Francesca Tria Consulente

Francesca Tria Consulente Mi occupo di Disabilità Visibili e Invisibili a tutte le età. Il mio obiettivo è informare, sostenere e accompagnare.
💙💜💛💚🐛🦋

Offro supporto a persone con Disabilità, genitori e Caregiver, condividendo strategie pratiche e orientamento.

10/08/2026

AUTISMO: PARTICOLARITÀ E COMORBIDITÀ NON SONO LA STESSA COSA

Quando si parla di Autismo si tende spesso a mettere tutto nello stesso contenitore: iper-sensibilità, bisogno di routine, difficoltà nella comunicazione sociale, ansia, ADHD, epilessia, interessi assorbenti, depressione, movimenti ripetitivi… E tutto finisce per diventare genericamente un insieme di “sintomi dell’Autismo”.
Ma non è così, è importante distinguere le caratteristiche proprie del funzionamento Autistico dalle condizioni che possono essere presenti insieme all’Autismo, cioè le cosiddette comorbidità o, usando un termine spesso più adatto, condizioni co-occorrenti.
Questa distinzione è fondamentale anche per un'altra ragione: l’Autismo non è una malattia da guarire.
La persona Autistica non deve essere “curata dall’Autismo”.
Può aver bisogno di supporti, accomodamenti, strategie, terapie rivolte a specifiche difficoltà o interventi per condizioni associate, ma il suo modo Autistico di funzionare non è una patologia che deve essere cancellata.
L’Autismo è una condizione del neurosviluppo che accompagna la persona durante tutta la vita.
Questo significa che il cervello Autistico elabora, organizza e interpreta alcune informazioni in maniera differente.
Non tutte le persone Autistiche presentano le stesse caratteristiche, né con la stessa intensità.
Lo Spettro non è una scala che va da “poco Autistico” a “molto Autistico”: esistono profili estremamente diversi, con capacità, difficoltà e necessità di supporto differenti.

Tra le caratteristiche che possono appartenere al funzionamento Autistico troviamo:

• Differenze nella comunicazione sociale
Una persona Autistica può avere un modo differente di utilizzare o interpretare il contatto oculare, le espressioni facciali, i gesti, il tono della voce, le convenzioni sociali, le conversazioni implicite, l’ironia, il sarcasmo o i doppi sensi, i turni di conversazione, il linguaggio non verbale.

• Comunicazione più letterale o diretta
Alcune persone Autistiche interpretano il linguaggio in maniera molto letterale oppure preferiscono comunicazioni chiare, precise e prive di sottintesi.

• Bisogno di prevedibilità
Routine, programmi, anticipazioni e rituali possono aiutare a rendere il mondo più comprensibile e gestibile.
Un cambiamento improvviso può quindi provocare una difficoltà molto maggiore rispetto a quella sperimentata da una persona Neurotipica.

• Interessi molto intensi
Molte persone Autistiche sviluppano interessi particolarmente profondi e coinvolgenti.
Possono dedicarvi moltissimo tempo, accumulare conoscenze estremamente dettagliate e provare un forte piacere nel parlarne o nell'occuparsene.
Possono rappresentare una fonte di piacere, competenza, regolazione, identità e perfino diventare una professione.

• Stimming
Dondolarsi, muovere le mani, tamburellare con le dita, manipolare oggetti, ripetere parole o suoni, camminare avanti e indietro e molti altri comportamenti ripetitivi possono avere una funzione di autoregolazione.
Lo stimming può aiutare a scaricare tensione, gestire emozioni intense, concentrarsi, affrontare un sovraccarico, esprimere entusiasmo, procurarsi una stimolazione sensoriale piacevole.

• Particolarità sensoriali
Il sistema sensoriale può elaborare gli stimoli in maniera differente.
Una persona può essere ipersensibile, iposensibile oppure ricercare determinati stimoli.
Possono essere coinvolti suoni, luce, odori, sapori, consistenze, temperature, dolore, contatto fisico, movimento, equilibrio, percezione del proprio corpo.

• Difficoltà nella regolazione del sovraccarico
Quando le richieste cognitive, sociali, emotive o sensoriali superano ciò che la persona riesce momentaneamente a gestire, possono verificarsi fenomeni come meltdown o shutdown.
Sono risposte a una situazione di sovraccarico.

• Necessità di tempi di recupero
Socializzare, affrontare ambienti molto stimolanti, adattarsi continuamente alle aspettative degli altri o mascherare le proprie caratteristiche Autistiche può richiedere un'enorme quantità di energia.
Per questo alcune persone possono aver bisogno di periodi di solitudine, silenzio o riduzione degli stimoli per recuperare.

• Funzioni esecutive
Alcune persone Autistiche possono incontrare difficoltà nell'organizzare una sequenza di azioni, iniziare un compito, passare da un'attività all'altra, pianificare o gestire contemporaneamente numerose informazioni.
Una persona può quindi sapere perfettamente cosa dovrebbe fare, ma avere difficoltà ad avviare concretamente l'azione.

• Percezione dei segnali corporei
In alcune persone può essere differente anche l'elaborazione dei segnali provenienti dal proprio corpo.
Può quindi essere più difficile riconoscere immediatamente fame, sete, bisogno di andare in bagno, stanchezza, caldo o freddo, tensione e alcuni segnali di dolore.
Anche in questo caso esiste una grandissima variabilità individuale.

Una comorbidità, o condizione co-occorrente, è una condizione distinta dall'Autismo che è presente nella stessa persona.
Essere Autistici non significa necessariamente averla.
Tra le condizioni che possono comparire più frequentemente nelle persone Autistiche troviamo, per esempio: ADHD, disturbi d'ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, epilessia, disturbi del sonno, Disabilità intellettiva, disturbi specifici dell'apprendimento, disturbi del linguaggio, disturbi alimentari e altre condizioni neurologiche, psichiatriche o mediche.
Avere una di queste condizioni non significa che quella condizione “faccia parte dell’Autismo”.
Una persona può essere Autistica e ADHD, può essere Autistica e soffrire di depressione o avere l'epilessia.
Ma ADHD, depressione ed epilessia non sono caratteristiche che devono necessariamente essere presenti perché la persona è Autistica.
Sono condizioni differenti che possono coesistere.

