Claudio Michelizza

Claudio Michelizza Bardo cantastorie BardoCantore

Mi chiamo Marco, ho 20 anni.Lavoro da quando ho finito le superiori, a diciott'anni. Faccio l'apprendista idraulico per ...
14/06/2026

Mi chiamo Marco, ho 20 anni.

Lavoro da quando ho finito le superiori, a diciott'anni. Faccio l'apprendista idraulico per una piccola ditta della mia zona. Sveglia alle sei, freddo d'inverno nei cantieri aperti, caldo d'estate nei sottotetti a ti**re i tubi dei condizionatori. Mi spacco letteralmente la schiena per 1.200 euro al mese.
Il mio titolare continua a farmi contratti a tempo determinato. Sei mesi, poi rinnovo di altri sei, poi un anno. "Tranquillo Marco, appena si sblocca un po' il mercato ti faccio l'indeterminato, sei bravo". Sì, ciao. Intanto il tempo passa e io vado avanti a scadenze.

Negli ultimi due anni ho fatto la vita da eremita. Niente serate in discoteca da cento euro, niente vestiti firmati, niente vacanze a Ibiza. Volevo comprarmi la mia prima macchina. Una Volkswagen Polo usata del 2016, roba da 8.500 euro. Niente macchinoni per fare lo splendido, solo una fottuta auto mia per andare a lavorare la mattina senza dover elemosinare passaggi ai colleghi o a mia madre.

Arrivo a mettere da parte 3.500 euro da dare come anticipo. Vado in concessionaria, mi fanno vedere l'auto, la provo. Mi sentivo un re. Mi siedo alla scrivania del venditore, tiro fuori il bancomat per la caparra e gli do i documenti per fare il finanziamento dei restanti 5.000 euro.
Si parlava di una rata da 120 euro al mese. Centoventi euro. Una miseria.

Gli do le mie ultime tre buste paga. Il tizio inserisce i dati nel computer per la richiesta alla banca. Batte sui tasti, poi si ferma. Guarda lo schermo. Fa un sospiro, si toglie gli occhiali e mi guarda.
"Marco, mi spiace ma il sistema ha bloccato la pratica. Hai il contratto in scadenza tra otto mesi. Per la finanziaria non sei solvibile. L'algoritmo ti scarta in automatico. O mi porti un garante con l'indeterminato, o la macchina non te la posso dare".

C'è sceso il gelo. Io guadagno 1.200 euro, vivo ancora con i miei, non ho mezza spesa, non ho mai fatto un debito in vita mia. Potrei pagarla a occhi chiusi quella rata. Ma per il sistema bancario italiano, se non hai la parola "indeterminato" stampata in alto a destra sulla busta paga, a 20 anni sei praticamente un barbone. Un fantasma.

Sono dovuto tornare a casa con un nodo alla gola che non vi dico. Ho dovuto aspettare che mio padre tornasse da lavoro, prenderlo da parte e chiedergli, per favore, di ve**re con me in concessionaria il giorno dopo.
Mio padre, a 55 anni, ha dovuto sedersi a quella scrivania e mettere la sua firma per intestarsi il finanziamento della mia macchina. E io stavo lì, in piedi di fianco a lui, guardando le punte delle mie scarpe dalla vergogna, sentendomi un bambino delle elementari a cui il papà sta comprando il giocattolo nuovo.

Poi in televisione fanno i dibattiti. Si chiedono perché i ventenni di oggi restano a casa coi genitori, perché non fanno figli, perché non fanno girare l'economia.
Ma che economia vuoi far girare? Ti fai un mazzo così otto ore al giorno, ti sporchi le mani, cerchi di fare le cose in regola, e lo Stato e le banche ti sbattono la porta in faccia per centoventi euro al mese. La Polo adesso è parcheggiata sotto casa, ma vi giuro che ogni volta che la guardo mi ricordo che, in questo Paese, finché non avrò quel contratto a tempo indeterminato, sarò sempre e solo un cittadino di serie B.

Mi chiamo Sara, ho 26 anni.Lavoro come barista in un locale a cento metri da una stazione ferroviaria. Dalle sei e mezza...
14/06/2026

Mi chiamo Sara, ho 26 anni.

Lavoro come barista in un locale a cento metri da una stazione ferroviaria. Dalle sei e mezza alle otto e mezza del mattino, il mio bancone non è un luogo di ritrovo: è una trincea. È un fiume in piena di pendolari stressati, studenti in ritardo, impiegati con gli occhi gonfi di sonno e manager in giacca e cravatta con la perenne ansia di perdere il treno. In quelle due ore io sono una macchina da guerra. Macino caffè, monto il latte, sformo brioche, do resti e pulisco tazzine a una velocità che vi farebbe girare la testa, in mezzo al frastuono continuo della lancia a vapore e dei piattini sbattuti.

