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A MILANO CI SI SPOSA,SI ORGANIZZANO LE FESTE D’ADDIOAGLI AMICI E I PARTY PRE-NUZIALIMatrimoni religiosi in calo, il tren...
02/06/2026

A MILANO CI SI SPOSA,
SI ORGANIZZANO LE FESTE D’ADDIO
AGLI AMICI E I PARTY PRE-NUZIALI

Matrimoni religiosi in calo, il trend recupera con le seconde e terze nozze – Dai dati statistici su unioni certificate e di fatto, la fotografia sociale del paese - La collezione dell’atelier Gabrielli ispirata ai luoghi iconici di Milano – Dagli abiti incantevoli ai gioielli

Milano svela il suo lato romantico quando incroci per la strada qualche coppia di novelli sposi, o qualche gruppo di sole donne o soli uomini che scorrazzano per le vie del centro muniti di qualcosa di distintivo: che sia una t-shirt, un cappello, una sciarpa o una fascia da miss. Il capoluogo lombardo è di gran lunga la meta prediletta per gli addii al celibato/nubilato, anche quando si scelgono location più attraenti per pronunciare il fatidico “sì”.

Nel matrimonio c’è ancora chi ci crede, a quanto pare, anche se negli ultimi 20 anni è cambiato praticamente tutto. Nella città di Milano si celebrano circa 2.500 matrimoni all’anno, dato ancora ridotto rispetto a quello nazionale (173.272 nozze celebrate nel 2024, comunque oltre un terzo in meno rispetto agli anni Novanta). I matrimoni religiosi sono in calo, in gran parte rimpiazzati dalle unioni civili (il 61,3% nel 2024), mentre circa il 20% delle coppie sono conviventi, per l’Istat trattasi di 1,8 milioni (nel Duemila erano solo 500mila) e la convivenza spesso precede il matrimonio. Le seconde nozze e quelle successive sfiorano il 25% della quota globale; nei casi di seconde nozze o successive le unioni civili sono spesso scelta obbligata (95,1%). Il rito civile è prevalente al nord Italia (58,5%), scelta residuale invece nel sud Italia (26%).

I bambini nascono nel 40% dei casi fuori dal matrimonio e fra le nozze spicca la fetta del 17% di unioni miste, dove uno dei coniugi è straniero (percentuale più alta al centro-nord); nei matrimoni misti si predilige la celebrazione civile nel 92% circa dei casi, forse anche a motivo dei credi religiosi differenti, e 7 su 10 riguardano l’unione tra un italiano con una donna straniera, solo 3 su 10 riguardano un’italiana con un uomo straniero. Anche l’età, come si sa, è slittata: se negli anni settanta l’età media per sposarsi era di 27 e 24 anni rispettivamente per l’uomo e la donna, i dati 2024 evidenziano un’età media di 35 e 33 anni a riconferma del perseguimento della stabilità lavorativa e dell’autorealizzazione personale. Questi i dati Istat emersi nel recente summit milanese “Sposarsi oggi”, cui partecipava anche la sociologa prof.ssa Scramaglia, presidente dell’ISTUR (Istituto di ricerca Francesco Alberoni).

Molte le coppie straniere che scelgono l’Italia per la celebrazione, o per un fine-settimana di addio con gli amici più stretti o per party pre-nuziali (quelli che al sud sono pranzi/cene per le pubblicazioni) e a sorpresa anche Milano rientra tra le mete predilette dagli stranieri forse in ragione dei buoni collegamenti con il resto dell’Europa e del mondo. A tal proposito, è curioso notare l’impennata post-pandemica di matrimoni stranieri in Italia (circa 10.000–12.000 all’anno per un valore economico stimato tra 600 milioni e 1 miliardo di euro); negli ultimi anni il dato è persino in ascesa, così nel 2025 si è registrato un incremento del 9,8% (dato AISE). Quasi sempre si desiderano eventi che possano essere esteriorizzati sui social.

Il bisogno di legame stabile persiste, le unioni civili completano il sistema che ha connotati sempre più pluralistici, inclusivi e di maggiore flessibilità, e questo grazie al cd. ‘divorzio breve’ (cui ha fatto da apripista il Tribunale di Milano). Il modello familiare italiano evolve quindi verso una configurazione meno rigida e, proprio mentre il matrimonio perde i connotati di obbligatorietà sociale, aumenta il suo valore simbolico. Numerosi i nubendi che per il magnifico giorno non badano a spese. Il business si estende dalle grandi fiere di settore a sfilate dedicate, eventi specifici – come The love affair nella bergamasca – oltre ai convegni, tutti focalizzati in periodi dell’anno che possano agevolare i flussi maggiori. È assodato infatti che prescelti per le nozze sono i mesi da aprile a ottobre e per l’organizzazione pratica occorrono dai 6 ai 12 mesi. Ampie le realtà coinvolte: grandi maison, PMI o ditte artigianali, fino alle wedding planner a partita IVA.

Tra gli stilisti di abiti da sposa e da cerimonia l’atelier Marco Gabrielli (via Vincenzo Monti 92), che in due eventi milanesi nell’ultimo scorcio d’inverno e primavera ha presentato il suo concept ‘Architettura fluida’, soprattutto una filosofia progettuale; l’abito viene concepito come una struttura morbida, capace di assecondare il movimento naturale del corpo e adattarsi alla personalità di chi lo indossa. Un concetto sartoriale che conserva il rigore della tecnica artigianale, ma si apre a una nuova idea di leggerezza, volume, libertà ed espressività.