Un esempio per capire meglio: l'ansia.
Una persona Autistica può sperimentare forte disagio quando un programma viene modificato improvvisamente.
Questo può essere collegato al bisogno Autistico di prevedibilità.
Ma la stessa persona può anche avere un vero e proprio disturbo d'ansia, che rappresenta una condizione aggiuntiva e che può essere trattata.
Le due cose possono influenzarsi reciprocamente, ma non sono sinonimi.
Lo stesso vale per l'alimentazione: una persona Autistica può mangiare pochi alimenti perché alcune consistenze, temperature, odori o sapori risultano sensorialmente intollerabili.
Questa selettività può essere legata direttamente alle caratteristiche sensoriali dell'Autismo.
In altri casi può essere presente anche un vero e proprio disturbo della nutrizione o dell'alimentazione.
Ancora una volta: situazioni apparentemente simili possono avere origini differenti.
Capire perché una persona manifesta una determinata difficoltà è molto più utile che limitarsi a definirla un “sintomo”.

L'Autismo non si cura; le persone Autistiche si supportano.
L’Autismo accompagna la persona durante la vita, non esiste un farmaco che “elimini l’Autismo” e lo scopo di un intervento non dovrebbe essere trasformare una persona Autistica in una persona che sembri non Autistica.
Si possono invece trattare le condizioni associate quando causano sofferenza o problemi di salute: si può curare una depressione, trattare un disturbo d'ansia, trattare l'epilessia.
Si può intervenire sui disturbi del sonno, trattare un problema gastrointestinale, affrontare dolore, disturbi alimentari o altre condizioni mediche.
E contemporaneamente si possono offrire alla persona Autistica strumenti e supporti per comunicare, sviluppare autonomie, comprendere meglio i propri bisogni, gestire gli stimoli sensoriali o organizzare la propria quotidianità.
Ma questo è molto diverso dal volerla “guarire dall’Autismo”.
Supportare non significa normalizzare, perché non tutto ciò che appare insolito è un problema.
Non guardare negli occhi non è necessariamente un problema, così come muovere le mani quando si è felici. Tantomeno avere bisogno di stare in silenzio dopo ore di socializzazione o avere un interesse molto intenso. Utilizzare cuffie per proteggersi dai rumori non significa “assecondare l’Autismo”: significa permettere a una persona di proteggersi da uno stimolo che il suo sistema nervoso percepisce in maniera differente.
L'obiettivo non deve essere cancellare la differenza ma ridurre la sofferenza, aumentare l'autonomia e permettere alla persona di vivere nel modo più pieno possibile.
E per poterlo fare bisogna prima smettere di confondere ciò che una persona è con ciò di cui eventualmente soffre.
L’Autismo fa parte del suo funzionamento, una comorbidità è un'altra condizione che può aggiungersi a quel funzionamento.
La prima non ha bisogno di una cura per scomparire; la seconda, quando provoca sofferenza o compromette la salute, può invece avere bisogno di essere riconosciuta e trattata.
Capire questa differenza cambia completamente il modo in cui guardiamo la persona Autistica: non più come qualcuno da correggere ma come qualcuno da comprendere, sostenere e mettere nelle condizioni di stare bene.
©2024
Francesca Tria

08/08/2026

Allergia all’acqua: che cos’è davvero l’orticaria acquagenica

Fare una doccia, camminare sotto la pioggia, nuotare, sudare o asciugarsi le lacrime sono azioni del tutto normali. Per chi soffre di orticaria acquagenica, però, il contatto della pelle con l’acqua può provocare prurito intenso, bruciore e la comparsa di piccoli pomfi.
Questa condizione viene comunemente chiamata allergia all’acqua, ma il termine può essere fuorviante. L’orticaria acquagenica non è necessariamente un’allergia classica contro la molecola dell’acqua e i suoi meccanismi non sono ancora stati chiariti completamente.
È una forma estremamente rara di orticaria cronica inducibile, cioè un’orticaria provocata da uno stimolo preciso e riproducibile: in questo caso, il contatto cutaneo con l’acqua.

L’orticaria è una reazione della pelle caratterizzata dalla comparsa di pomfi, cioè rilievi cutanei circoscritti, generalmente accompagnati da prurito e arrossamento.
Il pomfo può essere più chiaro o più pallido al centro, circondato da un alone rosso, pruriginoso, bruciante, transitorio.
Nella maggior parte delle forme di orticaria, ogni singolo pomfo scompare spontaneamente entro poche ore e comunque, generalmente, entro 24 ore, senza lasciare cicatrici.
Le orticarie possono essere spontanee, quando non viene individuato un fattore scatenante immediato, oppure inducibili, quando i sintomi compaiono in seguito a stimoli come freddo, calore, pressione, esercizio fisico, vibrazioni, luce solare o contatto con l’acqua.

L’orticaria acquagenica è una forma di orticaria nella quale i pomfi compaiono dopo che la pelle è entrata in contatto con l’acqua.
La reazione può verificarsi indipendentemente dalla temperatura dell’acqua, dal fatto che l’acqua sia dolce o salata, dalla presenza di cloro, dal fatto che provenga dalla doccia, dalla pioggia o dal mare.
In alcune persone possono provocare sintomi anche il sudore e le lacrime, poiché contengono una componente acquosa che rimane a contatto con la pelle.
Questo non significa necessariamente che tutte le fonti d’acqua provochino una reazione della stessa intensità. La durata del contatto, la quantità d’acqua, il tipo di esposizione e le caratteristiche individuali possono modificare la gravità dei sintomi.

Parlare di “allergia all’acqua” aiuta a spiegare rapidamente la condizione, ma dal punto di vista medico è una semplificazione.
L’acqua costituisce una parte fondamentale del corpo umano. Non sarebbe quindi plausibile immaginare un’allergia generale contro tutta l’acqua presente nell’organismo.
Nell’orticaria acquagenica il problema sembra presentarsi quando l’acqua entra in contatto con la superficie cutanea e interagisce con sostanze presenti nella pelle o sul suo strato più esterno.
Tra le ipotesi proposte vi sono: l’interazione dell’acqua con componenti dello strato corneo, la formazione o liberazione di una sostanza capace di attivare i mastociti, la penetrazione di sostanze idrosolubili negli strati più profondi della pelle, un’alterata risposta delle terminazioni nervose o delle cellule cutanee, il rilascio di istamina e di altri mediatori infiammatori.
Nessuna di queste ipotesi, però, spiega con certezza tutti i casi; la rarità della malattia rende difficile condurre studi ampi e confrontare gruppi numerosi di pazienti.