Giovedì scorso. Il locale è imballato. C'è una fila di almeno otto persone alla cassa.
A un certo punto entra questo tizio, un uomo sui quarantacinque anni. Cappotto ca****lo tagliato su misura, ventiquattrore in pelle, AirPods piantate nelle orecchie. Ignora totalmente la fila. Si piazza di prepotenza nell'unico buco libero al bancone, sgomitando leggermente una signora anziana che stava bevendo il suo orzo.

Io sto montando il latte per tre cappuccini in contemporanea. Non lo guardo subito, ma con la coda dell'occhio lo vedo armeggiare.
Lui alza la mano, mi fissa, e fa l'unica cosa che nel mio settore ti fa scattare l'istinto omicida.
Schiocca le dita. Clack. Clack.

"Ragazza" mi dice, con un tono di voce altissimo per sovrastare il rumore della macchina espresso, "un ginseng grande, in vetro, poco zucchero. E velocissima che perdo il Frecciarossa per Milano". Niente "buongiorno". Niente "per favore". Un ordine abbaiato, condito dallo schiocco delle dita.

Ho chiuso la lancia del vapore. Ho appoggiato il bricco del latte sul gocciolatoio in acciaio. Ho preso il mio straccetto umido e mi sono asciugata le mani con una calma surreale.
Tutto il lato destro del bancone si è ammutolito. L'impiegato di fianco a lui, che aspettava da cinque minuti buoni, lo stava fulminando con lo sguardo.

Mi sono avvicinata a lui. L'ho guardato dritto negli occhi.
"Signore," gli ho detto, con un tono basso ma che si è sentito benissimo, "lo schiocco delle dita lo usa al parco per richiamare il suo setter inglese, non con me. Le dico due cose: la prima è che se vuole il suo ginseng fa la fila alla cassa come tutti gli altri cristiani in questo locale. La seconda è che se ha così tanta fretta di prendere il Frecciarossa, le conviene correre al binario tre, perché le macchinette automatiche non si offendono se non le saluta."

Lui è diventato bordeaux. Si è tolto una cuffietta. Ha aperto la bocca per dire qualcosa, probabilmente per minacciare di chiamare il titolare, ma l'impiegato di fianco a lui ha fatto un mezzo colpo di tosse e ha commentato a voce alta: "Ha ragione la ragazza, eh. Faccia la fila, fenomeno".

Il tizio in cappotto ca****lo ha farfugliato una mezza scusa incomprensibile, ha guardato l'orologio, ha girato i tacchi ed è uscito dal locale a testa bassa, quasi inciampando nel tappetino dell'ingresso.
La signora anziana mi ha fatto l'occhiolino, e io le ho portato un bicchiere d'acqua frizzante extra, gratis.

Mi chiamo Simone, ho 39 anni.Quando spiego i miei turni alla gente fuori, mi sento sempre dire la stessa frase: "Eh vabb...
14/06/2026

Mi chiamo Simone, ho 39 anni.

Quando spiego i miei turni alla gente fuori, mi sento sempre dire la stessa frase: "Eh vabbè, però dai, hai i riposi in mezzo alla settimana! Pensa che bello poter andare a fare la spesa al martedì mattina o in Posta senza fare la coda".
Certo. Bellissimo.

Vi spiego come funziona la giostra. Il ciclo continuo non conosce feste, non conosce Natale, Pasqua o Primo Maggio. Le macchine costano milioni di euro e non si possono mai spegnere, altrimenti la plastica indurisce nei tubi e sono danni enormi.
Quindi si fa la ruota: due mattine (dalle 6 alle 14), due pomeriggi (dalle 14 alle 22), due notti (dalle 22 alle 6 del mattino). E poi due giorni di "riposo".

Solo che i riposi sono una truffa biologica. Quando smonti dalla seconda notte, timbri il cartellino alle sei di mattina del primo giorno di riposo. Torni a casa col sole che sorge, gli occhi che ti bruciano per i neon del capannone e la puzza di fumo di estrusore attaccata ai capelli. Ti butti a letto e dormi fino alle tre del pomeriggio. Ti svegli che non sai chi sei, dove sei, e se devi fare colazione o pranzare. Sei uno zombie. Il secondo giorno di riposo passi il tempo a cercare di rimettere in asse il tuo orologio biologico, perché l'indomani alle 5:00 ti devi alzare per il turno di mattina.

Domenica scorsa. Avevo appena smontato dall'ultima notte. Mia moglie mi butta giù dal letto alle 12:30 perché c'è il sacro pranzo della domenica a casa di suo fratello.
Mi faccio una doccia gelata per cercare di sembrare un essere umano, mi vesto e andiamo. Arrivo a tavola che ho lo stomaco chiuso, la nausea da jet-lag perenne e una faccia da funerale.

