Fallone Editore

Fallone Editore La Fallone Editore è una casa editrice indipendente. Distribuzione Nazionale tramite Libro Co Italia.

La Fallone Editore è una casa editrice indipendente fondata nella primavera del 2017, pugliese per tassonomie geografiche, e radicata nella storia e nella cultura millenarie di questa terra, ma proiettata su una linea d’azione nazionale, sia per la distribuzione del prodotto editoriale che per l’eterogeneità degli autori che intende pubblicare. Tra i segmenti di suo interesse, non solo prosa e poe

sia, pilastri della Letteratura, ma anche saggistica, letteratura per l’infanzia, scienze ermetiche e pubblicazioni a carattere vario, che spaziano dalla cinotecnica alla musicologia, passando per le arti figurative, la culinaria, la fumettistica e la botanica (per maggiori dettagli si rimanda al progetto editoriale). Se è vero, come forse è vero, che ‘il talento fa quello che vuole e il genio quello che può’ [C.B.], una casa editrice non può che essere una fucina, luogo in cui si forgia e si è forgiati al fuoco sacro del talento – che è dono di nascita e perciò divino – aristocraticamente elitario e perciò antidemocratico – indimostrabile, se non nell’evidenza di sé, e perciò innegabile. Se è vero, come certamente è vero, che un libro non è soltanto un oggetto, per quanto bello possa essere, ma ‘è anche un luogo oscuro di sfoghi e di rimozioni, dove si combatte un duello senza pietà, con la sola scelta di guarire o morire’ [G. Bufalino], la scrittura è un attraversamento di sé, un disvelamento delle ombre che richiede coraggio: chiede passi fermi e sguardo alto. In questi passi, i primi, in questo sguardo alto come il cuore, nasce la Fallone Editore. Per richiedere informazioni: [email protected]
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Tendere di Francesco Elios Coviello è un poemetto legato alla cosalità anatomica del reale, nel quale l’analisi di un me...
04/06/2026

Tendere di Francesco Elios Coviello è un poemetto legato alla cosalità anatomica del reale, nel quale l’analisi di un meccanismo giunturale evoca un’interrogazione mai posta, raggiungendo un livello di antropologia, che qui è anche antropometria, costitutiva e inspiegabile.
Nei versi di Coviello le cose che farfugliano esigono uno statuto quasi metafisico, abbrunendo tra rumori di sottofondo di una fisica che non vista, anzi intravista, struttura la realtà nel luogo recondito di un inconscio efficiente.
Come scrive Roberto Masi nella prefazione, in Tendere «il linguaggio si spoglia del rigore semantico per approdare al dettaglio quale manifestazione di altro da sé», definendo quasi la ricostituzione di una neofisica che attende l’approvazione della nominazione.

Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo, incontriamo Gennaro Pollaro, che ha esordito nel 2025 con Café Panthéon, una...
03/06/2026

Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo, incontriamo Gennaro Pollaro, che ha esordito nel 2025 con Café Panthéon, una raccolta di racconti a sfondo surrealista che esplora l’immobilità contemporanea e la credenza fideista in divinità effimere: i protagonisti, intrappolati in mondi distorti, vivono l’illusione del progresso e del futuro, mentre cercano risposte in una realtà che si sfalda

«La letteratura è un senso aggiuntivo (il sesto) col quale osservo il mondo»

Nel primo commento trovate il link all'intervista completa.

La prosa poetica e le campagne, quest’ultime geograficamente intese ma non solo, hanno in comune il loro essere zone ibr...
01/06/2026

La prosa poetica e le campagne, quest’ultime geograficamente intese ma non solo, hanno in comune il loro essere zone ibride di confine: la prima tra la descrizione orizzontale e la sintesi tipicamente poetica, le seconde tra la natura incontaminata che sopravvive ai margini, e a volte ancora s’incunea tra gli artefatti, e l’azione trasformatrice della civiltà umana sul creato messo a disposizione per il sostentamento dell’Homo Sapiens che resiste alla città. Un confine ibrido che si rivela affascinante regione di indagine interiore, anche se la prosa poetica non spiega mai del tutto i suoi intenti e conserva un certo grado di indicibilità, così come la campagna non si concede interamente alla tecnica che plasma animali e terreni in vista di una produttività che va al di là dell’autosostentamento della società contadina.