L’orticaria acquagenica è considerata estremamente rara; nella letteratura scientifica sono stati descritti meno di cento casi, anche se il numero reale delle persone coinvolte potrebbe essere superiore. Alcuni casi possono non essere riconosciuti, essere confusi con altre forme di orticaria oppure non arrivare alla pubblicazione scientifica.
Il ridotto numero di casi documentati significa anche che molte informazioni disponibili derivano da singoli casi clinici, piccole serie di pazienti, revisioni della letteratura, esperienza specialistica.
Di conseguenza, non esistono ancora protocolli terapeutici specifici sostenuti da grandi studi clinici dedicati esclusivamente a questa condizione.
L’orticaria acquagenica può comparire a qualsiasi età, ma molti casi iniziano durante la pubertà o nella prima età adulta.
Nelle casistiche pubblicate sembra essere stata osservata più frequentemente nelle persone di sesso femminile, ma il numero ridotto di pazienti non permette di definire con certezza quanto questa differenza sia significativa.
La maggior parte dei casi appare sporadica, cioè senza altri familiari coinvolti. Sono stati tuttavia descritti rari casi familiari, che hanno portato a ipotizzare una possibile predisposizione genetica in alcune persone. Non è stato però identificato un unico gene responsabile della comune orticaria acquagenica.

I sintomi generalmente compaiono poco dopo il contatto con l’acqua, spesso entro 20-30 minuti, anche se in alcune persone possono presentarsi più rapidamente.
La manifestazione caratteristica consiste nella comparsa di piccoli pomfi, spesso larghi pochi millimetri, circondati da un’area arrossata.
I sintomi possono comprendere piccoli rilievi cutanei, prurito, bruciore, pizzicore, sensazione di punture, arrossamento, fastidio o dolore superficiale.
Le lesioni compaiono spesso su torace, collo, schiena, addome, parte superiore delle braccia.
Il palmo delle mani e la pianta dei piedi sono frequentemente risparmiati, anche se la distribuzione può variare.
Dopo che la pelle viene asciugata e il contatto con l’acqua termina, i pomfi tendono generalmente a risolversi spontaneamente nell’arco di circa 30-120 minuti.
I sintomi possono comparire dopo: doccia, bagno, nuoto, pioggia, acqua del rubinetto, acqua di mare, sudorazione, attività fisica, lacrime sulla pelle, lavaggio del viso, lavaggio delle mani, impacchi bagnati.
La reazione non dipende necessariamente dall’acqua potabile in quanto tale. Molte persone con orticaria acquagenica riescono a bere normalmente perché il problema riguarda soprattutto il contatto con la superficie della pelle.
In alcuni casi, tuttavia, sono stati descritti fastidio, bruciore o gonfiore intorno alla bocca dopo il contatto con bevande. Sono manifestazioni rare che devono essere valutate individualmente da uno specialista.
Nella vera orticaria acquagenica, la reazione dovrebbe verificarsi indipendentemente dalla temperatura dell’acqua.
Acqua fredda, tiepida o calda possono quindi provocare sintomi.
La temperatura è comunque molto importante durante la diagnosi, perché permette di distinguere l’orticaria acquagenica da altre forme inducibili.
Per esempio: nell’orticaria da freddo la reazione è provocata dalle basse temperature; nell'orticaria da calore è il calore a determinare i pomfi; nell’orticaria colinergica i sintomi sono collegati all’aumento della temperatura corporea e alla sudorazione.
Una persona che sviluppa pomfi esclusivamente dopo una doccia bollente potrebbe quindi non avere un’orticaria acquagenica, ma una forma colinergica o da calore.

Nella maggior parte dei casi l’orticaria acquagenica provoca manifestazioni limitate alla pelle.
Raramente sono stati descritti sintomi sistemici, come: respiro sibilante, difficoltà respiratoria, sensazione di costrizione o malessere generalizzato.
Le reazioni sistemiche gravi sembrano essere eccezionali, ma qualsiasi difficoltà respiratoria, gonfiore della lingua o della gola, sensazione di svenimento o rapido peggioramento richiede assistenza medica urgente.
Non bisogna presumere che ogni sintomo comparso durante una doccia dipenda dall’orticaria acquagenica. Calore, pressione bassa, broncospasmo, sostanze contenute nei detergenti e altre condizioni possono provocare disturbi simili.

Orticaria acquagenica e prurito acquagenico non sono la stessa cosa.
Nell’orticaria acquagenica compaiono generalmente pomfi, arrossamento, prurito o bruciore, lesioni cutanee visibili.
Nel prurito acquagenico, invece, il contatto con l’acqua provoca prurito molto intenso, sensazione di aghi, bruciore, pizzicore ma senza la comparsa dei tipici pomfi dell’orticaria.
La pelle può apparire normale, a parte eventuali segni provocati dal grattamento.
La distinzione è importante anche perché il prurito acquagenico può talvolta essere associato a malattie ematologiche, in particolare alla policitemia vera e ad altre neoplasie mieloproliferative.
Questo non significa che chi avverte prurito dopo la doccia abbia necessariamente una malattia del sangue. Il medico può però ritenere opportuno controllare l’emocromo e valutare eventuali altri sintomi, soprattutto quando il prurito è intenso, persistente e non accompagnato da pomfi.

Prima di formulare la diagnosi è necessario escludere altre possibili cause:
• Orticaria da freddo
I pomfi compaiono dopo esposizione al freddo, all’acqua fredda o a oggetti freddi.
Può essere particolarmente rischiosa durante il nuoto, perché l’esposizione di un’ampia superficie corporea all’acqua fredda può provocare una reazione generalizzata.

• Orticaria colinergica
È provocata dall’aumento della temperatura interna del corpo, per esempio durante: attività fisica, doccia calda, febbre, stress emotivo, sudorazione, consumo di cibi molto piccanti.
I pomfi possono assomigliare a quelli dell’orticaria acquagenica, ma lo stimolo principale non è l’acqua.

