15/08/2026
La petizione del professor Mazzarella rilanciata da Avvenire per il Nobel della Pace ai bimbi della Striscia è la scelta di un punto di osservazione su tante, troppe guerre. Non esclude, ma accende un faro sulle tragedie di questo tempo. La risposta del direttore a una delle obiezioni arrivate su una campagna che sta raccogliendo migliaia di adesioni
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Ad ogni modo, una premessa di merito è doverosa: nessun bambino vale più di un altro, nessuna sofferenza infantile può diventare materia di graduatoria morale. I bambini israeliani uccisi il 7 ottobre, quelli rapiti o morti nelle mani di Hamas, i bambini ucraini deportati o colpiti dai missili, i bambini russi orfani di padri uccisi in battaglia, i minori non accompagnati (ricordati anche ieri dal Papa nel suo messaggio) che approdano in Europa per fuggire da guerre, devastazioni climatiche e carestie, quelli morti nel Mediterraneo – a Lampedusa, Ceuta, altrove – e poi le bambine e i bambini del Sudan, del Kivu, di Haiti, del Myanmar, dell’Afghanistan, Siria, Iran: tutti, proprio tutti trasmettono a partire dagli occhi la stessa identica domanda di futuro, ed è una domanda che si conficca nella coscienza degli adulti. Già, concordo con voi: il valore della vita di un bambino non ha confini, né bandiere, né priorità geopolitiche.
Proprio per tali ragioni la proposta rilanciata da Avvenire non nasce certo al fine di selezionare alcuni bambini a scapito di altri, non è cioè un “aut … aut”, o questi o quelli, bensì un “et … et”, sia questi sia quelli. Nasce quindi, l’iniziativa, per scegliere un punto di osservazione da cui guardare tutte le guerre: è ad altezza bambini, in questo momento drammaticamente rappresentata dai bambini palestinesi. Abbiamo così deciso di pubblicare l’appello di Eugenio Mazzarella dentro le nostre cronache quotidiane dal Medio Oriente. Perché avvertivamo una certa urgenza: il silenzio cominciava a coprire in modo assordante il destino dell’infanzia a Gaza. E cosa è successo?
Siamo stati letteralmente subissati da adesioni. Tanto da dover aprire una casella di posta dedicata ([email protected]) per raccoglierle le mail fino a domenica inviate, come avete fatto voi, all’attenzione del direttore di Avvenire. Ce ne sono oltre dodicimila. Vi assicuro, non sembrano offrire «patenti morali da tastiera», ma risuonano come voci autentiche di persone, famiglie, amministratori, insegnanti, consiglieri comunali, religiosi, operatori sanitari, cittadini comuni che chiedono, in questa precisa circostanza, di non lasciare cadere nell’ombra l’infanzia ferita a Gaza.
Vedete, non siamo abituati a voltarci dall’altra parte. E men che meno a «ignorare gli orfani e le vittime invisibili dei conflitti dimenticati». Anzi, l’occasione mi consente di ricordare a voi, se l’aveste persa, e ai lettori meno abituali la campagna giornalistica in corso proprio quest’anno sulle pagine di Avvenire. Si intitola “Guerre dimenticate” e, ogni due settimane, la domenica, porta i nostri lettori nei luoghi dove a essere negata è anzitutto l’infanzia: fra i 14 milioni di profughi del Sudan, dentro la violenza jihadista che infiamma la regione del Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso), in Eritrea, Colombia, Siria, Nigeria e nei tanti altri teatri dei sessanta conflitti armati che raramente entrano nell’agenda dei grandi media. Li potete trovare tutti, quelli finora pubblicati, raccolti nell’apposita sezione su Avvenire.it (www.avvenire.it/tag/guerre-dimenticate_5243).
Perché Avvenire è anzitutto un giornale di informazione. La nostra prima responsabilità è raccontare, possibilmente in prima persona, verificare, contestualizzare: offrire a lettori spesso abituati al flusso incessante e talora malsano del digitale uno “strumento cognitivo” di senso – quale è o dovrebbe essere, appunto, un quotidiano – per orientarsi nell’accelerata contemporaneità, non certo urlare slogan per schierarsi. Rifuggiamo la propaganda e, da anni, proviamo a farlo con uno sguardo libero e onesto sulla mondialità e sugli ultimi, anche quando non stanno sotto i riflettori (sono tre anni, a proposito, che testimoniamo con perseveranza il lavoro svolto soprattutto dalla Chiesa per la restituzione dei bambini ucraini). Questa solidità e storia giornalistica – appurate e appurabili – ci permettono di respingere serenamente al mittente ogni accusa di «fare propaganda» o essere al servizio di qualsivoglia campagna elettorale.
