Claudio Michelizza

Claudio Michelizza Bardo cantastorie BardoCantore

Mi chiamo Andrea, ho 37 anni.il vero test per misurare la tenuta psicologica di un essere umano non è lo stress lavorati...
04/08/2026

Mi chiamo Andrea, ho 37 anni.

il vero test per misurare la tenuta psicologica di un essere umano non è lo stress lavorativo o un lutto al terzo grado. È l'assemblea di condominio. Un buco nero dove il tempo si dilata, la logica muore e il rancore regna sovrano.

Tutto inizia con un innocuo foglietto bianco nella cassetta della posta: «Assemblea straordinaria condominiale. Mercoledì, ore 21:00. Ordine del giorno: sostituzione citofono scala B. Preventivo allegato».
Un solo punto. Un preventivo da 340 euro. Nella mia ingenuità calcolo: per le 21:20 sono sul divano con Netflix.

Ore 21:00. Scendiamo nella sala sotto il garage. Sedie di plastica bianca, freddo umido. Dietro un tavolo traballante siede l'amministratore, il geometra Colombo. Davanti a sé non ha una cartellina, ma un faldone. Uno di quelli alti quattro dita che trasudano burocrazia.
Siamo in undici su ventiquattro unità. Non c'è il quorum. Colombo, imperturbabile, cala la prima carta:
«Non siamo in numero legale per le delibere ordinarie, ma per la straordinaria basta un terzo. Ci siamo. Dichiaro aperta la seduta.»

Apre il faldone.
«Prima di passare all'ordine del giorno, vi faccio un breve aggiornamento sulla situazione contabile.»

Breve. Tira fuori un foglio Excel stampato in formato A3 e inizia a salmodiare. Spese ordinarie. Straordinarie. Fondo cassa. Fondo ascensore. Fondo imprevisti.
Dal fondo della sala, il signor Righi lo interrompe: «Colombo, ma il citofono?»
«Ci arriviamo, Righi. Prima il bilancio, è nel regolamento. Punto preliminare.»
Legge per venti minuti ininterrotti. Ventitré voci. Ne cita una: "Spese varie, importo: 47,30 euro". Nessuno batte ciglio. Nessuno chiede cosa diavolo siano queste "spese varie". Colombo legge, noi subiamo. Nel mentre, una signora in prima fila lavora a maglia.

Finito. Chiude il foglio A3.
«Bene. Punto uno. Sostituzione citofono scala B. Il preventivo della ditta è di 340 euro più IVA. Totale 374. Diviso per i ventiquattro condomini, fa 15,58 euro a testa. Si vota.»

Dieci secondi netti. Stavo già alzando la mano per votare e fuggire, quando si alza la signora Pini. Terzo piano, Scala A.
«Io sono contraria.»
Gelo in sala.
«Signora Pini,» sospira Colombo, «lei abita nella scala A. Questo è il citofono della scala B.»
«Lo so benissimo. Ma se cambiamo quello della B, poi vorrete cambiare anche il mio. E io il mio lo uso, funziona perfettamente. È del 1987 e si sente benissimo.»
«Signora, non è all'ordine del giorno.»
«E lei ce lo metta.»
«Non posso. La convocazione è stata fatta con un punto solo. Se vuole, indiciamo un'assemblea separata per la scala A.»
«E quando?»
«La prossima. O quella dopo. Dipende da quando ci danno la sala.»
La signora Pini si siede. Riprende i ferri da maglia. Poi si rialza di scatto: «Comunque io ho detto la mia. Lo metta a verbale!»
Colombo, rassegnato, scrive a penna sul faldone: "La sig.ra Pini (scala A) esprime parere contrario pur non essendo interessata dall'intervento".

Andiamo avanti.
«Si vota. Chi è favorevole alla sostituzione del citofono scala B?»
Sette mani alzate.
«Contrari?»
Una sola mano. Il signor Righi. Che abita al piano terra.
«Io non lo uso il citofono. Ho la chiave, apro il portone ed entro. Non mi riguarda, quindi non devo pagare.»
«Righi,» dice Colombo massaggiandosi le tempie, «è una spesa comune. Pagano tutti. Anche i piani terra.»
«Non è giusto! È la stessa truffa dell'ascensore. Io sto al piano terra, l'ascensore non lo prendo mai!»
«Righi, lei paga l'ascensore perché lo dice il regolamento.»
«E io vi dico che non è giusto. Lo ripeto da sei anni!»
Lo dice da sei anni. È vero. Io vivo qui da tre e gliel'ho sentito dire a ogni singola riunione.
«Righi, l'ascensore non è all'ordine del giorno. Torniamo al citofono. Sette favorevoli, uno contrario. Maggioranza. Approvato.»