• Orticaria da calore
La reazione compare nelle zone direttamente esposte a una fonte di calore.

• Dermatite da contatto
Saponi, shampoo, bagnoschiuma, profumi, conservanti, cloro o altre sostanze possono provocare una dermatite irritativa o allergica.
In questo caso, spesso, la reazione non dipende dall’acqua in sé, ma da ciò che è disciolto nell’acqua o dai prodotti utilizzati.

• Dermatografismo
Sfregamento, asciugamani, pressione o grattamento possono provocare pomfi lineari. La persona può pensare di reagire alla doccia, mentre la causa principale è l’azione meccanica sulla pelle.

• Acquagenic wrinkling delle mani
Il cosiddetto raggrinzimento acquagenico dei palmi provoca un rapido gonfiore e raggrinzimento della pelle delle mani dopo il contatto con l’acqua.
È una condizione diversa dall’orticaria acquagenica ed è stata associata alla fibrosi cistica o allo stato di portatore di varianti del gene CFTR.

La diagnosi viene generalmente formulata da un dermatologo o da un allergologo attraverso: raccolta dettagliata della storia clinica; osservazione delle lesioni; test di provocazione con acqua; esclusione delle altre orticarie inducibili.
Può essere molto utile mostrare al medico fotografie scattate durante la reazione, indicando: tipo di esposizione, temperatura dell’acqua, tempo impiegato dai pomfi per comparire, durata delle lesioni, presenza di prurito o bruciore, eventuali farmaci assunti, prodotti utilizzati sulla pelle.
Il test più utilizzato consiste nell’applicare sulla pelle, generalmente sul tronco, un panno o una garza bagnata con acqua a temperatura controllata.
Una procedura frequentemente descritta prevede l’applicazione di acqua intorno alla temperatura corporea, per circa 20-30 minuti.
La scelta di una temperatura neutra è importante per evitare che la reazione sia provocata dal freddo o dal calore anziché dall’acqua.
Il test è considerato positivo quando nella zona esposta compaiono i caratteristici piccoli pomfi.
Il medico può inoltre effettuare test separati per escludere: orticaria da freddo, orticaria da calore, orticaria colinergica, dermatografismo, altre orticarie fisiche.
Gli antistaminici possono interferire con il risultato. L’eventuale sospensione deve essere decisa dal medico: non bisogna interrompere autonomamente una terapia prescritta.
Non esiste un esame del sangue specifico capace di confermare l’orticaria acquagenica.
Quando la storia clinica e il test di provocazione sono tipici, la diagnosi è prevalentemente clinica.
Il medico può comunque richiedere accertamenti per escludere altre cause di prurito, valutare una possibile malattia sistemica, distinguere il prurito acquagenico dall’orticaria, approfondire sintomi non abituali, controllare eventuali condizioni associate.
La biopsia cutanea, di solito, non mostra alterazioni specifiche ed è raramente necessaria, salvo dubbi diagnostici.

Non esiste attualmente una cura definitiva valida per tutti; poiché evitare completamente l’acqua sarebbe impossibile e pericoloso, il trattamento mira a ridurre la comparsa dei pomfi, controllare prurito e bruciore, rendere possibili l’igiene e le attività quotidiane, limitare l’impatto psicologico e sociale.
Il trattamento di prima scelta è generalmente rappresentato dagli antistaminici H1 di seconda generazione, preferiti perché tendono a causare meno sonnolenza rispetto ai farmaci più vecchi.
Il farmaco, la dose e il momento dell’assunzione devono essere stabiliti dal medico.
In alcune forme di orticaria cronica inducibile non adeguatamente controllate, le linee guida consentono allo specialista di valutare un aumento del dosaggio degli antistaminici di seconda generazione fino a quattro volte la dose standard. Questa strategia deve però essere prescritta e monitorata dal medico e non deve essere intrapresa autonomamente.
In alcuni pazienti può essere utile assumere l’antistaminico prima di un’esposizione prevedibile, come la doccia. Anche questa modalità deve essere concordata con lo specialista.
L’applicazione di prodotti grassi e impermeabilizzanti, come formulazioni a base di petrolato, può creare una barriera tra acqua e superficie cutanea.
Queste creme possono essere applicate prima della doccia, del bagno, del nuoto o di un’attività che comporta sudorazione.
La protezione non è sempre completa e può risultare poco pratica su vaste aree del corpo, ma in alcune persone riduce significativamente la reazione. È una strategia particolarmente interessante nei bambini, perché limita l’esposizione a terapie sistemiche.
Nei casi resistenti agli antistaminici può essere considerata la fototerapia dermatologica, per esempio con UVB a banda stretta o PUVA, in situazioni selezionate.
La fototerapia potrebbe agire ispessendo lo strato superficiale della pelle e modificando la risposta immunitaria cutanea.
Non è però priva di rischi: l’esposizione ai raggi ultravioletti deve essere prescritta e controllata da un dermatologo, valutando il numero di sedute e l’esposizione cumulativa.
Nell’orticaria acquagenica le prove disponibili sono limitate a pochi casi e non permettono di considerarlo una terapia standard specifica.
A causa della rarità della condizione, molti trattamenti vengono utilizzati sulla base dell’esperienza con altre forme di orticaria e di segnalazioni cliniche, non di grandi studi controllati.
I cortisonici sistemici non rappresentano una soluzione continuativa per l’orticaria acquagenica.
Possono ridurre temporaneamente alcune reazioni infiammatorie, ma l’uso ripetuto o prolungato comporta rischi importanti e non è adatto alla gestione quotidiana di una condizione cronica inducibile.
Anche le creme cortisoniche sono generalmente poco utili per prevenire i pomfi immediati provocati dall’acqua, salvo la presenza contemporanea di un’altra dermatite.
La gestione pratica deve essere personalizzata, perché evitare completamente il contatto con l’acqua non è possibile né salutare.
Possono essere utili alcuni accorgimenti: programmare docce brevi, utilizzare acqua tiepida o alla temperatura meglio tollerata, evitare getti molto forti, usare detergenti delicati e senza profumo non strofinare energicamente la pelle, asciugarsi tamponando, applicare l’eventuale crema barriera prima dell’esposizione, seguire la terapia preventiva prescritta, preparare abiti morbidi da indossare subito dopo, mantenere fresca la stanza per ridurre la sudorazione, evitare prodotti aggressivi che potrebbero aggiungere un’irritazione da contatto.
Ridurre drasticamente l’igiene senza una strategia medica può provocare problemi cutanei, infezioni e un peggioramento della qualità della vita. È quindi preferibile individuare con lo specialista una routine sostenibile.

