25/02/2026
Da oggi in libreria
"Quattroventi"
di Raffaello Di Mauro
Il sole è già scivolato dietro i crateri di Mongibello e ne illumina la cresta in controluce; resta abbracciato per qualche istante al vulcano come per incoronarlo con un diadema luminoso, poi prosegue il suo viaggio.
Sulla collina del Danso la luce radente che si ritira verso la Muntagna fa vibrare ogni cosa - a tratti - e a tratti la fa tornare ferma.
La stagnante atmosfera delle ore del vespro è rotta a tradimento da un venticello a verrina di porco - la brezza di mare - che alza mulinelli di polvere e m***a secca di bestie e arriva fin lassù, in cima al costone del Danso, senza sapere né come né perché.
Ma chi si trovasse, per ventura, alla marina del Fiumefreddo, la vedrebbe arrampicarsi, balza a balza, carica di salmastro, di frescura e di speranza.
La brezza di mare è presagio della fine, a Dio piacendo, di un’attesa che dura da troppo tempo: giorni piatti, bagliore abbacinante misurato dagli strepiti delle cicale, mesi di arsura, di vampe che tutto causticano come metallo infocato nella fornace di ‘Ndria il fabbro.
Dopo il tramonto sul Danso non si vede più anima viva: i cristiani venuti a faticare nei poderi sono tornati a casa in paese.
Restano alcune lucciole sparse sul costone - luci di lumere a olio - perché la cera per le candele costa troppo, come tutte le cose immacolate e pure, più del salario di un giorno.
Le poche case sparse sono serrate per la notte come conventi di clausura, non si apre a nessuno, per nessun motivo.
Non è tanto per paura del suglio del Fogliarino, né tantomeno c’è pericolo di incontrare marabecche di notte.
Sugghi in cima al Danso non se ne sono mai visti.
E vorrei ben dire!
Ve la immaginate la bestia ripugnante, di una canna di lunghezza, con minuscole zampe e la testa di picciriddu - un serpente anfibio cresciuto in mezzo alla vegetazione spinosa del fiume, nutrendosi di larunchi e di qualche agnello - che si arrampica per i muri scoscesi del Danso?
E le marabecche?
A quest’ora tutti i pozzi sono chiusi con i loro lucchetti di ferro. Le megere se ne stanno acquattate nel rituffo, in compagnia delle anguille, delle buffe velenose e dei tirasciato, aspettando l’alba e l’arrivo di qualche ragazzino spericolato che si sporge dal bordo di pietra per vedere la sua immagine riflessa in fondo al pozzo.
No, non si tratta di questo.
Qualcos’altro serra di inquietudine - se non di vero terrore - il gargarozzo dei pochi zappaterra rimasti tra le terrazze del Danso. Dopo la calata del sole dietro la Muntagna restano tutti inserragliati nelle casedde, con le orecchie ben tese e lo schioppo carico.
Qualcuno avverte un toccolare alla porta di casa capace di far agghiacciare il sangue, altri un campanaccio in lontananza, un rumore come di ferraglia trascinata per un viottolo: una sequenza di scampanii affogati nella polvere, un lento strascino di una corda a cui sono legati gavette, tazze di lamierino ricavate dalle buatte, sacchetti di semenza mista.
Dicono…
Dicono che il crepuscolo è l’ora di Angiola dei Quattroventi.
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