Una voce dal fondo, la signora del quarto piano: «Io mi astengo. Non mi sono fatta un'idea precisa.»
Colombo la guarda da sopra gli occhiali: «Non può astenersi dopo la votazione, signora. Ha alzato la mano prima?»
«No.»
«Allora non è né favorevole né contraria. La sua presenza in questo voto non conta. Sette a uno. Approvato. Chiudiamo il punto.»

Colombo fa per chiudere il faldone, ma commette l'errore fatale. Lo riapre.
«Varie ed eventuali. Qualcuno ha—»
«Le pulizie!» sbotta Righi.
«Non è all'ordine del giorno, Righi.»
«Lo so! Ma la signora delle pulizie salta il terzo piano da ottobre. Io pago la quota piena e voglio che pulisca tutto.»
«Ne parliamo alla prossima assemblea, oppure le scrivo io una mail di richiamo domani. Ora chiudiamo.»
«Non mi interessa della sua mail! Il terzo piano fa schifo e io lo dico qua, davanti a tutti i condomini!»

La signora Pini scatta di nuovo in piedi.
«Anche il mio pianerottolo fa schifo! Scala A, terzo piano. È sporco e io lo segnalo dal 2013!»
Dal 2013. E Colombo lo sa bene, perché nel suo faldone maledetto c'è lo storico di un decennio.
«Signora Pini, la sua segnalazione è agli atti dal 2013, glielo ripeto ogni volta. Non è all'ordine del giorno!»
«E allora ce lo metta!»
«Non posso, la convocazione l'ho già f—»
«E chi l'ha scritta la convocazione? Lei! Poteva mettercelo!»

Colombo sbatte il faldone.
«Allora. Ricapitoliamo per chiudere. Citofono scala B: approvato. I lavori partiranno entro fine mese. Pulizie: mando io una comunicazione scritta alla ditta. Scala A: la affrontiamo alla prossima assemblea. Se non c'è altro, dichiaro c—»
«Il parcheggio.» È di nuovo Righi. Inesorabile.
«Righi. Vi prego. No.»
«C'è una Golf grigia parcheggiata nel posto degli ospiti da tre settimane. La vedo dalla finestra del salotto. Ogni santa sera. Non si muove.»
«Righi, non è di competenza dell'assemblea, è una violazione del regolamento interno. Le rimando il regolamento via mail.»
«Io non me ne faccio niente del suo PDF! Voglio che quella Golf sparisca!»
«Ma non posso mettere ai voti la rimozione forzata di una Golf grigia, Righi! Non è materia di delibera assembleare!»
«E allora io l'amministratore cosa lo pago a fare?!»

Colombo non risponde più. Chiude il faldone con un tonfo sordo.
«La seduta è tolta. Ore 23:40. Buonanotte a tutti, il verbale vi arriverà via mail.»

Ore 23:40. Due ore e quaranta minuti. Per approvare un citofono da 15,58 euro a testa.

Salgo a casa mia. Scala B. Infilo la chiave nel portone ed entro in silenzio.
Il citofono è rotto dal 2023. Lo è da tre anni e lo sarà almeno per un altro mese abbondante, perché so bene che quando Colombo dice "i lavori partono entro fine mese", intende "probabilmente dopo l'estate".

Entro in casa. Mi butto sul divano. Guardo l'orologio: 23:47. Domani alle 8:00 inizio a lavorare.
Appoggio sul tavolo il foglietto della convocazione. Lo rileggo: "Ordine del giorno: sostituzione citofono scala B".
Poi, mi immagino già il prossimo foglietto che Colombo infilerà nella buca delle lettere tra un mese: "Prossima assemblea. Ordine del giorno: pulizie, parcheggio ospiti, citofono scala A".

Tre punti all'ordine del giorno.
Mi sa che per quella sera preparo direttamente il sacco a pelo in garage.

Mi chiamo Simona, ho 34 anni.la burocrazia italiana ha un talento unico, quasi sadico: riesce a farti sentire l'impiegat...
04/08/2026

Mi chiamo Simona, ho 34 anni.
la burocrazia italiana ha un talento unico, quasi sadico: riesce a farti sentire l'impiegato del mese e lo zimbello dell'anno nell'arco dello stesso identico pomeriggio.