Il sudore può essere uno degli aspetti più complessi perché non è sempre possibile controllarlo.
Alcune strategie comprendono: vestirsi a strati, scegliere tessuti traspiranti, evitare ambienti eccessivamente caldi, utilizzare ventilatori o aria condizionata quando necessario, interrompere l’attività prima di un surriscaldamento eccessivo, asciugare delicatamente il sudore, programmare l’attività fisica negli orari più freschi, valutare con il medico una terapia preventiva.
L’esercizio fisico non deve necessariamente essere eliminato, ma adattato alla gravità della condizione e alle eventuali altre forme di orticaria presenti.

L’acqua di mare e quella della piscina possono entrambe provocare i sintomi. In più, il cloro, il sale, il sole e la temperatura possono irritare ulteriormente la pelle o attivare altre forme di orticaria.
Prima di nuotare è importante considerare: intensità delle reazioni precedenti, eventuali sintomi respiratori, temperatura dell’acqua, presenza di altre orticarie inducibili, indicazioni dello specialista, disponibilità dei farmaci prescritti, presenza di un’altra persona informata della condizione.
Chi ha avuto reazioni generalizzate o problemi respiratori non dovrebbe esporsi da solo finché il rischio non sia stato valutato dal medico.

Una malattia così rara può condizionare profondamente la vita quotidiana. La persona può sviluppare paura della doccia, timore della pioggia, evitamento dell’attività fisica, difficoltà nel praticare sport, ansia legata alla sudorazione, imbarazzo per le lesioni, isolamento sociale, difficoltà scolastiche o lavorative, senso di incredulità da parte degli altri.
La sofferenza non dipende soltanto dai pomfi, ma dall’impossibilità di evitare completamente il fattore scatenante.
Il supporto psicologico può aiutare a gestire paura, frustrazione e limitazioni. Non significa considerare la malattia psicologica: significa riconoscere che una condizione fisica cronica e imprevedibile ha inevitabilmente conseguenze emotive e sociali.

L’andamento è variabile e, a causa del numero ridotto di casi, non è possibile prevedere con precisione l’evoluzione.
In alcune persone la condizione persiste per anni. In altre può attenuarsi, diventare più gestibile o rispondere meglio ai trattamenti.
Non è attualmente possibile indicare con certezza quanto durerà, se scomparirà spontaneamente, quale terapia funzionerà meglio e se rimarrà stabile nel tempo.
L’obiettivo realistico è spesso ottenere un controllo sufficiente dei sintomi da permettere una vita quotidiana il più possibile normale.
È opportuno consultare un dermatologo o un allergologo quando i pomfi compaiono ripetutamente dopo il contatto con l’acqua; quando la reazione si verifica anche con acqua a temperature differenti; quando doccia, sudore o pioggia provocano sintomi importanti; se il disturbo compromette l’igiene o le attività quotidiane; se gli antistaminici comuni non sono efficaci; quando non è chiaro se si tratti di orticaria, dermatite o prurito acquagenico.
È invece necessario richiedere assistenza urgente in presenza di: difficoltà respiratoria, respiro sibilante, gonfiore della lingua o della gola, difficoltà a deglutire, sensazione di svenimento, confusione, rapido peggioramento generale, reazione estesa a tutto il corpo.

Sebbene i pomfi siano generalmente transitori, l’impatto della malattia può essere molto serio. Acqua, sudore e lacrime fanno parte della vita quotidiana: reagire a questi stimoli significa dover affrontare ogni giorno un fattore scatenante che non può essere completamente evitato.
Per questo l’orticaria acquagenica non deve essere banalizzata né trasformata in una semplice curiosità medica. È una condizione reale, complessa e potenzialmente molto limitante, che richiede ascolto, una diagnosi specialistica corretta e un trattamento personalizzato.

~ Questo articolo ha finalità esclusivamente divulgative e non sostituisce la valutazione, la diagnosi o le indicazioni terapeutiche di un medico. ~
©2026
Francesca Tria

06/08/2026

Autismo, ADHD e sindrome di Ehlers-Danlos

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse scientifico per la possibile associazione tra Autismo, ADHD e condizioni caratterizzate da ipermobilità articolare, in particolare la sindrome di Ehlers-Danlos ipermobile e i disturbi dello spettro dell’ipermobilità.
Molte persone Autistiche o ADHD raccontano infatti di avere anche articolazioni particolarmente mobili, dolori muscoloscheletrici, stanchezza cronica, difficoltà di coordinazione, disturbi gastrointestinali, alterazioni della propriocezione o sintomi di disautonomia.
Allo stesso tempo, nei centri che seguono persone con sindrome di Ehlers-Danlos o ipermobilità sintomatica viene osservata una presenza significativa di caratteristiche Neurodivergenti.

La ricerca indica che una correlazione esiste, soprattutto tra Neurodivergenze e ipermobilità articolare; tuttavia, non è ancora stato dimostrato che una condizione provochi direttamente l’altra, né che tutte le persone Autistiche o ADHD abbiano una sindrome di Ehlers-Danlos.

Le sindromi di Ehlers-Danlos, abbreviate con la sigla EDS, sono un gruppo di condizioni ereditarie che interessano il tessuto connettivo.
Il tessuto connettivo è presente in quasi tutto l’organismo e contribuisce a sostenere e collegare articolazioni, legamenti e tendini, pelle, muscoli, vasi sanguigni, organi interni, sistema gastrointestinale, pavimento pelvico.
Esistono diversi tipi di Ehlers-Danlos, con caratteristiche e rischi differenti.
Quando si parla di associazione con Autismo e ADHD, la maggior parte degli studi riguarda soprattutto la sindrome di Ehlers-Danlos ipermobile (hEDS), i disturbi dello spettro dell’ipermobilità (HSD) e l’ipermobilità articolare generalizzata.
La hEDS può comprendere ipermobilità articolare generalizzata, instabilità delle articolazioni, sublussazioni o lussazioni, dolore cronico, pelle morbida o lievemente iperestensibile, facilità alla formazione di lividi, affaticamento e difficoltà propriocettive. Possono inoltre essere presenti disturbi gastrointestinali, emicrania, neuropatie, alterazioni autonomiche, disturbi del sonno e problemi uro-ginecologici.
A differenza di molte altre forme di Ehlers-Danlos, per la hEDS non è stato ancora identificato un singolo gene diagnostico. La diagnosi rimane quindi clinica e richiede il rispetto di criteri precisi, oltre all’esclusione di altre condizioni che possono provocare lassità articolare.

