23/09/2026
Nota a “Della vita anteriore” di Pasquale Lucio Losavio
O anche “Della vita interiore“. Con un linguaggio oscillante tra il quotidiano, dialogante diretto e il criptico/ininterpretabile, infatti, Pasquale Lucio Losavio, autore della raccolta poetica “Della vita anteriore” (Fallone editore, 2025), ci conduce in un viaggio sostanzialmente autobiografico, intimo, fatto di eventi esistenziali determinanti, irreversibili, formativi, in grado di influenzare per sempre l’interiorità di un individuo, il suo approccio alla vita in generale, all’amore, ai temi fondamentali dell’esistere. Molteplici gli insegnamenti raccolti lungo il percorso: la giusta dose di realismo/pessimismo e di “prevenzione” raccomandata dai predecessori, la differenza tra sembrare ed essere, il ruolo fondamentale svolto dai libri e dalla stessa parola poetica, la scoperta dell’amore condizionato dai propri limiti, la formazione dell’adulto di domani. Uno sguardo al passato verso i propri genitori, testimoni determinanti nelle piccole cose di tutti i giorni, i giochi dell’infanzia e il loro ruolo del definire la personalità di chi scrive, i ricordi salvati dalla vita anteriore (“nelle lunghe controre / dell’infanzia”, pag. 66), i primi “maestri” e le prime passioni ideologico-politiche, le dissociazioni e i distanziamenti (“Non mi avrete tra voi”, pag. 102; “Lasciatemi in pace!”, pag. 103), le inevitabili, “fisiologiche” evoluzioni/involuzioni delle amicizie importanti: Losavio tocca ogni aspetto dell’umana esistenza e compie questa delicata operazione (autobiografica, sì, ma che si adatta alla vita di ogni lettore) con il pudore di chi non è sicuro di essere in grado di rivelare la propria poetica persino alle persone più care e vicine: “… avrei voluto dirti di quei versi / che cominciavo a scrivere / ma non te lo dissi mai / pensavo fosse inutile / pensavo fosse impossibile…” (pag. 46). L’incredulità nel dirsi in poesia, e quando accade il miracolo in versi ecco lo stupore, la sorpresa nel mostrarsi; l’indicibile che prende il sopravvento come a voler ripristinare una doverosa barriera. Dinanzi allo specchio poetico l’Autore sembra ripetere la stessa domanda che il cantautore siciliano Battiato rivolse a se stesso in un tema scolastico. “io chi sono?”. “Chissà cosa sono in realtà / cosa sarei stato senza questa vita…” (pag. 47) si pone il filosofo Losavio una delle domande più antiche (insieme a molte altre) che l’umanità pone a se stessa fin da quando esistono la ragione, il pensiero, la ricerca che va al di là delle esigenze elementari del vivere per vivere.
Oppure “Perché sto qui, proprio qui” (pag. 67): a salvarci dalla follia di vortici interrogativi – ognuno di noi ce l’ha o se lo costruisce per necessità – “l’angolo catartico / il rifugio delle sane radici” (pag. 67); o ci si affida all’ordine testuale dei libri letti o al “rigo sul quaderno / che istruisce la mente” (pag. 72), a quel mondo ordinato, controllabile, che non delude quasi mai, quale è il mondo dei libri, del sapere confermato. Conoscersi nei limiti e nelle autolimitazioni, nelle mancanze, nel non vissuto e negli omissis; in un “corpo a corpo / con la mia parte più profonda” (pag. 58); adattarsi al cambiamento dei tempi, delle abitudini, delle risposte da parte del corpo e della mente, dei modi di approcciarsi alla vita; rassegnarsi al non vissuto, al bacio non dato, al ricordo degli amori fugacissimi e delle proprie “passanti” come quelle di Brassens mentre il corpo cambia e non può più tornare indietro per ritentare. Solo nella poesia possiamo perdonarci, solo nel verso rendiamo mitica persino la non vita perché “dalla parola / si insinua la consapevolezza di me / della mia esperienza, / della mancanza.” (pag. 79). La poesia è espiazione, è riscatto, è “vendetta”; in essa si riversa tutto il vissuto, il non detto e anche di più: “le parole che non dissi allora / sono ancora nei miei versi” […] “quel che avrei voluto dire / è diventato la mia vita” (pag. 85).
Michele Nigro