21/10/2019
SANTA TERESA DEL GESU’
Il messaggio fondamentale di Santa Teresa riguarda il rapporto con Dio che deve essere un rapporto personale, cioè un rapporto tra persone. La perfezione stessa della vita cristiana sta quasi in una sostituzione di Dio al nostro io per effetto di questo rapporto.
Come Santa Teresa è arrivata là? Teresa era per metà ebrea e per metà sp****la ed è proprio la sua componente ebrea a far sì che il suo pensiero non sia contagiato dal pensiero oggettivo dei Greci, da quel pensiero che tende di per sé all’impersonale, cioè alla nozione concettuale, ma che invece tenda alla concretezza e alla soggettività di Dio.
Dio per lei non è principalmente la Verità, l’Amore, la Plenitudine dell’essere ma è soprattutto la sua Maestà, il suo Re, l’imperatore del Cielo, cioè Qualcuno di vivo, di concreto, insomma una Persona.
Dio è Persona divina indipendentemente da Cristo e per sua natura è infinito e indefinito per l’uomo, quello che rende possibile per l’uomo la soggettività divina è la rivelazione di un Dio che si è fatto uomo, cioè l’umanità del Cristo, la sua Incarnazione.
Il fatto che Dio sia Persona e non concetto, fa si che la preghiera per Santa Teresa non sia strumento per creare uno stato d’animo, tecnica per arrivare ad uno stato d’animo di pace e elevazione con il soprannaturale ma che sia veramente un dramma, un dramma personale. Santa Teresa nei suoi molti libri passa quasi inevitabilmente dalla descrizione dei suoi stati d’animo al colloquio con Dio e per questo la sua opera è intramezzata continuamente da preghiera quando addirittura non è soltanto preghiera, colloquio personale con Dio.
Teresa, per render conto al suo direttore spirituale di quello che si operava in lei, analizza continuamente i suoi stati d’animo e le analisi che fa sono di una finezza e di una ampiezza straordinarie ma il punto non è quello, il punto fondamentale che lei tiene sempre fisso è il senso della persona Dio, con cui lei parla e che parla a lei. Ella vede Gesù nella gloria della Resurrezione più che nella Passione, per lei il Dio presente nelle persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo è l’Io divino, quell’Io che ha detto a Mosé “Io sono colui che sono”. Teresa si lascia possedere da Lui e una volta posseduta perde nell’oblio di sé ogni coscienza riflessa di se stessa e tutta la sua vita non ha più contenuto se non il senso di una Presenza.
La salvezza, la liberazione sono conseguenza di un rapporto con un Dio personale: cercare Dio, tendere a Lui, non volere che Lui, ecco quello che si impone per l’uomo! Che Dio sia veramente Qualcuno, non qualcosa sia pur di infinitamente grande quanto si voglia, che Dio sia Dio!
L’autore (P.Barsotti) si chiede dove sia finito oggi nel sentire religioso “l’Io sono colui che sono” di Mosé. Oggi si preferisce dire: “Siccome Dio è trascendente, Dio si fa presente per noi solo negli uomini, Lo vediamo negli uomini. Ma se nell’amore del prossimo non è Dio in me che ama allora tutto l’amore che posso avere per il prossimo non crea nulla, non salva anche se ama. L’amore del prossimo opera realmente soltanto in quanto è Dio in te che ama, se in te è Lui stesso che ama, l’amore del prossimo suppone la nostra unione in Lui, la nostra trasformazione in Lui. Se sono cristiano e riconosco la rivelazione divina, prima di tutto conosco il nome di Dio e questo nome mi pone di fronte non all’immensità dell’essere, non a un mistero di puro silenzio, ma a una persona, “all’Io sono”.
Gli uomini altrimenti sono ombre per me che troppo presto dimenticano. Per l’uomo uno solo è il soggetto assoluto: Dio, gli altri in una certa misura sono oggetti. Gli altri rimangono sempre un po’ delle cose che sono lì, degli strumenti della nostra azione, ombre. Se viviamo così il mistero d’amore allora dalla oggettività si passa a una certa soggettività, anche se non mai piena, non mai pura in quanto siamo esseri imperfetti. Nell’amore si può sperimentare o conoscere l’altro come soggetto: è l’unica conoscenza che possiamo avere degli uomini come persone. Nell’amore umano non c’è mai la piena immissione dell’uno nell’altro, l’altro rimane sempre un pò sconosciuto. Ognuno di noi realizza se stesso come persona solo nel suo rapporto con Dio, l’uomo è se stesso soltanto quando si pone di fronte al Tu assoluto che è Dio e allora avviene che alla coscienza che ha di se stesso si sostituisca la coscienza di Dio che è in lui.