Ma una comunità che si sviluppa intorno a un giornale, oggi, non vive solo di informazione. Chiede di partecipare, di “essere parte”. Proprio per questo – sollecitati dai lettori o per nostra iniziativa – trasformiamo in alcuni casi il racconto giornalistico, che resta il nostro mestiere, in occasione di prossimità concreta. È accaduto lo scorso anno con il progetto “Figli di Haiti” (www.avvenire.it/tag/haiti_5010), diventato sostegno all’orfanotrofio Maison Des Anges di Port au Prince, dove scuola e futuro sono l’unico argine al potere delle gang. È accaduto nel 2023 con la campagna per le donne afghane, collegata alle scuole segrete che tengono viva la conoscenza delle ragazze sotto il divieto dei talebani, e sulle quali abbiamo pubblicato proprio domenica scorsa un nuovo reportage (www.avvenire.it/mondo/gul-mahdia-leil-e-le-altre-la-resistenza-delle-donne-afghane-passa-dalle-scuole-invisibili_111831) nell’ambito della campagna “Guerre dimenticate”. È successo ancora nel 2023 con “Donne per la pace”, campagna giornalistica dedicata all’attivista israeliana Vivian Silver, uccisa il 7 ottobre, che ha permesso di sostenere a Nevé Shalom-Wahat al Salam una scuola di dialogo per madri ebree e palestinesi. E accade ora con “Myanmar: vite dimenticate” (tinyurl.com/yeyfwwzy), iniziativa collegata alla campagna giornalistica in corso per l’istruzione e l’assistenza sanitaria dei profughi birmani in Thailandia. In nessuno di questi casi si è trattato di assegnare «premi d’Onore». E mai, finora, ci erano arrivate obiezioni del tipo: «Perché le bambine afghane sì e quelle delle favelas brasiliane no?».
Vedete, Gaza oggi è un nome concreto, tragicamente concreto. Non un’esclusiva del dolore, ma un simbolo che ci impedisce di restare in quella che voi chiamate, appunto, «categoria astratta». In meno di tre anni, secondo i dati Onu e delle principali Ong in passato operanti sul territorio, nella Striscia sono stati uccisi oltre 21mila bambini, più di 44mila minori feriti o mutilati, 245mila colpiti da malnutrizione e 625mila bambini e adolescenti hanno perso almeno tre anni di scuola. Davanti a questi numeri, la parola pace rischia di perdere peso e diventare un suono vuoto, flatus vocis.
Il Nobel ai bambini di Gaza – come sollecitato da Mazzarella e proposto dall’associazione “L’isola che non c’è” – vuole simbolicamente restituire materia e memoria alla parola pace, oltre che dignità a tutti noi. Questo non significa ignorare le responsabilità di Hamas, l’orrore del 7 ottobre, l’uso criminale dei civili come scudi umani. Né tacere sulle scelte del governo Netanyahu, sulla devastazione di Gaza, sui coloni in Cisgiordania, sulla negazione di fatto di un futuro palestinese. Significa però dire che i bambini non sono una parte in guerra: sono il giudizio sulla guerra.
Ecco perché – e vengo dunque all’obiezione di metodo – lavoreremo sulla scorta dei progetti di cui sopra per far sì che anche questa proposta avanzata da un filosofo napoletano non resti sospesa nel simbolico. Ce lo chiedono espressamente tutte le persone che ci hanno scritto. Sappiamo bene che il Nobel ha regole, procedure, limiti. Ma sappiamo anche che certi segni e segnali in tanto rumore servono prima di tutto a svegliare la coscienza pubblica. Poi ci ingegneremo per ancorare la sollecitazione di Mazzarella a una iniziativa concreta, individuando con l’aiuto della nostra comunità di lettori un’associazione o una realtà non divisiva capace di portare aiuto reale ai bambini di Gaza - e non solo a loro. Avendo sempre nel cuore e nello sguardo tutti gli altri bambini feriti dalle guerre. Perché non c’è una pace palestinese, israeliana, ucraina, sudanese o afghana. C’è la pace dei bambini, che poi è la pace di ogni donna e uomo. E se non impariamo a guardarla da lì, continueremo a perdere anche noi la nostra parte più umana. «Al di là delle idee, al di là di ciò che è giusto e ingiusto – nelle splendide parole del poeta mistico persiano Jalal al-Din Rumi –, c’è un luogo. Noi ci incontreremo là». E cioè in quello spazio interiore di pace e silenzio, di preghiera – come ricorda papa Leone in ogni occasione in cui parla di pace – dove la guerra delle idee e il dolore della guerra scompaiono perché ci riconosciamo fratelli tutti.
Marco Girardo
La petizione del professor Mazzarella rilanciata da Avvenire per il Nobel della Pace ai bimbi della Striscia è la scelta di un punto di osservazione su tante, troppe guerre. Non esclude, ma accende un faro sulle tragedie di questo tempo. La risposta del direttore a una delle obiezioni arrivate su una campagna che sta raccogliendo migliaia di adesioni
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