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OLIO DI RICINO: UN’OPPORTUNITA’ PER LA BIO-ECONOMIA ITALIANAL’economia globale sta attraversando e sperimentando cambiam...
06/05/2020

OLIO DI RICINO: UN’OPPORTUNITA’ PER LA BIO-ECONOMIA ITALIANA

L’economia globale sta attraversando e sperimentando cambiamenti di grande rilevanza. Tra i temi di primaria importanza c’è l’aumento della popolazione mondiale, che implicherà un incremento della domanda di alimenti, energia e materiali. Proprio in questo contesto emerge la bio-economia, che comprende tutte le attività di produzione di cibo, bio-energia e materiali bio-based; in sostanza tutte le attività che trasformano risorse biologiche.
All’interno di questo tema, la coltivazione del ricino rappresenta un’opportunità per le aziende agricole italiane e per tutto il comparto dell’industria, poiché ha un’infinità di applicazioni, dalla produzione di materiali bio-based, al recupero di terreni marginali, passando per il biodiesel, pertanto potrebbe avere un ruolo centrale nella bio-economia italiana.
Il ricino è una specie oleaginosa non commestibile coltivata fin dall’antichità per il suo olio pregiato. Viene coltivato nelle zone tropicali e sub-tropicali del pianeta, anche se cresce spontaneamente in ambienti più temperati, come quelli mediterranei.
Il mercato mondiale dell’olio di ricino vale circa 1,3 miliardi di dollari e il principale produttore è l’India con 1.568.000 tonnellate di semi. Il Vecchio Continente è un importatore netto.
Le proprietà chimiche dell’olio di ricino sono derivate dall’alto contenuto di acido ricinoleico, un acido grasso idrossilato unico nel suo genere. La funzionalità ossidrilica dell’acido ricinoleico fornisce stabilità ossidativa all’olio e una conservabilità elevata rispetto ad altri oli, prevenendo reazioni ossidative e irrancidimento. Inoltre, la presenza di gruppi ossidrile (OH) rendono l’olio adatto a sostenere svariate reazioni chimiche, tra cui, alogenazione, disidratazione, esterificazione e solfatazione. Di conseguenza, questa funzionalità unica consente all’olio di essere utilizzato in diverse applicazioni industriali.
Ad esempio, l’olio di ricino consente di sintetizzare una vasta gamma di prodotti poliuretanici come: rivestimenti, elastomeri termoplastici, schiume poliuretaniche, sigillanti, adesivi e materiali biomedici.
Un ulteriore derivato dell’olio di ricino, l’acido amminoundecanoico è la materia prima di partenza per la produzione di naylon-11, un polimero pregiato ad alte prestazioni di origine rinnovabile al 100%, utilizzato per applicazioni ad alto valore aggiunto, come: stampanti 3D, componenti elettrici, rivestimenti protettivi, calzature sportive e montature per occhiali.
La diversità di sostanze chimiche e prodotti derivati dal suo olio dimostra che il ricino è una coltura con elevate potenzialità e con un grande valore utilitaristico, soprattutto nel settore agricolo e industriale. In un’epoca che si affaccia sempre di più all’utilizzo delle specie vegetali come risorsa rinnovabile, il settore agroindustriale italiano dovrebbe valutare con serietà la possibilità di creare una filiera nazionale del ricino, che parta dalla sua coltivazione nei terreni agricoli del centro-sud e termini con la trasformazione dell’olio in bio-materiali ad alto valore.
Sicuramente non un obiettivo di semplice realizzazione, anche a causa di limitazioni dettate da una ricerca scientifica ancora acerba sul tema del miglioramento genetico e sul sistema di raccolta meccanica.

Di Alessio Sanfelici

MES: FACCIAMO UN PO' DI CHIAREZZATutti ne parlano, pochi lo fanno nel merito; cos’è questo MES e cosa è successo a rigua...
05/05/2020