Tutto ha inizio un paio di anni fa. Lavoro in un ufficio comunale. Otto ore al giorno, cinque giorni a settimana. Gestisco lo sportello, rispondo alle telefonate, protocollo le pratiche, smaltisco gli arretrati. Faccio, al millimetro, la stessa vita dei dipendenti strutturati. L'unica piccola, trascurabile differenza è la dicitura sul mio contratto: io ho un "progetto formativo". A trentadue anni. Retribuito con la bellezza di 600 euro al mese.

Dopo un anno, il Comune si sveglia e bandisce un concorso. Due posti a tempo indeterminato. Stesso profilo, stesso ufficio, stessa identica scrivania a cui sono già seduta.
Mi dico che è la mia occasione. Il lavoro pratico lo faccio a occhi chiusi, devo solo blindarmi sulla teoria amministrativa. Pago i 15 euro di tassa di iscrizione, spendo 120 euro di manuali e mi chiudo in casa. Faccio le mie otto ore in ufficio, torno a casa, ceno, e poi mi metto sui libri dalle nove di sera all'una di notte. Questo ritmo per diciotto mesi.

Passo la prova preselettiva. Passo lo scritto. Passo l'orale.
Esce la graduatoria definitiva: sono terza su 187 candidati.

I posti a bando, però, sono due. L'ente assume il primo e il secondo. Io rimango la prima degli esclusi. Ma non mi dispero: in questi casi esiste lo scorrimento della graduatoria. Se qualcuno rinuncia, il posto tocca a me per diritto.
I mesi passano. I primi due firmano il contratto e prendono servizio. Io continuo a sedermi alla mia scrivania da tirocinante a 600 euro, con la consapevolezza di avere una graduatoria aperta alle mie spalle.

Poi, la ruota sembra girare. Un giorno arrivo in ufficio e la postazione del primo classificato è vuota. Ha vinto un concorso migliore in un altro ente e se n'è andato. Il mese successivo, anche il secondo classificato rassegna le dimissioni per "motivi personali".

Due posti vuoti. Di nuovo. Stessa scrivania, stesso lavoro. E io sono lì, terza in graduatoria, fisicamente presente in ufficio.
Alzo il telefono e chiamo le Risorse Umane.

«Buongiorno, sono Simona. Sono terza nella graduatoria del concorso di febbraio. I primi due si sono dimessi. Volevo sapere se—»
«Ah, sì, buongiorno. Guardi, la graduatoria è ancora valida. Ma lo scorrimento non è automatico. Serve una determina dirigenziale, e il dirigente è in ferie fino a settembre.»

Aspetto settembre, divorata dall'ansia. Il dirigente torna, chiamo, ma la pratica è "in fase di istruttoria".
A ottobre "si sta valutando la copertura di bilancio".
A novembre "è stata avviata la procedura". Non mi dicono quale procedura.

A dicembre, mossa da un sesto senso, apro il portale Amministrazione Trasparente del Comune. Spulcio le delibere e la trovo. Non è uno scorrimento di graduatoria.
È un nuovo avviso di selezione pubblica.
Stesso profilo. Stesso ufficio. Nuova domanda, nuovo concorso.

Chiamo l'ufficio del personale, stavolta tremando di rabbia.
«Scusate, ma i posti sono vuoti e io sono terza in graduatoria! Perché state rifacendo il concorso invece di scorrere?»
«La graduatoria precedente è scaduta.»
«Non è affatto scaduta! La legge dice che ha validità triennale, e sono passati solo dieci mesi!»
Dall'altra parte cala il gelo istituzionale. «Senta, la pratica è in gestione all'ufficio competente. Non sono tenuta a darle ulteriori informazioni. Se vuole, faccia un accesso agli atti.»

Non sono tenuta.
Faccio l'accesso agli atti tramite PEC. Hanno trenta giorni per rispondere. Mi rispondono al ventinovesimo.
Gli allegati contengono il bando del nuovo concorso e la lista degli ammessi. Quarantadue candidati. Io non ci sono. Non sapevo nulla della pubblicazione e i termini sono scaduti.

Il concorso fantasma si tiene a gennaio. Lo scopro a febbraio, quando viene affissa la nuova graduatoria.
Primo classificato: un ragazzo di 26 anni.
Seconda classificata: una ragazza di 28.
Mai visti in ufficio. Mai seduti a quella scrivania. Mai fatto un giorno di tirocinio a 600 euro. Li assumono entrambi. A tempo indeterminato.

Io, invece, sono ancora lì.