Per la nuova collezione lo stilista si è ispirato a luoghi iconici ed affascinanti della città di Milano, a strade nobiliari come la via Borgonuovo o edifici storici come il Teatro alla Scala, attribuendone i nomi alle sue affascinanti creazioni, alcune esposte, altre indossate dalla top-model Emma Giaconi (in foto anche con lo stilista; credits make-up Alessandra Villa); cocktail allietati dall’elegante e raffinato catering Papillon, sulla piazza di Milano da oltre 35 anni, ingaggiabile per eventi. Nella collezione introdotto pure l’abito tubino da sposa, per chi preferisce una cerimonia più informale.

Non possono poi mancare le fedi; al riguardo gli sposi maturi impiegano anche più tempo per una scelta ponderata e ricercata, assicura Roberto Ricci del brand storico Rubinia, con sede milanese in via Vincenzo Monti 26. A suo parere accanto ai grandi classici, non manca chi osa e sempre maggiore è la richiesta di personalizzazione da parte della clientela. Un’ampia gamma di proposte, capsule coordinate, lineari/minimaliste o arricchite da diamanti e gemme, tra fili e intrecci o nodi quale idea ancestrale.

Fedi e alta gioielleria accompagneranno gli sposi nel fatidico giorno e gioielli ricercati saranno ambiti anche dagli invitati e sfoggiati nelle feste prenuziali. Fantasiose le proposte di Belleke Gioielli, marchio creato dalla designer Isabelle Gandini, artigiana e gemmologa formatasi alla Scuola Orafa Ambrosiana, che in gran parte si ispira alla natura. La ricerca della designer si incentra sul rapporto diretto con la materia e sul valore del gesto, sul vasto uso della tecnica della cera persa e sulla predilezione per lavori dove emergano naturali e magiche irregolarità o tocchi di colore grazie a pietre preziose.

www.marcogabrielliatelier.itatelier



www.papillon1990.com

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AL CINEMA IL TOUR DI BILLIE EILISHE “TUNER” CON DUSTIN HOFFMANDue film faranno parlare di sé nel bene e nel male. Si tra...
19/05/2026

AL CINEMA IL TOUR DI BILLIE EILISH
E “TUNER” CON DUSTIN HOFFMAN

Due film faranno parlare di sé nel bene e nel male. Si tratta del film sulla pop-star Billie Eilish live nel suo tour mondiale, entrato nelle sale italiane già il 7 maggio, e quello che uscirà a fine mese, esattamente giovedì 28 maggio, con Dustin Hoffman e Leo Woodall intitolato “Tuner” (“L’accordatore”). Si tratta di pellicole di due diversi registi canadesi, basate ambedue sul mondo musicale e con buoni spunti, non sviluppati però al meglio nella resa cinematografica.

La cantautrice californiana Billie Eilish firma assieme al regista canadese James Cameron (già premio Oscar per “Titanic”) la regia del docufilm “Billie Eilish - Hit me hard and soft: the tour” che la ritrae live in tour; film girato e presentato in 3D. Un’esperienza musicale immersiva, che porta sul grande schermo una delle artiste della new generation più influenti e premiate e ricalca il titolo del suo terzo album in studio, pubblicato nel 2024.

La 24enne regina del pop elettronico e alternativo, una delle giovani star più promettenti del panorama musicale mondiale, che si ispira alla cultura hip-hop (rinvenibile invero solo a tratti nella sua produzione musicale), si è aggiudicata fino ad oggi due Oscar per migliore canzone in un film (nel 2022 e nel 2024) ed è risultata 10 volte vincitrice ai Grammy Awards. Se sulla carta il film ingenera curiosità, risulta però ripetitivo e poco scorrevole, in quanto presenta troppi brani e riduce la parte più succosa: il dietro le quinte e le interviste alla protagonista. Alcuni spunti appaiono piuttosto interessanti: così il rapporto col fratello Finneas – che spesso partecipa ai suoi concerti in qualità di musicista, oltre ad essere autore/coautore di alcuni brani – o l’amore di Billie Eilish verso gli animali, tanto da far convergere prima dei suoi concerti alcuni pet dal canile vicino al luogo del concerto, in uno scambio di coccole e good vibes. Tali spunti restano piuttosto isolati e/o superficiali, a volte l’artista sembra addirittura non volersi addentrare in discorsi personali a discapito di altre parti sovrabbondanti, poco utili, o interviste dove la pop-star pare seguire un copione prestabilito o, peggio, risulta artefatta (anche se si fa riprendere dalla telecamera a truccarsi e acconciarsi da sola prima dei concerti, senza aiuti professionali esterni).

