03/06/2024
TAURASI, L’ALFA E L’OMEGA DE L’AGLIANICA
La domenica mattina, mentre il paese dorme ancora, la rocca antica di Taurasi prende, quasi inaspettatamente, vita per merito delle signore che custodiscono gelosamente pietre antiche che parlano, ancora oggi, e che invocano rispetto e tutela. Non è difficile assistere al meraviglioso spettacolo di solidarietà tra vicini che, da una finestra all’altra, si passano suggerimenti e, a volte, qualche ingrediente.
Sul fuoco ardente delle cucine, purtroppo ormai quasi del tutto prive delle vecchie “fornacelle”, si comincia a sentire il dolce rumore di pentole che a fuoco lento sono costrette a ribollire e che sprigionano profumi anticipatori di sapori unici.
Da questo piccolo trambusto domenicale nasce, come un dipinto del Settecento napoletano, una pietanza che urla, grida, invoca la voracità di tanti commensali.
La pasta, lavorata dalle mani e dal cuore di abili massaie, incrocia il proprio destino con un gustoso sugo di salsa di pomodoro e di carne. Il nostro ragù, dopo ore di cura, si materializza in una vera opera d’arte, frutto della sapienza e delle conoscenze trasmesse dalle generazioni precedenti alle signore irpine e taurasine, in particolare.
La domenica mattina diventa, per tanti, non solo un modo per prepararsi ad un pranzo luculliano ma anche per ricordare. La memoria fa dei balzi acrobatici fino a giungere alle mattine domenicali in cui, di nascosto, i più piccoli cercavano di fare la prima colazione intingendo, perfidamente e profondamente, un pezzo di pane, non importa se raffermo, nella pentola piena che cantava la propria felicità.
Va bene, mi scuso…so bene che l’Aglianica, nel prendere il via proprio dal centro antico di Taurasi, non può di certo indulgere a profumi e sapori che vi si sprigionano e che torturano le narici anche dei più incalliti ciclisti. Cari amici ciclisti dimenticate i profumi, i sapori e fate prevalere lo spirito sportivo. Tuttavia, il momento conviviale finale può diventare una forte motivazione per percorrere i chilometri, faticosi e salutari al tempo stesso, dei due percorsi che sono proposti dalla ciclostorica.
Si parte, quindi, dal Centro storico di Taurasi. È un autentico gioiello, urbanisticamente intatto, che, nonostante le angherie del tempo e dei terremoti, si concentra intorno ad un decumano che ha l’ardire di collegare due porte che si affacciano, rispettivamente, sul paese di più recente costruzione, da una parte, e su un panorama di struggente bellezza, nel quale il fiume Calore diventa padrone assoluto del territorio verdeggiante, costeggiando vigneti a distesa e tanti paesi che sembrano tra loro gemelli, dall’altra parte.
Sul lungo decumano si affacciano, oltre che la Chiesa, di pregevole fattura settecentesca, intitolata al santo patrono, San Marciano Vescovo, decine di vicoli e vicoletti, tutti a spina di pesce a ricordare come, nel passato, tale modo di costruire serviva soprattutto per appagare il bisogno di sicurezza dei cittadini.
Ma, mentre la carovana parte, tra il vocìo dei partecipanti, i colori variopinti di maglie retrò e i rumori di catene, forse da oleare, montate su biciclette che sono piccoli capolavori di ingegneria ciclistica, non è possibile evitare di alzare lo sguardo verso il grande maniero e il suo dongione di pianta quadrata, di evidente origine normanna. Il Castello marchionale si è ampliato con il passar del tempo, fino ad arrivare ai nostri giorni, dopo un ultimo intervento con il quale il maniero è passato in proprietà del comune di Taurasi dopo aver finito i lavori di restauro e consolidamento, da parte della Comunità Montana Terminio Cervialto, il 23/11/2006. Il Castello, che oggi si presenta come un magnifico Palazzo Baronale è appartenuto soprattutto alla ricchissima famiglia dei Gesualdo. Tra quelle stanze, Geronima Borromeo, sorella del mitico e santo cardinale Carlo Borromeo, a metà del XVI secolo ha fatto sgambettare, durante l’infanzia del figlio, il piccolo Carlo Gesualdo, destinato a diventare sia un grande uomo di cultura internazionale, per aver scritto una musica diventata la base della musica polifonica dell’ Europa moderna, sia l’assassino della moglie, Maria d’Avalos, che concedeva le proprie grazie di donna bellissima ad un cavaliere, altrettanto bello e potente, come Fabrizio Carafa.
Il Principe Carlo, nel Castello di Taurasi ha sicuramente soggiornato anche con la sua seconda moglie, la virginea Eleonora d’Este come testimonia lo stemma araldico che sormonta il portone d’ingresso nel cortile diviso a metà tra quello dei Gesualdo e quello degli Estensi.