Il primo giorno di lavoro del ragazzo nuovo mi viene chiesto di affiancarlo. Con il groppo in gola, gli spiego come funziona il protocollo. Gli faccio vedere come gestire le PEC e gli indico l'archivio dei faldoni. Lui annuisce, prende appunti con diligenza. Mi ringrazia.
Poi, mi guarda con un'espressione a metà tra la pena e il senso di colpa.
«Scusa,» mi fa, abbassando la voce. «Ma tu sei in graduatoria, vero? Del concorso vecchio.»
Lo guardo. «Sì. Terza.»

Lui non sa cosa dire. E io non ho fiato per aggiungere altro.
Lui ha appena firmato un contratto da 1.650 euro al mese. Il mio progetto formativo scade da lì a tre mesi. E mi è già stato comunicato che non verrà rinnovato.

L'ultimo giorno porto uno scatolone. Svuoto la mia scrivania: una tazza, una penna rubata, un caricatore del telefono e tre anni della mia vita chiusi in un cassetto.
Incontro il ragazzo nuovo in corridoio.
«Mi dispiace,» mi dice, abbassando lo sguardo.
«Grazie.»
Esco dal portone principale. Non saluto nessun altro, perché non c'era assolutamente niente da salutare.

Torno a casa. Mi siedo sul divano. Apro il portatile e vado sui siti istituzionali.
Trovo un concorso. In un altro comune a pochi chilometri di distanza. Stesso profilo. Stesso inquadramento. Termine per la domanda: quindici giorni.
Mi iscrivo. Pago i 15 euro di tassa. Compro i 120 euro di manuali.
La sera stessa inizio a studiare. Dalle 21:00 all'una di notte.

E la verità è che non so nemmeno io perché lo faccio.
Ma lo faccio.

Mi chiamo Davide, ho 34 anni.nella vita ci sono poche soddisfazioni grandi quanto vedere la faccia del tuo capoturno sgr...
03/08/2026

Mi chiamo Davide, ho 34 anni.

nella vita ci sono poche soddisfazioni grandi quanto vedere la faccia del tuo capoturno sgretolarsi in tempo reale, convinto di avere davanti il solito ragazzotto da catena di montaggio, per poi scoprire che sei praticamente un traduttore simultaneo con le scarpe antinfortunistiche.

Faccio l'operaio metalmeccanico. Turni da otto ore, grasso sulle mani, rumore di presse idrauliche in sottofondo e la solita routine che ti svuota la testa. Ho un diploma da perito tecnico preso per il rotto della cuffia. Non ho frequentato università prestigiose, non ho fatto l'Erasmus a Berlino e non ho i soldi per farmi i ritiri spirituali all'estero.

Semplicemente, ho un hobby strano.
Mentre i miei colleghi in pausa pranzo parlano di Fantacalcio, di schedine o di macchine, io mi metto le cuffiette e ascolto podcast. E la sera, invece di rincoglionirmi su TikTok, mi metto lì con le app sul telefono, i libri usati e i video su YouTube. Per pura, semplice e ossessiva curiosità, mi sono messo a studiare le lingue.

L'inglese vabbè, lo masticavo già per i videogiochi e i film, l'ho solo perfezionato.
Poi è arrivato lo spagnolo. È musicale, è simile al nostro, l'ho imparato quasi per gioco guardando le serie tv in lingua originale e chiacchierando online.
Poi il rumeno. Perché? Perché metà del nostro magazzino e quasi tutti i camionisti che caricano la merce vengono dalla Romania o dalla Moldavia. Volevo capire cosa si dicevano quando imprecavano contro i bancali messi male. Ci ho messo un po', ma quando ho iniziato a rispondere a tono nella loro lingua, mi hanno praticamente adottato.
E infine il boss finale: il tedesco. Duro, incomprensibile, una lingua che sembra progettata da un ingegnere. L'ho studiato per due anni da autodidatta, impazzendo sulle declinazioni, solo perché volevo leggere i manuali originali dei nostri macchinari a controllo numerico senza aspettare la traduzione raffazzonata dell'ufficio tecnico.

Fino alla settimana scorsa, in fabbrica questa cosa la tenevo per me. Non mi piace fare il fenomeno.

Poi, un martedì mattina, succede il disastro. Si blocca la linea di produzione principale. Macchinario tedesco da due milioni di euro, fermo. Il capo chiama l'assistenza, e nel pomeriggio si presenta un tecnico mandato direttamente dalla casa madre di Stoccarda. Un signore alto, biondiccio, visibilmente scocciato.

