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Artuu Artuu è un magazine online che vi racconta il mondo dell’arte contemporanea attraverso lo sguardo Perché il nostro motto è: l’Arte è per tutti!

Artuu è il Magazine che ti racconta il mondo dell’arte dal punto di vista dei Millennials per i Millennials attraverso news, approfondimenti, interviste, classifiche e curiosità per conoscere tutto, ma proprio tutto, sull’Arte Contemporanea e i suoi protagonisti. Siamo la Generazione dei nativi digitali, dei social media addicted, appassionati d’Arte con il pallino per il suo racconto e la sua com

unicazione immediata, semplice ed efficace. Artuu Magazine parla con tutti, ma soprattutto con i giovani Millennial, la nuova generazione di Artisti, Collezionisti, Professionisti e Appassionati d’Arte. Su Artuu troverai l’Arte più interessante della scena nazionale e internazionale, quella underground, quella che nessuno ti racconta, quella di cui tutti noi vogliamo far parte. Scoprirai in anteprima le curiosità, le mostre, gli eventi e i protagonisti che stanno rivoluzionando il mondo dell’arte e che non puoi davvero perderti o non conoscere. L’arte contemporanea non è solo vernissage, occhialoni intellettualoidi e paroloni complicati: per questo leggerai le storie e le notizie che potrai raccontare anche ai tuoi amici a cena o durante un aperitivo.

Data la grande partecipazione registrata nelle prime settimane di votazione, abbiamo deciso di prorogare il termine fino...
08/01/2026

Data la grande partecipazione registrata nelle prime settimane di votazione, abbiamo deciso di prorogare il termine fino al 10 gennaio per permettere a un pubblico ancora più ampio di prendere parte alla terza edizione di Artuu Artist of the Year 2025.

Un entusiasmo che conferma quanto questo premio sia diventato, negli anni, un vero osservatorio sull’arte contemporanea italiana: non una classifica, ma un dispositivo critico che mette in dialogo sguardi autorevoli e partecipazione attiva dei lettori.

Al centro del progetto c’è, come sempre, la giuria di Artuu, composta da critici, curatori, direttori di musei e fondazioni, professionisti del sistema dell’arte e operatori culturali. Figure con percorsi e sensibilità differenti, chiamate a segnalare gli artisti che nel corso del 2025 hanno saputo distinguersi per qualità della ricerca, forza del linguaggio e rilevanza nel dibattito contemporaneo. Dalle loro indicazioni nasce la rosa dei 20 finalisti, su cui ora è il pubblico a esprimersi.

La pluralità della giuria è uno degli elementi chiave del premio: nessuna visione unica, ma un confronto aperto tra pratiche, generazioni e approcci critici diversi. È proprio da questa tensione che emerge una fotografia più onesta e complessa della scena artistica attuale.

Le votazioni resteranno aperte fino al 10 gennaio, Link in Bio per votare!

La Legge di Bilancio 2026, approvata dal Parlamento a fine anno, definisce il perimetro entro cui si muoveranno le polit...
30/12/2025

La Legge di Bilancio 2026, approvata dal Parlamento a fine anno, definisce il perimetro entro cui si muoveranno le politiche pubbliche italiane nei prossimi dodici mesi. È una manovra costruita all’insegna della prudenza, segnata dal rispetto dei vincoli europei e dalla necessità di tenere sotto controllo il deficit, ma anche dalla volontà di confermare alcune linee di intervento già avviate negli ultimi anni. In questo quadro, la cultura non occupa una posizione centrale, ma nemmeno marginale: compare come ambito strategico secondario, sostenuto attraverso fondi dedicati, bonus selettivi e rifinanziamenti settoriali, senza però una visione complessiva capace di ridefinirne il ruolo strutturale nel Paese.