MES: FACCIAMO UN PO' DI CHIAREZZA

Tutti ne parlano, pochi lo fanno nel merito; cos’è questo MES e cosa è successo a riguardo negli ultimi giorni? In seguito a una serie abominevole di fake news, per la maggior parte messe in circolazione dallo stesso governo che istituisce le task force per combatterle (piccola nota polemica), è doveroso fare luce sulla realtà dei fatti affinché chiunque possa crearsi una propria coscienza e giudicare con tutti gli elementi del caso. Ma procediamo con cautela.
Il Meccanismo Europeo di Stabilità, altrimenti detto Fondo salva-Stati, non è altro che un vero e proprio fondo europeo e comune con l’obiettivo di aiutare finanziariamente gli Stati aderenti in momentanea difficoltà e in probabile default. In parole povere, provvede a elargire prestiti in caso di bisogno. Nulla sembrerebbe stonare, eppure ecco la sorpresa che rimescola completamente le carte in gioco; è molto agevole accedervi per gli Stati con un debito che rientri nei parametri europei, totalmente diverso invece è per chi si trova, come noi, nella situazione opposta. Per chi non li rispetta, infatti, sono previste condizionalità estremamente aspre e su***de, tra cui un vero e proprio commissariamento della propria politica economica. Insomma, il modo migliore per trasformarci nella versione 2.0 della Grecia. Non un’idea particolarmente intelligente, bastano un paio di ragionamenti molto spiccioli per capirlo.
Detto ciò, arriviamo al succo di ciò che è accaduto in questi ultimi giorni. Fake news numero uno; il premier Conte, nell’isterica e ormai celebre conferenza anti-opposizione, accusa Salvini e Meloni di essere i primi responsabili dell’approvazione del MES in quanto facenti parte del governo di Centrodestra di allora (2011), presieduto da Berlusconi e con Tremonti al Ministero dell’Economia. Peccato che all’epoca, in cui nulla venne ratificato e si prevedeva, come condizione fondamentale, l’introduzione degli Eurobond, si pensava al meccanismo come a un semplice sistema di aiuto finanziario europeo, non si era arrivati alla brillante conclusione che dovesse diventare la ghigliottina dei Paesi in difficoltà. E, sorprendente ma neanche troppo, una volta visti e conosciuti i veri dettagli e condizioni, arrivò la firma (2012); purtroppo per Conte, però, quella a nome del governo Monti, con la Lega che compatta si schierò contraria e Meloni che decise di astenersi in aperto dissenso con il PdL (e poco dopo avrebbe fondato Fratelli d’Italia).
Procediamo senza perderci in chiacchiere con la fake news numero due; tanto per scatenare la folla di suoi seguaci e “bimbe”, sempre il Presidente del Consiglio attacca l’opposizione, rea (a sua detta) di aver bugiardamente e furbescamente raccontato agli Italiani che il governo ha proceduto all’attivazione del Fondo. No. L’unica accusa mossa (perlopiù estremamente fondata, ahimè) è stata quella di essere usciti dall’Eurogruppo del 9 aprile con la firma di Gualtieri su un trattato che prevede il MES tra le possibili forme di sostegno finanziario. Tutto tristemente vero. E non si parli di versione “light” (altra fake news), visto che la non-condizionalità sarebbe prevista solo per le spese sanitarie, una cifra irrisoria in una prospettiva di ripartenza in un momento simile.
Insomma, uno strumento mortifero che ci porterebbe alla svendita e all’auto-distruzione; ma se anche l’Italia decidesse di non accedervi, viste le condizioni asprissime, è possibile pensare che potremmo ritrovarci ugualmente nelle condizioni di dover rimpinguare il Fondo in virtù del suo sfruttamento da parte di altri Stati?
Una cosa sola è certa: anche in un periodo in cui a maggior ragione la nostra classe politica dirigente dovrebbe mostrare i muscoli ai burocrati, ne usciamo con le ossa rotte. E a testa bassissima.

Di Luca Mancini

"HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM"50 anni fa la NASA compì un'impresa straordinaria per salvare la vita degli astronauti di Ap...
04/05/2020

"HOUSTON, WE HAVE A PROBLEM"

50 anni fa la NASA compì un'impresa straordinaria per salvare la vita degli astronauti di Apollo 13.

Apollo 13 è stata una missione spaziale statunitense, la settima del programma spaziale Apollo e doveva essere la terza missione a sbarcare sulla Luna.
L’astronave fu lanciata l’11 aprile 1970 dal Kennedy Space Center, in Florida, ma fin dall’inizio si sarebbe dimostrato un volo sfortunato.
Infatti Apollo 13 ebbe già un grave problema in fase di partenza: uno dei motori cessò di funzionare due minuti prima del previsto. L’equipaggio tuttavia riuscì ad entrare in orbita terrestre grazie al fatto che gli altri 4 motori poterono funzionare per 34 secondi in più di quanto programmato.