Se quindi spettava al noto regista ridurre i tempi musicali e suggerire lo sviluppo di alcuni temi importanti per l’artista, a favore di un miglior dosaggio degli ingredienti, alla giovane Billie Eilish – non guidata alla perfezione nell’impresa – è probabilmente scappata la mano, specie nelle riprese in lungo e in largo ed in ogni salsa di deliri e svenimenti da parte dei fan più accaniti o nel compiacimento verso il numero di seguaci. Il che avviene con ripetute riprese, uso di lenti a lunga focale a favore di piani ravvicinati dei fan o suoi primi piani. Con la conclusione che il docufilm appare più un prodotto tagliato ad arte e cucito sul pubblico giovanile americano, descritto come dedito a ovazioni eccessive, in preda a problemi adolescenziali da risolvere, e con il sospetto che sul vecchio continente – le cui strutture filmiche risultano solitamente più dense e sostanziose (e questo già rispetto a film come “Titanic”, dalla sceneggiatura non indimenticabile) – verrà snobbato, trovando gradimento solo nei fan più devoti e mancando nell’obiettivo principale: raggiungere un pubblico più ampio.

Al suo debutto nella regia di un lungometraggio, il canadese Daniel Roher in “TUNER” si avvale del mitico Dustin Hoffman (due volte premio Oscar, per “Kramer contro Kramer” e “Rain Man”), il quale da solo vale la visione del film, e di Leo Woodall, attore rivelazione che fa da spalla al primo. Decide con astuzia di basare la storia su due capisaldi di tale spessore, perché la trama in fondo non è così lineare; quindi la pellicola risulta godibile soprattutto per l’interpretazione ficcante dei due protagonisti.

Un giovane dotato di uno straordinario talento sensoriale affianca Harry, un accordatore più anziano, per imparare i trucchi del mestiere. Niki è un ex bambino prodigio del pianoforte con un dono rarissimo: un udito assoluto capace di cogliere ogni vibrazione, di selezionare ogni micro-suono nascosto nel mondo. Il suo talento straordinario è anche una condanna: la sua ipersensibilità ai rumori è talmente acuta da costringerlo ad indossare protezioni auricolari e adottare ogni precauzione, e soprattutto lo induce ad abbandonare il suo sogno di diventare un pianista.

Niki si reinventa come accordatore di pianoforti; attività in cui si affeziona al suo collega più anziano e mentore. In pochi conoscono le sue capacità, ed è una fortuna che dura fino a che alcuni comprendono l’ingenuità del giovane e le potenzialità di un orecchio tanto particolare. Pian piano Niki, introverso e preciso nel suo lavoro, si ritrova coinvolto in un gioco che non ha scelto e deve fare i conti con il peso del suo dono, con un passato oscuro, con i limiti di una vita abitudinaria e solitaria, barcamenandosi tra chi metterà alla prova i suoi limiti e le sue remore morali e una nuova amicizia femminile che irrompe nella sua esistenza. Un thriller elegante che esplora la fragilità e la forza di chi sente il mondo più intensamente degli altri.

Come ormai spesso avviene, il film travalica i generi mixando commedia, dramma e un thriller, sorretto dai due attori principali. Assieme a Robert Ramsey ha curato la sceneggiatura del film il medesimo regista Roher, nativo di Toronto e noto per aver vinto a soli 29 anni l’Oscar per il documentario “Navalny”, dedicato al leader dell’opposizione russa, avvelenato in carcere nel 2024 e già scampato ad altro avvelenamento nel 2020.

Billie Eilish Hit me hard and soft:
the tour (U.S.A.)
Regia: James Cameron e Billie Eilish
Genere: docufilm musicale
Durata: 114’
Voto: 6 e mezzo

TUNER (U.S.A., Canada)
Regia: Daniel Roher
Genere: commedia thriller
Durata: 109’
Voto: 7 e mezzo

IL PIU’ GRANDE CONCERTO GRATUITO:QUELLO DI RADIO ITALIA STASERA A MILANOTutti sperano che smetta di piovere e brandelli ...
15/05/2026

IL PIU’ GRANDE CONCERTO GRATUITO:
QUELLO DI RADIO ITALIA STASERA A MILANO

Tutti sperano che smetta di piovere e brandelli di azzurro spuntano in cielo, ormai tutto è pronto e l’enorme palco in bella vista in piazza Duomo per il concertone live di Radio Italia di stasera 15 maggio. Una delle occasioni in cui si confida nell’errore del meteo che prevederebbe pioggia, mentre la piazza è delimitata da giorni da transenne e impalcature.

A partire dalle ore 20.40 come da tradizione, si esibiranno alcuni cantanti tra i più amati dagli italiani e non solo, qui di seguito i loro nomi: ALFA, ANNALISA, ARISA, BRESH, GIGI D’ALESSIO, ELISA, EMMA, GIORGIA, J-AX, NOEMI, TOMMASO PARADISO, THE KOLORS. A Radio Italia Trend per Spotify ci sarà anche il secondo classificato al Festival di Sanremo, SAYF. I protagonisti sul palco saranno accompagnati dalla Radio Italia Live Orchestra diretta dal maestro Bruno Santori.

Quest’anno all’evento si accede mediante accredito sul sito ticketone.it (massimo 2 accrediti) reso disponibile fino ad esaurimento posti, con accesso rigorosamente gratuito. Come sempre la sigla iniziale di Radio Italia Live - Il Concerto sarà eseguita dal vivo da Saturnino, mentre Luca Ward leggerà le schede di presentazione degli artisti; tra i vari conduttori spicca il nuovo nome del giornalista di costume Enzo Miccio, forse ingaggiato per fare le pulci ai vari look, al momento segretissimi. Per arrivare in piazza Duomo sarà necessario scendere nelle stazioni Metrò più vicine, venendo chiusa la fermata MM Duomo per ragioni di sicurezza.