Il mio capoturno, che a stento parla un italiano corretto, cerca di spiegargli il problema sfoderando un inglese da film comico: «The machine is kaputt. It makes steng-steng and then stop. Do you understand?».
Il tedesco lo guarda malissimo. Cerca di fargli delle domande tecniche in un inglese molto scolastico, ma non si capiscono. C'è il gelo in officina. La produzione è ferma, i minuti passano e volano madonne a mezza voce.

Io ero lì vicino, appoggiato a una cassa di metallo con i guanti antitaglio in mano.
Faccio un respiro. Mi avvicino. E con la massima naturalezza, mi rivolgo al tecnico nella sua lingua:
«Entschuldigung, ich glaube, das Problem liegt am Hydraulikventil. Der Druck fällt plötzlich ab.» (Scusa, credo che il problema sia nella valvola idraulica. La pressione cala all'improvviso).

Il tecnico tedesco si gira di scatto. Gli si illuminano gli occhi, fa un sorriso enorme e inizia a parlarmi a raffica in tedesco tecnico. Io gli rispondo, gli indico il pezzo, gli spiego cosa abbiamo provato a fare.
Il mio capoturno era sbiancato. Aveva la bocca mezza aperta.

A quel punto, per risolvere il problema, serve un pezzo di ricambio dal magazzino. Mi giro verso Vlad, il nostro mulettista che stava guardando la scena appoggiato al suo mezzo, e gli dico in rumeno:
«Vlad, te rog, adu-mi supapa de rezervă din sectorul B» (Vlad, per favore, portami la valvola di ricambio dal settore B).
Vlad sgrana gli occhi, ride, mi fa il pollice in su e sgomma via col muletto.

In officina era sceso un silenzio irreale. Si sentiva solo il ronzio dei neon sul soffitto.
Cinque operai mi fissavano come se avessi appena fatto levitare una pressa da tre tonnellate con la forza del pensiero. Il capoturno mi si avvicina, ancora in stato di shock, e mi sussurra:
«Davide... ma tu da quando c***o parli il tedesco? E il rumeno?»

Mi sono stretto nelle spalle, ho preso uno straccio per pulirmi le mani e gli ho risposto:
«Curiosità, capo. Sai com'è, mentre aspetto che il pezzo esca dalla fresa mi annoio».

Adesso in fabbrica sono diventato una specie di attrazione. C'è chi è convinto che io sia un ingegnere sotto copertura, chi pensa che sia un ex spia russa e chi, molto più semplicemente, mi porta le istruzioni della roba comprata su internet per fargliele tradurre. E la verità è che mi fa un sacco ridere. Perché alla fine rimango sempre lo stesso operaio che si porta la schiscetta da casa, solo con un vocabolario un po' più ampio.

Mi chiamo Elisa, ho 28 anni.l'attuale mercato del lavoro non è un percorso di crescita professionale: è una via di mezzo...
03/08/2026

Mi chiamo Elisa, ho 28 anni.
l'attuale mercato del lavoro non è un percorso di crescita professionale: è una via di mezzo tra un reality show di sopravvivenza e una truffa legalizzata. E il premio finale, se arrivi vivo in fondo, è un contratto che basta a malapena per pagare l'affitto.

Tutto inizia a gennaio. Sono alla disperata ricerca di un impiego nel marketing o nella comunicazione. Ho una laurea, due stage alle spalle e tre anni di contratti a progetto. Cerco stabilità. Qualcosa che non sia la solita "collaborazione occasionale, rinnovabile ogni sei mesi se fai la brava".
Trovo un annuncio. Le red flag ci sono tutte, ma decido di ignorarle: "Junior Marketing Specialist. Azienda giovane e dinamica. Ambiente stimolante. Passione e curiosità completano il profilo".
Stipendio: "Commisurato all'esperienza". Che nel gergo aziendale significa: ti diamo il minimo storico che la legge ci consente senza finire in galera.
Mi candido.

Inizia il calvario.

Il primo step è una telefonata. Trenta minuti con la recruiter. Il classico "Mi parli di lei". Io sciorino il mio curriculum, i miei master, le mie aspirazioni. Lei prende appunti e ripete compulsivamente "Molto interessante". Alla fine sentenzia: «Ottimo profilo. La passo al secondo step, le mando una mail».

Il secondo step è con le Risorse Umane, in sede. Quarantacinque minuti di interrogatorio motivazionale anni '90.
«Dove si vede tra cinque anni?»
Mentirei se dicessi che so dove sarò tra cinque mesi, visto che il mio attuale contratto scade ad aprile, ma recito la parte: "Mi vedo in un team, a crescere, a costruire". Lei annuisce.
«Qual è il suo più grande difetto?»
Rispondo che a volte mi carico di troppe responsabilità, come suggeriscono tutti i pessimi manuali di HR. Lei prende nota. "Molto interessante".