Circa due giorni dopo la partenza, il 13 aprile, quando la navicella si trovava a oltre 300 mila chilometri dalla Terra e dopo 55 ore di viaggio, vi fu un esplosione a bordo. Jim Lovell guardò fuori dal finestrino e notò del gas che stava fuoriuscendo dall’astronave che lo avrebbe dovuto portare sulla Luna. Con orrore si rese conto che il gas era ossigeno. In pochi istanti capì che per Apollo 13 non ci sarebbe stato nessun allunaggio: la missione principale era finita.
Alle ore 21.08 del 13 aprile 1970, l’astronauta Jack Swigert, membro dell’equipaggio dell’Apollo 13, comunica al quartier generale della Nasa: "Okay Houston, abbiamo avuto un problema, qui”. Otto secondi più tardi, il Controllo Missione a Houston risponde "This is Houston. Say again, please."("Qui Houston, ripetere prego"). Passano altri sette secondi. Questa volta a parlare è il comandante Lovell:"Houston, we've had a problem"("Houston, abbiamo avuto un problema") e inizia a spiegare i dettagli tecnici dell'avaria.
L’obiettivo della missione Apollo 13 era diventato uno solo: riportare i suoi tre astronauti vivi sulla Terra il prima possibile.
Iniziò, così, per l’equipaggio e l’America intera, l’odissea del difficile rientro sulla Terra.
L’esplosione era stata causata da un cortocircuito nel serbatoio dell’ossigeno liquido, e provocò seri danni al modulo di servizio e lo privò di elettricità. Gli astronauti sopravvissero trasferendosi nel modulo lunare, Aquarius, ingegnandosi e dando fondo ai motori, alle riserve di elettricità e al sistema di purificazione dell’aria del modulo, che permise loro di circumnavigare la Luna e tornare a Terra, ammarando nell’Oceano Pacifico.

Non tutti sanno che l’omonima frase divenuta celebre «Houston, we have a problem» fu introdotta solo molto tempo dopo da William Broyles Jr., sceneggiatore del film Apollo13 (uscito nel 1995) che decise di usare una frase secca con il verbo al presente e che avesse un tono più forte, più drammatico.

Il disastro scampato di Apollo 13 divenne uno degli eventi mediatici più importanti della seconda metà del Novecento, subito dopo quello dell’allunaggio avvenuto poco meno di un anno prima. Solo negli Stati Uniti si stima che 40 milioni di persone osservarono alla televisione il rientro sulla Terra dell’equipaggio, con decine di altri milioni di persone in giro per il mondo che fecero altrettanto rimanendo per ore davanti ai loro televisori in attesa di vederli riemergere dalla loro capsula spaziale.

Di Nicola Gozzo

UN PENSIERO SUL 25 APRILE, UNA DATA CONTROVERSAPubblico queste righe un po’ in ritardo, perché prima di scrivere un arti...
01/05/2020

UN PENSIERO SUL 25 APRILE, UNA DATA CONTROVERSA

Pubblico queste righe un po’ in ritardo, perché prima di scrivere un articolo del genere ho preferito pensare bene al messaggio che avrei voluto trasmettere.
Ho osservato ogni anno l’avvicinarsi di questa data e con essa l’immancabile crescendo di polemiche che da sempre l’accompagna.
La festa della liberazione dal nazi-fascismo, accende gli animi degli italiani ancora oggi dopo tre quarti di secolo, sintomo che molte questioni sono rimaste aperte da allora e difficilmente saranno risolte in un prossimo futuro, anzi, a volte sembra che più passi il tempo più esse cerchino di venir fuori, trascinando nella fossa tutti i residui di volontà di pacificazione nazionale.
Personalmente ho sempre disprezzato questa “festa”, né mai l’ho potuta considerare tale, poiché generalmente alle feste si celebra qualcosa di cui si possa andare fieri, e in tutta sincerità ritengo siano davvero in pochi coloro che possano davvero essere fieri di tutto quanto avvenuto nel periodo dall’8 settembre 1943, fin ben oltre il fantomatico 25 aprile 1945.
Dato che non condivido lo spirito della celebrazione, non rientrerebbe nemmeno nel mio stile perdere tempo a parlarne, senonché sia particolarmente interessato a un aspetto della faccenda.
Tale aspetto è il rispetto per i caduti, che mi sta molto a cuore, tanto più che parliamo di una guerra civile dove italiani hanno versato il sangue di loro compatrioti, e io da italiano non posso che piangere per questo. E se a qualcosa dovesse servire celebrare questi eventi, penso sia proprio a giungere a un momento di unità e sentito raccoglimento, unica vera speranza di superamento della tragedia che ha rappresentato per l’Italia, la Seconda Guerra Mondiale.