Per i più pigri o per gli esclusi il Concerto sarà trasmesso in diretta dalle ore 20.40 su Sky Uno e in chiaro su TV8 (tasto 8 del telecomando), in streaming su NOW e ovviamente su Radio Italia, Radio Italia Tv (canale 70 e 570 DTT, canale 725 di Sky, canale 35 di TivùSat, via satellite su "Hot Bird" 13° Est, solo in Svizzera su Video Italia HD), ed in streaming audio/video su radioitalia.it. Sarà anche evento social e quindi fruibile sulle app ufficiali Radio Italia per iOS, Android, Huawei e su tutti i dispositivi Echo di Amazon. L'esibizione speciale Radio Italia Trend x Spotify di Sayf sarà disponibile in video su Spotify, Official Streaming Partner.

Presenting partner di quest’anno, la piattaforma e-commerce di prodotti beauty Notino. La replica del concertone sarà il 28 giugno al Foro italico di Palermo. I fratelli Volanti - founder della nota emittente radiofonica - hanno ringraziato in conferenza-stampa per la collaborazione l’arciprete del Duomo Monsignor Borgonovo, la Veneranda Fabbrica del Duomo e tutti gli operatori coinvolti nell’evento, che negli anni ha assunto dimensioni enormi; si pensi ai 14,6 milioni di persone attraverso i vari canali quale dato ascolti riferito all’anno scorso, o alle impressions rilevate sui social nel 2025, pari a 125 milioni, dato di massima pure parziale.

Hashtag ufficiale:
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“IL DIAVOLO VESTE PRADA 2” PRIMO AL BOX OFFICEINCLUDE UN TRIBUTO A MILANO, ALLA SUA FASHION WEEKE A ICONICI LUOGHI LOMBA...
08/05/2026

“IL DIAVOLO VESTE PRADA 2” PRIMO AL BOX OFFICE

INCLUDE UN TRIBUTO A MILANO, ALLA SUA FASHION WEEK
E A ICONICI LUOGHI LOMBARDI

Sta letteralmente spopolando il film “Il diavolo veste Prada 2”, sequel del precedente campione di incassi del 2006 che ottenne oltre 326 milioni di dollari su un budget di 35 (nel nostro paese 14 milioni e 300mila euro), valse un Golden Globe a Meryl Streep e altri premi, tra cui un AFI Award come miglior film del 2007 e l’inserimento tra i migliori 10 film da parte del National board of review awards. Uscito nelle sale italiane il 29 aprile, si basa sul libro successivo di Lauren Weisberger - dal titolo “La vendetta veste Prada” - e in pochi giorni ha scalato le classifiche per presenze, tanto che globalmente si avvicina alla soglia di incasso di 240 milioni di dollari e nel nostro paese ha superato gli introiti del primo attestandosi sui 19 milioni di euro.

A calcare eleganti strade newyorkesi e grandi uffici della rivista Runway (evidentemente simili a quelli di Vogue, dove la scrittrice lavorò a lungo) il medesimo cast: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, per il noto principio ‘squadra vincente non si cambia’. Al timone sempre David Frankel e la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna, che ambientano realisticamente la vicenda 20 anni dopo, allorché Andy Sachs ha fatto carriera ed è diventata una nota giornalista, che presto deve fronteggiare tuttavia un licenziamento. La fortuna le sorride, riceve quasi immediatamente una proposta dalla rivista Runway per cui aveva già lavorato, in qualità di features editor (NDR redattore di servizi speciali); così accetta, anche perché la vita a NY è piuttosto cara e in giro spira vento di crisi.

Sono cambiati i presupposti dentro la fantasmagorica redazione che già conosce? Non molto, inizialmente è costretta ad adattarsi ad un buco di stanza. La magnifica Meryl Streep veste i panni della super-boss Miranda e lei sì, pur snobbando Andy, o magari sottolineando l’indifferenza dei suoi pezzi da parte del pubblico digitale, ha perso un po’ lo smalto. Nigel è sempre lo stesso, smorza i toni e incoraggia. Nel frattempo Emily ha intrapreso la carriera commerciale nel colosso della moda Dior, dove riveste posizione apicale e, causalità, si trova a imporre alcuni dictat alla rivista. Comunque sia, il futuro sembra roseo ma questo dura poco, esattamente fino a che la nuova nomina aziendale di Miranda non può più aver luogo a causa di un evento inaspettato.

Avvoltoi e rapaci in veste umana iniziano a volteggiare sulla rivista. Sconforto e smarrimento non possono però prendere il sopravvento e via, si parte per la Fashion week milanese. Miranda pare lei stessa più indecisa e a tratti, non convintamente combattiva. Allora Andrea (Andy in via colloquiale), animata da buone intenzioni, inizia a pensare a qualche alternativa e in balia delle sue paure, cerca alleanze.

