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Wilma De Angelis, cantante e conduttrice, è morta a Milano a 96 anni: lo ha confermato all'ANSA il nipote Fabio.La Rai l...
11/10/2026

Wilma De Angelis, cantante e conduttrice, è morta a Milano a 96 anni: lo ha confermato all'ANSA il nipote Fabio.

La Rai le deve più di un servizio al tg: apra i suoi archivi e la ricordi a Sanremo.

Era nata a Milano l'8 aprile 1930 e a Milano è rimasta fino alla fine. Il nipote l'ha salutata su Facebook con una frase semplice: «Alla fine hai vissuto una vita degna di essere vissuta». È la sintesi giusta per una carriera durata più di settant'anni, come ricorda Rainews.

I numeri di quella vita parlano da soli. Nel 1956, dopo il Festival jazz di Sanremo, la chiamavano «reginetta del jazz italiano». Nel 1959 debuttò al Festival della canzone con «Nessuno» e «Per tutta la vita». Poi vennero il Festival di Napoli con «Cerasella», la radio accanto a Corrado e il duetto con Mina a Canzonissima.

Per capire cosa voleva dire quel 1959 basta guardare il contesto. Quell'anno vinse Domenico Modugno con «Piove», in coppia con Johnny Dorelli. La televisione italiana trasmetteva in modo regolare da appena cinque anni, dal 3 gennaio 1954. Wilma De Angelis è stata tra le persone che hanno insegnato agli italiani a guardarla.

C'è poi il primato che oggi pesa di più. Rainews la ricorda come pioniera dei programmi di ricette, quando la cucina in tv non era ancora un genere. Oggi quel genere riempie i palinsesti: MasterChef Italia va in onda dal 2011 ed è diventato un programma simbolo della tv a pagamento. Per molti spettatori giovani, però, il nome di chi ha aperto la strada non dice nulla.

E qui sta la contraddizione. Il Festival la propria storia la celebra volentieri: nel 2025 la Rai ha festeggiato la 75ª edizione. La prima, nel 1951 al Casinò di Sanremo, la vinse Nilla Pizzi con «Grazie dei fiori». Festeggiare gli anniversari e lasciare nell'ombra chi ha calcato quel palco negli anni pionieristici non è un omaggio alla storia.

C'è anche una ragione concreta, che riguarda i nostri soldi. Gli italiani pagano il canone, 90 euro l'anno in bolletta nel 2025, anche perché il servizio pubblico conservi e restituisca la memoria del Paese. Le Teche Rai custodiscono decenni di varietà, festival e radio. Rimettere online quelle immagini costa poco, e per chi ha più di 60 anni sono un pezzo della propria giovinezza.

Chi ha inventato un genere merita più di un necrologio.

Molti di voi la ricordano gentile e alla mano, chi a pranzo con lei, chi come vicina di casa a Milano: è il ricordo migliore che un personaggio pubblico possa lasciare.

Non sono ancora noti data e luogo dell'ultimo saluto.

Chiediamo alla Rai due cose precise: uno speciale in prima serata nei prossimi giorni, costruito con le immagini delle Teche e reso disponibile su RaiPlay, e un ricordo vero sul palco di Sanremo 2027. Al Comune di Milano chiediamo di valutare un riconoscimento per una milanese che ha portato la sua città in ogni casa italiana.

Ha aperto una strada. Il minimo è ricordarla bene.

Restiamo sui fatti. TuttoNotizie

Domani a Milano l'eurodeputata Ilaria Salis affronta l'appello contro due ex collaboratori con cui ha interrotto il rapp...
11/10/2026

Domani a Milano l'eurodeputata Ilaria Salis affronta l'appello contro due ex collaboratori con cui ha interrotto il rapporto.

Ha diritto a difendersi in aula. Non ha diritto a processare due ex collaboratori sui giornali.

La notizia l'ha data l'Ansa alla vigilia dell'udienza. In primo grado un giudice ha dato ragione ai due ex collaboratori e ha condannato Salis a risarcirli con 300mila euro in tutto. È una causa di lavoro, non un processo penale. Il pagamento oggi è sospeso in attesa dell'appello.