Nelle mie riflessioni ho rischiato di scadere nel banale e, lo ammetto, avrei voluto screditare quella gente che sabato ha affollato le piazze d’Italia, pur nel pieno di una quarantena, cogliendo l’occasione per fumare canne tutti assieme, cantando ballate popolari di basso tenore. Ma non è giusto bersagliare certi personaggi, esattamente come non vale la pena dare attenzione a quei loschi individui che, convinti di poter riscattare gli sconfitti con azioni meschine, non esitano a distruggere o oltraggiare le lapidi dei caduti, immaginandosi come moderni eredi dell’uomo nuovo fascista, nella realtà più simili agli avanzi di galera che popolano i bar più malfamati nelle ore notturne.
Chi non vale niente continuerà a non valere niente, per quanto uno si possa sforzare di insegnarli una lezione.
Se a qualcuno mi devo rivolgere, è a tutte quelle persone che sono veramente disposte a cicatrizzare questa ferita nazionale, e sono convinto ce ne siano.
Mettiamo quindi almeno due fondamentali punti di sutura:75 anni fa l’Italia è uscita sconf***a dal secondo conflitto mondiale, tutti hanno perso: i fascisti hanno visto cadere il regime, i monarchici la Monarchia, i comunisti non hanno avuto la loro rivoluzione, e il resto ha visto morire i propri cari o distruggere le loro case. Ogni schieramento ha avuto nelle sue file un certo numero di banditi, delinquenti e criminali, così come in larga parte tanti approf***atori.
Allo stesso modo ogni fazione ha invece potuto vantare un numero molto più ristretto di persone, che per idealismo e attaccamento a suoi particolari valori, è morta onorevolmente imbracciando un fucile.

Chi avanza una pretesa di vittoria o superiorità morale oggi, è quantomeno un po’ vanaglorioso.
Il tono della “festa” è stato fino ad ora il seguente: una parte boriosa e strafottente che rimarca la propria verità storica, molto spesso enfatizzata, e un’altra rancorosa e vittimistica che rivendica uno spazio paritario e una rivalutazione storica, anch'essa particolarmente enfatizzata, per nobilitarsi ai propri occhi.
Entrambe le parti, che si ritengono così diverse, cadono alla fine nello stesso peccato: la pura vanità.
Una persona di animo nobile, se convinta della propria superiorità, anche se vittoriosa non avrà certamente bisogno di ostentarla di fronte agli altri, preferirà invece tenerla per se.
Lo sconfitto di animo nobile, pur se denigrato non verrà scalfito affatto nel suo essere perché, conscio della sua nobiltà, non si abbasserà certo a piagnucolare chiedendo rispetto, ma troverà proprio nella sofferenza la propria grandezza.
E se a un animo nobile uniamo una discreta intelligenza, vedremo sia nel vittorioso, sia nello sconfitto, la triste consapevolezza di quanto sia costata, di quanti sacrifici abbia richiesto la lotta.
E proprio in questo sta la seconda similarità nelle due parti, il punto di congiunzione di due poli così opposti. Nonché il punto focale che dovrebbe a mio parere essere al centro delle celebrazioni del 25 Aprile. Sia per i “vincitori” che per gli sconfitti, la guerra ha significato la perdita di molte vite, e il rendersene conto significherebbe capire che per ricordarli degnamente non servono vanità, arroganza, rancori e polemiche, ma basterebbe dedicare a loro questa data.
Sono convinto che per una reale pacificazione nazionale, per guardare finalmente al futuro pur mantenendo coscienza di quanto è stato, dovremmo cambiare il tenore di questa “festa”, cominciando dal non definirla più tale. Rivolgiamo in questo giorno un pensiero a tutti i caduti e portiamo un fiore sulle loro tombe, in silenzio, come nelle occasioni di lutto.
Nello scrivere queste parole mi torna alla mente il “Mondo Piccolo” di Guareschi, e due episodi in particolare; il primo quando i comunisti decidono di adempiere alle ultime volontà dell'anziana maestra, seppellendola con la bandiera del Re, pur rischiando lo scandalo nel paese rosso.
Il secondo episodio si svolge in Russia dove, durante un viaggio per un gemellaggio, Don Camillo aiuta il comunista Tavan a mettere un piccolo lume sulla tomba del fratello, Camicia Nera caduto durante la Guerra, consigliandogli di prendere per ricordo le piantine di frumento che vi erano cresciute sopra. Riporto un passo, a mio parere molto commovente, e che meglio di tutte le mie parole esprime il sentimento che vorrei vedere nelle persone ogni 25 Aprile.

