09/06/2026
Oggi a “Mura Sconsacrate” di Tommaso Fava.
Mura sconsacrate,
intonaco che cade come pelle vecchia,
porte che cigolano, nomi mai detti,
finestre chiuse a metà,
come occhi che non vogliono vedere.
Lì dentro
io non ero io.
Ero un errore da correggere,
una voce da spegnere,
un corpo in attesa di essere aggiustato.
Il mio dogma era chiaro:
non accettare chi ero.
Combattermi,
negarmi,
strappare via ogni crepa,
come se la crepa fosse il male.
Al centro diurno Camelot
il tempo non guariva,
resisteva.
Sedie in cerchio,
parole lasciate a terra come cicche spente,
sguardi che si sfiorano e poi scappano.
Ognuno con la sua guerra cucita addosso,
ognuno con una verità che brucia.
Nella CTA
le notti erano lunghe,
più lunghe dei pensieri.
Il silenzio pesava sulle ossa,
e dentro
la rabbia urlava senza voce.
Borderline
un casino di emozioni,
un temporale che non chiede permesso,
onde che sbattono contro il petto,
senza ritmo, senza tregua.
E io lì,
in mezzo al caos,
a cercare un nome,
una forma,
una tregua.
Rabbia
per ciò che non ero riuscito ad essere.
Tristezza
per ciò che avevo perso senza capirlo.
Amarezza
per ogni giudizio diventato gabbia.
Eppure
tra quelle mura sconsacrate
qualcosa ha iniziato a respirare.
Non è stato un miracolo.
È stato lento.
Scomodo.
Vero.
Ho smesso di lottare contro il mio riflesso.
Ho iniziato a guardarlo.
A dire:
questa rabbia è mia
non mi distrugge, mi racconta.
Questa tristezza è mia
non mi affoga, mi attraversa.
Questa felicità fragile
è mia, anche se dura poco.
Questa amarezza
è cicatrice che parla.
E questo caos
questo borderline che mi spacca e mi
ricuce,
alla fine
sono io.
Non più da cancellare,
non più da correggere,
ma da abitare.
E per la prima volta
non ho più chiesto di essere diverso.
Ho accettato
chi ero diventato.
Non perfetto,
non guarito,
ma intero.
E dentro quella parola
intero
c’era già un futuro.
Un futuro che non promette salvezza,
ma possibilità.
Un passo fuori da quelle mura,
senza rinnegarle.
Perché Camelot
non è stato rifugio,
è stato specchio.
E la CTA
non è stata prigione,
è stata attraversamento.
Ora cammino
con tutte le mie stagioni addosso
rabbia, felicità, tristezza, amarezza
e una cosa nuova
che prima non conoscevo:
speranza.
Non quella che cancella il buio,
ma quella che ci passa dentro
e non si spegne.