Mio cognato, che fa il bancario e il sabato e la domenica se ne va in mountain bike, mi versa il vino, mi dà una bella pacca sulla spalla e sbotta davanti a tutti: "Oh Simo, ma che faccia c'hai oggi? Sei sempre spento, musone! Dai su, ridi un po', goditi la domenica in famiglia che si mangia bene!".

L'ho guardato mentre addentava la sua fetta di arrosto.
Vi giuro, volevo dirgli: "Io stanotte alle tre e mezza, mentre tu sognavi nel tuo letto in memory foam, stavo bestemmiando in turco per sbloccare una pressa bloccata a duecento gradi. Ho fatto la pausa caffè alle quattro e un quarto guardando un distributore automatico sgarrupato in mezzo al rumore dei macchinari che ti rimbombano nel petto. Per il mio cervello in questo momento sono le quattro del mattino, non l'ora dell'arrosto con le patate".

Invece sono stato zitto. Ho fatto un sorriso finto e ho bevuto il mio bicchiere d'acqua.

Mi chiamo Andrea, ho 34 anni.Faccio il responsabile di produzione in una grossa azienda. Mi faccio un mazzo tanto, ho re...
14/06/2026

Mi chiamo Andrea, ho 34 anni.

Faccio il responsabile di produzione in una grossa azienda. Mi faccio un mazzo tanto, ho responsabilità pesanti, ma prendo molto bene. Due anni fa mi sono tolto lo sfizio: mi sono comprato un'Audi Q3 nuova, full optional. Me la sono sudata e me la godo.

Un mese fa, un fenomeno in retromarcia al supermercato mi striscia mezza fiancata. Porto l'auto dal mio carrozziere di fiducia, che mi dice: "Te la tengo quattro giorni. Intanto prendi la sostitutiva".
La sostitutiva era una Fiat Panda del 2011. Bianca. Coi copricerchi di plastica graffiati e la scritta "Carrozzeria Fratelli Rossi" a caratteri cubitali rossi su entrambe le portiere. Un vero gioiello.

Il problema è che quella stessa sera avevo un primo appuntamento con una ragazza conosciuta su un'app, chiamiamola Valentina. Esteticamente tanta roba, chat interessante.
Passo a prenderla a casa sua. Lei scende dal portone, si guarda intorno, vede me che le faccio cenno dal finestrino della Panda. Ha avuto un micro-cedimento dell'espressione, una roba di mezzo secondo, ma l'ho notato. Le spiego ridendo dell'incidente e dell'auto sostitutiva, lei fa un sorrisino tirato e sale.

La serata, secondo me, va benissimo. Andiamo in un bel locale, chiacchieriamo per due ore, beviamo, ci facciamo un sacco di risate. C'era feeling. Pago io il conto, la riaccompagno a casa.

Tempo di fare i dieci chilometri per tornare al mio appartamento, infilo le chiavi nella porta e mi vibra il telefono. Messaggio suo.
"Andrea, sei davvero un bravissimo ragazzo e mi sono trovata molto bene stasera. Però preferisco essere onesta subito: non è scattata la scintilla. Non credo che tu faccia per me, scusami."

Il classico due di picche pre-stampato. Ci rimango un pelo male perché la serata mi era sembrata bella, ma me ne faccio una ragione. Le rispondo augurandole buona fortuna e cancello il numero. Morta lì.

Passano due settimane. Vado a riti**re la mia Audi dal carrozziere, bella lucida.
Sabato pomeriggio. Vado in centro per fare un aperitivo con un amico. Trovo parcheggio proprio nella via principale dei locali. Faccio manovra, scendo, premo il telecomando. L'Audi fa il suo bip-bip, le frecce a led lampeggiano e gli specchietti si chiudono.

Mi giro, e chi mi trovo a cinque metri di distanza, sul marciapiede, con un'amica? Valentina.
Si blocca. Guarda me. Guarda la macchina. Guarda il muso dell'Audi, poi guarda di nuovo me.
Le si illumina la faccia. Viene verso di me con un sorriso a trentadue denti che l'altra sera non le avevo mai visto. "Ehi Andrea! Ciao! Ma che coincidenza, come stai?"
La saluto cordialmente, faccio due chiacchiere di circostanza sul tempo, le presento il mio amico e la liquido in due minuti con un "scusa ma abbiamo il tavolo prenotato, ciao".

Mi siedo al tavolino del bar. Ordino uno spritz. Non faccio in tempo a bere il primo sorso che mi vibra il telefono. Numero non salvato, ma la foto di WhatsApp la riconosco benissimo.

"Sai Andrea, ci ho ripensato in questi giorni... forse l'altra sera ero un po' stressata dal lavoro e non ero me stessa. Mi ha fatto davvero piacere rivederti oggi, eri in formissima. Se ti va, mi farebbe piacere riprovare a uscire, magari ti offro io un drink stasera."

Ho fissato lo schermo del telefono e mi è venuto da ridere da solo come uno scemo.