È importante distinguere tre situazioni:
• Ipermobilità articolare asintomatica
Una persona può avere articolazioni molto flessibili senza dolore, instabilità o altri problemi. In questo caso l’ipermobilità può rappresentare semplicemente una caratteristica individuale.

• Disturbo dello spettro dell’ipermobilità
Si parla di HSD quando l’ipermobilità è associata a problemi come dolore, instabilità, lesioni ricorrenti, affaticamento o riduzione della funzionalità, ma non sono soddisfatti tutti i criteri per una specifica sindrome di Ehlers-Danlos.

• Sindrome di Ehlers-Danlos ipermobile
La hEDS è una diagnosi più complessa, che non dipende soltanto dalla flessibilità articolare. Negli adulti devono essere presenti: ipermobilità articolare generalizzata; specifiche manifestazioni sistemiche, familiarità o complicazioni muscoloscheletriche; esclusione di altre diagnosi genetiche, reumatologiche, neuromuscolari o scheletriche.
Il punteggio di Beighton può essere utilizzato come parte della valutazione, ma non basta da solo per diagnosticare la hEDS.

Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2025 ha esaminato venti studi riguardanti Autismo, ipermobilità articolare, HSD ed EDS.
In quindici studi che valutavano direttamente l’associazione, dodici hanno riportato risultati significativi. La prevalenza complessiva dell’ipermobilità articolare nelle persone Autistiche è risultata pari a circa il 22,3%, salendo al 31% quando venivano considerate soltanto le valutazioni cliniche e non le semplici autosegnalazioni.
La stessa meta-analisi ha stimato che, nei campioni di persone Autistiche esaminati, la prevalenza complessiva di HSD o EDS fosse del 27,9%. Nei pochi studi in cui HSD ed EDS venivano valutati direttamente da professionisti, la stima saliva al 39%. Gli autori sottolineano però l’elevata eterogeneità degli studi e la necessità di ulteriori ricerche prima di applicare questi numeri indistintamente a tutta la popolazione autistica.
In uno studio caso-controllo condotto su 199 adulti Autistici e 419 persone non Autistiche, l’Autismo risultava associato a una probabilità maggiore di ipermobilità articolare generalizzata e, soprattutto, di ipermobilità sintomatica. Dopo la correzione per età, sesso ed etnia, l’associazione rimaneva statisticamente significativa. Gli stessi ricercatori hanno però evidenziato che molti partecipanti Autistici erano anche ADHD, rendendo difficile separare completamente l’effetto delle due Neurodivergenze.
Questi dati indicano una relazione che merita attenzione clinica, ma non significano che il 30 o il 39% di tutte le persone Autistiche abbia necessariamente la sindrome di Ehlers-Danlos. Gli studi spesso raggruppano condizioni differenti: semplice ipermobilità, HSD, hEDS e altre forme di EDS.

Anche tra ADHD e ipermobilità articolare è stata osservata un’associazione.
Uno studio retrospettivo svedese ha analizzato le cartelle cliniche di 201 bambini e adolescenti con hEDS o HSD. I ricercatori hanno rilevato una presenza di ADHD e Autismo superiore a quella attesa nella popolazione generale, suggerendo l’utilità di valutare eventuali caratteristiche Neurodivergenti nei bambini con ipermobilità sintomatica. Trattandosi di pazienti seguiti in un ambulatorio specialistico e non di un campione casuale della popolazione, i risultati non permettono però di stabilire la prevalenza generale con assoluta precisione.

Altri studi sugli adulti Neurodivergenti hanno riscontrato una forte relazione tra ipermobilità, dolore e sintomi di disautonomia. In questi lavori, la presenza di ipermobilità sembrava contribuire alla maggiore frequenza di dolore e sintomi autonomici osservata nei gruppi di Autistici o ADHD.
La letteratura scientifica considera quindi l’ADHD una delle condizioni neuroevolutive che potrebbero presentarsi più frequentemente nelle persone con ipermobilità sintomatica, HSD o hEDS. Tuttavia, gli studi sono ancora relativamente pochi e utilizzano campioni, criteri diagnostici e metodi di valutazione non sempre omogenei.
Al momento non esiste una spiegazione unica e dimostrata. Sono state proposte diverse ipotesi, probabilmente complementari:

1. Propriocezione e consapevolezza corporea
La propriocezione è la capacità di percepire la posizione e il movimento del proprio corpo senza doverlo guardare.
Nell’ipermobilità, i legamenti possono fornire informazioni meno precise sulla posizione delle articolazioni. Il sistema nervoso deve quindi compiere uno sforzo maggiore per controllare il movimento e mantenere la stabilità.
Questo può contribuire a goffaggine, difficoltà di coordinazione, urti frequenti, cadute, postura instabile, bisogno di guardare mani e piedi mentre si eseguono alcuni movimenti, difficoltà a dosare la forza, affaticamento durante le attività motorie.
Difficoltà propriocettive e motorie sono descritte anche in una parte delle persone Autistiche e ADHD. Autismo e ipermobilità condividono inoltre possibili manifestazioni come alterazioni propriocettive, difficoltà motorie, ipersensibilità sensoriale e disfunzioni autonomiche.
Ciò non dimostra che una condizione causi l’altra, ma potrebbe spiegare perché alcuni sintomi si sovrappongano o si amplifichino reciprocamente.

