08/09/2026
7 ottobre. Netanyahu sapeva tutto e non ha fatto nulla.
Nonostante gli avvertimenti giunti da più canali.
Poco prima del 7 ottobre, un funzionario di Fatah, che aveva stretti rapporti con l’intelligence israeliana e che in precedenza aveva mediato tra Israele e Hamas, viene convocato da Sinwar, allora capo di Hamas a Gaza.
Sinwar vuole far arrivare a Tel Aviv un messaggio preciso.
C’era un accordo per uno scambio di prigionieri, raggiunto con Israele e approvato da Netanyahu, ma che il premier israeliano continuava a rimandare.
A quel punto Sinwar manda a dire: o Israele dà seguito all’intesa, oppure ci sarà uno “zilzal”, un terremoto.
È proprio Sinwar a volere che il messaggio arrivi agli israeliani.
Ma non basta.
Dopo un secondo incontro, Sinwar ordina al mediatore di riferire agli israeliani, parola per parola, che sta preparando “la madre di tutte le sorprese”, “un’operazione terrificante”, qualcosa di straordinario.
Poi ci sono le telefonate.
Una, di 45 minuti, tra Mohammed bin Zayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti, e lo stesso Netanyahu. Bin Zayed lo avverte delle intenzioni di Sinwar.
Ad avvisare il premier israeliano c’è anche l’intelligence egiziana, che parla di “un’operazione terrificante” che Hamas sta per lanciare.
A quest’ultima telefonata assiste anche la giornalista Smadar Perry, che ne ha parlato con Haaretz, il giornale israeliano che ha pubblicato l’inchiesta-bomba.
Ma Netanyahu non fa nulla.
Nonostante gli avvertimenti arrivati a fine settembre. Nonostante fosse pressato dai vertici della sicurezza e della difesa.
Netanyahu insiste per “non intensificare le ostilità” e per preservare quella che viene definita la “risorsa” chiamata Hamas.
La notizia di oggi è una vera e propria bomba mediatica.
Ma non è un fulmine a ciel sereno.
Già due anni fa, su InsideOver, parlavamo di tutto ciò che non tornava sull’attacco del 7 ottobre: degli avvertimenti, delle falle nella sicurezza, delle domande rimaste senza risposta.
E ci siamo presi volentieri le varie etichette del caso: complottisti, revisionisti, e via discorrendo.
Non perché avessimo già le risposte. Ma perché quelle domande c’erano già. Ma chissà come, altri giornali, non si sono degnati di fare.
Oggi una parte del mondo, grazie al coraggio di Haaretz, sa.
E non può più non sapere.