L'ho visualizzata, ho bloccato il numero, ho bevuto il mio spritz e ho brindato alla mia Fiat Panda della carrozzeria Rossi. Perché mi ha fatto risparmiare un sacco di tempo e di soldi con una persona che non valeva nemmeno il costo di una guarnizione.

Mi chiamo Paolo, ho 45 anni.Venerdì sera. Mia figlia si sta preparando per uscire con le amiche. È davanti allo specchio...
14/06/2026

Mi chiamo Paolo, ho 45 anni.

Venerdì sera. Mia figlia si sta preparando per uscire con le amiche. È davanti allo specchio da due ore. Prima che esca di casa, apro il portafoglio e le allungo 50 euro.
"Tranquillo papà, non spendo tutto," mi dice, con quel sorriso rassicurante che di solito prelude a un disastro finanziario.
Ci penso un attimo. Conosco i prezzi in giro. Così tiro fuori altre 30 euro e gliele metto in mano. "Tieni, questi sono per la benzina. Così non fai la figura della tirchia con le tue amiche e non mi tornate a casa a spinta".
Totale della donazione: 80 euro. E le chiavi della mia macchina, che aveva già un serbatoio più che dignitoso.

La mattina dopo mi alzo presto. Scendo in garage per andare a comprare il pane e il giornale.
Apro la portiera, mi siedo, giro la chiave nel quadro.
Guardo il cruscotto. Il cruscotto guarda me.
La lancetta della benzina è letteralmente spalmata sullo zero. La spia arancione della riserva non è solo accesa: lampeggia in modo nevrotico, come se stesse implorando pietà. L'autonomia stimata dal computer di bordo segna tre chilometri, praticamente l'equivalente della rampa del garage.

Mi fermo un attimo. Faccio un respiro profondo. Cerco una spiegazione logica e razionale. Magari stanotte c'è stata una banda di ladri di carburante nel quartiere e hanno prelevato col tubo. Magari il serbatoio si è bucato.

Prendo il telefono. La chiamo. Mi risponde con la voce impastata di sonno.
"Tesoro," esordisco mantenendo la calma zen, "mi spieghi com'è fisicamente possibile che ieri sera ti ho dato trenta euro apposta per la benzina, e stamattina la macchina è così a secco che per metterla in moto devo spingerla coi piedi tipo i Flintstones?"

Lei fa un sospiro, e con la calma piatta di un commercialista che deve giustificare un buco di bilancio all'Agenzia delle Entrate, mi fa:
"Eh ma papà, abbiamo fatto dei giri. Poi ci siamo p***e in tangenziale. Poi ci siamo ritrovate. Poi ci ha chiamato Sara che stava malissimo e aveva bisogno di una mano, quindi siamo dovute andare a prenderla d'urgenza..."

"E dove stava Sara?" le chiedo, ingenuamente.
"A Verona."

Ora, per chi non fosse pratico della geografia veneta: noi viviamo a Padova. Da Padova a Verona sono quasi novanta chilometri ad andare e novanta a tornare.

Mi massaggio le tempie. "Scusa. Siete andate fino a Verona. Ma almeno l'hai messa un po' di benzina con i soldi che ti ho dato?"
"Ma certo! Ovvio! Ho messo 10 euro!"
"E gli altri venti?!"
"Eh papà... poi siamo tornate, avevamo fatto tardi, faceva un freddo cane e ci siamo dovute fermare a fare un aperitivo per scaldarci, era per forza!"

Il silenzio è calato nell'abitacolo. Io fissavo il volante, cercando di elaborare il fatto di aver appena finanziato una missione di soccorso interprovinciale e un aperitivo defaticante alle tre di notte.
Poi, il colpo di grazia.
Sentendo il mio silenzio, mia figlia decide pure di farmi la morale filosofica.
"Vedi papà qual è il tuo problema? Tu pensi sempre e solo ai soldi. Ti fissi sui numeri. Ma la vita è fatta di momenti, di esperienze, di ricordi!"

Le ho detto che aveva perfettamente ragione. Che la vita è bellissima ed è fatta di momenti magici e irripetibili.
Peccato solo che, stamattina, i suoi momenti magici costino 1,94 al litro al distributore dietro l'angolo. E che a pagarli, come al solito, ci debba andare io a piedi.

Mi chiamo Valentina, ho 33 anni.La cosa peggiore è dover fare da parafulmine alle frustrazioni di gente che è intimament...
14/06/2026

Mi chiamo Valentina, ho 33 anni.

La cosa peggiore è dover fare da parafulmine alle frustrazioni di gente che è intimamente convinta che il fatto di strisciare un bancomat le dia il diritto di trattarti come un essere umano di serie B.