Nei suoi immensi possedimenti, tra i castelli di Gesualdo, Calitri, Taurasi, Venosa e la sua dimora napoletana, in piazza S. Domenico Maggiore, si è dipanata la storia di quest’uomo vissuto sul crinale di una vita in cui la dannazione della morte violenta si è contaminata, diabolicamente, con la bellezza della sua musica, dei tanti testi scritti, nientedimeno che da Torquato Tasso e con le sue indubbie qualità di amministratore di un patrimonio sconfinato. Mica male.
Carlo oggi non può essere ricordato per un delitto che all’epoca non era considerato tale ma deve essere ricordato per il suo ruolo di artefice del progresso di questo lembo d’Irpinia, ove radunò una corte di letterati, fondò una delle prime cantine e creò la prima tipografia del territorio. Egli ha lasciato in eredità all’Irpinia, castelli, palazzi, conventi, quadri, sculture che hanno sfidato il tempo e l’incuria per risvegliarsi a novella bellezza a partire dai primi anni del XXI secolo. Oggi Carlo è sepolto nella chiesa del Gesù Nuovo, a Napoli ai piedi del secondo altare nella navata di sinistra.
Taurasi, quindi, è soprattutto la figlia di questa storia che arricchisce quella di altre famiglie, più antiche e più recenti, ma soprattutto è il risultato dei tanti popoli che, fin dal periodo eneolitico, qui hanno calcato le loro orme come i Sanniti/Hirpini, i Romani, i Liguri Apuani, i Goti, i Bizantini, i Longobardi, i Normanni, gli Aragonesi, gli Angioini, gli Spagnoli, i Francesi di Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat, la casata reale dei Borboni e quella dei Savoia con l’Unità d’Italia. Tutti costoro hanno lasciato in eredità tracce indelebili della loro presenza come è possibile ammirare anche nello splendido Museo Archeologico, ospitato proprio nel Castello Marchionale, dove sono state raccolte, in modo ordinato e scientifico, i reperti archeologici trovati nel corso di alcune campagne di scavi nel territorio di Taurasi.
Perché questo nome di Taurasi? Il paese ha radici antichissime. Del resto, la presenza dell’acqua ha sempre favorito gli insediamenti umani, soprattutto di pastori e agricoltori. Tuttavia, risulta difficile immaginare ad una Taurasi risalente al mondo sannita e romano se non come spazio agrario della vicinissima Aeclanum, sulla via Appia Antica.
Il toponimo sembra venir fuori dalla lingua Osca che i romani recuperano per indicare “la terra di montagna” dove deportare quarantasette mila liguri provenienti dalla Alpi Apuane, nel 180 a.C.
Dati più certi fanno propendere all’esistenza di un primo nucleo urbano organizzato nel territorio dell’attuale Taurasi a partire dal II e III secolo d.C. quando inizia una storia autonoma del paese che arriva ai nostri giorni dopo aver attraversato i secoli con fatica, sudore, lavoro, miseria, tragedie e guerre. Quella storia riesce ad arrivare fino al momento in cui risplende la propria ricchezza agricola, fatta di produzioni di eccellenza e di assoluta qualità come le proprie ciliegie e la propria uva. Alla terra che oggi porta il nome di Taurasi viene riconosciuta, in modo storicamente accertato, una particolare vocazione nella produzione vitivinicola fin dal XVI secolo. Tale inclinazione è stata certificata, alla fine dell’Ottocento, dalla costruzione della ferrovia Avellino Rocchetta s. Antonio, denominata “la ferrovia del vino”, che divenne l’epicentro dell’intero commercio delle uve irpine per trasferirle al nord colpito dalla fillossera. Nel 1928 Taurasi ed il suo areale diventano, addirittura, il giacimento enologico più importante d’Italia. Le tante cantine che sono presenti nel paese, alcune delle quali di splendida fattura, e i tanti riconoscimenti ottenuti dai vini del paese nelle più rinomate manifestazioni nazionali di settore, stanno a testimoniare il crescente successo del proprio vino che è diventato una DOCG nel 1993. Ma soprattutto, Il Castello Marchionale ospita l’Enoteca Regionale dei Vini d’Irpinia caratterizzata dal percorso sensoriale che fa immergere i visitatori in mare di profumi tipici dei vini d’Irpinia come il Taurasi, il Fiano di Avellino ed il Greco di Tufo, tutti e tre Docg.
Questo, per difetto, è il paese da cui parte e poi arriva l’Aglianica.
Taurasi è il paese dei profumi, dei sapori ma anche dell’ebrezza che si coniuga con la felicitas latina. Qui c’è tutta l’intenzione di conservare questo mondo per offrirlo intatto ai nostri fratelli visitatori, italiani e non che accogliamo con un sorriso all’arrivo e facciamo ripartire con un grande abbraccio.