Incantevoli le ambientazioni e la fotografia; rimarchevoli riprese di luoghi iconici di Milano o di villa Arconati, o le zoomate su villa Balbiano e sul lago di Como e ancor prima sulla villa di Billy Joel a Long Island-Oyster Bay (che funge nel film da tenuta nel Vermont, dove si converge per un importante invito). L’impianto filmico risulta molto fashioned in questa favola moderna (non per nulla sono i Walt Disney Studios ad aver portato avanti il progetto-sequel) con una cinquantina di cambi d’abito per Anne Hathaway, cameo di Donatella Versace, Cucinelli, Dolce e Gabbana, Marc Jacobs, Lady Gaga e della top model Heide Klum (tra i molti). Nessuno dei nuovi personaggi introdotti, tra cui Kenneth Branagh, acquista però una sua rotondità.

A parte l’ottima fotografia, al netto di tutti gli ingredienti trainante è la resa recitativa mentre la sceneggiatura veleggia a vista. Così il film risulta a volte noioso o ridondante: ad esempio il tratto percorso sul lago dal piccolo motoscafo non può essere ennesima occasione di sfoggio per fashion addicted. E 50 mise diverse non sono coerenti con un contesto abitativo dove la stanza da bagno lascia molto a desiderare. A volte il film risulta confuso; quando Andy conosce un nuovo tipo, la storia risulta marginalizzata e banale, quasi uno spot dentro al film. E le promesse rivolte da lei ai suoi ex colleghi poco prima dell’entrata a Runway, restano parole al vento; segno questo che certamente la donna ha più consapevolezza e forse anche più pelo sullo stomaco di un tempo (e non incarna più la dolce, buona e ingenua Andy, come molta critica ancora la descrive), però sarebbe auspicabile almeno una telefonata estemporanea a posteriori, a fronte di un rapporto sincero. La pellicola risente poi di qualche imprecisione nel montaggio-voci dei doppiatori.

L’espansione degli uffici di redazione c***a col vento di crisi che si respira per l’avvento del digitale e la crisi economica. Manca un guizzo geniale, scarseggia la coerenza e non restano impresse frasi o battute, e a volte situazioni; azzeccata invece la scena dell’ingresso in ascensore delle due protagoniste, ripetuta a distanza di 20 anni. Molto si incentra sul glamour, sui grandi occhiali scuri che nascondono misteri, con sola esclusione forse della stima sincera che Andy nutre per Nigel e in fondo anche per Miranda. La costruzione su misura del sequel, quindi, è riuscita solo in parte.

La vera forza del format sono i personaggi, ben impressi nell’immaginario collettivo e onorati dal cast. Un format che si è tradotto in un fenomeno di costume, riconoscibilità diffusa e merchandising, che spazia dai richiami iconici nelle vetrine della Rinascente fino ai dolci a tema di Stefanelli, dalla creazione cartacea della rivista Runway, acquistabile in alcune edicole selezionate e scaricabile in digitale dal sito www.runwayonline.com, fino ad esperimenti creativi e trasposizioni ironiche sparse in lungo e in largo sul web.

IL DIAVOLO VESTE PRADA 2 (U.S.A.)
Regia: David Frankel
Genere: commedia
Durata: 120’
Voto: 7 e mezzo

ANSIA DA ELEZIONI IN “NOVEMBER”CON LUCA BARBARESCHI E CHIARA NOSCHESEFesteggia i suoi 50 anni di carriera Luca Barbaresc...
06/05/2026

ANSIA DA ELEZIONI IN “NOVEMBER”
CON LUCA BARBARESCHI E CHIARA NOSCHESE

Festeggia i suoi 50 anni di carriera Luca Barbareschi, mattatore nella commedia “November” di David Mamet che ci catapulta alla Casa Bianca e precisamente nella sala ovale in piena campagna elettorale. Li festeggia con i figli seduti in sala tra il pubblico e qualche vip - Barbara D’Urso e Andrea Pezzi tra gli altri – per omaggiare l’attore ed una pièce rappresentata con successo in vari teatri del globo, che rimane al teatro Manzoni fino a domenica 17 maggio con l’astuta regia di Chiara Noschese.

November è una macchina comica perfetta in due atti, con cambi di ritmo continui e ripartenze spiazzanti, dove ogni battuta è un colpo ben assestato; gioca con un umorismo cinico e affilato tra la facciata di onestà e perbenismo e gli intrighi sottobanco, compresi quelli impensabili. Nel robusto cast troviamo Chiara Noschese rivestire – oltre alla regia – i panni di Clarice Bernstein, valida ghost writer del presidente, Simone Colombari quelli di Archer Brown, fedelissimo assistente; mentre Nico Di Crecenzo impersona un rappresentante di produttori e possibile finanziatore e Brian Boccuni un capo-tribù di una minoranza etnica.

Consapevole del calo di consensi, il presidente in carica Charles Smith tenta di restare in corsa e invertire le sorti della campagna elettorale, ma deve giostrarsi tra una moglie invadente e ciarliera, uno staff demotivato, scarse risorse finanziarie e minacce di guerra. Corre sulle linee telefoniche gran parte del nervosismo e dell’ansia, quantomeno nel primo atto, offrendo una disincantata fotografia del mondo odierno e non solo dell’ambiente politico. Incombe inoltre una diretta televisiva e manca un convincente discorso alla nazione.