Sabato pomeriggio. Prima settimana del mese, il delirio totale. Casse piene, carrelli che si incastrano nei corridoi, aria viziata e neon che ti bruciano gli occhi.
Arriva il turno di questa donna sui cinquant'anni. Capello cotonato perfetto, occhiali da sole tenuti in testa come cerchietto e piumino firmato. Con lei c'è il figlio, un ragazzino di una decina d'anni che sta facendo i capricci in modo insopportabile perché vuole a tutti i costi un ovetto di cioccolato e si lamenta che non ha voglia di fare i compiti.

La madre sta scaricando la spesa sul nastro sbuffando. Il ragazzino continua a frignare. A un certo punto lei si ferma, si gira verso di lui e poi guarda me. Mi indica letteralmente col dito.

"Vedi, Edoardo? Se non ti metti a studiare e non fai il bravo, da grande finisci esattamente come la signorina qui. A passare il codice a barre dei pelati tutto il giorno per quattro spiccioli, anche la domenica."

Il nastro trasportatore si è fermato. La signora anziana in fila dietro di lei ha sgranato gli occhi. Io avevo in mano una confezione di petti di pollo. Vi giuro, le dita mi formicolavano.

Volevo lanciargliela in faccia. Volevo urlarle che io ho un diploma di perito commerciale, che mi pago l'affitto da sola da quando ho ventun anni senza chiedere un centesimo ai miei genitori. Volevo dirle che mi faccio un mazzo così, saltando i pranzi di Natale e le domeniche in famiglia, proprio per permettere alla gente come lei di comprarsi i gamberetti in offerta quando le fa comodo.

Ma io indosso una divisa con un cartellino aziendale sul petto. E se rispondo male, vengo chiamata in direzione e rischio il posto. E io di quel posto ho bisogno per mangiare.

Ho fatto un respiro lunghissimo. Ho passato l'ultimo articolo sul lettore ottico. Bip.
Poi mi sono sporta leggermente oltre la cassa, ho guardato il ragazzino dritto negli occhi e gli ho fatto il mio sorriso migliore.

"Tua mamma ha ragione, Edoardo," gli ho detto, con la voce più calma e cristallina del mondo. "Devi studiare tantissimo. Perché se studi tanto, magari un giorno diventerai un medico, un ingegnere o un grandissimo manager. Ma ricordati sempre una cosa: se diventerai un uomo ricchissimo e importante, ma non avrai imparato l'educazione e il rispetto per le persone che lavorano per te, sarai comunque un grandissimo poveraccio. Sono 84 euro e 50 centesimi, signora. Paga con carta o contanti?"

C'è sceso il gelo. La donna è diventata prima bianca e poi paonazza. Non ha spiccicato mezza sillaba. Ha tirato fuori dal portafoglio una banconota da cento euro con le mani che tremavano per il nervoso, ha preso lo scontrino senza guardarmi in faccia e ha trascinato via il figlio e il carrello a una velocità imbarazzante, lasciando pure lì le monete di resto. Il signore dopo di lei, quando è arrivato il suo turno, mi ha fatto l'occhiolino.

Mi chiamo Giulia, ho 29 anni.Tre anni fa conosco questo ragazzo su Bumble. Alessandro, 31 anni, grafico pubblicitario. S...
13/06/2026

Mi chiamo Giulia, ho 29 anni.
Tre anni fa conosco questo ragazzo su Bumble. Alessandro, 31 anni, grafico pubblicitario. Sembra simpatico, alla mano, chattiamo per un paio di settimane e decidiamo di vederci di venerdì sera.
Lui, per fare bella figura, prenota in questo locale appena aperto in centro. Uno di quei posti che si definiscono "Lounge Bar & Mixology Lab", dove i camerieri hanno i baffi a manubrio, i grembiuli di cuoio e ti guardano dall'alto in basso se non sai la differenza tra un gin giapponese e uno scozzese.

Arrivo alle 21:00. Mi ero messa un vestito elegante, tacchi, trucco perfetto. Lui in camicia scura, tirato a lucido. Ci sediamo su due sgabelli di velluto scomodissimi attorno a un tavolino grande come un sottovaso.

Ordiniamo da bere. A me portano un intruglio viola affumicato al rosmarino servito dentro un teschio di ceramica, per la modica cifra di 18 euro. Per accompagnare, ci portano il loro concetto di "aperitivo": una lastra di ardesia nera con sopra letteralmente tre olive taggiasche, due mandorle salate e un quadratino microscopico di salmone crudo.

Passiamo due ore d'inferno. La musica techno-lounge era a un volume talmente alto che per parlarci dovevamo urlarci nelle orecchie.
"E QUINDI DI COSA TI OCCUPI ESATTAMENTE?"
"FACCIO LA CONTABILE!"
"AH, BELLO! TI PIACE LA BARCA A VELA?"
"NO, HO DETTO LA CONTABILE!"

Alle undici di sera usciamo. Eravamo sfiniti, avevamo la gola a pezzi per le urla e un conto da 45 euro a testa per essere usciti più sobri e più affamati di quando eravamo entrati.
Camminiamo verso le macchine in un silenzio imbarazzante. Entrambi cercavamo di mantenere la posa, di sorridere, di dire "che bel localino, eh, atmosfera molto urban".