Poco prima di raggiungere il torpedone, don Camillo si fermò: «Compagno» disse con voce grave: «tua madre sarà contenta ma il Partito non potrebbe mai approvare ciò che abbiamo fatto».
«Non me ne frega niente» rispose con voce sicura il compagno Tavan.
E maneggiava il bicchierino contenente la zolla e le piantine di frumento, con infinita delicatezza, come se avesse, tra le grosse dita, qualcosa di tenero e di vivo.

Con questo vi lascio, sperando che tutta l’Italia diventi un giorno come il piccolo paese di Don Camillo, “dove la gente ragiona più con la stanga che col cervello, ma dove, almeno, si rispettano i morti”.

Di Alessandro Baraldi

IN RICORDO DI SERGIO RAMELLICome ben sa chi già ci conosce, il 29 aprile non è mai una data come le altre per noi; è piu...
30/04/2020

IN RICORDO DI SERGIO RAMELLI

Come ben sa chi già ci conosce, il 29 aprile non è mai una data come le altre per noi; è piuttosto un attimo di riflessione, di ricordo e anche di rabbia, non abbiamo timore a far trasparire la nostra purezza. Quest’anno sarà il quarantacinquesimo senza Sergio Ramelli, giovanissimo militante del Fronte della Gioventù morto con la sola colpa di lottare per l’ideale sbagliato.
Ramelli è uno studente di chimica industriale dell’Istituto Molinari di Milano; le sue posizioni politiche sono conosciute da tutti, talmente note da procurargli diversi agguati fisici. Ciò nonostante, il suo ideale è troppo vivo e viene prima di tutto, anche della salute stessa. Sergio continua a prendere posizione, tanto a scuola quanto durante l’attività di militanza; tutto questo gli costa un disprezzo collettivo che, presto, troverà sfogo in un epilogo infame.
E’ il 13 marzo del 1975 quando il giovane sta rientrando a casa; una volta parcheggiato il suo motorino (da qua il soprannome del “ragazzo col Ciao”), trova appostato un gruppo di facinorosi appartenenti ad Avanguardia operaia (estrema sinistra extraparlamentare). Questi, armati di chiavi inglesi, lo colpiscono ripetutamente all’altezza del volto e fuggono, lasciando Ramelli steso per terra nel suo bagno di sangue.
Grazie all’aiuto di alcuni vicini, il corpo ancora in vita viene trasportato d’urgenza all’Ospedale Maggiore di Milano; il giovane è sottoposto a un intervento al cranio e, successivamente a esso, inizia un travagliatissimo periodo di coma. Sergio muore dopo 48 giorni, una morte lenta e infame tanto quanto l’attentato stesso.
Ci sarebbe piaciuto poterlo ricordare, a modo nostro, come abbiamo sempre fatto. Purtroppo le vigenti disposizioni e, soprattutto, il rispetto verso chi sta affrontando una nuova e complicata sfida non ci permettono di scendere in strada, né di compattarci per rendergli onore. Lo ricorderemo così, con le parole, un mezzo comunque efficace per far conoscere nuove storie e ispirare la riflessione.
Perché questa, certamente, non è una di quelle vicende che verranno ricordate in televisione o sui giornali; abbiamo sempre dovuto piangere i nostri Caduti nella nostra cerchia ristretta perché a quanto pare, fuori dal nostro mondo, essere di Destra è una colpa.
Lo è stato per Ramelli così come per i fratelli Mattei, per i giovani di Acca Larentia, per Mikis Mantakas del FUAN, ragazzo colpevole di fare attività universitaria esattamente come noi. E potrei dilungarmi ancora.
Dobbiamo a questi martiri la nostra libertà di fare attività politica all’interno degli atenei, nelle piazze delle città; ed è proprio per questo che siamo tenuti a preservare alta e accesa la fiamma del ricordo.
“Noi siamo ancora qui per ricordare, noi siamo ancora qui per chi vuol dimenticare!”

Di Letizia Ioanna

10 Febbraio 2019Anche la redazione della Feluca si stringe nel ricordo deinostri fratelli Italiani di Istria e Dalmazia,...
10/02/2019

10 Febbraio 2019
Anche la redazione della Feluca si stringe nel ricordo dei
nostri fratelli Italiani di Istria e Dalmazia, che hanno patito gli orrori delle Foibe e dell'esodo dalla propria terra.
Non dimentichiamo!

Oltre 10'000 morti e 350'000 esuli,
questi i numeri di una tragedia resa ancora più vergognosa dall'omertà di chi volle rendersi complice degli assassini comunisti, impedendo per anni la memoria di queste persone, colpevoli solo di essere Italiani.

Azione Universitaria non dimentica!

