tarallosi

tarallosi Un viaggio alla scoperta delle tradizioni culturali,delle radici storiche, dei valori che ci uniscono

A Sanremo ha vinto il cantante napoletano Sal Da Vinci. Che cosa ci dice questa vittoria?In Italia è evidente un trend c...
02/03/2026

A Sanremo ha vinto il cantante napoletano Sal Da Vinci. Che cosa ci dice questa vittoria?

In Italia è evidente un trend crescente di nostalgia. Nostalgia per “quell’Italia lì”, per una giovinezza spensierata, per l’amore romantico, per sogni semplici. Nostalgia della vecchia canzone italiana, cantata da un artista maturo (ha 56 anni), e non dall’ennesimo prodotto perfettamente confezionato dell’industria musicale.

Sembra che gli italiani siano ormai stanchi di giovani cantanti tutti uguali, delle stesse canzoni, del rap infinito, dell’imitazione dell’America, dell’ossessione di “essere trendy”, delle voci deboli e delle immagini sterili. Su questo sfondo piuttosto sbiadito, il cantante napoletano è apparso improvvisamente familiare, autentico, “uno di casa”. E il pubblico lo ha sentito.

Non dimentichiamo che il suo successo dell’anno scorso, Rossetto e caffè, è esploso quasi all’improvviso ed è stato davvero amato dalla gente. La canzone in gara, Per sempre sì, le somiglia molto: nel mood, nella melodia, nelle emozioni. Per questo la vittoria non sembra affatto casuale.

Tutti sono stanchi di problemi, instabilità e ansia permanente. C’è voglia di qualcosa di comprensibile, caldo, umano. Di una canzone d’amore semplice, senza drammi psicologici, senza sofferenza ostentata, senza relazioni tossiche da analizzare. La gente vuole innamorarsi, sposarsi e (forse) fare figli. È troppo? È troppo poco? Non è abbastanza “alto” per gli intellettuali? Non è abbastanza “trendy” per i giovani? Chissà.

Una cosa però è certa: c’è una nostalgia diffusa per tempi felici e spensierati.

Che fastidio!La moda di Milano (io però la seguo)Lo snob romano (ma ci esco)Il sogno americano (ma lo sogno)Il politico ...
25/02/2026

Che fastidio!

La moda di Milano (io però la seguo)
Lo snob romano (ma ci esco)
Il sogno americano (ma lo sogno)
Il politico italiano (ma lo cito)
La musica tribale (mai sentita)
I cani alle dogane (non viaggio)
Il pilates mi deprime
Ma senza pilates ingrasso (che ansia!)

Stasera vado a una festa
Che odio, ma ci vado
Perché se non vado
Poi mi sento esclusa (che fastidio!)

Facciamoci una foto (che fastidio!)
Che fai tu di lavoro? (che domanda violenta!)
Scambiamoci il numero
Non ti scriverò
Ma sentiti fortunato

Cento cover Bossa Nova
Cantate tutte
Con la stessa voce
Che dice
“Non sono come le altre”

Non posso sopportare
Gli arrivisti
I giornalisti perbenisti
I tronisti presentati come artisti

L’inno nazionale al piano bar
Gli F24
Lo spam
Il capitalismo
Ma solo quando non paga me

Che fastidio!
Che fastidio!
Che fastidio!

Guardate come, nella prima metà del XX secolo, il giornale La Domenica del Corriere contribuiva a formare l’interesse pe...
21/02/2026

Guardate come, nella prima metà del XX secolo, il giornale La Domenica del Corriere contribuiva a formare l’interesse per gli sport invernali attraverso le illustrazioni. Il loro obiettivo era molto più ampio del semplice racconto di gare o di curiose attività sulla neve.

Si trattava di una strategia visiva ben studiata: mostrare ai milanesi che cosa si faceva in altri paesi, considerati più “avanzati”. Lo sport invernale veniva presentato come un segno di modernità, progresso e buon gusto. Se scii, se gareggi, se sperimenti qualcosa di nuovo, significa che sei al passo coi tempi, che sei alla moda e attuale.

In mostra è presentata una serie di illustrazioni della prima metà degli anni Venti, in cui l’artista raffigiona sport invernali praticati in diverse parti del mondo: dalle corse con gli aeroslitte negli Stati Uniti alla vela su ghiaccio e alle competizioni equestri sul ghiaccio nelle località alpine. Attraverso questi soggetti si costruiva una moda non solo per lo sport in sé, ma per tutto ciò che gli ruotava attorno, compresi l’abbigliamento, lo stile di vita e il modo di trascorrere il tempo libero.

È particolarmente significativo che nella maggior parte delle illustrazioni le protagoniste siano donne. Proprio loro, in quel periodo, erano le più desiderose di apparire moderne, visibili, “in prima linea” nel nuovo stile di vita. Per questo la figura femminile sul ghiaccio e sulla neve non è casuale, ma un simbolo di un’epoca in cui moda, sport e cambiamenti sociali si intrecciavano in modo particolarmente stretto.