Arriviamo davanti alla sua auto, una Fiesta grigia mezza ammaccata. Si gira verso di me per salutarmi. In quel preciso istante, nel silenzio della strada deserta, il mio stomaco fa un rumore tremendo. Un brontolio sordo, lungo tre secondi, che si è sentito fino in fondo all'isolato.

Sono diventata bordeaux. Volevo letteralmente aprire un tombino e buttarmici dentro.
Lui mi fissa. Si guarda le scarpe. Poi mi guarda di nuovo, fa un sospiro, si allenta il colletto della camicia e mi fa:

"Senti Giulia, te lo dico fuori dai denti. Io in quel posto non c'ho capito niente, mi fa schifo il gin e ho una fame che mi mangerei il volante della macchina. A trecento metri da qui c'è un chiosco aperto tutta la notte che fa dei panini con la salamella grandi come un avambraccio. Se ci andiamo, prometto che facciamo finta che la serata sia iniziata adesso."

L'ho guardato. Ho sentito letteralmente i muscoli delle spalle rilassarsi. Ho annuito.
Venti minuti dopo eravamo seduti sul muretto di cemento di un parcheggio, con la salsa rosa che mi colava sulle dita e un panino unto tra le mani. E abbiamo iniziato a parlare per davvero. Abbiamo parlato delle nostre famiglie, delle figuracce al lavoro, delle serie tv stupide che guardavamo di nascosto. Niente pose, niente filtri, niente stronzate da "Mixology Lab".

Oggi viviamo insieme da un anno. E quando qualche amica mi racconta dei suoi primi appuntamenti in ristoranti stellati o in locali super chic dove non si può nemmeno ridere ad alta voce, io sorrido e penso al mio muretto. Perché puoi metterti il vestito più bello del mondo, ma finché non hai il coraggio di farti vedere dall'altro con le mani sporche di maionese, non stai costruendo un rapporto: stai solo recitando una parte in un teatro.

Mi chiamo Stefano, ho 35 anni.Sei anni fa lavoravo (e lavoro tuttora) in un grosso centro di bricolage della mia zona. N...
13/06/2026

Mi chiamo Stefano, ho 35 anni.

Sei anni fa lavoravo (e lavoro tuttora) in un grosso centro di bricolage della mia zona. Nello specifico, ero addetto al reparto taglio legno. Otto ore al giorno con le scarpe antinfortunistiche, i tappi per le orecchie, coperto di segatura da cima a fondo a tagliare pannelli in truciolare per gente che pretende la precisione al millimetro per farsi la mensola in garage.

Lei, Martina, lavorava al box accoglienza clienti e resi. Praticamente la trincea. Il posto dove l'umanità va a sfogare il peggio di sé perché ha comprato un trapano sbagliato e pretende il rimborso dopo averlo usato per tre settimane.

Non ci eravamo mai filati più di tanto. Fino a un sabato pomeriggio di metà luglio. Fuori c'erano quaranta gradi all'ombra, dentro l'aria condizionata aveva deciso di morire e il negozio era pieno di gente nervosa.
Mi suona il telefono aziendale. È il box informazioni. "Stefano, ascolta, potresti ve**re un attimo fuori al parcheggio merci? Ho un cliente che sta facendo una scenata".

Mollo la sega circolare, esco dal retro e arrivo al parcheggio.
C'era Martina, con la sua divisa verde aziendale mezza pezzata di sudore, che cercava di mantenere la calma mentre un tizio sulla sessantina paonazzo in viso le urlava contro. Il problema? Il fenomeno aveva comprato un piano top per la cucina in massello lungo tre metri e quaranta. E pretendeva, contro ogni legge della fisica moderna, di infilarlo dentro una Fiat Panda del 2005.

Il tizio sbraitava: "Lei non capisce niente! L'ho misurato a casa con il metro a nastro! Se lo infiliamo in diagonale tra i sedili entra perfettamente!".
Martina mi guarda. Aveva una ciocca di capelli appiccicata alla fronte e un'espressione negli occhi che implorava pietà. Era al limite dell'esaurimento nervoso.

Mi avvicino. Guardo il cliente, guardo il piano di legno, guardo la Panda.
"Capo," gli dico incrociando le braccia sporche di polvere, "se spingiamo dentro questo coso, il pannello sfonda il parabrezza anteriore e decapita sua moglie che è già seduta sul sedile del passeggero. Faccia l'abbonamento per la consegna a domicilio con furgone, dai, che fa troppo caldo per fare le magie."

Il tizio mi squadra, guarda sua moglie che annuisce terrorizzata dal finestrino, borbotta due bestemmie a mezza voce, paga la consegna e se ne va.