Per il 2026, la spesa culturale si articola in una serie di capitoli distinti. Il più consistente resta il Fondo per il cinema e l’audiovisivo, che mantiene una dotazione superiore ai 600 milioni di euro, pur segnando una riduzione rispetto agli anni precedenti e anticipando un ulteriore ridimensionamento dal 2027. Il cinema continua così a rappresentare il principale destinatario delle risorse pubbliche per la cultura, confermando una gerarchia ormai consolidata, ma anche un settore esposto a forti tensioni: tra produzione nazionale, attrazione di investimenti esteri, sostenibilità delle sale e ridefinizione dei modelli industriali.

Accanto al cinema, la manovra introduce o consolida una serie di fondi minori, dedicati alla musica, alla divulgazione culturale, a progetti di inclusione sociale attraverso le arti e al sostegno di specifiche istituzioni. Si tratta di stanziamenti contenuti, spesso nell’ordine di pochi milioni di euro, che testimoniano un’attenzione diffusa ma frammentata. La cultura appare così come un mosaico di interventi puntuali, più che come un sistema da rafforzare nel suo insieme.

La nuova opera di Banksy va letta senza simbolismi forzati e con attenzione assoluta al contesto. Al Centre Point, un ba...
23/12/2025

La nuova opera di Banksy va letta senza simbolismi forzati e con attenzione assoluta al contesto. Al Centre Point, un bambino steso a terra, infagottato contro il freddo, e una figura che indica verso l’alto. Un gesto semplice, ma tutt’altro che neutro. Indicare verso l’alto significa chiamare in causa ciò che occupa il cielo della città: grattacieli, luci, capitale, potere. Non il cielo come promessa spirituale, ma come spazio organizzato, selettivo, accessibile a pochi.

Il Centre Point, nato come scandalo urbano, è stato riconvertito in residenze di lusso, spazi commerciali, ristorazione, una food hall alla moda e una piazza pubblica ripulita e addomesticata. Il decoro — mantra delle nuove élite — procede insieme all’ossessione per la “sicurezza”, riservata a chi può permettersela. Ciò che resta sotto, invece, viene semplicemente spostato fuori campo.

Nella tradizione cristiana, indicare verso l’alto stabilisce una gerarchia di senso, rimandando a un “oltre”. Qui quella gerarchia si incrina: il corpo a terra entra in tensione con la promessa inscritta nelle architetture del potere, trasformando l’attesa in inquietudine.

La seconda versione a Bayswater, con due bambini che guardano la luce di una gru, rafforza il messaggio. Anche la stella, oggi, può essere artificiale. Il murale non consola né propone soluzioni. Sta dove sta, ricordando che le città occidentali convivono con la povertà come con un rumore di fondo, soprattutto a Natale.

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22/12/2025

Sono state accese ieri sera, nel cuore di Bologna, le grandi rocce luminose di Iwagumi-Dismisura, l’installazione che trasforma Piazza Maggiore in un paesaggio sospeso tra rigore formale e perdita di equilibrio. L’intervento, firmato dallo fondato dall’artista Ni**od Weis, è uno dei momenti più visibili e discussi del programma Bologna Accese, che ogni anno affida allo spazio pubblico opere capaci di dialogare con la città e con il suo immaginario.

Iwagumi richiama una pratica estetica giapponese basata sulla disposizione armonica delle rocce, su un ordine preciso, misurato, quasi meditativo. Ma qui quell’ordine viene forzato, alterato, portato oltre il proprio limite. La dismisura entra come elemento perturbante: le forme appaiono familiari e allo stesso tempo fuori scala, gonfiate, instabili, illuminate dall’interno come presenze vive. La luce non decora, ma rivela una tensione, rendendo la materia ambigua, a metà tra naturale e artificiale.

Accese al calare del buio, le rocce ridisegnano la percezione della piazza, introducendo una frattura temporanea nel suo equilibrio monumentale. Non un semplice allestimento natalizio, ma un gesto che interroga il rapporto tra forma, spazio e collettività. Iwagumi-Dismisura non chiede consenso immediato: occupa, sposta, mette in crisi. E proprio in questa sproporzione — tra pietra e architettura, tra misura e eccesso — trova il suo senso più profondo.