Per il terzo step mi arriva una mail con il brief. Vogliono una "breve" strategia social completa: piano editoriale, tre post d'esempio, definizione del tone of voice, analisi dei competitor, proposta di budget e KPI. Consegna prevista per lunedì mattina.
Ci lavoro tutto il sabato e tutta la domenica. Otto ore nette. Otto ore di consulenza gratuita per un'azienda che non si è ancora degnata di dirmi quanto mi pagherebbe. Lunedì mattina, alle 8:14, invio il file.

Il quarto step è un colloquio di gruppo. Entro in una sala riunioni con un tavolo lunghissimo. Io da una parte, cinque persone dall'altra. Sembra un plotone di esecuzione.
Presento il mio progetto per venti minuti. Loro annuiscono. Uno prende appunti, l'altro scorre Instagram sul telefono, una donna in fondo non alza mai lo sguardo. Nessun applauso, nessun feedback.
Poi, la domanda a bruciapelo del capo team:
«Sarebbe disponibile a iniziare a lavorare qualche giorno prima della firma del contratto? Così si ambienta. Non retribuito, ovviamente. Ma è per lei. Per farle imparare il tono.»
Lavorare gratis. Per imparare il tono. Dico «Certo», perché quando hai bisogno di lavorare perdi improvvisamente la spina dorsale.

Mi avvisano che il quinto step è l'ultimo gradino, solo una chiacchierata informale con il CEO.
Entro. Lui è in piedi, non mi stringe la mano, mi fa un vago cenno di sedermi. Non ha stampato il mio CV, non ha mai aperto il mio case study. Smanetta sul telefono.
«Allora, Elisa. Mi dica. Ha un compagno?»
Lo guardo basita. «Scusi?»
«Un compagno. Un fidanzato. Qualcuno.»
«Io... sì.»
«Progetti? Famiglia? Figli? Glielo chiedo giusto per capire la sua disponibilità. Qui i ritmi sono intensi.»

Ho 28 anni. Mi stava letteralmente facendo l'ecografia dell'utero in sede di colloquio. Per un lavoro da 1.200 euro al mese.
Deglutisco il veleno e rispondo: «Non nel breve periodo».
Lui annuisce. Guarda l'orologio. «Ok. Le faremo sapere entro venerdì. Grazie.»
Sei minuti. L'intero colloquio con l'amministratore delegato è durato sei minuti. Tre dei quali spesi a sondare la mia fertilità.

Venerdì non chiama nessuno. Lunedì il telefono tace. Mercoledì mando una mail per chiedere aggiornamenti. Mi rispondono dopo due giorni: "Stiamo ancora valutando. La ricontatteremo noi. Grazie per la pazienza".
Passa una settimana. Ne passano due. Vado su LinkedIn e scopro che l'annuncio è di nuovo online, identico a prima.
Scrivo di nuovo. La risposta arriva dopo quattro giorni, un copia-incolla gelido: "Grazie per l'interesse. Abbiamo deciso di andare in una direzione diversa. Le auguriamo il meglio".

Direzione diversa.
Ho fatto cinque colloqui. Ho regalato otto ore della mia vita al loro brand lavorando nel fine settimana. Ho subito una violazione della privacy mascherata da intervista aziendale. Sono stata liquidata in sei minuti da un tizio che non mi ha mai guardata in faccia.
E non mi hanno nemmeno detto il perché. Non mi hanno detto se il case study era sbagliato, se costavo troppo, se cercavano un uomo o se, semplicemente, non ero abbastanza "appassionata". Niente.

Ho chiuso la mail. Ho aperto il mio curriculum. Ho aggiornato la data in alto a destra.
Poi ho aperto l'ennesimo portale di lavoro. C'era un nuovo annuncio.
"Junior. Team giovane e dinamico. Si richiede passione. Disponibilità immediata".
Stipendio: "commisurato all'esperienza".

Ho cliccato su "Candidati".
E, sinceramente, non so nemmeno io perché.

Mi chiamo Marco, ho 34 anni.la leggenda secondo cui noi uomini saremmo dei cacciatori infallibili, capaci di fiutare l'i...
03/08/2026

Mi chiamo Marco, ho 34 anni.

la leggenda secondo cui noi uomini saremmo dei cacciatori infallibili, capaci di fiutare l'interesse di una donna a chilometri di distanza, è una balla colossale. La verità è che l'uomo medio davanti ai segnali femminili è clinicamente cieco. Abbiamo bisogno dei sottotitoli in sovrimpressione. O, come nel mio caso, di un intervento a gamba tesa.