Appena la Panda gira l'angolo, Martina si volta verso di me. Fa un sospiro lunghissimo, si appoggia al muro di cemento del magazzino, scivola giù fino a sedersi a terra e mi fa: "Se non mi porti immediatamente un caffè doppio e una bottiglietta d'acqua gelata, giuro su Dio che mi metto a piangere qui davanti a tutti e poi mi licenzio".

Sono andato alla macchinetta e le ho portato caffè, acqua e pure un pacchetto di taralli.
Abbiamo iniziato a incrociare i nostri turni di pausa. Niente cene a lume di candela o corteggiamenti da film. Il nostro romanticismo consisteva nel sederci di nascosto su due bancali di pellet nel retrobottega, mangiando merendine di dubbia provenienza e lamentandoci dei direttori di filiale e dei clienti psicopatici.

Oggi siamo sposati da tre anni,
Quando la gente, alle cene, ci chiede "Oh, ma voi due come vi siete conosciuti?", si aspetta sempre la storiella romantica del colpo di fulmine. Io sorrido e guardo mia moglie.

Mi chiamo Matteo, ho 38 anni.Lavoro in Pronto Soccorso. Dimenticatevi i medici perfetti in camice immacolato che cammina...
13/06/2026

Mi chiamo Matteo, ho 38 anni.

Lavoro in Pronto Soccorso. Dimenticatevi i medici perfetti in camice immacolato che camminano a rallentatore nei corridoi con la colonna sonora drammatica sottofondo. La mia realtà sono turni di dodici ore con una divisa verde stropicciata, le occhiaie nere, il caffè freddo dei distributori automatici e un odore misto di disinfettante, sudore e fluidi corporei che non ti va via neanche dopo tre docce.

Sabato notte, ore 3:00 del mattino. Un inferno. Avevamo appena finito di stabilizzare un "codice rosso", un ragazzo di vent'anni in scooter che si era letteralmente spalmato contro un guardrail in tangenziale. Sono stati quaranta minuti di puro panico in shock room. Roba che quando finalmente esci, dopo averlo intubato e mandato d'urgenza in sala operatoria, ti tremano le mani per il calo di adrenalina e hai gli zoccoli sporchi di sangue.

Vado in bagno, mi sciacquo la faccia con l'acqua gelida, faccio un respiro profondo ed esco in sala d'attesa per chiamare il prossimo paziente. Un codice verde.

Si alza questo tizio sulla cinquantina. Ben vestito, aria scocciata, smartphone stretto in mano. Entra in ambulatorio, si siede sulla sedia e senza neanche dirmi buonasera, sbotta:
"Era ora. Sono qui ad aspettare da quattro ore per un mal di gola. Ho guardato su internet e ho letto che potrebbe essere un'infezione streptococcica severa che porta complicanze cardiache. Esigo che mi prescriva subito l'antibiotico e mi faccia fare un tampone, altrimenti domattina chiamo l'avvocato e vi denuncio per negligenza."

L'ho guardato. Avevo letteralmente ancora una macchia di sangue del ragazzo di prima sulla manica della divisa. Non ho alzato la voce, ero troppo stanco. Mi sono seduto, ho preso la sua scheda, l'ho appoggiata sulla scrivania e gli ho detto:

"Signore, lei ha aspettato quattro ore in sala d'attesa perché, mentre lei cercava le sue diagnosi su Google, io e i miei colleghi stavamo cercando di non far morire dissanguato un ragazzo che ha l'età di suo figlio, a dieci metri da qui. Se vuole l'antibiotico perché l'ha letto su internet, la prego di stampare la laurea di Google e di farsi firmare la ricetta da lui. Se invece vuole farsi visitare da me, mette via quel telefono, apre la bocca e fa 'A'."

Lui è rimasto di sasso. Ha guardato la mia manica, ha abbassato il telefono e si è ammutolito. L'ho visitato: aveva la gola leggermente arrossata per il colpo di freddo dell'aria condizionata. Niente placche, niente streptococco, niente complicanze cardiache. Gli ho consigliato delle caramelle al miele e l'ho dimesso.

Ci sputano addosso (a volte letteralmente), ci minacciano, ci insultano se non gli diamo i giorni di malattia finti o se si rifiutano di capire che in un Pronto Soccorso chi urla di più non è quello che passa prima, ma quello che sta meglio. Ci trattano come il capro espiatorio di un sistema sanitario che sta crollando a pezzi.

la mattina dopo, quando smonti dal turno alle otto e mezza distrutto, con lo stomaco chiuso, e incroci nel corridoio i genitori del ragazzino in scooter che ti guardano con gli occhi rossi di pianto e ti sussurrano "grazie di avercelo salvato", capisci improvvisamente perché hai buttato dieci anni della tua giovinezza sui libri di anatomia. Mangi un cornetto, torni a casa a dormire, e sai già che il giorno dopo ti rimetterai quella divisa verde sporca. Perché, per quanto faccia schifo, è l'unico lavoro del mondo che ti permette di tenere qualcuno aggrappato a questa vita.