2. Sistema nervoso autonomo e disautonomia
Il sistema nervoso autonomo regola funzioni automatiche quali frequenza cardiaca, pressione sanguigna, temperatura, sudorazione, digestione, respirazione, adattamento alla posizione eretta.
Nelle persone con hEDS o HSD possono comparire intolleranza ortostatica, tachicardia, capogiri, sensazione di svenimento, problemi gastrointestinali e alterazioni della termoregolazione. La disfunzione autonomica è riconosciuta tra le manifestazioni frequentemente associate alla hEDS.
Anche alcune persone Autistiche o ADHD presentano difficoltà nella regolazione autonomica. Un organismo costantemente impegnato a compensare instabilità articolare, dolore, pressione sanguigna, stimoli sensoriali e fatica può raggiungere più facilmente uno stato di sovraccarico.
Questo può aumentare irritabilità, difficoltà di concentrazione, bisogno di riposo, sensibilità sensoriale, brain fog, difficoltà nella regolazione emotiva, frequenza di shutdown o meltdown nelle persone Autistiche.
In questi casi, non sempre un peggioramento del funzionamento dipende esclusivamente dalla Neurodivergenza. Potrebbe essere aggravato da dolore, disautonomia, sonno insufficiente, emicrania o affaticamento.

3. Dolore cronico e affaticamento
La hEDS e gli HSD possono provocare dolore articolare, muscolare, miofasciale o neuropatico. Instabilità, microtraumi e compensazioni posturali possono rendere anche le attività quotidiane fisicamente impegnative. Dolore cronico, stanchezza e disturbi del sonno sono frequenti nella hEDS.
Nell’ADHD, il dolore o la stanchezza possono peggiorare: attenzione, memoria di lavoro, capacità organizzativa, controllo degli impulsi, gestione del tempo, tolleranza alla frustrazione.
Nell’Autismo possono aumentare: rigidità, necessità di prevedibilità, difficoltà comunicative, sensibilità agli stimoli, bisogno di isolamento, difficoltà nel riconoscere e descrivere il proprio stato interno.
Una persona potrebbe quindi apparire “più Autistica” o “più ADHD” durante una fase di dolore intenso, mentre in realtà sta affrontando un carico fisico e neurologico maggiore.

4. Interocezione
L’interocezione è la capacità di percepire e interpretare segnali interni come fame, sete, bisogno di urinare, temperatura, dolore, stanchezza, nausea o battito cardiaco.
In alcune persone Autistiche l’interocezione può essere ridotta, ritardata oppure estremamente intensa. La presenza di dolore cronico, disturbi gastrointestinali o disautonomia può rendere questi segnali ancora più difficili da riconoscere e distinguere.
La persona potrebbe accorgersi della stanchezza soltanto quando è ormai esausta, non riconoscere subito una sublussazione, percepire un malessere generale senza riuscire a localizzarlo, confondere ansia, tachicardia, dolore e sovraccarico sensoriale, faticare a descrivere i sintomi durante una visita medica.
Questo può contribuire a ritardi diagnostici e alla sottovalutazione del dolore.

5. Sviluppo motorio e ipotonia
In alcuni bambini Autistici, ADHD o ipermobili possono essere presenti: ipotonia, ritardo nelle tappe motorie, difficoltà nella motricità fine, scrittura faticosa, presa instabile della penna, difficoltà nello sport, scarsa resistenza fisica, disprassia o disturbo dello sviluppo della coordinazione.
Un bambino molto flessibile può inizialmente essere considerato semplicemente “maldestro”, “pigro” o “poco sportivo”. Allo stesso modo, una difficoltà nel rimanere seduto potrebbe essere interpretata soltanto come iperattività, quando il bambino sta continuamente cambiando posizione per ridurre dolore, pressione o instabilità articolare.

6. Meccanismi genetici e biologici condivisi
Le sindromi di Ehlers-Danlos sono condizioni del tessuto connettivo, mentre Autismo e ADHD sono condizioni del neurosviluppo.
La possibile associazione potrebbe dipendere, almeno in alcuni sottogruppi, da fattori genetici o biologici che influenzano contemporaneamente: sviluppo del sistema nervoso, struttura del tessuto connettivo, percezione sensoriale, coordinazione motoria, regolazione autonomica, risposta allo stress.
Questa rimane però un’ipotesi di ricerca. Non è stato identificato un unico “gene dell’Autismo e dell’Ehlers-Danlos” e, per la stessa hEDS, non esiste ancora un test genetico diagnostico specifico.

7. Possibili distorsioni diagnostiche
Una parte dell’associazione osservata potrebbe dipendere anche da fattori clinici.
Le persone con una condizione complessa entrano più spesso in contatto con medici e specialisti e hanno quindi maggiori probabilità di ricevere altre diagnosi.
Inoltre, alcuni sintomi possono essere scambiati tra loro: irrequietezza dovuta al dolore interpretata come iperattività; stanchezza e brain fog interpretati come disattenzione; evitamento sociale dovuto al dolore interpretato esclusivamente come difficoltà Autistica; goffaggine attribuita soltanto alla disprassia senza valutare l’instabilità articolare; sovraccarico autonomico interpretato come attacco di panico; difficoltà a stare in piedi interpretata come mancanza di motivazione; bisogno di muoversi interpretato come comportamento oppositivo.
Per questo è necessaria una valutazione multidisciplinare.

In una persona Autistica o ADHD può essere utile richiedere una valutazione quando sono presenti diversi tra questi elementi: articolazioni molto flessibili; capacità attuale o passata di fare la spaccata o assumere posizioni insolite; pollici che arrivano facilmente all’avambraccio; gomiti o ginocchia che si estendono all’indietro; frequenti distorsioni; caviglie instabili; sensazione che le articolazioni “escano” o “cedano”; sublussazioni o lussazioni; dolore articolare o muscolare ricorrente; dolore diffuso senza una spiegazione chiara; forte stanchezza; difficoltà a mantenere la postura; bisogno di sedersi in posizioni particolari; scrittura dolorosa; facilità alla comparsa di lividi; pelle particolarmente morbida o elastica; cicatrici insolite; ernie; prolassi; reflusso, stipsi o disturbi gastrointestinali persistenti; capogiri o tachicardia quando ci si alza; emicrania; difficoltà propriocettive; familiarità per ipermobilità, dolore o lussazioni.
La presenza di uno o più segnali non permette di autodiagnosticare la sindrome di Ehlers-Danlos.

