12/05/2026
SERIE D :
Douglas Costa, un gol in 12 partite: il problema non è lui, ma il calcio italiano!
Questo nel video e' il primo goal in D di DOUGLAS COSTA, arrivato a maggio al Chievo.
Quando a gennaio il ChievoVerona annunciò l’arrivo di Douglas Costa, in molti parlarono di “colpo clamoroso” per la Serie D. Un nome internazionale, un passato tra Juventus, Bayern Monaco e Champions League, uno dei giocatori più tecnici e spettacolari transitati in Serie A negli ultimi dieci anni.
Il problema, però, è che il calcio non vive di highlights del passato.
I numeri della sua esperienza parlano chiaro: 12 partite, 1 gol, 1 assist. E quella rete è arrivata soltanto a maggio, nel playoff contro il Milan Futuro. Troppo poco per un giocatore che avrebbe dovuto spostare gli equilibri di una squadra costruita per vincere. Alla fine il Chievo ha chiuso al terzo posto, lontano da quella promozione che molti consideravano quasi obbligatoria.
Ed è qui che nasce la riflessione più ampia.
Perché in Italia, persino in Serie D, si continua a preferire il nome altisonante, il campione a fine carriera, il colpo mediatico, invece di investire su un ventenne affamato che sogna di emergere?
Sia chiaro: nessuno mette in discussione la carriera di Douglas Costa. Nel suo prime era devastante nell’uno contro uno, rapidissimo nello stretto, imprevedibile, capace di accendere una partita con una giocata. È stato un talento vero, forse anche sottovalutato rispetto alle qualità tecniche che possedeva.
Ma il punto è un altro: ha senso occupare uno slot importante, economico e tattico, con un giocatore che inevitabilmente oggi non può più garantire intensità, continuità e tenuta atletica da protagonista?
Nel calcio moderno, soprattutto nelle categorie inferiori, l’intensità vale quasi quanto la tecnica. La Serie D è un campionato fisico, aggressivo, sporco. Si gioca su campi difficili, con ritmi spesso altissimi e trasferte pesanti. Un giovane di 20-22 anni magari tecnicamente inferiore può compensare con corsa, pressing, recuperi, fame, disponibilità tattica e continuità settimanale.
E infatti spesso succede proprio questo: l’ex campione illumina per qualche minuto, il giovane invece regge la stagione.
C’è poi un altro aspetto che il calcio italiano continua a sottovalutare: il valore patrimoniale. Se lanci un ragazzo, magari dopo sei mesi hai creato un giocatore da categoria superiore, un asset tecnico ed economico. Se invece punti su un nome nostalgico, nella maggior parte dei casi stai semplicemente comprando visibilità momentanea.
Il rischio è che la Serie D diventi una vetrina di figurine più che un laboratorio calcistico.
E attenzione: non è solo una questione romantica o ideologica. È anche un problema strutturale. L’Italia continua a lamentarsi della mancanza di giovani pronti, della Nazionale in difficoltà, dei settori giovanili poco produttivi. Però poi, appena c’è da scegliere, si preferisce ancora il trentacinquenne famoso al ragazzo sconosciuto ma motivato.
Douglas Costa non è il colpevole. Anzi, probabilmente lui stesso ha accettato una sfida con professionalità e voglia di rimettersi in gioco. Il vero nodo è il sistema che continua a cercare scorciatoie mediatiche invece di costruire qualcosa.
E forse quel dato — 12 partite, 1 gol, 1 assist — racconta molto più del rendimento di un singolo giocatore. Racconta perfettamente una certa mentalità del calcio italiano.