Anche l’amore del prossimo, tranne che sia Dio ad amare attraverso di noi, è spesso esperienza di impotenza, perché nella misura che ti vuoi donare all’altro ti trovi a sb****re la testa contro un muro, né tu entri dentro di lui né lui entra dentro di te.
Nell’amore del prossimo Dio non lo trovi mai se non l’hai trovato prima in un rapporto con Lui. Infatti l’amore del prossimo è la prova, il distintivo di un amore che hai per Dio, è l’amore per Dio che fonda e precede l’amore del prossimo.
Santa Teresa non sente i peccati in quanto colpe morali, non pensa ai peccati nel senso di “Ho avuto pensieri cattivi” o “Ho disobbedito a questa o quella regola” o “Non ho detto l’Ufficio” ma conosce il peccato nei termini di un rapporto”. Nei confronti di Dio che la cerca, che continuamente le chiede un posto nel cuore, ella sente che se non dà a Dio questo posto commette peccato. Questo è il vero modo di sentire il peccato, l’altro non è peccato è colpa.
Santa Teresa è donna e la donna non realizza se stessa che nel donarsi, non vede la sua realizzazione nell’adempimento a una norma, anche se questa norma consiste in “Bisogna essere buoni” o “Bisogna essere umili”. Lei vive intensamente il rapporto con Dio e in questo rapporto lei si sente continuamente “la pecadora”, colei che ha peccato in quando si difende dal rapporto con Dio per riservarsi uno spazio per sé. Per Santa Teresa era istintivo fuggire in qualche modo dal continuo rapporto con Dio per cercare di conservarsi qualche cosa per sé, un angolino tutto suo magari solo venti minuti per chiacchierare un po’ con le sue suore. Insomma questo Dio che non le lasciava nulla per sé era a volte un po’ troppo esigente e proprio in questa sua resistenza a Dio lei sentiva il suo peccato.
Noi generalmente concepiamo il peccato molto sul piano morale e poco su quello mistico, ci sembra di aver fatto molto per la religione solo se abbiamo pregato un po’ di più o se abbiamo fatto qualche buona azione ma una vita religiosa che si riduce a ciò è per santa Teresa solo rapporto con ombre non un rapporto con Dio.
Santa Teresa vive con Dio un rapporto che tende a diventare sempre più diretto e a prendere totalmente la sua vita e in tutto ciò lei sente spesso di peccare, di essere come diceva lei la “pecadora”.
Secondo l’Autore (p. Barsotti) è giusto sentirci così, se dobbiamo giudicare noi stessi dobbiamo farlo non nei confronti dell’adempimento di una norma ma nei confronti del vivere il nostro rapporto personale con Dio. Non dobbiamo avere una coscienza di noi stessi staticamente chiusa in un insieme di norme e regole ma dobbiamo percepire il nostro essere come un essere a, un essere per. L’essere non è mai tale in sé stesso, ma è un essere per l’altro. Dio è Amore, l’Amore è Dio, e così deve essere di un essere umano fatto a somiglianza di Dio. Santa Teresa dice che tu non ti puoi conoscere, avere coscienza di te stesso che dentro l’Amore di Dio in quanto Egli ti crea, in quanto muore per te, in quanto si dona e in questo rapporto l’uomo non può che riconoscersi peccatore.
Soltanto quando Teresa raggiungerà il matrimonio spirituale, allora non sarà più la “pecadora”, non sarà più nulla, perché allora avrà perduto ogni ricordo di se stessa per precipitare in Dio. Nel 1581 ella scrive: “vivo in tale oblio di me stessa che non mi ricordo neanche più di esistere”.
Vivere ad imitazione di Santa Teresa vuol dire vivere Dio come Persona, ma non Dio come Persona che vive nella sua solitudine infinita, nel silenzio infinito dell’Essere divino ma Dio come Persona che è pura comunicabilità, totale, assoluta, infinita comunicabilità di se stesso, del Padre al Figlio, del Figlio al Padre. E l’uomo è figlio in quanto il Cristo assumendo la natura umana ha assunto tramite la Risurrezione l’uomo nella sua umanità. L’umanità dopo la Resurrezione è divenuta una sola in Cristo. Il corpo glorioso è Cristo solo, a cui noi accediamo perché il dono dello Spirito del Cristo che crea la Chiesa fa di tutta l’umanità un solo corpo. Questo Corpo è realmente uno ed è il corpo del Cristo nel quale noi sussistiamo come persone distinte. La presenza reale del Cristo sono i cristiani anche se non pienamente trasformati in Lui a causa della loro finitezza, la presenza mistica del Cristo è l’Eucarestia a cui rivolgere la nostra adorazione.
(tratto da un insegnamento di don Divo Barsotti)