19/12/2025

Torna puntuale, come ogni fine anno, la terza edizione di Artist of the Year, il format di Artuu che invita lettori e lettrici a scegliere l’artista italiano che più ha inciso sul presente. Dopo una prima selezione affidata a una giuria composta da critici, curatori, direttori di museo, collezionisti e operatori del sistema dell’arte, ora la parola passa al pubblico.

Sono 20 i finalisti, individuati senza scorciatoie: percorsi solidi, ricerche riconoscibili, mostre istituzionali e presenze internazionali, pratiche capaci di reggere il confronto sul lungo periodo. Non si vota una singola opera o una mostra, ma l’impatto reale del 2025, la capacità di orientare il dibattito e lasciare un segno nella scena dell’arte contemporanea italiana, tra pittura, pratiche ibride, processi relazionali, tecnologia e uso consapevole dell’Intelligenza Artificiale.

Avete un solo voto, una scelta netta. Il risultato definirà non solo il vincitore, ma anche secondo e terzo classificato, componendo il podio finale di Artist of the Year 2025.
Si vota fino alla mezzanotte dell’8 gennaio 2025.

Ora tocca a voi.
👉 Votate dal link in bio
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17/12/2025

Torreggianti e apparentemente immobili, le montagne esercitano da sempre una forza di attrazione profonda sull’essere umano. Non solo come paesaggio o ostacolo fisico, ma anche come metafora di una sfida interiore, di un limite da attraversare, di un ritorno a un rapporto primordiale con la natura. La scalata diventa così gesto simbolico, esperienza di misura, tempo sospeso, silenzio.

È in questo spazio mentale che si colloca White Entropy, la mostra personale di , visitabile fino al 31 marzo 2026 presso il PhotoSquare dell’Aeroporto di Milano Malpensa. Il progetto restituisce allo sguardo l’immensità di distese bianche, dove la neve si fa superficie concettuale e la fotografia diventa strumento di contemplazione. La mostra rientra nel programma dell’Olimpiade Culturale di , pensata per promuovere i valori olimpici attraverso cultura, patrimonio e sport, in vista dei Giochi Invernali.

Promossa da SEA e realizzata da con la collaborazione di , l’esposizione costruisce un racconto visivo tra arte, natura e sostenibilità, trovando nell’aeroporto – luogo di transito e attesa – una cornice significativa.

Insieme al curatore Massimo Ciampa, Di Cera invita il pubblico a rallentare e osservare. Malpensa diventa così uno spazio di soglia, ma anche il primo punto di contatto per gli atleti in arrivo, dove l’arte accoglie e orienta lo sguardo.

16/12/2025

Prosegue fino al 22 febbraio 2026 la mostra Mongolia – A Journey Through Time, curata da Alexandra von Przychowski e Johannes Beltz, al di Zurigo. L’esposizione prende le distanze dall’immaginario occidentale più diffuso — quello di una Mongolia immobile e arcaica — per restituire una narrazione complessa e dinamica.

Attraverso oltre 200 oggetti, molti dei quali esposti per la prima volta fuori dal Paese, il percorso intreccia reperti archeologici, tessuti, ceramiche, ornamenti e testimonianze urbane, delineando una Mongolia storicamente centrale nei flussi dell’Eurasia. Lungi dall’essere periferica, emerge come crocevia di commerci, culture e religioni.

Accanto alle sezioni storiche, l’arte contemporanea mongola apre uno sguardo sul presente, affrontando temi di identità, memoria nomade e trasformazione urbana. Il dialogo tra passato e presente invita a superare lo sguardo esotizzante e a riconoscere la Mongolia come spazio vivo, in continua evoluzione.

🇬🇧 ENG

On view until 22 February 2026, Mongolia – A Journey Through Time, curated by Alexandra von Przychowski and Johannes Beltz, is presented at the Museum Rietberg in Zurich. The exhibition challenges long-standing Western stereotypes by portraying Mongolia as a complex and dynamic cultural space.

More than 200 objects — many shown abroad for the first time — bring together archaeological finds, textiles, ceramics and urban traces, revealing Mongolia’s central role in the historical networks of Eurasia. Far from being isolated, it appears as a crossroads shaped by exchange and movement.