LA FINE DI UN TRATTATO STORICO:RITORNO ALLA GUERRA FREDDA?La scorsa settimana il governo degli Stati Uniti ha deciso di ...
08/02/2019

LA FINE DI UN TRATTATO STORICO:
RITORNO ALLA GUERRA FREDDA?

La scorsa settimana il governo degli Stati Uniti ha deciso di dare seguito alle minacce che già da diversi mesi venivano esercitate nei difficili rapporti con i loro alter ego moscoviti: il Presidente americano Trump ha infatti reso noto al mondo che il proprio paese ha iniziato la procedura per il ritiro dal trattato INF, più comunemente noto come il trattato sugli armamenti nucleari a raggio intermedio.
Nonostante la notizia non abbia destato molto scalpore a livello mediatico, l’importanza di questo trattato è notevole, tanto che molti studiosi lo ritengono il primo passo verso la fine della guerra fredda; di conseguenza la sua fine potrebbe essere il preludio a una nuova epoca di scontro, nel quale l’arma nucleare tornerebbe a rivestire purtroppo un ruolo fondamentale.
Per fare un po’ di chiarezza in merito dobbiamo innanzitutto concentrarci su cosa questo trattato vietava: i due paesi firmatari, USA e URSS (a cui poi subentrò la Russia), s’impegnavano a non produrre, detenere e dispiegare sistemi missilistici aventi una gittata definita intermedia, quindi compresa tra 500 e 5500 km.
Negli anni precedenti la firma, il dispiegamento di questi missili nella vecchia Europa rappresentava di continuo una delle cause delle periodiche crisi tra il blocco NATO e quello dei paesi del Patto di Varsavia, nonché il principale timore dei governi della regione.
Ma perché, potremmo chiederci, in fondo cosa hanno di speciale questi missili rispetto a tutte le altre armi nucleari?
Purtroppo parliamo di missili particolarmente infidi, caratterizzati dal fatto che dal momento del lancio impiegano solo dai 5 ai 12 minuti per colpire il loro obiettivo, lasciando alla parte aggredita solo qualche minuto per rispondere.

Immaginate adesso di essere il comandante di una installazione che monitora il lancio dei missili nemici, vi do anche un po’ di contesto: 1983, i rapporti tra i due blocchi sono più tesi che mai, entrambe le superpotenze organizzano esercitazioni sempre più realistiche di guerra su vasta scala, rapporti dei servizi segreti avvertono che le stesse esercitazioni potrebbero mascherare un intervento reale, un colpo a sorpresa.
E così mentre ve ne state nel vostro bunker in tutta tranquillità, il radarista vi avverte che è stato registrato il lancio di decine di missili dall’altra parte della cortina di ferro.
Dovete dare l’allarme al Comando, per attivare le contromisure e iniziare il contrattacco.
Ma un dubbio vi assale: se fosse un errore degli strumenti? In fondo è già successo, non posso assumermi la responsabilità di scatenare una guerra nucleare, sarebbe da pazzi!
Ma i secondi passano, per controllare la strumentazione occorre tempo, molto tempo, e dentro di voi lo sapete, non avete che tre minuti.
Dopodichè chissà, quanto potrebbe costare al Paese il vostro indugiare? Migliaia o milioni di morti?
La scelta è vostra, tutto dipende da voi.

Perdonate il romanzare, ma mi sembra utile per capire la mentalità dell’epoca, frutto proprio della presenza di quel tipo di missili. Tra l’altro, non ho inventato nulla, alla stessa identica scelta è stato sottoposto il comandante Petrov, ufficiale sovietico il quale fortunatamente decise di comunicare al Comando un problema tecnico, quale effettivamente era, piuttosto che un attacco atomico.
Il crollo del trattato INF, e il sicuro ridispiegamento dei cosiddetti “Euromissili” rischia di provocare il ritorno di tale clima, e in caso di errore questa volta potrebbe non esserci un comandante Petrov a fare la scelta giusta.
Purtroppo come si dice, non c’è mai limite al peggio, infatti molti esperti ritengono che l’abbandono dell’INF potrebbe portare, erodendo ulteriormente i rapporti diplomatici, al rifiuto delle due parti di rinnovare un altro trattato in scadenza nel 2021, il New START, che limita il numero di armi e vettori nucleari che i due paesi possono mantenere operativi.
In conclusione si prospettano tempi bui, una sorta di ritorno al passato che nessuno avrebbe voluto,
ma un barlume di speranza c’è ancora: il trattato INF sopravviverà infatti ancora per tre mesi, in cui si spera che i governi delle due potenze trovino un accordo per rinegoziarlo.
Nel frattempo, non possiamo che augurarci facciano tutto il possibile per raggiungere un punto d’incontro.