Per capire la cifra basta un paragone. Secondo il Parlamento europeo, un eurodeputato guadagna poco più di 10mila euro lordi al mese. Quei 300mila euro valgono quindi circa 30 mesi del suo stipendio, due anni e mezzo di mandato.

Vale la pena ricordare chi è la protagonista. Ilaria Salis, maestra elementare lombarda, è stata detenuta in Ungheria dal febbraio 2023 con l'accusa di aver aggredito militanti di estrema destra a Budapest, accusa che respinge. Nel giugno 2024 è stata eletta al Parlamento europeo con Alleanza Verdi e Sinistra, con una campagna su diritti, casa e lavoro.

Proprio qui sta il contrasto. Intervistata dall'Ansa, Salis parla di «una vicenda molto dolorosa», si dice «fiduciosa» di ribaltare la sentenza e sostiene di essere stata usata dagli ex collaboratori per i loro interessi. È la sua versione. Il giudice di primo grado, però, ha esaminato le carte e ha deciso in senso opposto.

Il primo argomento riguarda la legge. Nelle cause di lavoro l'articolo 431 del codice di procedura civile rende subito esecutive le sentenze a favore del lavoratore. Il giudice d'appello può sospenderle, ma la sospensione resta un'eccezione e non equivale a un'assoluzione.

Il secondo argomento riguarda i soldi. Lo staff di un eurodeputato è pagato con un'indennità del Parlamento europeo, cioè con denaro dei contribuenti. Per questo il modo in cui un eletto sceglie e congeda i collaboratori è una questione pubblica, non un affare privato.

Il terzo argomento riguarda la coerenza. Per anni Salis ha chiesto all'Ungheria un processo equo e garanzie per l'imputato. Nell'ottobre 2025 il Parlamento europeo le ha confermato l'immunità per un solo voto di scarto. Chi ha preteso con forza quelle garanzie dovrebbe riconoscerle anche a due lavoratori che hanno vinto in tribunale.

Le garanzie che si chiedono per sé valgono anche per gli altri.

Molti di voi chiedono che chi sbaglia paghi, a destra come a sinistra, e su questo avete ragione. Chi invece parla di giudici amici dimentica un fatto: il primo giudice ha dato torto proprio a Salis.

Non conosciamo ancora nel dettaglio le motivazioni della sentenza né le prove che la difesa porterà in appello.

Chiediamo una cosa precisa. Salis porti in aula, non nelle interviste, le prove della sua versione sugli ex collaboratori. Se la Corte confermerà la condanna, paghi senza aggiungere altre accuse a chi ha già vinto una volta.

In aula si vince con le carte, non con le interviste.

Restiamo sui fatti. TuttoNotizie

Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, chiede le dimissioni dell'amministrazione di Reggio Emilia...
11/10/2026

Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, chiede le dimissioni dell'amministrazione di Reggio Emilia.

A docenti israeliani e americani in visita è stato chiesto di dissociarsi dal governo israeliano: è discriminazione, e il Comune deve risponderne.

La notizia l'ha pubblicata la testata americana Jewish Insider, poi ripresa dall'ANSA. Un gruppo di insegnanti arrivati da Stati Uniti e Israele per studiare il metodo di Reggio Children avrebbe ricevuto un documento da firmare. Il contenuto, secondo Jewish Insider, era una presa di distanza dall'occupazione israeliana a Gaza.

Per capire il peso della vicenda bisogna sapere chi è Reggio Children. È la società partecipata dal Comune, nata nel 1994 per portare nel mondo il metodo educativo del pedagogista Loris Malaguzzi. Nel 1991 la rivista Newsweek indicò la scuola dell'infanzia Diana di Reggio Emilia tra le migliori al mondo. Da allora educatori di decine di Paesi arrivano qui per imparare.

Davanti a questo quadro Meghnagi ha parlato di «metodi da Terzo Reich». Il sindaco Marco Massari ha risposto che «l'antisemitismo non appartiene alla nostra storia» e che il Comune respinge le accuse. Il paragone con il Reich non lo facciamo nostro: quel regime sterminò sei milioni di ebrei. Ma una frase eccessiva non cancella la sostanza della denuncia.