Nelle persone già diagnosticate con ipermobilità sintomatica può essere utile approfondire: difficoltà attentive persistenti fin dall’infanzia, iperattività interna o motoria, impulsività, disorganizzazione, difficoltà nelle funzioni esecutive, percezione alterata del tempo, interessi intensi, bisogno marcato di routine, difficoltà sociali presenti fin dall’infanzia, masking, sensibilità sensoriale, comportamenti ripetitivi o autoregolatori, difficoltà a interpretare segnali sociali, forte affaticamento dopo le interazioni, storia di ansia o depressione che non spiega completamente il funzionamento della persona.

La revisione GeneReviews sulla hEDS include Autismo e ADHD tra le condizioni cliniche frequentemente riportate in associazione, pur non facendole rientrare nei criteri diagnostici fondamentali della sindrome.

Il riconoscimento può essere particolarmente difficile nelle donne e nelle persone adulte.
Una persona può aver imparato a nascondere il dolore, la fatica, la necessità di muoversi, le difficoltà sociali, il sovraccarico sensoriale, le strategie necessarie per mantenere la postura, le difficoltà organizzative.
Alcune persone ipermobili sviluppano inoltre un’elevata tolleranza al dolore o considerano normali sintomi presenti fin dall’infanzia.
Frasi come: “Sono sempre stata così”; “Anche mia madre ha le articolazioni così”; “Pensavo fosse normale avere sempre male”; “Credevo che a tutti girasse la testa alzandosi”; “Sono solo pigra”; “Sono soltanto ansiosa”; possono nascondere una condizione mai riconosciuta.

Non esiste un singolo specialista universalmente responsabile della diagnosi di hEDS o HSD. A seconda del territorio e dei sintomi possono essere coinvolti: genetista medico, reumatologo, fisiatra, ortopedico, pediatra, internista, neurologo, cardiologo, fisioterapista esperto in ipermobilità.
La valutazione dovrebbe comprendere: storia clinica personale, storia familiare, valutazione dell’ipermobilità attuale e passata, esame della pelle e delle cicatrici, storia di dolore, lussazioni e instabilità, valutazione delle manifestazioni sistemiche e esclusione di altre patologie del tessuto connettivo.
Negli adulti, il punteggio di Beighton previsto dai criteri per la hEDS è generalmente pari o superiore a 5 fino ai cinquant’anni e pari o superiore a 4 oltre i cinquant’anni. Il punteggio deve comunque essere interpretato insieme alla storia clinica, perché l’ipermobilità può ridursi con l’età, il dolore, gli interventi chirurgici o gli infortuni.
Per Autismo e ADHD la valutazione deve essere effettuata da professionisti con esperienza nel neurosviluppo, considerando la storia fin dall’infanzia e non soltanto il funzionamento attuale.

Quando Neurodivergenza e ipermobilità coesistono, limitarsi a una sola diagnosi può portare a interventi incompleti.
Una persona Autistica con dolore e disautonomia potrebbe ricevere esclusivamente un trattamento psicologico, senza che vengano valutati i problemi fisici.
Una persona con hEDS e ADHD potrebbe ricevere indicazioni fisioterapiche difficili da seguire perché non adattate a difficoltà di pianificazione, discontinuità, sovraccarico, problemi di memoria di lavoro, difficoltà nel creare abitudini, percezione alterata del tempo.
Allo stesso modo, una persona con forte sensibilità sensoriale potrebbe non tollerare alcuni tutori, tessuti, ambienti riabilitativi o tecniche manuali.
Riconoscere l’intero quadro permette di personalizzare: fisioterapia, gestione del dolore, attività fisica, supporti ortopedici, accomodamenti scolastici o lavorativi, trattamento dell’ADHD, supporto comunicativo, strategie di autoregolazione, gestione della disautonomia, ritmi di recupero.

Nella hEDS l’obiettivo non è aumentare ulteriormente la flessibilità, ma migliorare stabilità articolare, forza muscolare, propriocezione, controllo del movimento, resistenza, distribuzione equilibrata del carico.
Sono generalmente preferibili programmi graduali e personalizzati, evitando di forzare le articolazioni oltre il loro normale raggio di sicurezza.
Le attività ad alto impatto possono aumentare il rischio di dolore, sublussazioni e lussazioni. Anche yoga e manipolazioni non sono necessariamente vietati, ma devono essere adattati per evitare movimenti estremi e danni provocati dall’eccessiva escursione articolare.
Per una persona Autistica o ADHD il programma dovrebbe inoltre tenere conto di motivazione, interessi, sensibilità sensoriale, bisogno di prevedibilità e difficoltà nelle funzioni esecutive.

Sui social si incontrano spesso affermazioni come: “Tutte le persone Autistiche hanno l’Ehlers-Danlos”; “L’EDS causa l’Autismo”; “L’ADHD è un sintomo dell’ipermobilità”; “Se sei flessibile hai la hEDS”; “La POTS, la MCAS e la hEDS si presentano sempre insieme”. Queste affermazioni non sono scientificamente corrette.
I dati sostengono una associazione statistica e clinica, non un rapporto obbligatorio o una causa unica.
Inoltre, correlazione non significa causalità: due condizioni possono presentarsi insieme perché condividono alcuni fattori di rischio, perché una rende più visibili i sintomi dell’altra oppure per ragioni non ancora comprese.
Quando una persona Autistica o ADHD presenta ipermobilità accompagnata da dolore, instabilità, stanchezza o altri sintomi sistemici, è importante che questi segnali non vengano ignorati. Allo stesso modo, nelle persone con hEDS o HSD può essere utile riconoscere eventuali caratteristiche Neurodivergenti.
Osservare la persona nella sua interezza permette di evitare che dolore, disautonomia e fatica vengano considerati “soltanto ansia”, e che difficoltà attentive, sensoriali o comunicative vengano attribuite esclusivamente alla condizione fisica.
Non si tratta di collezionare diagnosi ma di comprendere meglio il funzionamento della persona, riconoscere le sue difficoltà reali e costruire interventi più adeguati, rispettosi e personalizzati.
©2026
Francesca Tria

Indirizzo

Milan

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Francesca Tria Consulente pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a Francesca Tria Consulente:

Scelte rapide

Condividi