Di Alessandro Baraldi, Il Granata Monarchico

“CULTURA PROLETARIA”Tutta questa interminabile vicenda si può riassumere nel ghigno supponente di un piccolo uomo, smorf...
16/01/2019

“CULTURA PROLETARIA”

Tutta questa interminabile vicenda si può riassumere nel ghigno supponente di un piccolo uomo, smorfia ostentata per tutta la sua sinistra esistenza fino all’ultimo istante di libertà.
Un’espressione che manifesta pienamente il disprezzo e la derisione da lui provati nei confronti delle vittime innocenti che pesano sulla sua coscienza, sempre che ne possieda una.
Ghigno che, non posso nasconderlo, è apparso improvvisamente domenica mattina sul mio volto, alla notizia della sua cattura: stavolta il disprezzo e la derisione sono per lui.
Non voglio scrivere su questo omuncolo, mi ripugna profondamente e ogni parola che potrei aggiungere sarebbe solo superflua, anzi, darebbe risalto a una vita che a mio parere non merita di essere ricordata: mi auguro che quel nome sia d’ora in poi associato al solo Cesare Battisti, soldato e patriota italiano!
E’ mio profondo desiderio invece parlare della f***a rete di politicanti, intellettualoidi, pasionarie, attivisti, rivoluzionari o presunti tali, che negli ultimi quarant’anni hanno aiutato tale soggetto e suoi simili, a sottrarsi alla Giustizia Italiana.
Se infatti queste canaglie non sono più in grado di nuocere, vuoi perché in carcere, vuoi perché in esilio forzato, le categorie sopra elencate sono libere di circolare e difendere i loro beniamini, considerandoli una sorta di “martiri della rivoluzione”.
Ora, tralasciando gli strati più bassi e negletti di questo fenomeno come ad esempio i sostenitori bolognesi del latitante, che proprio ieri hanno decorato Piazza Verdi con uno striscione che li denota quali degni eredi di una stirpe di delinquenti, mi concentrerei sulla crème de la crème, figure considerate se non Istituzioni, comunque modelli di riferimento di un mondo, ringrazio Dio, a me estraneo.
Il problema vedete, secondo me è il seguente: vivendo in uno Stato Democratico ognuno è liberissimo di dire e credere ciò che ritiene giusto, anche se decisamente opinabile; ma un’altra cosa è farlo pretendendo pure di essere considerati dei grandi uomini.
Questi signori sono sulla carta degli ottimi intellettuali, troviamo infatti scrittori, filosofi, politici, un vignettista, registi, presidenti, sociologi, religiosi, uomini e donne di spettacolo, italiani e stranieri, persino un premio Nobel!
Non voglio fare nomi, non mi sembra il luogo adatto per fare liste di proscrizione; vi invito tuttavia a fare delle ricerche, troverete persone insospettabili tra i firmatari della lettera di solidarietà per l’assassino rosso.
Ognuno di loro è dichiaratamente di sinistra, credono nel socialismo, nel comunismo, in una più generale idea di giustizia sociale, alcuni di loro ancora oggi sono spesso in televisione, al cinema, sui giornali, dove anche giustamente manifestano la loro idea politica.
Si professano uomini di pace, di ca**tà, vogliono l’uguaglianza degli uomini, dichiarano insomma alti ideali.
Se tutte queste persone, e qui sta l’insopportabile controsenso, si proclamano continuamente sostenitori dei più deboli, degli indifesi, dei proletari, perché allora sostengono colui che proprio queste persone uccise?
Ricordiamo infatti le vittime: un macellaio, un gioielliere, suo figlio rimasto paralizzato, un Maresciallo della Polizia, un agente della Digos.
Nella visione malata dei “Proletari Armati per il Comunismo”, questi erano i nemici del Popolo, minacce per la “Rivoluzione”, o ancora meglio vittime sacrificabili per “espropri proletari”, termine molto più presentabile rispetto a “rapine a mano armata”.
Bene, questa era ed è tuttora l’idea dell’ormai ex-latitante e dei suoi compagni, sono convinto che in fondo non sia tanto dissimile dalle idee dei loro sostenitori: la mela non cade mai lontano dall’albero!
Che dire, ognuno si sceglie i propri eroi, io sono fiero di non annoverare simili figuri tra i miei.