Mi chiamo Lorenzo, ho 32 anni.Ho una laurea magistrale in Lingue e Relazioni Internazionali. 110 e lode, bacio accademic...
13/06/2026

Mi chiamo Lorenzo, ho 32 anni.
Ho una laurea magistrale in Lingue e Relazioni Internazionali. 110 e lode, bacio accademico. Parlo fluentemente inglese, francese, spagnolo e tedesco. E ho pure una certificazione di arabo base.
Eppure, ogni mattina alle sei e mezza mi metto i pantaloni multitasche, le scarpe antinfortunistiche, accendo il motore del mio furgone bianco telonato e vado a consegnare centocinquanta pacchi in giro per la provincia.

Dopo la laurea, l'avevo fatta la trafila che la società si aspetta da te. Mi avevano preso in un ufficio commerciale estero di una grossa azienda. Camicia stirata, badge al collo, scrivania in open space. L'ho retto per otto mesi. Otto mesi di inferno psicologico. Ore e ore seduto sotto un neon a fissare un monitor, riunioni interminabili per decidere il colore di un grafico a torta, colleghi pronti a pugnalarti alle spalle per farsi belli col direttore, e il capo che ti mandava le mail alle nove di sera scrivendo "ASAP" (As Soon As Possible) per cose che potevano tranquillamente aspettare il decennio successivo.
Tornavo a casa alle otto di sera con la testa che mi esplodeva, un'ansia perenne nello stomaco e l'impressione di buttare la mia vita dentro un acquario di finti sorrisi.

Un martedì mattina mi sono alzato, ho guardato la camicia appesa all'anta dell'armadio, ho mandato la lettera di dimissioni e ho risposto a un annuncio per fare il corriere.
Mia madre ha quasi avuto un infarto. I miei amici mi hanno dato del pazzo fallito. "Ma come? Hai studiato cinque anni per finire a fare il fattorino Amazon?"

Sì. Faccio il fattorino. Mi spacco la schiena, faccio quattro piani di scale a piedi con i pacchi di lettiere per gatti da venti chili, prendo l'acqua d'inverno e sudo come una bestia in estate senza aria condizionata.
Ma sapete una cosa? Quando finisco di caricare, chiudo lo sportello posteriore e mi metto al volante, io sono l'uomo più libero del mondo. Metto la radio, mi ascolto podcast in tedesco o in spagnolo per tenermi allenato, guardo fuori dal finestrino e non devo rendere conto a nessuno. Nessuna riunione su Teams, nessuna dinamica tossica, nessuna leccata di piedi.

L'altro giorno vado a consegnare una raccomandata urgente in un palazzo direzionale in centro. Entro, tuta sporca, berretto, palmare in mano. Alla reception c'è un manager incravattato che sta sbraitando al telefono. È in vivavoce. Sta cercando di risolvere un problema di dogana con un fornitore di Monaco di Baviera. Spiccica un inglese maccheronico imbarazzante, ci infila dentro parole a caso, e il tedesco dall'altra parte non capisce nulla e si sta innervosendo pesantemente.

Il manager chiude la chiamata sudato, bestemmiando a mezza voce. Mi guarda con sufficienza, prende il mio pennino elettronico con due dita manco fossi infetto e firma sul display.
"Beato te che non hai mezza responsabilità e devi solo guidare un furgone," mi butta lì, con quell'arroganza tipica di chi pensa che se indossi una tuta da lavoro sei un ignorante.

Ho ripreso il palmare. L'ho guardato dritto negli occhi e gli ho risposto, in un tedesco perfetto e senza ba***re ciglio: "Se vuole, la prossima volta le spiego come declinare correttamente i verbi al dativo, così magari il fornitore non le riattacca in faccia per la frustrazione. Il documento di sdoganamento va compilato al modulo 4. Buona giornata".

Avreste dovuto vedere la sua faccia. È diventato bianco come un foglio di carta, con la bocca mezza aperta. Sono uscito dalla reception lasciandolo lì, pietrificato.

La fatica fisica di centocinquanta consegne te la lavi via con una doccia calda alle sette di sera, ti siedi sul divano, bevi una birra e dormi come un sasso. La stanchezza mentale, la falsità e lo stress di vivere in un ufficio di vipere, invece, non te li togli più di dosso. Io ho scelto di vivere tranquillo, e non c'è stipendio da quadro dirigente che possa comprarmi questa libertà.

Indirizzo

Milan

Orario di apertura

Lunedì 13:00 - 14:00
Martedì 13:00 - 14:00
Mercoledì 13:00 - 14:00
Giovedì 13:00 - 14:00
Venerdì 13:00 - 14:00
Sabato 13:00 - 14:00
Domenica 13:00 - 14:00

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