18/02/2026

Mentre guardavamo lo spettacolo, alcuni italiani accanto a noi sussurravano: «Ma sembra un simbolo massonico!» E se non avessero tutti i torti?

Oggi vi propongo di giocare insieme a uno dei miei giochi intellettuali preferiti: la caccia ai significati nascosti. Proviamo a guardare il braciere olimpico attraverso le lenti dell’era digitale.

Guardate il logo di OpenAI, soprattutto dopo il recente rebranding, con lo spazio interno dell’anello ampliato. In questo simbolo convivono in modo sorprendente:

• una struttura a stella / esagonale
• un anello chiuso
• una catena che ricorda i nodi di Leonardo da Vinci (infiniti, intrecciati, senza inizio né fine).

È un “Occhio che tutto vede”, non divino o mistico, ma algoritmico. Seguendo questa logica, la coppa del fuoco olimpico a Milano può essere letta come il simbolo di una nuova fase della civiltà:

• dentro non c’è una fiamma, ma un occhio;
• non l’occhio di Dio, ma quello della tecnologia;
• non la rivelazione, ma il calcolo;
• non teocrazia né democrazia, ma algocrazia: il potere degli algoritmi.

Le aziende che sviluppano intelligenza artificiale stanno diventando sempre più spesso i nuovi “architetti del mondo”. Forse il fuoco olimpico di Milano non parla più degli dèi dell’Olimpo, ma del nuovo pantheon del XXI secolo.

Che ne pensate? Coincidenza… o segno dei tempi?

8 febbraio 1903. Milano.All’Arena Civica di Milano va in scena una festa in maschera notturna sul ghiaccio. É un evento ...
17/02/2026

8 febbraio 1903. Milano.
All’Arena Civica di Milano va in scena una festa in maschera notturna sul ghiaccio. É un evento spettacolare che il giorno dopo riempie le pagine di tutti i grandi giornali europei.

Non è un divertimento aristocratico, ma un atto simbolico: la nuova borghesia urbana milanese si presenta al mondo. Nasce l’immagine di Milano come città capace di unire tradizione e innovazione.

Ghiaccio artificiale, creato con una moderna installazione frigorifera.
Luce elettrica, che illumina la notte e fa brillare i costumi.
Maschere tradizionali, arlecchini, figure allegoriche che danzano sul ghiaccio come in un grande teatro collettivo.

L’evento è popolare e democratico: accanto all’élite, anche il popolo assiste a questo sogno moderno.

Così nasce il nuovo volto di Milano: moderna, tecnologica, elegante, teatrale. Una pagina poco conosciuta, ma fondamentale, della storia della città.

La scena viene immortalata sulla copertina della Domenica del Corriere, disegnata dal giovane pittore Achille Bertarelli, oggi visibile nella mostra “L’Italia sulla neve” al Castello Sforzesco.

Sull’emigrazioneOggi ho letto un’intervista a un lontano parente di Alex Pretti, ucciso recentemente negli Stati Uniti d...
31/01/2026

Sull’emigrazione

Oggi ho letto un’intervista a un lontano parente di Alex Pretti, ucciso recentemente negli Stati Uniti da agenti dell’ICE. Il parente della famiglia, Sergio Cavoretto, che oggi vive in Piemonte, raccontava di non aver conosciuto Alex di persona, ma di essere rimasto in contatto con la sua famiglia. Alex veniva descritto come una persona tranquilla, buona, disponibile, sempre pronta ad aiutare gli altri.

Il suo bisnonno emigrò dal Trentino al Michigan all’inizio del XX secolo, come migliaia di italiani dell’epoca — inclusi, tra l’altro, anche gli antenati del comandante dell’ICE Gregory Bovino, discendente di una famiglia emigrata dalla Calabria. All’inizio del Novecento l’America aveva un bisogno urgente di persone. L’economia cresceva, l’industria si espandeva, servivano braccia robuste e a basso costo, disposte a lavorare nelle miniere, nelle fabbriche, sulle ferrovie. Il lavoro c’era. Era duro, pericoloso, mal pagato, ma c’era. Ed è per questo che la gente arrivava da tutto il mondo. Allora il sogno americano aveva un significato molto concreto: se lavori, puoi sopravvivere.

Il Michigan dei primi del Novecento era una terra di miniere, disboscamenti, clima rigido e lavoro massacrante. La Upper Peninsula, dove arrivò il bisnonno di Alex, faceva parte del cosiddetto iron range, la zona di estrazione del ferro. Il lavoro in miniera era estenuante e pericoloso. Incidenti, malattie polmonari, aspettativa di vita ridotta facevano parte della quotidianità.