Alongside historical sections, contemporary Mongolian art reflects on identity, nomadic memory and urban change, placing past and present in dialogue and inviting viewers to see Mongolia as a living, evolving culture.

📍 Museum Rietberg, Gablerstrasse 15, Zurigo
🗓 Fino al 22 febbraio 2026
🎫 rietberg.ch

Cover: Ritratto di Gengis Khan, Sh. Sainzul, 2022, Museo Nazionale Chinggis Khaan

12/12/2025

Non solo estetica, ma un progetto culturale condiviso. Il 10 dicembre, negli spazi milanesi di , ha preso forma “First Date”: prima tappa dell’incontro tra la maison belga e una delle gallerie internazionali di riferimento per la Pop e Urban Art.

A inaugurare il percorso, la performance live di , artista francese che ha trasformato una borsa Delvaux in un oggetto a metà tra accessorio e opera, lavorando in tempo reale di fronte al pubblico.

Non un semplice evento, ma l’avvio di un dialogo concreto tra linguaggio artistico e manifattura di alta gamma. Un confronto tra libertà creativa e forme codificate, tra contemporaneità e tradizione.

L’esposizione è visitabile fino al 15 dicembre in via Nerino 1, Milano.

11/12/2025

Miami Art Week 2025 ha avuto la sua immagine-simbolo: un recinto di cani-robot color carne che defecano stampe con le facce di dei del capitalismo e dell’arte. L’opera di Beeple, nella sezione 0.10 di Art Basel, è diventata subito virale. Meme, mito, macchina narrativa perfetta.

Ma come ci dice Domenico Fragata, quando una scena viene conquistata dai riflettori, molto resta fuori fuoco. È nei margini – corridoi meno affollati, fiere come Untitled e Scope – che il digitale mostra ancora la sua carica più autentica.

A Untitled, il digitale diventa poesia con artisti come , che costruisce immagini in 3D per poi “fotografarle” come se fossero reali. Le sue finestre su paesaggi impossibili generano nostalgia per luoghi mai visti: non fotografia del reale, ma memoria di sogni collettivi

espone e cura: i suoi paesaggi digitali sono pittura sintetica, nati dallo schermo, senza più confini tra file e materia.

E a Scope, il digitale è istintivo, brutale, ancora in lotta. Il lavoro di Marco Conti Šikić riporta il corpo al centro, attraversato e messo in crisi dalla tecnologia, mentre porta l’energia grezza dell’NFT come ecosistema visivo.

Il digitale è ovunque. Ma non è tutto uguale.

📎 Testo di Domenico Fragata

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La vittoria di Nnena Kalu al Turner Prize 2025, annunciata alla Cartwright Hall Art Gallery di Bradford, è stata accolta...
10/12/2025

La vittoria di Nnena Kalu al Turner Prize 2025, annunciata alla Cartwright Hall Art Gallery di Bradford, è stata accolta come un riconoscimento fondato sulla qualità del lavoro e sulla maturità raggiunta dall’artista all’interno della scena britannica. Kalu entra nella storia del premio come la prima artista con disabilità cognitiva a ricevere il riconoscimento, ma la giuria ha sottolineato fin da subito che la decisione non deriva da criteri biografici o simbolici: il premio viene assegnato esclusivamente per merito artistico.

In ambito britannico, il termine “learning disability”, utilizzato per descrivere la condizione dell’artista, indica una disabilità cognitiva permanente, presente fin dall’infanzia. Non si tratta di disturbi dell’apprendimento come dislessia o ADHD, ma di un insieme di compromissioni cognitive che interessano il ragionamento astratto, la pianificazione e la gestione autonoma di attività complesse. Nel caso di Kalu, ciò comporta una comunicazione verbale limitata e una forte attitudine verso processi strutturati, ripetitivi e fisici: proprio queste caratteristiche hanno contribuito a definire la specificità del suo linguaggio artistico.