Scritto nel 2007 nel pieno della grande recessione, "November" è una satira feroce e divertente, un affresco esilarante di un paese in crisi, dove il sogno americano diventa la giustificazione per ogni mezzo, anche il più discutibile. La commedia esplora la corruzione e la manipolazione che segnano la politica, ma anche la fragilità di un sistema che, pur di mantenere il potere, è disposto a sacrificare ogni principio morale. La versione risulta attualizzata con sommessi riferimenti agli scandali e agli eventi geopolitici più recenti, cui senz’altro hanno contribuito Barbareschi - che si è occupato della traduzione del testo - e la regista Noschese.

Riuscirà il presidente a riconquistare la fiducia degli elettori? Una lauta opportunità si presenta allorché si avvicina il Giorno del ringraziamento e con esso il rito pubblico della grazia da concedere a due tacchini. Talvolta i discorsi più importanti e seri passano attraverso gesti semplici.

L’orchestrazione vede ritmi andanti, moderati, allegrissimi, cambi e ripartenze spiazzanti, dialoghi asciutti o spudorati cuciti da una dinamica impetuosa e travolgente per una partitura intrigante e satirica al punto giusto, completata dalla giusta scenografia di Lele Moreschi, dai costumi di Federica De Bona e dai giochi di luce di Francesco Vignati.

“Il percorso di tutti i ruoli è chiaro, netto e preciso, ognuno con le proprie urgenze; nessuno ha torto, si è legati indissolubilmente dalla comune necessità di salvarsi e dare un senso alla propria vita” puntualizza la regista. “Tutto è lecito pur di mantenere potere e soldi, è la realtà ma pare un grande circo dove il protagonista è un equilibrista di professione, feroce ma buffo. Mantenere quel taglio e quel graffio narrativo mi ha fatto sentire come alla guida di un’elegantissima e potente fuoriserie, con il vento tra i capelli a duecento chilometri orari!”.

TEATRO MANZONI
VIA MANZONI 42, MILANO
www.teatromanzoni.it circuito Ticketone
[email protected]
tel. 02.7636901
Poltrona Prestige € 37,00
Poltronissime € 34,00
Poltrona € 26,00
Poltrona under 26 anni € 18,00
Previste 2 repliche sabato 16 maggio

APERTURA DI UN MONDADORIBOOKSTORE IN CORSO BUENOS AIRESNel cuore dello shopping milanese e della city, lì dove fino a po...
02/05/2026

APERTURA DI UN MONDADORI
BOOKSTORE IN CORSO BUENOS AIRES

Nel cuore dello shopping milanese e della city, lì dove fino a poco tempo fa regnavano sportelli bancari e uffici finanziari, ora si respira il profumo della carta stampata. È stato inaugurato la scorsa settimana il nuovo Mondadori Bookstore di Corso Buenos Aires 48 proprio laddove un tempo c’era una banca. Con questa nuova apertura Milano conferma la sua vocazione di capitale dell'editoria, a dimostrazione che anche nell'era digitale ci si può perdere volentieri tra gli scaffali di libri.

Presenta 12 vetrine il nuovo punto-vendita, il cui piano terra accoglie i passanti con le ultime novità editoriali e la narrativa, mentre scendendo le scale include un ambiente protetto e silenzioso, ideale per i ragazzi che vogliono esplorare i mondi del fumetto e della letteratura per l'infanzia/giovanile. Una vera sorpresa questa al piano inferiore; in una scelta architettonica che unisce memoria storica e innovazione, gli spazi che un tempo ospitavano il caveau di una banca sono stati trasformati in un’area interamente dedicata ai giovani lettori e ai manga.

All'evento di inaugurazione, che ha visto la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni e volti noti della cultura milanese, Carmine Perna - amministratore delegato di Mondadori Retail - ha sottolineato l'importanza strategica di questo punto-vendita, il tredicesimo del gruppo in città: "Una libreria non è solo un negozio, ma soprattutto un luogo di relazione. In un momento in cui il retail fisico sta cambiando pelle, investire in una via trafficata come Buenos Aires significa restituire uno spazio di aggregazione sociale al quartiere".

L'apertura si inserisce in un piano di espansione ambizioso, Mondadori punta infatti a inaugurare circa 30 nuove librerie nel corso del 2026 su tutto il territorio nazionale. La sede di corso Buenos Aires, con il suo mix di design moderno e recupero degli spazi, diventa il prototipo di un nuovo modo di intendere la libreria in una metropoli internazionale.

