31/01/2026
Sull’emigrazione
Oggi ho letto un’intervista a un lontano parente di Alex Pretti, ucciso recentemente negli Stati Uniti da agenti dell’ICE. Il parente della famiglia, Sergio Cavoretto, che oggi vive in Piemonte, raccontava di non aver conosciuto Alex di persona, ma di essere rimasto in contatto con la sua famiglia. Alex veniva descritto come una persona tranquilla, buona, disponibile, sempre pronta ad aiutare gli altri.
Il suo bisnonno emigrò dal Trentino al Michigan all’inizio del XX secolo, come migliaia di italiani dell’epoca — inclusi, tra l’altro, anche gli antenati del comandante dell’ICE Gregory Bovino, discendente di una famiglia emigrata dalla Calabria. All’inizio del Novecento l’America aveva un bisogno urgente di persone. L’economia cresceva, l’industria si espandeva, servivano braccia robuste e a basso costo, disposte a lavorare nelle miniere, nelle fabbriche, sulle ferrovie. Il lavoro c’era. Era duro, pericoloso, mal pagato, ma c’era. Ed è per questo che la gente arrivava da tutto il mondo. Allora il sogno americano aveva un significato molto concreto: se lavori, puoi sopravvivere.
Il Michigan dei primi del Novecento era una terra di miniere, disboscamenti, clima rigido e lavoro massacrante. La Upper Peninsula, dove arrivò il bisnonno di Alex, faceva parte del cosiddetto iron range, la zona di estrazione del ferro. Il lavoro in miniera era estenuante e pericoloso. Incidenti, malattie polmonari, aspettativa di vita ridotta facevano parte della quotidianità.
Proprio lì arrivavano gli italiani dal Trentino, dal Piemonte, dal Veneto e dalla Calabria. Si insediavano in comunità compatte, si sostenevano a vicenda, parlavano in dialetto, lavoravano 10–12 ore al giorno. All’epoca non venivano considerati davvero americani. Erano visti come manodopera a basso costo, come estranei. Raramente parlavano di libertà o di democrazia. Per loro l’America significava soprattutto lavoro, salario, la possibilità di mantenere la famiglia e offrire ai figli una vita diversa. Tutto il resto — valori democratici, diritti, cittadinanza — arrivava dopo, lentamente, attraverso le generazioni.
Ma in cento anni molte cose sono cambiate. Il lavoro, nel senso di allora, non esiste più. L’epoca dell’industrializzazione e della crescita economica impetuosa è finita, e il settore dei servizi non è in grado di assorbire milioni di persone senza istruzione e senza documenti. L’America non è più in grado di garantire lavoro e casa a tutti come un tempo. Eppure il mito del sogno americano non è scomparso. È talmente radicato nell’immaginario collettivo che le persone continuano ad arrivare, legalmente e illegalmente, nella speranza di una vita migliore.
Arrivano dove i posti non bastano più. E nasce una tensione sociale profonda. Chi è arrivato prima, chi è riuscito a integrarsi, a studiare, a costruirsi una professione e a ottenere la cittadinanza, smette di sentirsi al sicuro. Le nuove ondate migratorie, trovandosi senza lavoro legale, senza reali opportunità e senza alloggi accessibili, troppo spesso vengono spinte verso forme di sopravvivenza criminale.
E osservando tutto questo, è difficile non ammetterlo: in Europa e in Italia la situazione non è affatto migliore. Da anni l’Italia vive sotto la pressione di flussi migratori continui dall’Africa, dal Medio Oriente, dal Sud America e dall’Asia. L’Europa nel suo insieme non è più in grado di assorbirli. I meccanismi di integrazione non funzionano come dovrebbero. Le risorse — lavoro, abitazioni, servizi sociali — sono limitate.
Questo crea una tensione quotidiana, percepibile nella vita di tutti i giorni. Scontri tra residenti e nuovi migranti, la paura di affittare una casa o di lasciarla vuota per il timore che venga occupata illegalmente. La paura per i figli, soprattutto per gli adolescenti, che possono essere rapinati anche in pieno giorno, in una strada affollata. La paura diventa uno sfondo costante. Ed è proprio per questo che non si vorrebbe arrivare a una situazione simile a quella americana, dove il conflitto tra sicurezza e umanità rischia di superare il punto di non ritorno.
La storia di Alex Pretti e quella di Gregory Bovino non sono più soltanto una tragedia americana. Sono uno specchio del mondo e della società contemporanea. Da una parte, una persona pienamente inserita nel sistema e che lo serve fedelmente. Dall’altra, una persona anch’essa inserita nel sistema, ma rimasta umana, capace di ricordare le proprie radici e di aiutare gli altri.
Se lo Stato continuerà a risolvere questo conflitto sociale esclusivamente con la forza, prima o poi ognuno di noi sarà costretto a fare una scelta. E da che parte stare — lo decide ciascuno di noi.