Il lavoro di Kalu si basa su un processo di accumulo e stratificazione. Le sue installazioni utilizzano materiali immediati — nastro adesivo, corde, tessuti riciclati, plastiche, carta arrotolata — avvolti, compressi o sospesi nello spazio fino a generare forme che la giuria ha descritto come “cocoon-like”. Le opere non presentano una narrazione dichiarata: si costruiscono attraverso la ripetizione del gesto, la tensione interna dei materiali e una struttura che cresce visibilmente strato dopo strato. Il valore del lavoro risiede nella chiarezza del processo e nella coerenza con cui l’artista sviluppa il proprio metodo.

Nnena Kalu. Photo by David Levene

09/12/2025

Sulla spiaggia di Miami Beach, Es Devlin porta una delle installazioni più ipnotiche della Miami Art Week 2025: Library of Us, una libreria triangolare rotante che sembra emergere dal mare come un altare laico dedicato alla lettura. La struttura — 2.500 libri selezionati dall’artista, una vasca riflettente, luci che scorrono come un respiro — funziona come una coreografia lenta, quasi rituale. Il pubblico si siede attorno a un grande tavolo circolare, sfoglia i volumi, osserva la rotazione e diventa parte dell’opera. Non solo spettatori: co-interpreti di un tempo dilatato che invita alla sospensione.

La forza dell’installazione è proprio questa: portare un gesto intimo e privato come la lettura in uno spazio pubblico, trasformandolo in un’esperienza collettiva. La libreria che gira, una volta ogni dieci minuti, diventa simbolo di un sapere che muta, che torna, che viene tramandato.

All’interno del Faena District, la mostra prosegue con una serie di lavori più introspettivi — disegni, vetri, schermi, testi — che ampliano il tema della memoria condivisa. Qui Devlin riflette sul rapporto tra parola, comunità e percezione, senza perdere l’impatto scenico che caratterizza tutta la sua pratica.

In un’Art Week frenetica, Library of Us è un invito raro: fermarsi, leggere, ascoltare. Un gesto semplice, trasformato in architettura emozionale.

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08/12/2025

La morte di Martin Parr, avvenuta il 6 dicembre 2025 a 73 anni, chiude una delle traiettorie più influenti e scomode della fotografia contemporanea.

La sua parabola creativa ha un prima e un dopo ben riconoscibile. Nato nel 1952, formatosi a Manchester negli anni Settanta, Parr iniziò in bianco e nero: una lunga osservazione delle comunità rurali inglesi, lavori di discrezione e silenzio. Ma la vera frattura arrivò tra il 1983 e il 1985, quando realizzò “The Last Resort” (1986). Colori saturi, flash frontale, ironia inossidabile: un’Inghilterra proletaria immortalata mentre prova, goffamente, a divertirsi sulle spiagge di New Brighton. Quel libro non era un reportage: era un elettroshock visivo. Negli anni successivi arrivarono “The Cost of Living” (1987–1989), radiografia di una middle class che si credeva solida e invece scricchiolava ovunque; “Small World” (1987–1994; pubblicato nel 1995), in cui il turismo di massa diventava rito planetario e quasi religioso; “Common Sense” (1995–1999), una collezione di oggetti, cibi, dettagli del consumismo globale che sembrano urlare anche da fermi. Sono lavori che definiscono una grammatica: il colore come arma, il consumismo come soggetto, il grottesco come meccanismo di rivelazione.

È per questo che chiamare Parr “pop” non è un vezzo. Era pop perché pescava dal basso, perché il suo occhio si posava sul quotidiano più scomodo, perché costruiva immagini che somigliavano a collage di una cultura che non sa più distinguere tra autenticità e artificio. Ma soprattutto era pop perché non aveva paura del brutto: il brutto, anzi, era la chiave per capire il contemporaneo. Il pop di Parr è una collisione, un fastidio, un cortocircuito: non un’estetica della leggerezza, ma una messa in scena della realtà così com’è, amplificata nei suoi tic, nelle sue manie, nei suoi consumi

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Milan

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