MONDADORI BOOKSTORE
Corso Buenos Aires 48, Milano
Tel. 02.87393160
Aperto tutti i giorni dalle 09:00 alle 20:00

AL CINEMA VOLA IL MITO “MICHAEL” CON I SUOI PRIMI SUCCESSIPRIMO AL BOX OFFICE, IL FILM SVELALA DURA INFANZIA DI UN BIMBO...
27/04/2026

AL CINEMA VOLA IL MITO “MICHAEL”
CON I SUOI PRIMI SUCCESSI

PRIMO AL BOX OFFICE, IL FILM SVELA
LA DURA INFANZIA DI UN BIMBO
PRODIGIO – E PARTE DELLA CRITICA
NON SI SOFFERMA SULL’ASPETTO DEL
PADRE MANIPOLATORE, VIOLENTO, VENALE

Pare il primo capitolo di una serie il film sull’icona pop-rock Michael Jackson (Gary, 29 agosto 1958 – L.A., 25 giugno 2009) che ritrae i suoi esordi e i primi successi fino al 1989. Uscito nelle sale italiane il 22 aprile, è un film celebrativo curato dal regista Antoine Fuqua, che divide la critica ma ha conquistato il pubblico trovandosi primo al box office. Solo negli States in un paio di giorni ha incassato quasi 15 milioni di dollari e qui in Italia nel giorno di lancio ha raggranellato 1,3 milioni di dollari dominando le proiezioni (con la quota del 72%), per raccogliere sabato 2 milioni in un giorno solo. Un film destinato ad oscurare i successi dell’altro noto biopic “Bohemian Rapsody”.

Nel ruolo principale il nipote Jaafar, figlio di uno dei fratelli del divo (Jermaine); giovane di straordinaria somiglianza con lo zio e già cantante, per preparare il film si è allenato due anni con solerzia come ballerino per riproporre passi diventati celebri come il moonwalk. La proiezione suppone un seguito e si chiude con: “to be continued”. Secondo parte dei critici si vuole riabilitare l’immagine della star statunitense; il racconto è patinato ed edulcorato (per la supervisione della Michael Jackson Estate), ma risulta abbastanza realistico il ritratto che il film restituisce allo spettatore soffermandosi su aspetti biografici sconosciuti ai più.

D’altronde fino ad ora si poteva contare solo sul film-documentario voluto dalla Sony “Michael Jackson’s This Is It” nel 2009, anno della scomparsa, che assemblava riprese delle prove di quello che sarebbe dovuto essere uno dei concerti più importanti e programmato a Londra; o su documentari (tra questi, “HBO Leaving Neverland” riaccendeva il sospetto di abusi, nonostante l’assoluzione ottenuta dalla star nel relativo processo negli U.S.A. e testimonianze postume come quella di Macaulay Culkin, a suo contatto fin da tenera età, che dal canto suo ha escluso ogni interessamento deviato).

INFANZIA INFELICE
La sua non è stata infanzia delle più felici e ciò non tanto per ristrettezze familiari (era il settimo di nove fratelli) in una modesta famiglia afroamericana, ma per l’ingombrante figura paterna. Il padre Joseph intravedeva nei suoi figli possibilità di guadagno viste le loro doti musicali e secondo il film, prendeva di mira soprattutto Michael. In età scolare pensò di integrarlo nel gruppo musicale dei fratelli più grandi, sottoponendoli a prove incessanti, anche nottetempo; e dava sfogo a violenze – non solo corporali – in particolare sul piccolo Michael, che era il più riluttante e reclamava la sua età faticando ad adeguarsi a ritmi forsennati. A tal riguardo il film accenna ad un pericolo di evasione scolastica del bambino, senza però trattarlo; alcune fonti riportano questo andazzo addirittura ai 6 anni di Michael, il film lo colloca qualche anno dopo.

Da parte di alcuni critici è sorprendente leggere interpretazioni di un intento paterno protettivo verso i suoi figli; lettura edulcorata su un film edulcorato. Viceversa il film è sincero quando svela la grande manipolazione e anaffettività paterna, che sui figli più grandi ha lasciato meno conflitti e segni (oltre ai più grandi fratelli Rebbie e Jackie, l’altro membro del gruppo Jermaine aveva comunque 4 anni in più di Michael, tralasciando Marlon – maggiore di un anno – che però entrò nella band in un secondo momento). Di volta in volta gli argomenti di persuasione erano le ristrettezze economiche, l’impossibilità di contraddire la figura paterna, la religione, l’unità familiare; ma oltre alle parole, il padre faceva ricorso a ben altro.

A tal proposito il rabbino Shmuley Boteach, amico di famiglia, ha descritto nel suo libro e nelle interviste – anche in Italia – che il padre voleva esser chiamato per nome Joseph, e non papà – come si trattasse di un’azienda – e che torturava Michael (parla di un vero rituale, imponendogli di spogliarsi per ungerlo di olio e frustarlo con la cinta); gli ripeteva inoltre che era brutto, minando la sua autostima. “Considerava il figlio una macchina da soldi e lo puniva duramente quando Michael non faceva quanto lui gli chiedeva” (fonte: intervista a ‘Mattino 5’ condotta da Federica Panicucci nel febbraio 2010; “Il libro che Michael Jackson avrebbe voluto farti leggere” dell’autore S. Boteach).

Michael non si sente protetto, tende a rifugiarsi in un mondo di fantasia e porta con sé i libri di favole per sfogliarli almeno nei trasbordi sul pullmino verso i locali delle esibizioni della band Jackson 5; non frequenta i suoi pari e non dedica tempo al gioco. La figura materna è più positiva, ma succube del marito e molto credente, mai si sarebbe ribellata alle angherie del capofamiglia; una donna buona e debole, che non riusciva a proteggere il bambino cui venivano imposti enormi sacrifici. Orbene, è sorprendente che tra i critici – e persino quello del Corriere della Sera – tale aspetto familiare non sembri degno di nota, preferendo porre l’accento su altro, così su lacune filmiche quanto a figure rilevanti nella vita adulta della star (Diana Ross, Quincy Jones, Paul McCartney) o altri aspetti, non adeguatamente trattati. Nei frame si rappresenta un comportamento paterno inaccettabile, che merita una sonora condanna morale (e avrebbe anzi meritato una condanna in tribunale); accanto al nostro parere citiamo la recensione di movieplayer.it.

