la nostra persona ma che, se utilizzati in un certo modo, possono portare a effetti catastrofici, quali cospirazioni dovute a fake news e, soprattutto nei ragazzi preadolescenti, depressione.

Le interviste agli addetti ai lavori sono però inframezzate dallo svolgimento di una storia scritta e girata nell’ultimo anno su una famiglia americana del ceto medio, dove ogni membro ha un rapporto differente, e quantomai nocivo, con il cellulare. È in questo racconto che, paradossalmente, risiede la vera forza di questo docu-drama, poiché rende la visione adatta a qualsiasi tipo di pubblico, e dunque universale.
Non è comunque un prodotto esente da difetti: vi sono, soprattutto nella parte finale, alcuni problemi di ritmo e di argomentazione. Sebbene infatti The Social Dilemma porti avanti un discorso all’insegna di dati reali ed evidenti, negli ultimi minuti sembra quasi sfociare nello stesso cospirazionismo di cui si era fatto nemico.

Resta il fatto che questo documentario riesca a cambiare la nostra percezione dei social media, portandoci, forse, ad un utilizzo più consapevole di questi mezzi.
Ne consiglio caldamente la visione.

Tra le nuove tecnologie in via di sviluppo più incredibili è impossibile non citare Neuralink, il nuovo progetto di Elon...
31/10/2020

Tra le nuove tecnologie in via di sviluppo più incredibili è impossibile non citare Neuralink, il nuovo progetto di Elon Musk, che non smette di stupire con le sue idee innovative e dal sapore fantascientifico.

Neuralink sarà un minuscolo microchip impiantato nel cervello tramite un’operazione svolta da un robot chirurgico sviluppato dalla stessa azienda. Il microchip, ancora in una fase embrionale di progettazione, sarà in grado di connettersi al sistema nervoso cerebrale per poi interagire e scambiare informazioni con questo, aprendo le porte ad un’infinita gamma di possibilità che fino ad oggi erano state ipotizzate solo nel mondo dei film e dei romanzi di fantascienza.

Il sistema, per adesso, è stato solamente testato su modelli suini, tramite i quali, però, il genio miliardario ha dimostrato i progressi ottenuti, mostrando in diretta come il chip sia già in grado di mappare in maniera estremamente precisa e dettagliata le onde cerebrali dei mammiferi.

Come in ogni sua nuova impresa, Musk promette dei tempi di sviluppo estremamente ridotti, con i primi test su esseri umani già previsti per i prossimi anni. Inizialmente Neuralink verrebbe utilizzato per curare varie forme di disabilità, come problemi all’apparato uditivo o cecità, per poi estendere il proprio campo di utilizzo, con il progredire dello sviluppo, anche a funzioni ancora più complesse. Insomma, si parla veramente di un computer impiantato nel cranio che ci aiuterebbe in tutte quelle funzioni risultanti da processi neuronali.

Assieme all’entusiasmo creatosi per il progetto, che in campo medico potrebbe davvero essere oggetto di rivoluzione, non sono mancati i dubbi dei più scettici, che vedono in Neuralink l’inizio di una nuova era, iniziata già con l’avvento dei social e caratterizzata da una forte dipendenza dell’uomo nei confronti delle tecnologie.
Non sono infatti pochi i problemi etici che la nuova invenzione di Musk potrebbe generare, ponendosi pericolosamente vicino a quello che per molti è il limite che lo sviluppo frenetico ed incontrollato dell’ultimo secolo non dovrebbe superare.

“Uso clinico e basato su prove di interventi musicali per raggungere obiettivi individualizzati all’interno di una relaz...
26/10/2020

“Uso clinico e basato su prove di interventi musicali per raggungere obiettivi individualizzati all’interno di una relazione terapeutica da un professionista accreditato che ha completato un programma di musicoterapia approvato”; cosí l’American Music Theraphy Association definisce il concetto di “musicoterapia”.

L’ambito di applicazione si presenta particolarmente vasto, prestandosi ad una fascia di etá molto ampia e ad una grande varietá di condizioni: dipendenze, disturbi dell’apprendimento e dell’umore, riuscendo ad incidere anche su traumi, handicap sensomotori e disturbi psichiatrici.
La World Federation Of Music Therapy (WFMT) ha validato, nel 1999, la documentata scientificitá di cinque modelli clinici.
Indubbiamente quelli che si prestano meglio ad una problematica legata alla dipendenza sono la c.d. “musicoterapia analiticamente orientata”, utilizzata come mezzo creativo per esplorare la vita interiore del paziente in modo da disporre di una via verso la crescita ed una maggiore autocoscienza, e il c.d modello “BMT”, un modello che predilige l’uso della musica come rinforzo o come stimolo per aumentare o modificare comportamenti adattivi o eliminare comportamenti distorti.

Secondo un articolo, a cura della dottoressa Cristina Colantuono e della dottoressa dello Russo, la musicoterapia puó classificarsi in due categorie: una prima, passiva, nella quale si fa ascoltare al paziente della musica o dei suoni, lasciando che gli effetti vadano direttamente a modificare il terreno neuropsichico, migliorando la capacitá di modulazione dell’umore e incidendo sulle funzioni neurocognitive del paziente, ed una, attiva, che si presenta come una tecnica specialistica di miglioramento della comunicazione, che cerca di favorire il contatto con le proprie emozioni e la possibilità di esprimerle.

Indubbiamente quello della musicoterapia resta un tema ancora da esplorare, toccato solo superficialmente, ma con grandi potenzialitá alternative alle tradizionali tecniche di cura.

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