05/10/2026
Ci ha lasciati improvvisamente Alessandro Baggi. Lo ricorda per noi Mauro Boselli, che l'aveva voluto nello staff di Dampyr e che ne racconta il talento e le particolarità.
Alessandro Baggi non era di questo pianeta. Ho sempre avuto il sospetto che tra noi fosse precipitato per caso, da un’altra dimensione. Si muoveva nel nostro mondo con aria stralunata e kafkiana, come gli sghembi e stranianti disegni che mi spinsero a cercarlo per il nascente staff di Dampyr. Come una creatura marina estinta o quasi, quel Celacanto venuto dal Cretaceo che inaspettatamente, nel Ventesimo Secolo, era riapparso vivo e guizzante dagli abissi: un pesce che in apparenza era come gli altri pesci, però unico e diverso. Alessandro era affascinato dal Celacanto, forse lo sentiva fratello, perché anche lui era unico e sorprendente, uno di quei rari artisti (mi vengono in mente solo Dalì, Jarry e alcuni surrealisti come loro) che per apprezzarlo davvero bisognava conoscerlo di persona, perché il suo modo di muoversi nella vita era inscindibile dalle sue opere. Ho detto apprezzarlo, non capirlo, perché in fin dei conti l’ineffabile Baggi era surreale e incomprensibile.
Alessandro collezionava insetti rari e multicolori (nelle sue tavole, come un segno d’autore, spesso s’intrufolavano ai margini insetti strani e creature degli abissi marini), che raccoglieva in piccole, eleganti bacheche per regalarle agli amici (ne possiedo un paio), corredandole di didascalie minuziose ed eleganti vergate con svolazzante calligrafia ottocentesca. La stessa che compariva incongruamente sul retro delle sue tavole originali, come scoprivamo con sorpresa quando le ammiravamo in redazione: dietro ogni tavola di fumetto non trovavamo solo data e firma, ma anche frammenti di vita, poesie, pensieri, aforismi, che gli venivano in mente nelle ore piccole della notte mentre ascoltava i dischi di Elvis Presley (il suo idolo musicale) e che subito, per non perderle, riversava su carta.
Alessandro aveva pubblicato a sue spese un libro con tutte le pagine bianche, perché ognuno potessi leggerci (o scriverci) quel che voleva. Teneva anche un meraviglioso diario illustrato a fumetti con, se non tutti, i più significativi giorni della sua vita. Una mattina del 2001, si alzò dal letto e dipinse una meravigliosa tavola in cui una nuova bambina si affacciava alla vita: quella bambina era mia figlia, Alessandro sapeva che stava per nascere, ma nessuno gli aveva detto che sarebbe nata proprio quel giorno. L’aveva semplicemente sognata. Ora quella tavola è appesa nella nostra casa. Uno dei suoi magnifici libri pittorici, “Dove muoiono i Barbapapà”, è una collezione di quelle tavole, collages di immagini e poesie, frammenti di vita e di sogni, che lui stesso diceva ispirati agli esperimenti grafici di Dino Buzzati o John Lennon: ma Baggi aveva superato in maestria grafica e fantasia quei suoi Maestri. Perché inevitabilmente, oltre che fumettista e pittore, Alessandro Baggi era anche scrittore e poeta. Quasi ogni giorno, sulla sua pagina Facebook, scriveva un racconto di vita, a volte un poemetto, testi sempre buffi, intelligenti, crudelmente sinceri, dei piccoli capolavori di scrittura che farebbero invidia a scrittori pubblicati e premiati.
Alessandro Baggi era anche un flaneur, per dirla alla parigina, uno di quei camminatori che osservano e ritraggono paesaggi urbani; però lui prediligeva le periferie, i muri scrostati coperti da strati di sbrindellati manifesti, i parcheggi desolati, le fabbriche abbandonate e, per dirlo con le sue stesse parole, «le strutture di ferro che arrugginiscono sotto la pioggia, il tramonto che fugge riflesso nelle vetrate dei palazzi di via Melchiorre Gioia, i tubi di plastica rossa su cui cresce l’edera». Era il cantore della decadenza urbana, sapeva, in testi e immagini, rivelare la poesia sotto lo squallore e dipingerla con colori squillanti, non una pennellata fuori posto, ma mai banale. Mai. Un uomo come lui, che con indifferenza poteva indossare abiti invernali d’estate e abiti estivi d’inverno, poteva forse sembrare strano e fuori posto per la gente comune, ma non lo era nel mondo che lui vedeva e dove ci invitava a entrare.
Baggi ha disegnato per noi (a volte anche scritto) molti numeri di Dampyr e Dylan Dog. Ha pubblicato libri che avrebbero dovuto renderlo famoso, se non li avesse pubblicati in questo nostro banale mondo che non era il suo. E tuttavia l’ho sempre considerato un artista incompiuto e incompreso, dalle immense potenzialità inespresse e forse inesprimibili. Addio, visionario e strampalato Alessandro Baggi! Se, come spero, sei volato nel tuo vero mondo, ti auguro di trovarvi Elvis, il Celacanto e migliaia di coleotteri dai colori abbastanza sgargianti per i tuoi pennelli. E gli abitanti di quel mondo, a differenza di noi, ti sapranno apprezzare davvero.
Mauro Boselli