25/11/2025
JURANEWS da sempre dalla parte delle donne, con le donne, per le donne.
Per tutte le donne e per le nostre professioniste, perché siano indipendenti, perché possano dire sempre NO senza essere prigioniere di un ricatto economico, perché possano realizzarsi nel mondo del lavoro, perché nessuno le privi del loro diritto alla vita.
"Oggi, 25 novembre ricorre la “Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne” ed è una ricorrenza istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999.
Non è una data scelta a caso, è la ricorrenza di un brutale assassinio, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana, ai tempi del dittatore Trujillo, quando le tre sorelle Mirabal, considerate rivoluzionarie, furono torturate, massacrate, strangolate e i loro corpi gettati in un burrone, simulando un incidente.
Non sempre, non ovunque, le cose sono cambiate da quel giorno, ed anzi esse sembrano in qualche modo essere addirittura peggiorate, nascondendosi il più delle volte, subdolamente, dentro le mura domestiche.
Migena Kellezi, 30 anni; Giordana Di stefano, 20 anni; Maria Visalli, 71 anni; Debora Fuso, 25 anni; Donatella De Bello, 30 anni; Noemi Durini, 16 anni; Diana, 52 anni; Erika Preti, 28 anni; Cristina Peroni, 33 anni; Caterina D’Andrea, 73 anni; Donatella Miccoli, 38 anni; Elisabetta Molaro, 40 anni; Filomena Galeone, 61 anni; Gabiila Trafandir, 47 anni; Renata Alexandra Trafandir, 22 anni; Lorena Puppo, 50 anni; Lidia Miljkovic, 42 anni; Giulia Tramontano, 29 anni; Giulia Cecchettin, 22 anni; Ilaria Sula, 22 anni.
Sono solo alcuni dei nomi delle donne uccise negli ultimi anni in Italia, donne dalle scarpette rosse a cui è stato negato ogni diritto, a cui è stata strappata la vita e prima ancora la dignità.
In un’epoca caratterizzata dalla corsa al raggiungimento delle c.d. pari opportunità, ove tanto si parla del ruolo della donna e della sua centralità nel campo lavorativo, sociale e culturale, si deve ancor oggi fare i conti con questo truce fenomeno, che vede nella donna la vittima preferenziale all’interno dei contesti familiari, quale centro tout court di violenze psicologiche fisiche, economiche e sessuali.
Ed allora, se è evidente che il triste ed avvilente scenario sulla questione della violenza di genere non sembra voler mutare i suoi tratti ed i suoi colori, cosa potrebbe e dovrebbe fare la classe forense, e soprattutto come si dovrebbe confrontare con essa?
La violenza di genere, il femminicidio, non possono rimanere confinate nell'alveo di una questione di mero diritto e in particolare nella risposta repressiva di natura penale, che se pur deve esserci, va affrontata nella sua complessità più intrinseca, perché frutto di una cultura malata, non empatica, indifferente alla delicatezza del sistema ove trova radici forti e difficili da sradicare.
Siamo avvocati, e questo comporta che nessuno di noi possa esimersi dal ruolo che ricopre, perché mai un avvocato potrebbe venir meno al proprio dovere di difesa, ma come donne e uomini, giovani donne e giovani uomini che del diritto hanno fatto la propria ispirazione di vita, abbiamo il dovere di spingere le nostre riflessioni verso un’analisi più profonda e viscerale, che trascendendo il piano giuridico, aspiri a stravolgere le radici culturali marce di questo fenomeno, e che nella cultura stessa, nella sua accezione propositiva e propulsiva, trovi quel seme di cambiamento che appare l’unico strumento possibile per contrastare questo fenomeno.
Parimenti un compito importante deve essere assegnato e riconosciuto a noi donne nel nostro ruolo di difensori e portatrici di valori e cultura femminile, perché essere culturalmente donne oggi vuol dire essere figlie di un retaggio che porta con sé status e modi scarsamente evoluti. Vuol dire essere assoggettate ad un pensiero non moderno, non evoluto, non dinamico. Vuol dire essere ancora considerate alla stregua di fattrici, scarsamente autonome, emotivamente labili, psicologicamente fragili.
La ribalta del femminicidio.
Assistiamo a questo. Ad una ribalta dei titoli di giornale, delle discussioni forensi, degli indignati pubblici.
Ma non è moderna questa realtà.
È silente, ma esiste da tempo.
È insita nella società, nelle famiglie, nel tessuto più profondo dell’essere umano.
Per ogni donna che muore c’è un uomo che non verrà più al mondo.
Dovremmo ragionare in questi termini, eppure non riusciamo ancora a farlo.
La mano che uccide, uccide sé stesso. Eppure non ci si fa caso.
E noi giuristi?
Reprimende penali. Di dubbia esecuzione, scarsa applicabilità e discutibile validità. Questi gli strumenti di cui disponiamo attualmente.
A domanda risposta. Applichiamo una regola. Una regola generale. Una risposta banale ad una statistica ricorrente.
L’azione dovrebbe essere locale. Territoriale. Domestica.
Culturale.
Dovremmo operare sulla cultura, incidere su essa, batterci per essa.
Per ogni lacrima versata in un’aula di tribunale dovrebbe esserci un giurista pronto ad operare sul contesto.
Per ogni donna che si sente ferita, che spende la sua vita in una follia omicida, ci dovrebbe essere una sanzione non solo per il singolo colpevole, ma anche per tutti noi, colpevoli di indifferenza e di silenzio.
Inasprire le pene.
Ottimo suggerimento mediatico ed emotivo. Ottima risposta a chi decide autonomamente di arrogarsi il diritto di togliere una vita.
Ma è una risposta del “dopo”. Dell’avvenuto. Del fatto certo.
Un fatto che lede le radici stesse della società. Che la distrugge. Che la mortifica nella sua natura.
Andate in una sala parto mentre una donna sta compiendo la sua impresa.
Sentite le urla, ammirate il dolore di mettere al mondo una vita.
È da lì che si deve partire. Dal prima. Ed il compito è nostro. Alzare l’asticella dell’attenzione sul problema.
Intervenire giuridicamente sul prima, sulle tutele, sui comportamenti viziati alla base, sulla prevenzione.
È nostro il compito educativo come cittadini, e ancor più come avvocati.
Educare al rispetto, assurgere ad esso.
Comprendere la cultura nel profondo, modificarla, renderla attuale, tutelarla. Proteggerla.
Salvare noi stessi in un percorso giuridico che tenga conto della persona. LA PERSONA. LA DONNA. LA MADRE. LA MOGLIE. LA COMPAGNA. LA FIGLIA.
L’origine. Per ogni lacrima di una donna uccisa moriamo un po' tutti anche noi.
Ed è anche a noi giuristi che sta il compito di educare alla vita, di creare schemi comportamentali dai quali non uscire.
Regole che siano reali e dinamiche.
A noi giuristi il compito di salvare con loro noi stessi".
[elaborato a cura dell'avv. Mariangela Di Biase]