E la sostanza è proprio quella che manca nella replica. Nelle parole riportate dall'ANSA il sindaco difende la storia della città, ma non dice chi abbia scritto quel documento né perché. La storia di una città non risponde a una domanda precisa. Un nome e una data sì.

C'è poi un controsenso difficile da ignorare. Malaguzzi è famoso per aver insegnato che i bambini hanno «cento linguaggi». Agli adulti in visita, invece, se ne sarebbe chiesto uno solo.

Il primo argomento è la Costituzione. L'articolo 3 vieta distinzioni per religione e opinioni politiche. Un ente partecipato da un Comune non può selezionare gli ospiti chiedendo una dichiarazione politica legata al Paese da cui arrivano.

Il secondo argomento riguarda la definizione di antisemitismo dell'IHRA, l'alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto, adottata dal governo italiano nel gennaio 2020. Tra i suoi esempi c'è proprio questo: considerare gli ebrei responsabili, come gruppo, delle azioni dello Stato di Israele. Chiedere a un singolo insegnante di rispondere per il suo governo segue lo stesso schema.

Il terzo argomento è il più semplice. Criticare Benjamin Netanyahu è legittimo, e dal novembre 2024 su di lui pende un mandato d'arresto della Corte penale internazionale. Ma una maestra d'asilo di Haifa non firma gli ordini del suo primo ministro.

Un passaporto non è una tessera di partito.

A chi nei commenti parla di vittimismo rispondiamo con un fatto: qui non si discute di Gaza, ma di una firma chiesta a persone per la loro nazionalità. E il visto americano lo decide uno Stato alla frontiera, non una scuola.

Non sappiamo ancora se quella firma fosse una condizione per partecipare alla visita.

Il sindaco Massari pubblichi il documento, dica chi l'ha deciso, lo ritiri e chieda scusa ai docenti coinvolti. Se la scelta è partita dai vertici di Reggio Children, il Comune, da socio, ne tragga le conseguenze sui loro incarichi. Reggio Emilia, la città dove il 7 gennaio 1797 nacque il Tricolore, merita questa chiarezza.

Si giudicano i governi, non i maestri.

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Il governo di Giorgia Meloni cerca 10 miliardi per la manovra: sul tavolo c'è una stretta sulla rivalutazione delle pens...
11/10/2026

Il governo di Giorgia Meloni cerca 10 miliardi per la manovra: sul tavolo c'è una stretta sulla rivalutazione delle pensioni.

Per noi è la scorciatoia sbagliata. Ridurre la rivalutazione è una tassa che non si chiama tassa.

La notizia arriva da Today.it. Martedì il governo deve presentare la cornice della legge di bilancio, che per le regole europee va inviata a Bruxelles entro il 15 ottobre. Mancano circa 10 miliardi di coperture. Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti cerca risorse tra pensioni, banche e nuove imposte.

Conviene spiegare cosa si rischia. La rivalutazione è il meccanismo che ogni gennaio adegua gli assegni all'inflazione misurata dall'Istat. Tagliarla non abbassa la pensione di oggi, ma la fa crescere meno dei prezzi. E la perdita si trascina per sempre, perché ogni aumento mancato abbassa la base di quello successivo.

Non sarebbe la prima volta. Con la sua prima manovra, quella per il 2023, il governo Meloni ha già ridotto la rivalutazione degli assegni sopra 4 volte il minimo, circa 2.100 euro lordi al mese. Ai più alti ha riconosciuto appena il 32% dell'inflazione. Eppure il centrodestra ha costruito la sua identità sulla promessa di «non mettere le mani nelle tasche degli italiani», formula resa celebre da Silvio Berlusconi.

Il primo argomento è giuridico. Con la sentenza 70 del 2015 la Corte costituzionale ha bocciato il blocco della rivalutazione deciso dal governo Monti per il 2012 e il 2013. Il messaggio dei giudici era semplice: un taglio del genere va motivato e proporzionato. Non può diventare l'appuntamento fisso di ogni autunno.