Io e la mia attuale moglie, Silvia, facevamo parte della stessa comitiva di amici. Per circa tre mesi lei ha messo in atto quella che, per il mondo femminile, era un'offensiva di corteggiamento spietata e inequivocabile.
Rideva a crepapelle a delle mie battute oggettivamente imbarazzanti. Trovava sempre il modo di sedersi vicino a me in pizzeria. Mi toccava l'avambraccio ogni volta che le parlavo. Mi mandava reel su Instagram alle due di notte.
Come processava tutto questo il mio formidabile cervello maschile?
«Ammazza, che ragazza simpatica, socievole e alla mano. È proprio una bella amicizia».

Il punto di rottura è arrivato una sera di novembre.
Eravamo andati tutti al pub. A fine serata, complice il freddo e la stanchezza, il gruppo si disperde in fretta. Restiamo io e Silvia da soli nel parcheggio di ghiaia, diretti verso le nostre macchine.

Arriviamo davanti alla mia Yaris. Tiro fuori le chiavi, mi giro verso di lei con il sorriso ingenuo del perfetto id**ta e le dico: «Beh, bella serata dai. Ci sentiamo sul gruppo per il weekend prossimo, fai buon rientro!».
Faccio per darle il classico bacetto sulla guancia di commiato.

Lei fa un passo indietro. Si stringe nel cappotto, mi guarda dritta negli occhi e fa un sospiro che sembrava quello di una madre rassegnata davanti a un figlio che non capisce le divisioni in colonna.
«Marco, ascoltami un attimo. Ma tu sei completamente scemo o stai conducendo un esperimento sociale per vedere fino a che punto arriva la mia pazienza?»

Io mi blocco, con le chiavi della macchina a mezz'aria. «Eh? In che senso scusa?»
«Nel senso che è da settembre che sto cercando in tutti i modi di farti capire che mi piaci. Ti ho pagato due spritz senza motivo. Ti ho ascoltato parlare per un'ora di come si cambia la guarnizione del carburatore della tua moto, e io non so manco come si accende una moto. Ti ho persino detto che stavi bene con la camicia nuova, e avevi su una camicia a quadri che ti faceva sembrare un boscaiolo depresso!»

Ero paralizzato. Lei alza leggermente il tono di voce, gesticolando nella nebbia.
«Dimmi la verità: per farmi invitare a bere una birra da solo con te, devo mandarti una PEC con allegato un modulo in carta bollata? Devo farti un bonifico con la causale "Voglio uscire con te"?»

Il mio cervello ha fatto un rumore bianco, come quando si riavviava Windows 98. Ho elaborato i tre mesi precedenti in tre millisecondi. I messaggi notturni. Le risate alle battute pietose. Il posto vicino in pizzeria.
Ah.

L'ho guardata. Era incavolata nera, bellissima, con le braccia incrociate al petto e il fiato che faceva la nuvoletta di vapore nell'aria gelida.
Non ho detto una parola. Ho lasciato cadere le chiavi della macchina sulla ghiaia, ho fatto un passo avanti e l'ho baciata, lì, schiacciata contro la portiera fredda della Yaris.

Oggi siamo sposati da due anni. E ogni volta che siamo a cena con coppie nuove e qualcuno ci chiede: "E voi come vi siete messi insieme? Chi ha fatto il primo passo?", io mi zittisco, abbasso lo sguardo sul piatto con molta umiltà e lascio la parola a lei.
E lei, immancabilmente, sorride, beve un sorso di vino e dice: «Gli ho dovuto spiegare con un disegno che volevo limonare, altrimenti oggi saremmo ancora ottimi amici di penna».

Mi chiamo Alessandro, ho 32 anni.i momenti in cui capisci di aver trovato "quella giusta" non sono quasi mai quelli che ...
03/08/2026

Mi chiamo Alessandro, ho 32 anni.

i momenti in cui capisci di aver trovato "quella giusta" non sono quasi mai quelli che vi vendono nelle commedie romantiche. Niente violini in sottofondo, niente baci sotto la pioggia scrosciante, niente rincorse strappalacrime al gate dell'aeroporto.

Per me è successo in una piazzola di sosta dell'autostrada, da qualche parte nel sud della Francia, alle tre e mezza di notte.