Proprio lì arrivavano gli italiani dal Trentino, dal Piemonte, dal Veneto e dalla Calabria. Si insediavano in comunità compatte, si sostenevano a vicenda, parlavano in dialetto, lavoravano 10–12 ore al giorno. All’epoca non venivano considerati davvero americani. Erano visti come manodopera a basso costo, come estranei. Raramente parlavano di libertà o di democrazia. Per loro l’America significava soprattutto lavoro, salario, la possibilità di mantenere la famiglia e offrire ai figli una vita diversa. Tutto il resto — valori democratici, diritti, cittadinanza — arrivava dopo, lentamente, attraverso le generazioni.

Ma in cento anni molte cose sono cambiate. Il lavoro, nel senso di allora, non esiste più. L’epoca dell’industrializzazione e della crescita economica impetuosa è finita, e il settore dei servizi non è in grado di assorbire milioni di persone senza istruzione e senza documenti. L’America non è più in grado di garantire lavoro e casa a tutti come un tempo. Eppure il mito del sogno americano non è scomparso. È talmente radicato nell’immaginario collettivo che le persone continuano ad arrivare, legalmente e illegalmente, nella speranza di una vita migliore.

Arrivano dove i posti non bastano più. E nasce una tensione sociale profonda. Chi è arrivato prima, chi è riuscito a integrarsi, a studiare, a costruirsi una professione e a ottenere la cittadinanza, smette di sentirsi al sicuro. Le nuove ondate migratorie, trovandosi senza lavoro legale, senza reali opportunità e senza alloggi accessibili, troppo spesso vengono spinte verso forme di sopravvivenza criminale.

E osservando tutto questo, è difficile non ammetterlo: in Europa e in Italia la situazione non è affatto migliore. Da anni l’Italia vive sotto la pressione di flussi migratori continui dall’Africa, dal Medio Oriente, dal Sud America e dall’Asia. L’Europa nel suo insieme non è più in grado di assorbirli. I meccanismi di integrazione non funzionano come dovrebbero. Le risorse — lavoro, abitazioni, servizi sociali — sono limitate.

Questo crea una tensione quotidiana, percepibile nella vita di tutti i giorni. Scontri tra residenti e nuovi migranti, la paura di affittare una casa o di lasciarla vuota per il timore che venga occupata illegalmente. La paura per i figli, soprattutto per gli adolescenti, che possono essere rapinati anche in pieno giorno, in una strada affollata. La paura diventa uno sfondo costante. Ed è proprio per questo che non si vorrebbe arrivare a una situazione simile a quella americana, dove il conflitto tra sicurezza e umanità rischia di superare il punto di non ritorno.

La storia di Alex Pretti e quella di Gregory Bovino non sono più soltanto una tragedia americana. Sono uno specchio del mondo e della società contemporanea. Da una parte, una persona pienamente inserita nel sistema e che lo serve fedelmente. Dall’altra, una persona anch’essa inserita nel sistema, ma rimasta umana, capace di ricordare le proprie radici e di aiutare gli altri.
Se lo Stato continuerà a risolvere questo conflitto sociale esclusivamente con la forza, prima o poi ognuno di noi sarà costretto a fare una scelta. E da che parte stare — lo decide ciascuno di noi.

01/01/2026

Buon anno!
Oggi a Taranto è una giornata bellissima, piena di sole. Colazione al mare, con i biscotti speziati. Direi che è un inizio perfetto!

29/12/2025

Ieri sera finalmente abbiamo fatto una passeggiata nella Taranto natalizia. Il centro città appariva davvero festoso: le luci delle luminarie, la pista di pattinaggio sul ghiaccio, i mercatini, la mostra dei presepi e le famiglie che passeggiavano lungo la via principale e tantissimi bambini.

Ma il luogo che amo di più è Taranto Vecchia. Ogni volta che veniamo a Taranto cerco sempre di passarci, perché per me è proprio qui che si trova la vera anima della città.

Taranto Vecchia non è ancora diventata una Disneyland, non si è trasformata in una semplice scenografia per turisti. Qui la gente continua a vivere: il bucato steso sui balconi, qualcuno che parla affacciandosi dall’alto e il profumo della cena che arriva dalle finestre.

Certo, la realtà non è semplice. Ogni anno sempre più abitanti lasciano il centro storico, molti edifici sono semidiroccati e il tempo ha lasciato segni evidenti. Ma sta arrivando anche una nuova generazione che prova a far rinascere il quartiere, aprendo piccoli alberghi, negozi a conduzione familiare, bar, caffè e ristoranti.

È bello vedere come anche gli stessi abitanti stiano cercando di riprendersi la loro città, senza aspettare l’aiuto delle istituzioni. Con le proprie forze hanno restaurato una piccola chiesa e aperto il Museo del Mare e il museo etnografico.

