13/05/2026
una riflessione!!! se vi va...
La nostra generazione, quella dei cinquanta e sessant’anni, cammina spesso come un jukebox impolverato che conosce ancora tutte le canzoni ma ha paura di infilare la moneta.
Ci ritroviamo ai tavoli, nei backstage, nei bar con le luci al neon stanche, a raccontarci il catalogo infinito delle occasioni perdute.
“Se avessi fatto…”
“Se fossi partito…”
“Se quel produttore…”
“Se quella band…”
Una liturgia del “quasi”.
Una messa laica celebrata nel nome del treno perso.
E intanto il tempo, che non aspetta nessuno, fuma una sigaretta sul marciapiede e sale sul prossimo vagone senza nemmeno guardarci.
La verità è che la lamentela ha un suono terribile.
Peggio di una chitarra scordata lasciata sotto la pioggia.
Peggio di un amplificatore che frigge senza musica dentro.
La lamentela non vibra, non pulsa, non genera niente.
Consuma ossigeno e abbassa il soffitto dell’anima di dieci centimetri ogni volta che apre bocca.
Ed è strano, quasi ironico: siamo cresciuti con il rock and roll, con il punk, con il soul, con tutta quella musica che urlava “muoviti!”, “brucia!”, “rischia!”, “spacca il mondo!”, e invece molti di noi sono diventati ragionieri della nostalgia.
Custodi malinconici di una giovinezza imbalsamata.
Esperti mondiali di recriminazione.
Ci lamentiamo dei giovani, della musica nuova, dei telefoni, degli algoritmi, dei social, dei locali vuoti, dei cachet bassi, del pubblico distratto.
Ci lamentiamo del presente come se il presente ci avesse fatto un torto personale.
Ma il presente non ha colpe.
Il presente è solo una stanza aperta.
O ci entri ballando oppure resti fuori a spiegare quanto erano più belle le stanze di una volta.
E poi diciamolo: il treno delle occasioni non passa una volta sola.
Quello è il racconto romantico che ci vendono per giustificare la paura.
I treni continuano a passare.
Magari non hanno più la carrozza ristorante scintillante dei vent’anni.
Magari fanno rumore, hanno i sedili consumati e l’odore di ferro vecchio.
Ma passano.
Eccome se passano.
Solo che a vent’anni saltavi sopra senza pensarci.
A sessanta vuoi prima leggere le recensioni del viaggio, confrontare i prezzi, capire se c’è il Wi-Fi, se il sedile è ergonomico e soprattutto se qualcuno potrebbe giudicare ridicolo il fatto che tu abbia ancora voglia di partire.
E allora si resta lì.
Fermi.
Eleganti nella propria immobilità.
Con quella raffinata amarezza da club privé della rinuncia.
Ma la musica insegna altro.
Sempre.
Una band non sopravvive grazie ai rimpianti.
Sopravvive grazie al prossimo pezzo.
Al prossimo palco.
Alla prossima scintilla.
Forse la rivoluzione più punk, alla nostra età, non è sembrare giovani.
È restare vivi.
Curiosi.
Pericolosamente entusiasti.
Capaci ancora di dire: “sì, proviamoci”.
Perché il lamento è un rumore di ferraglia.
La possibilità, invece, ha ancora il suono di una batteria che conta:
“One, two, three, four…”
Rigo "Autoscatto in 4/4"
Rigo Records & Creative Direction
Rigo Bass Love