Premessa fondamentale per capire la gravità della situazione: io e la mia macchina abbiamo un rapporto morboso, quasi clinico. È una questione di principio, di pura e cieca gelosia territoriale. Io non faccio guidare la mia auto a nessuno. Non l'ho mai fatta guidare al mio migliore amico, e persino mio padre deve chiedermi un'autorizzazione scritta se ha bisogno di spostarla dal garage per fare manovra.

Quell'estate, io e lei stavamo affrontando un viaggio massacrante. 1.500 chilometri su strada. Eravamo partiti carichi di entusiasmo, con le playlist preparate settimane prima e i sacchetti pieni di patatine. Ma arrivati alla quattordicesima ora di guida, il mio cervello aveva iniziato ad alzare bandiera bianca.

Fissavo la linea bianca della carreggiata e mi sembrava che si muovesse. L'aria condizionata sparata in faccia non funzionava più. Mi scolavo la Red Bull e mi veniva solo più sonno. Ma, fedele al mio stupido e inutile orgoglio da maschio alfa del volante, tenevo le mani incollate allo sterzo, con gli occhi sbarrati, convinto di essere indistruttibile.

A un certo punto, lei abbassa il volume della radio. Mi guarda.
«Accosta.»
«No, tranquilla, sto benissimo. Facciamo un'altra ora e poi cerchiamo un motel.»
«Accosta in quella piazzola. Adesso.»
Non era una richiesta. Era un ordine, impartito con una calma così autorevole che non ammetteva alcun tipo di replica.

Ho messo la freccia e mi sono fermato. Pensavo volesse solo farmi sgranchire le gambe o darsi il cambio per mettere una canzone. Invece lei slaccia la cintura, scende, fa il giro dell'auto, mi apre lo sportello lato guida e mi fa: «Fuori. Dammi le chiavi. Passa di là».

In qualsiasi altra circostanza, con qualsiasi altra persona sulla faccia della Terra, le avrei riso in faccia, avrei chiuso lo sportello e sarei ripartito. Ma ero distrutto. E lei aveva quello sguardo lì.
Ho tirato fuori le chiavi dalla tasca con la mano che quasi mi tremava. Gliele ho date. Un gesto che, per la mia concezione del mondo, equivaleva a donare un rene a cuore battente.

Mi sono seduto sul sedile del passeggero. Ero assolutamente convinto che avrei passato le ore successive aggrappato alla maniglia sopra il finestrino, a frenare a vuoto con il piede destro sul tappetino e a controllare ossessivamente il contachilometri.

Lei ha messo in moto. Ha regolato il sedile. Ha sistemato gli specchietti. Ha messo la prima. L'innesto della frizione è stato morbido come il b***o. È entrata in autostrada con una progressione perfetta, senza uno strappo, senza un'esitazione. Si è piazzata sulla corsia di destra, ha impostato la sua velocità di crociera costante e ha rialzato dolcemente il volume della musica.

Io l'ho guardata dal buio dell'abitacolo. Il profilo del suo viso illuminato a malapena dalle luci arancioni del cruscotto. Le mani sicure, leggere ma ferme sul volante.
Ho chiuso gli occhi, dicendomi: "Riposo solo la vista per cinque minuti, resto vigile".

Mi sono svegliato che c'era il sole alto.
Ho aperto gli occhi, completamente disorientato. Eravamo a più di trecento chilometri da dove le avevo lasciato il volante. Lei era lì, fresca come una rosa, che canticchiava una canzone di Cesare Cremonini passata alla radio, superando un tir con la naturalezza di chi guida auto da rally nel tempo libero.

Si è accorta che mi stavo muovendo. Mi ha lanciato un'occhiata veloce, mi ha sorriso e mi ha detto: «Buongiorno principessa. Dormito bene?».

Avevo affidato a questa ragazza non solo la mia intoccabile macchina, ma la mia stessa vita mentre dormivo svenuto e indifeso a 130 all'ora. E il mio subconscio si era fidato di lei a tal punto da spegnere completamente il sistema di allarme. Non avevo avuto paura per un solo maledetto secondo.

Non le ho detto niente di poetico. Mi sono stiracchiato, ho sbadigliato e ho risposto: «Sì. Fermiamoci al prossimo autogrill che ti offro la colazione».
Ma nella mia testa, mentre guardavo l'asfalto scorrere fuori dal finestrino e la guardavo tenere il volante, mi sono detto una cosa sola.
"Ok. È lei. Non ho mezza incertezza al mondo. È lei".

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