C’è un confine, lo si avverte e va rispettato. “Dove andava la strada?” si chiede Giancarlo Busso, autore della raccolta (opera prima) di prose poetiche e poesie intitolata Campagne (Fallone editore, 2025), ma non c’è risposta certa perché il mistero che avvolge il destino di una strada di campagna è pari a quello di ogni esistenza: il cammino in sé è l’essenza del nostro esserci andando, non il nome della meta, della strada stessa (“l’enorme archivio di nomi delle campagne” e in seguito “si aprono strade infinite tra i campi”). Perché “Camminare in una direzione, forse, ha senso?” Dall’osservazione del territorio procedendo lungo il percorso si traggono i più genuini e spontanei insegnamenti di vita; ci si muove da vivi in un terreno vivo “con movimenti sincroni […] creando vibrazioni”. Dall’osservazione della natura (“L’occhio brama il paesaggio”), sia quella ancora selvaggia che quella piegata dall’uomo agricolo, si giunge alla descrizione del proprio mondo interiore, presente e passato fatto di ricordi e rivisitazioni; a volte siamo più soli di un borgo abbandonato e desertico (“visitando luoghi che ci hanno dimenticato”): a farci compagnia le memorie di generazioni operose, il loro riverbero nella storia locale e privata, e le diatribe tra vicini (“Nessuno conosce veramente il vicino…”) che entrano nel tessuto della tradizione di zona. Le stalle vuote, la siccità sono solo i sintomi di una involuzione eco-socio-economica o rappresentano i simboli di un decadimento valoriale che coinvolge l’intera umanità, persino quella contadina che credevamo protetta, isolata, distanziata per definizione dal caos di un mondo più avanzato?
Ma la terra ha una sua memoria: “Qualcuno era stato già qui nei tempi passati, decenni, poi secoli, poi millenni, di uccisioni e di nascite, di strati di terre sepolte, di occasioni p***e, di coincidenze miracolose, di eventi non ancora compresi e già dimenticati nel caotico succedersi delle loro vite”. È una memoria paziente, fatta di attese che si perdono nel tempo, senza cronaca, senza clamori, senza un trafiletto nella Storia ufficiale. Senza i social!

Il “Non sono mai stato niente. Non potevo non essere che niente…” (Il tesseratto, pag.53) ricorda il “Non sono niente. Non sarò mai niente…” di Pessoa e rappresenta quello spirito degli ultimi che al di là di ogni facile pessimismo diventa addirittura “filosofia di vita”, accettazione dell’inesorabilità della vita dei semplici che viene avvertita ma non colta, non percepita consapevolmente; come una nebbia che tutto avvolge, fagocita, rende democraticamente omogeneo annullando confini, differenze, precoci autoesaltazioni, ma al tempo stesso conferma una presenza costante nel tempo integrandola nel paesaggio. “Chiamare i morti, adesso che sei rimasto solo” è un esercizio necessario che si compie nelle contrade della solitudine: ma non è pratica f***e o ritardataria, è rito sacro ispirato da luoghi familiari, “nella stanza in fondo alle campagne”, quando ci ritroviamo in vestigia a noi prossime e terrene.

Michele Nigro

27/05/2026

da In-sectum di Paolo Pedrazzi

lettura a cura di Pasquale d'Attoma

Su Resistenze Quotidiane Daniela Cortese scrive di Eliodoro, il primo romanzo di Mario Fresa.Sempre sospeso tra satira e...
26/05/2026

Su Resistenze Quotidiane Daniela Cortese scrive di Eliodoro, il primo romanzo di Mario Fresa.

Sempre sospeso tra satira e dramma, autobiografia e antibiografia, il testo si configura come un autentico “romanzo-gioco” la cui potenza espressiva risiede non solo nella somma delle sue singole parti, ma nella stessa, intrinseca dialettica incessante che le anima e che le stringe insieme, finalmente rivelando una coerenza acuta e matematicamente organizzata, al di là della perenne frammentazione del racconto (e dei racconti).

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Nel primo commento trovate il link alla recensione completa.

Su Glicine rivista Antonio Pagliuso scrive del volume Il sentimento dei luoghi di Carla Saracino e Vito Teti:Un libro sc...
25/05/2026

Su Glicine rivista Antonio Pagliuso scrive del volume Il sentimento dei luoghi di Carla Saracino e Vito Teti:

Un libro scritto a quattro mani che è un dialogo fra due prospettive distinte e affini di una medesima questione: il sentimento dei luoghi. Un omaggio ai luoghi dell’abbandono e della resistenza, quei luoghi “che continuano a vivere anche quando non c’è più nessuno ad abitarli”.

Fallone Editore dà alle stampe Il sentimento dei luoghi, un agile saggio che ospita due scritti firmati dall’antropologo Vito Teti e dalla poetessa Carla Saracino. Nelle pagine del volume i due autori riflettono sulle luci e le ombre, sulle bellezze e le rovine di un mondo, allo stesso tempo soprano e sottano, tracciando con le rispettive sensibilità la geografia fisica e interiore delle comunità e dei luoghi. Un loro nuovo senso.

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Nel primo commento trovate il link alla recensione completa.

Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Giancarlo Busso, che ha esordito con noi nel settembre del 2025 c...
22/05/2026

Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Giancarlo Busso, che ha esordito con noi nel settembre del 2025 con Campagne, una raccolta di prose poetiche e poesie, con la prefazione di Marco Giovenale. Giancarlo Busso descrive un perimetro del sentire con una lingua nitida e riconoscibile, racchiudendo assieme le categorie del poetico, politico e geografico.

«il mio rapporto con la scrittura passa per il linguaggio, altrimenti non scriverei prosa poetica e poesia. Le nostre storie, le storie di tutti noi, sono già state narrate e scritte milioni di volte nel susseguirsi copioso delle generazioni, non penso ci sia particolare interesse in questo, tranne forse in rarissime eccezioni. Penso che tutto dipenda da come si raccontano, da come condividiamo il nostro sentire».