E a Natale il Borgo Antico si trasforma davvero. Le stradine si riempiono di luce e di musica, vengono organizzati concerti di luci e suoni. Persino le colonne del tempio dorico all’ingresso della città vecchia sembrano parte di un grande allestimento natalizio: la luce, la neve che cade lieve e la sensazione che il tempo si sia fermato.

Sì, il Borgo Antico è vivo. Non perfetto, non restaurato fino a brillare, ma vivo. Ed è proprio per questo che è autentico.

Infine siamo arrivati a una vera perla: la Cattedrale di San Cataldo. Proprio qui ieri si è chiuso solennemente l’anno giubilare, con una liturgia speciale, ricca di simboli e significati.

Questa cattedrale è un raro esempio di “stratificazione” architettonica: in basso la parte bizantina, severa, essenziale, quasi ascetica; in alto il barocco, luminoso e solenne, espressione di un’altra epoca. Un dialogo tra due mondi sotto lo stesso tetto.

Nel Duomo si trovano anche la tomba e le reliquie di San Cataldo, patrono di Taranto. La sua presenza non si percepisce come un semplice dato museale, ma come una parte viva della memoria della città, che ancora oggi contribuisce a formare l’identità di questo luogo.

Il balletto Lo Schiaccianoci interpretato dagli allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala di Mi...
15/12/2025

Il balletto Lo Schiaccianoci interpretato dagli allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala di Milano

Ieri siamo stati con mia figlia al balletto Lo Schiaccianoci nella coreografia di Frédéric Olivieri, al Teatro Strehler.

Frédéric Olivieri è una figura di spicco del balletto internazionale: per dieci anni ha lavorato all’Opéra di Parigi con Rudolf Nureyev ed è oggi direttore artistico della Scuola di Ballo del Teatro alla Scala. Il suo Schiaccianoci è innanzitutto uno spettacolo di carattere pedagogico, in cui la tradizione classica del balletto russo (nella versione di Lev Ivanovič Ivanov) viene adattata con grande attenzione alle possibilità tecniche dei giovani interpreti.

Come sottolinea lo stesso Olivieri, questa versione rappresenta una vera e propria “prova” per gli allievi: la struttura del balletto classico è preservata, ma i passaggi tecnicamente più complessi sono stati rielaborati per permettere ai giovani danzatori di affrontare la scena con sicurezza.

Nei ruoli principali debuttano allievi dal sesto all’ottavo anno di corso della Scuola di Ballo, mentre nei ruoli di insieme partecipano i più piccoli. Inoltre, nel secondo atto, proprio i bambini interpretano una danza cinese piuttosto complessa, che richiede eleganza e grande precisione.

Le scene e i costumi di Roberta Guidi di Bagno sono magnifici. Particolarmente riuscito il prologo, in cui i bambini costruiscono un pupazzo di neve: insieme alla neve artificiale che scende lentamente sulla scena, il quadro immerge perfettamente gli spettatori in una magica atmosfera natalizia.

L’unica cosa che è davvero mancata allo spettacolo è stata la presenza di un’orchestra dal vivo. Purtroppo l’accompagnamento musicale era in registrazione. Per questo, il prossimo anno cercheremo di assistere allo spettacolo direttamente al Teatro alla Scala.

A Palazzo Reale, dal 23 settembre 2025 all’11 gennaio 2026, oltre 100 opere raccontano il talento di Andrea Appiani (175...
08/12/2025

A Palazzo Reale, dal 23 settembre 2025 all’11 gennaio 2026, oltre 100 opere raccontano il talento di Andrea Appiani (1754–1817), pittore neoclassico e figura chiave dell’epoca napoleonica.

Sul suggerimento del maestro d’arte di mia figlia, finalmente siamo andate a vedere la grande mostra dedicata ad Andrea Appiani a Milano. Da settembre lei me lo chiedeva con entusiasmo: a scuola hanno studiato il Neoclassicismo e hanno perfino provato a copiare alcuni ritratti di Appiani.

Oggi il suo nome è forse poco noto al grande pubblico, ma ai tempi di Napoleone fu una vera celebrità: nominato “primo pittore” del Regno d’Italia, contribuì a definire la visualità ufficiale dell’Impero, tra ritratti, affreschi monumentali, scene storiche e religiose, fino alle medaglie celebrative.

Mia figlia ha osservato ogni volto, ha studiato le acconciature eleganti, le pose, la moda dell’epoca, la delicatezza quasi tattile dei tessuti dipinti. Mi faceva notare i dettagli più piccoli: una piega di seta, una sfumatura, un sorriso appena accennato.

La mostra vale ogni minuto. È una lezione immediata di bellezza italiana, quella rigorosa e luminosa che non ha bisogno di effetti speciali per emozionare.

Indirizzo

Castello Sforzesco
Milan
20121

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando tarallosi pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi