La mia stanza

La mia stanza I miei progetti, alcune riflessioni

LA MERENDAIeri ho preparato la merenda per mio nipote, ma poi ho dimenticato di metterla nello zaino. Eppure devo ricono...
30/05/2026

LA MERENDA

Ieri ho preparato la merenda per mio nipote, ma poi ho dimenticato di metterla nello zaino. Eppure devo riconoscere che è un bambino in gamba e che sarebbe perfettamente in grado di preparare la sua cartella da solo. Questa volta, però, si è fidato dell'autorità dell'adulto.

Alle 12 mia figlia mi ha segnalato che il portamerenda era rimasto sul tavolo.

Voglio essere chiara: la cosa, in sé, non era grave. Un bambino non muore di fame per una giornata senza merenda, soprattutto se alle 12.30 lo aspetta il pranzo in mensa.

Io, però, mi sono sentita la solita distratta, incapace di portare a termine le cose. Poi è arrivato il senso di colpa per la lunga mattinata di Noah senza nulla da mangiare e, infine, il dispiacere nei confronti di mia figlia, immaginando che avesse pensato: «Davvero non posso fidarmi di mia madre».

Alle 16.30, però, al ritorno da scuola, ho ricevuto una bellissima risposta.

Noah non aveva diviso la merenda con nessuno e nessuno aveva rinunciato a parte della propria per lui. Semplicemente, teneva sotto il banco un pacchetto di grissini che aveva lasciato lì proprio per affrontare eventuali situazioni impreviste, come una merenda dimenticata.

Che sollievo! Non solo non aveva sofferto la fame, ma ho anche scoperto qualcosa di importante.
Noah dispone già di risorse personali per far fronte alle difficoltà.

Noi adulti dimentichiamo che i bambini non sono piccoli incapaci da proteggere in ogni momento. Sono persone in crescita, che imparano ad affrontare gli imprevisti, a cercare soluzioni e a trovare dentro di sé le risposte ai propri bisogni.

14/05/2026

I BAMBINI E L’ETIMOLOGIA

Mio nipote è un bambino vivace, come tanti. Ha bisogno di muoversi, di correre.

Questa vitalità, però, si scontra inevitabilmente con le esigenze della vita scolastica. Se tutti si abbandonassero senza freni alla propria esuberanza, l’ambiente diventerebbe presto ingestibile. E quando la scuola si sviluppa su più piani, con diverse classi che durante l’intervallo si affacciano sullo stesso corridoio, è facile comprendere quanto l’autocontrollo sia necessario per garantire la sicurezza.

Lui, tuttavia, fatica a contenere il proprio entusiasmo. Così la maestra ripete più volte:
- Non si corre nel corridoio!
Mio nipote solleva un’obiezione.
- Ma come? Si chiama corri-doio! Allora vuol dire che lì si può correre!
La maestra inesorabile replica:
- No, nel corridoio si cammina.
Pensoso, arriva quindi alla conclusione fra sé e sé, come mi ha raccontato poi a casa:
— Allora dovrebbe chiamarsi camminatoio.

I bambini non si limitano a usare le parole, le interrogano e le scompongono. Quando gli adulti si affidano all’abitudine, loro cercano una coerenza.

08/05/2026

QUELLO CHE RESTA DI NOI

— Nonna, ti voglio tanto bene, perché sei carina e gentile!

Accipicchia, che bella dichiarazione di primo mattino. Di quelle frasi che ti danno la carica per tutta la giornata. Ma io, che ormai sono avanti con gli anni e ogni tanto mi sorprendo a contare quanto tempo resta e che mi sembra si assottigli ogni giorno di più, gli faccio la domanda di rito:

— Ti ricorderai di me? Magari come la nonna degli indovinelli?

Lui ci pensa appena un istante e poi risponde deciso:

— No… come la nonna del calcio!

Ecco, forse non è proprio l’immortalità che avrei immaginato. Essere ricordata per il mio goffo e ridicolo arrabattarmi dietro a un pallone. Però, in fondo, non è male neanche così.

Come diceva Oscar Wilde: “C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé”, così anche io penso che va bene pensare alla nonna che correva male, sbagliava i passaggi, rideva tanto, purché si ricordi di me.

DALL'ALTOOsservando il paesaggio di ogni giorno dall’alto se ne coglie la vera essenza. A livello della strada emergono ...
07/05/2026

DALL'ALTO
Osservando il paesaggio di ogni giorno dall’alto se ne coglie la vera essenza.

A livello della strada emergono soprattutto gli aspetti più prosaici: i colori sbiaditi, la solitudine delle cose ordinarie. Ma basta prendere la distanza perché tutto cambi prospettiva.

Dall’alto i tetti diventano templi di amori, i caseggiati raccontano la storia silenziosa di un quartiere o di un paese, e gli orizzonti parlano di confini aperti, di mondi che si incontrano.

I luoghi quotidiani, visti da lontano, perdono mediocrità e lasciano intravedere una bellezza segreta, che da vicino sfugge.

E poi, dall’alto, non esistono più davvero i nomi dei quartieri o dei paesi. Quel paesaggio smette di appartenere a un luogo preciso e diventa il mondo di tanti, potrebbe essere qui, ma anche altrove.

21/04/2026

TI VOGLIO BENE

“Ti voglio bene.” Lo dico spesso ai miei figli e alle persone a cui tengo.

A me fa stare bene sentirmelo dire, e spero che sia lo stesso per chi riceve queste parole. Sapere di occupare un posto importante nella vita di qualcuno è confortante, ma anche profondamente motivante.
Quando pensi che la tua presenza sia semplicemente accettata, e invece scopri di essere davvero desiderata, cambia tutto. Nasce una spinta in più, quella di essere all’altezza di quell’affetto, di non deludere quell’attenzione.

È sorprendente come una frase così semplice possa funzionare da moltiplicatore di energia e di fiducia. Senza questo rinforzo, trovare motivazione solo dentro di sé diventa molto più difficile. Servirebbe un’autostima fortissima, e quella, spesso, nasce proprio dall’amore ricevuto fin da piccoli.

Non è un’intuizione solo personale, Erich Fromm diceva che l’amore non è solo un sentimento, ma un atto che nutre e fa crescere. Dare e ricevere affetto è ciò che rende una persona più capace di essere pienamente se stessa.

Per questo dire “ti voglio bene” ha un effetto potente, non è soltanto una dichiarazione, è riconoscimento. È un modo semplice e profondo per dire all’altro: “tu esisti per me, e la tua esistenza ha valore.”

19/03/2026

UN FARO

Ricordo quanto fosse legato all’idea del lavoro fatto a regola d’arte. Trovava più soddisfazione nella qualità di ciò che faceva che nel guadagno. È un insegnamento che mi porto dentro, il cercare sempre di dare il meglio nella vita.

Ricordo il suo senso del decoro, la dignità con cui viveva ogni gesto quotidiano, in casa e fuori, sempre nel rispetto degli altri. Mai sopra le righe. Un esempio.

E se posso rimproverargli di essere stato poco affettuoso, resta comunque per me un faro.

14/03/2026

MAMMA... PELICE
Trentasette anni fa nasceva il mio terzo figlio. Avevo già due bambini, nati a distanza di appena un anno l’uno dall’altra, e i primi anni della loro vita erano stati meravigliosamente impegnativi. Erano quasi due gemelli e, proprio quando avevano cinque e sei anni, una nuova vita si è affacciata nella nostra famiglia.

Una sorpresa, ma di quelle sorprese che il cuore, in fondo, aveva già sognato e desiderato. Una nuova, splendida avventura.

Fin da subito si è rivelato un bambino gioioso. La sua prima frase completa è stata: “Mamma, pelice”, cioè: mamma, sono felice.

Una frase tenera, perfetta nel significato.
E io ho sempre desiderato che quelle parole diventassero il ritornello della sua vita, il refrain capace di accompagnarlo nel tempo.

La vita, però, non sempre è una strada liscia. Ci sono state prove che hanno segnato il suo cammino.

Eppure proprio tutto questo lo ha reso la persona che è oggi. Gli ha dato una forza profonda. La capacità di affrontare le difficoltà senza tirarsi indietro, di rialzarsi, di continuare a cercare la sua strada.

Quello che a volte può sembrare un uomo allegro e spensierato è in realtà un’anima sensibile e riflessiva. Una persona che sente profondamente, che pensa.

E se non è sempre “pelice”, continua comunque a cercare la sua felicità con coraggio.

Buon compleanno, figlio mio.
Che quella piccola frase di bambino continui ad accompagnarti sempre:
“Mamma, pelice.”

08/03/2026

LEGGEREZZA

Come sarebbe se rinascessi uomo?

Potrei scegliere la mia vita senza sentirmi sempre responsabile per quella degli altri, sapendo che posso mettere me stesso al primo posto senza sensi di colpa.

Avrei la leggerezza di non dover dimostrare continuamente di essere all’altezza: figlia affettuosa, madre sempre presente, moglie devota. Non sentirei addosso l’obbligo silenzioso di essere tutto per tutti.

Potrei uscire la sera senza dovermi guardare alle spalle, senza la paura di diventare la vittima di qualche violento.
Avrei la libertà di dedicare tempo alle mie passioni, ai miei hobby, senza la sensazione di stare sottraendo qualcosa a qualcuno.

Potrei fermarmi quando sono stanca, riposare davvero, senza l’angoscia che tutto ciò che non ho fatto oggi mi aspetterà domani raddoppiato.

Non dovrei dimostrare ogni giorno di essere bravissima, più capace, più preparata, solo per ottenere le stesse opportunità che a un uomo spesso vengono date senza troppe domande.

Come sarebbe vivere con la sensazione semplice e potente di essere davvero padrona della propria vita?

07/03/2026

CHIAMARSI EVA

Sebbene il mio nome sia uno dei doni che ho sempre apprezzato di più da parte dei miei genitori, chiamarsi Eva non è sempre una passeggiata.

Per esempio, ci sono le esclamazioni. Quelle improvvise, spesso furibonde, che contengono il mio nome e che mi fanno sobbalzare ogni volta. Non perché ce l’abbiano davvero con me, naturalmente, ma il riflesso condizionato scatta lo stesso. Quando senti urlare il tuo nome con tale intensità, il cervello non perde tempo a fare sottili distinzioni.

Poi c’è la pubblicità. Devo ammettere che ho sofferto un po’ ai tempi della celebre EvaQu. Non era esattamente gratificante scoprire che il proprio nome fosse associato a… delle supposte. Diciamo che non era il tipo di notorietà a cui aspiravo.

Va un po’ meglio oggi con l’acqua Eva. Tutti che corrono ad accaparrarsela come fosse l’elisir di lunga vita. Poi chi se la acchiappa è una bambina che la offre al suo orsacchiotto assetato. Un destino nobile, certo, ma ammetto che avrei preferito qualcosa di più epico, per esempio a dissetare degli alpinisti sulla vetta dell’Everest…

E allora mi chiedo, quando qualcuno sceglie il nome di un prodotto, pensa mai che quel nome appartenga anche a persone vere? Lo stesso vale per chi impreca con tanto entusiasmo. Forse no.

In ogni caso, continuo a pensare che Eva resti un gran bel nome. Certo, comporta qualche piccolo effetto collaterale… ma poteva andare peggio.

27/02/2026

LA STRADA SMARRITA DI ANTONIETTA

Antonietta saluta il marito e la figlia con un sorriso frettoloso e chiude la porta di casa alle sue spalle. La sua Ypsilon è già parcheggiata fuori, pronta. Deve raggiungere la parrucchiera, a pochi minuti da casa, Evelina, la sua fidata parrucchiera di sempre. Aveva rimandato più volte quell’appuntamento, ma ora non poteva più aspettare. I capelli grigi, se trascurati, la facevano sembrare più anziana dei suoi settantasei anni, e lei ci teneva ancora a sentirsi in ordine.
Sale in auto e parte. Conosce quella strada a memoria: al semaforo si gira a sinistra, poi sempre dritto, e in fondo a destra. Un percorso fatto decine, forse centinaia di volte. Ma oggi qualcosa non torna. Arrivata al semaforo, trova un divieto di accesso. Niente svolta a sinistra.
Antonietta esita, stringe il volante. Poi si rassicura: “Girerò più avanti, non è un problema. Ritroverò sicuramente il negozio di Evelina.” Continua, un po’ più lentamente, cercando riferimenti familiari. Ma in fondo alla strada trova un altro ostacolo: obbligo di svolta a destra.
“E ora dove vado?” mormora ad alta voce, come se qualcuno potesse risponderle.

Le luci del giorno cominciano a calare, il cielo si fa grigio, poi sempre più scuro. L’ombra della sera avanza e con lei cresce la confusione.
“Che idea accettare un appuntamento così tardi…” pensa, con un filo d’ansia. “Adesso non so dove mi trovo… e non so nemmeno come tornare a casa.”
Continua a guidare, senza una direzione precisa. Le strade si susseguono, una dopo l’altra, sempre più sconosciute. Il tempo scorre, ma per Antonietta sembra dilatarsi, perdere significato. I cartelli diventano difficili da leggere, le indicazioni si confondono.
“Forse devo fermarmi… chiedere a qualcuno… capire dove sono,” si dice, con un crescente senso di smarrimento.
All’improvviso si ritrova su una strada larga, veloce. Senza rendersene conto è arrivata in autostrada. Spaventata, si ferma prima del casello e chiede indicazioni a un uomo lì vicino.
“Per tornare a Milano?” le chiede lui. “Prenda l’autostrada in direzione Milano, e vedrà che arriva.”
“Va bene… grazie,” risponde Antonietta, aggrappandosi a quelle parole come a una promessa.
Riparte. Ma la stanchezza e la confusione giocano brutti scherzi. Senza accorgersene, imbocca la direzione opposta. Guida ancora, per ore. Esce dall’autostrada, prende altre strade, poi altre ancora. Il mondo intorno a lei scorre come un paesaggio lontano. Ormai Antonietta ha perso ogni riferimento: non sa più dove si trova.

Quando arriva la notte, il buio sembra inghiottire ogni cosa. Non ci sono lampioni, non ci sono case, solo una strada stretta che si perde nel nulla. All’improvviso l’auto sobbalza, poi si spegne. Il carburante è finito.
Antonietta resta immobile per qualche secondo, le mani ancora strette sul volante. Il silenzio è totale, irreale. “Cosa faccio adesso?” sussurra, con la voce incrinata. “Devo chiedere aiuto.”
Scende dall’auto, lasciandola sul ciglio della strada. L’aria è fredda, il cielo nero come la pece. Nessuna luce, nessun rumore, solo il battito del suo cuore.
Si incammina, lentamente, cercando un una presenza umana. Ma la strada piega, il terreno cambia. Antonietta non se ne accorge. I suoi occhi non distinguono più i contorni, la notte ha cancellato ogni confine.
Davanti a lei, oltre il bordo della strada, il vuoto.

L’ultimo tratto della giornata di Antonietta si spegne così, nel silenzio profondo della notte, lungo una strada che non è mai riuscita a ritrovare.

26/12/2025

FORTUNATA
Penso, dunque sono ... per parafrasare "Cogito ergo sum".
Non solo penso, ascolto, forse anche troppo, tanto che, se fossi più concentrata su di me, sarei più leggera, vivrei senza farmi carico anche delle angosce altrui.

Penso, ascolto e metto in relazione le cose. Anche questo mi complica la vita, perché mi spingo là dove spesso non ho reali possibilità di intervenire o di cambiare ciò che accade.

Penso, ascolto, metto in relazione e mi faccio domande, così non sono mai del tutto in pace con la coscienza. Il mio è un continuo confronto, a tratti una lotta, con me stessa e con il mondo.

Eppure una cosa so ancora fare. Penso, ascolto, metto in relazione, mi faccio domande e, nonostante tutto, riconosco di essere fortunata.

Indirizzo

Modena

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando La mia stanza pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a La mia stanza:

Condividi