Nel primo commento trovate il link all'intervista completa.

21/05/2026
Ricca silloge presentata con cura per l’eleganza delle edizioni Fallone, nella quale il giovane poeta (ricercatore e sag...
19/05/2026

Ricca silloge presentata con cura per l’eleganza delle edizioni Fallone, nella quale il giovane poeta (ricercatore e saggista) propone la sua opera di esordio, un poemetto antimoderno e contemporaneamente immerso nella sperimentazione, che affronta temi filosofici, teologici e relazionali attraverso una rigorosa fenomenologia dell'Io.
I brani, nel ritmo delle sillabe ben scandite, si susseguono in sei sezioni “Giri del sangue”, “Direzione senza”, “Forzare allegri”, “Ciclo dei padri”, “Amore in forma di fiammifero”, “Finale”, con un intreccio sempre regolato dalla ricerca della parola.
“Non è che un uomo che muore/ bruciato dai proiettili, / quando nel mondo del fato scappano/ fuori dai bordi del dagherrotipo/ senza dire/ rotta vera/ di destino.”
Ecco che la poesia si costruisce intorno ad un’immagine di morte improvvisa e violenta, ma ciò che interessa davvero il testo non è soltanto l’evento tragico: è il modo in cui esso viene fissato nella memoria e nell’immagine. L’uomo “bruciato dai proiettili” diventa quasi una figura sospesa tra realtà e rappresentazione, tra il fatto accaduto e la sua trasformazione in traccia visiva. Il riferimento al “dagherrotipo” introduce subito una dimensione antica e simbolica della fotografia: non semplice documento, ma impronta del destino, fermo immagine di ciò che precipita fuori dal controllo umano. La fuga “fuori dai bordi del dagherrotipo” suggerisce infatti che la vita eccede sempre la cornice che tenta di contenerla, mentre la “rotta vera / di destino” rimane indicibile, spezzata, impossibile da afferrare pienamente.
Il testo possiede una forte tensione visionaria e un linguaggio densamente metaforico, in cui termini tecnici (“dagherrotipo”, “pellicola”, “cellulosa”) assumono una funzione poetica e filosofica. La sintassi frammentata contribuisce a creare un andamento convulso e intermittente, coerente con il tema del lampo fotografico e della morte improvvisa. In alcuni punti l’oscurità semantica è volutamente estrema, ma proprio questa rarefazione rende la poesia intensa e aperta a più livelli interpretativi. L’autore costruisce così una lirica carica di energia simbolica, dove le metafore diventano l’eco della condizione umana: fragile, violenta, destinata a sopravvivere soltanto come traccia impressa nel tempo.
Più avanti ancora ci soffermiamo dei versi: “La medetomidina delle undici e venti/ gli occhi i denti a favore del diagramma/ nelle vene sottili dell’ora ormai giunta./ Questo è un ballo di gruppo paradossale,/ esclude il suono, chetamina, ma ancora/increspa l’aria nell’orecchio della veterinaria/ (Curaro) nasconditi e stringi-vene!/ Undici e quaranta, sentenza e domanda/ -“Non c’è più?”- ma mi immergo./ -“Forse per la coda l’acchiappo!”-/ Si ferma a galla la bocca, si ferma/ l’orologio a muro frattanto./ E mentre sparisci nell’ultimo nervo,/ crepa di casa, me salvato, per un pelo,/ confine di credere fino alla fine.”
In scena un’esperienza estrema di confine tra vita e morte attraverso un linguaggio tecnico, quasi clinico, che però viene continuamente deformato dall’emozione. La “medetomidina”, la “chetamina”, il “Curaro” non sono semplici termini medici: diventano simboli di un rito di passaggio, di una sospensione del reale. L’ambiente veterinario suggerisce probabilmente l’agonia o l’eutanasia di un animale amato, ma il testo evita ogni esplicitazione sentimentale diretta; preferisce invece affidarsi a frammenti percettivi, a orari precisi (“undici e venti”, “undici e quaranta”), a dettagli corporei e sonori che registrano il trauma nell’istante stesso in cui avviene.
Matteo riesce a creare un’atmosfera sospesa, dove la precisione tecnica convive con una disperazione trattenuta. Qualche passaggio volutamente ellittico rende il testo arduo e quasi criptico, ma è proprio questa opacità a restituire l’esperienza del dolore come frattura del linguaggio e della logica ordinaria.
Giocare con la sperimentazione nel nostro tempo è quasi un azzardo a causa delle varie progettazioni offerte dai giovani poeti, ondeggiando tra frattura totale del verso e periodi di prosa colloquiale, tra vertiginose figurazioni e ritmi fuori dalle sillabe scandite.
Matteo Moraschini Schito, alternando con abilità il verso classico, riesce a mantenere un equilibrio policromatico che rende la sua poesia un ventaglio di magmatica biografia.

Antonio Spagnuolo

Indirizzo

Via Colonnello Scarano, 27
Massafra
74016

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