di Alessandro Baraldi, il granata monarchico

STRASBURGO: LA NORMALITA’ DEL MALEEra il 14 Novembre 2015, ricordo l’atmosfera di sgomento e insicurezza che si respirav...
13/12/2018

STRASBURGO: LA NORMALITA’ DEL MALE

Era il 14 Novembre 2015, ricordo l’atmosfera di sgomento e insicurezza che si respirava nel mio liceo, il luogo che forse più d’ogni altro, insieme alla propria casa, fa sentire sicuro e protetto un ragazzo di 18 anni.
Non c’era persona, tra studenti e docenti, che non fosse turbata e non rivolgesse continuamente il proprio pensiero ai fatti avvenuti il giorno prima.
Parigi, il cuore della Francia, e in un certo senso anche della nostra cara vecchia Europa, era stata sconvolta dalla più grave serie di attentati terroristici di matrice islamista che si fosse mai presentata nel continente. La cosa che fu subito chiara a tutti era una: l’attacco alla Ville Lumiere non mirava solamente al Popolo francese, ma a distruggere l’essenza stessa della vita come concepita dagli abitanti dei paesi del Mondo Occidentale.
Lo sconcerto era tale che ricordo come attorno al totem dei tesserini elettronici per la presenza venne innalzata una colonnina, dove ognuno poteva mettere un biglietto con il proprio pensiero riguardo la tragedia.
Uno in particolare mi ritorna alla memoria: “La paura non ci cambierà ”, sorprendentemente simile alla frase poi decisamente abusata in seguito dalle autorità di diversi paesi colpiti da simili avvenimenti: “Il terrore non cambierà il nostro stile di vita”

Di tempo ne è passato, poco più di tre anni, ma l’11 Dicembre 2018 un altro attentato sconvolge nuovamente la terra di Francia.
Oggi studio all’Università, ma rivedo quello che è accaduto con gli occhi di quel ragazzo del liceo, che di norma doveva solo preoccuparsi della matematica, costretto invece a confrontarsi a una realtà a lui finora estranea: l’irrompere del male, della guerra, nelle vite dei popoli europei.
In via indiretta certo, quando guardi l’accadere degli eventi in diretta televisiva non pensi mai che possa succedere a te, ma non rifugiamoci nell’illusione: ognuno di quei morti poteva essere uno di noi, un amico, un parente, quante persone conosci che hanno passato il fine settimana a vedere un mercatino di Natale? E se i terroristi avessero attaccato quello della tua città e non quello di Strasburgo?
La risposta è sempre quella: meglio non pensarci.

La polemica non è certo il mio forte, e a mio parere non serve nemmeno a molto se non, come in questo caso, a sfogarsi quando non abbiamo la possibilità di cambiare la situazione.
Ma in questo momento sono veramente disilluso, perché mi accorgo che era tutta una menzogna, una gran bella menzogna: non è forse cambiato il nostro modo di vivere?
Abbiamo pensato di combattere una guerra con frasette di circostanza e bigliettini, abbiamo creduto fosse possibile lottare contro un nemico reale, forte e fiero della sua ideologia malata, a colpi di hashtag e bandierine.
E oggi non c’è mercatino, concerto, fiera del patrono che non abbia blocchi di cemento o camion posti trasversalmente a presidio delle vie di accesso, l’esercito è nelle strade e i fucili automatici ben in vista non sono più una novità.
Non fraintendetemi, queste sacrosante misure preventive sono giustissime ma sono il simbolo della difficoltà che oggi incontriamo nel contrastare il nostro nemico; il virus del terrore si è insediato nella nostra mentalità e abbiamo imparato a convincerci che si tratti di un evento inevitabile, quasi aleatorio, che se deve colpire lo farà e l’unica possibilità che abbiamo di evitarlo è per un colpo di fortuna.
Emblematica a mio parere è la frase pronunciata in un discorso dall’attuale sindaco di Londra Sadiq Khan:
“Gli attacchi terroristici sono da mettere in conto se vivi in una grande città”.
Certo, il sindaco voleva sottolineare l’importanza della prontezza delle forze dell’ordine e delle amministrazioni a simili minacce, tuttavia è disarmante come le stesse autorità siano ormai abituate a pensare al terrorismo come fosse un terremoto o un uragano.
Quello che penso io è che se la nostra mentalità continuerà ad essere questa, quella del per intenderci, l’arrenderci alla normalizzazione di un attentato per poi cadere dal pero a quello successivo, allora coloro che ci vogliono sconfitti hanno già vinto.
Per adesso, una sola cosa non è cambiata, si continua a morire per il terrorismo. E questo non è normale.

di Alessandro, Il granata monarchico

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