30/03/2026
“Il Diario della felicità” di Nicolae Steinhardt: un libro che continua ad affascinare e sorprendere.
L’incontro con la felicità: «Sono entrato in carcere cieco (…) ed esco con gli occhi aperti; sono entrato viziato, capriccioso, esco guarito da capricci, orgogli, presuntuosità; sono entrato scontento, esco conoscendo la felicità (…)» (N. Steinhardt)
37 anni fa, il 30 marzo 1989, si spegneva Nicolae Steinhardt, una delle coscienze più profonde e luminose della cultura romena. Scrittore, critico letterario, saggista, giurista e pubblicista, nato a Pantelimon (Ilfov), di origine ebraica, Steinhardt si convertì alla fede ortodossa durante la detenzione nel carcere di Jilava, assumendo il nome di Nicolae. Dopo la liberazione, scelse la via monastica, diventando monaco presso il monastero di Rohia. La sua vita e la sua opera restano una testimonianza straordinaria di libertà interiore, fede e dignità, anche nelle condizioni più difficili.
Diario della felicità, N. Steinhardt Rediviva Milano
Nel pensiero di Nicolae Steinhardt, la sofferenza può diventare una via inferiore che conduce alla felicità, intesa come via superiore dell’incontro con Dio. Il monaco di Rohia non predica la paura, ma la gioia, offrendo una visione profonda della condizione cristiana:«Il cristiano è uomo e gli si chiede di diventare Dio. È stato creato puro ed è diventato impuro, e deve solo tornare a ciò che è stato chiamato ad essere. In altre parole, deve combattere per diventare ciò che è».
Il rapporto con Dio, per Steinhardt, è intimo e sorprendentemente luminoso: Gesù appare come un “gentleman”, un cavaliere capace di perdonare tutto, in contrasto con il diavolo, descritto come un contabile che registra ogni colpa senza lasciare spazio alla redenzione.
Il miracolo dell’incontro con Dio — quell’incontro che, parafrasando Pascal, non sarebbe possibile senza una ricerca interiore — avviene in un luogo di estrema sofferenza: il carcere comunista. Ed è proprio lì che, paradossalmente, la prigione si trasforma in uno spazio di libertà interiore, quasi un’“isola dei beati”, dove, insieme ai compagni di detenzione, tutto appare nuovo, illuminato, carico di senso.
Da questa esperienza nasce uno dei libri più profondi della letteratura romena:
“Jurnalul fericirii” – “Il Diario della felicità”, testimonianza straordinaria di fede, libertà interiore e rinascita spirituale.