LA SOLITUDINE E L’AMORE PER GLI ANIMALI
Il bambino prodigio vive sorprendentemente isolato, pur appartenendo a famiglia numerosa, in cui anche i fratelli non osano contrapporsi al padre padrone. Unica a conferirgli affetto, parole di conforto ed esperienze emotive è la madre Katherine (una splendida Nia Long), appassionata di cinema, che condivide qualche ora con lui a guardare film-cult. Lo spettatore si chiede come mai il film proceda lentamente, ma se non si comprende l’infanzia di questo artista, non si arriva a comprendere il suo percorso.

Nel 1967 i Jackson 5 iniziano a esibirsi nel Chitlin Circuit e il cantante di soli 8 anni conquista tutti, tanto che il gruppo guadagna spazi anche televisivi. La pellicola disvela l’evoluzione da ragazzino sensibile cresciuto all’ombra di un padre venale e anaffettivo, a giovane uomo inarrestabile, che punta all’emancipazione e ad una propria libertà artistica. Ai suoi primi successi, per colmare il senso di solitudine e la mancata socializzazione con chiunque al di fuori dei fratelli, inizia a circondarsi di animali, il primo dei quali (una scimmia) sottrae alla vivisezione; per lo più li colloca nel giardino di casa, anche se il padre non è entusiasta.

MICHAEL ADULTO
Il giovane fatica a confinare il padre, cosa che riesce a fare mediante i primi produttori con cui instaura un bel rapporto, evitando per lo più un confronto con lui. Quanto a musica e al modo di coltivare la sua arte ha idee chiare, così confeziona i primi dischi e i video basati sulla street-dance e in alcuni coinvolge i membri di due bande rivali, anche nell’intento ammirevole di interrompere una violenta faida in corso a L.A. All’epoca non era dato vedere alcun video musicale di persona di colore, ma la perseveranza dell’artista e il suo anticonformismo hanno permesso di aprire in modo definitivo lo star-system alle persone di colore.

Gran parte della pellicola ripercorre esibizioni e performance passate alla storia, cui dà vita in modo assai convincente Jaafar e che con ogni probabilità nessuno avrebbe potuto interpretare meglio; così si coinvolgono molti fan che non hanno potuto assaporare dal vivo i concerti di una delle più fulgide icone-pop-rock di ogni tempo, in una sorta di esperienza immersiva.

Dell’artista dei record si narra l’incidente patito nel 1984 durante l’ultimo tour con i fratelli, che provoca ustioni di 2° e 3° grado su cranio e nuca con successiva degenza, più operazioni, dolori e mal di testa assillanti da cui non si libererà mai del tutto (verosimile causa della dipendenza da farmaci, oltre al lupus di cui era affetto). Si intravedono tentativi di accaparramento e sfruttamento del suo talento, si narra l’acuta sensibilità che lo porta ad elargire introiti di concerti a enti e ospedali, e l’insicurezza riguardo al proprio aspetto fisico, accentuata dal problema della vitiligine.

GIUDIZIO SUL FILM
In questo biopic che ha richiesto investimenti pari a circa 155 milioni di dollari, con ricostruzioni di concerti affollati da decine di migliaia di fan e riprese aeree, troviamo lodevoli le interpretazioni nei vari ruoli, ma il film risente di una certa incompletezza. Ciò non perché manchi di sviluppare alcune situazioni, o proseguire la narrazione oltre i 30 anni dell’artista, ma a livello di profondità. Così manca il pensiero stesso di Michael - condensato semmai in espressioni facciali e circondato da innumerevoli “non detti” (poco credibili da adulto specie nella divergenza di opinioni col padre, non a caso bypassato anche rispetto all’eredità, devoluta alla madre Katherine e ai tre figli della star). Il film lo tratteggia spesso come impaurito da tale figura senza palesare, ad esempio, se per combattere le insicurezze abbia cercato aiuto in psicologi o in motivatori, visti poi gli atteggiamenti costantemente antagonisti e disfattisti del padre verso di lui, anche una volta raggiunta l’età adulta e la notorietà.

Vuoi per gli spazi decisamente ampi dedicati alle esibizioni, vuoi per la sceneggiatura di John Logan a tratti scontata, non si comprende se detto approfondimento sia mancato per sbaglio o in modo intenzionale, pur avendo coinvolto anche il figlio Prince Jackson nel team di produzione. Tuttavia la vita straordinaria e singolare di una delle celebrità più innovative e complesse, con tanto di meticolose ricostruzioni, rende attraente il film soprattutto grazie al cast, dove spiccano l’esordiente Jaafar Jackson e il talentuoso Juliano Valdi di soli 9 anni, che incarna Michael da bambino.

MICHAEL (U.S.A.)
Regia: Antoine Fuqua
Genere: biografico musicale
Durata: 127’
Voto: 8 +

Indirizzo

Milan

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