Il secondo argomento riguarda la spesa. Non neghiamo il problema: secondo Eurostat l'Italia spende per le pensioni circa il 16% del Pil, tra i valori più alti d'Europa. Proprio per questo serve una riforma dichiarata, con regole uguali per tutti. Una sforbiciata nascosta colpisce chi ha versato i contributi e lascia intatto tutto il resto.

Il terzo argomento è l'esperienza. Nell'agosto 2023 il governo annunciò la tassa sugli extraprofitti delle banche. Poi la corresse, permettendo di accantonare le somme a riserva invece di versarle. Quasi tutti gli istituti scelsero la riserva e lo Stato incassò quasi nulla. Le tasse improvvisate fanno rumore e portano pochi soldi.

Chi incassa in silenzio dai pensionati non sta riformando niente.

Molti di voi chiedono di partire dai costi della politica, e sul principio avete ragione. Ma i numeri vanno detti: la Camera costa circa 1 miliardo l'anno, il Senato circa mezzo. Anche chiuderli entrambi non coprirebbe questa manovra. Le risorse vere stanno altrove, per esempio nelle oltre 600 agevolazioni fiscali censite ogni anno dal ministero dell'Economia.

Per ora la stretta resta un'ipotesi e nessun testo è stato approvato.

Martedì Meloni e Giorgetti presentino una lista di tagli con cifre precise: quali agevolazioni, quali sussidi, quali spese. Ed escludano nero su bianco una nuova stretta sulla rivalutazione.

I pensionati non sono il salvadanaio dello Stato.

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Il Financial Times scrive che, per cinque servizi segreti europei, il Gru russo progetta di uccidere manager della difes...
11/10/2026

Il Financial Times scrive che, per cinque servizi segreti europei, il Gru russo progetta di uccidere manager della difesa.

Se confermato, è terrorismo di Stato: l'Europa deve espellere gli agenti russi, non solo blindare i manager.

La notizia, ripresa in Italia da Sky TG24, nasce da indiscrezioni raccolte dal quotidiano britannico presso cinque agenzie di intelligence del continente. Il Gru è il servizio segreto delle forze armate di Mosca. Secondo queste fonti, avrebbe avviato piani contro i vertici delle aziende che producono armi e munizioni. Diverse imprese hanno già rafforzato la sicurezza attorno ai propri dirigenti.

L'allarme non arriva dal nulla. Nel luglio 2024 la Cnn rivelò che l'intelligence americana e quella tedesca avevano sventato un piano russo per uccidere Armin Papperger. Papperger guida Rheinmetall, il più grande produttore tedesco di munizioni, quello che rifornisce l'Ucraina.

Mosca, davanti a queste accuse, nega sempre. Ma i documenti raccontano altro. Nel dicembre 2021 un tribunale di Berlino condannò all'ergastolo Vadim Krasikov per l'omicidio di un ex combattente ceceno al parco del Tiergarten, nel 2019. I giudici scrissero che l'ordine era partito dallo Stato russo, che per anni respinse ogni addebito. Nell'agosto 2024 Krasikov tornò a casa con uno scambio di prigionieri. Putin lo accolse di persona in aeroporto e il portavoce Dmitrij Peskov confermò che era un ufficiale dell'Fsb.

C'è un altro precedente che pesa. Nel settembre 2018, intervistati da RT, i due uomini accusati dalla procura britannica per l'avvelenamento di Sergei Skripal a Salisbury dissero di essere turisti. Erano venuti, spiegarono, a vedere la cattedrale e la sua guglia di 123 metri. Il sito investigativo Bellingcat li identificò poi come ufficiali del Gru.

E l'industria delle armi è già stata nel mirino. In Bulgaria l'imprenditore del settore Emilian Gebrev fu avvelenato nel 2015, e nel 2020 la procura bulgara incriminò tre cittadini russi indicati come agenti del Gru. In Repubblica Ceca, nel 2014, l'esplosione del deposito di munizioni di Vrbětice uccise due lavoratori. Nell'aprile 2021 il governo di Praga la attribuì a un'unità del Gru ed espulse 18 diplomatici russi.

Proprio le espulsioni sono la risposta che funziona, perché le reti di spie lavorano spesso dietro coperture diplomatiche. L'Italia lo ha già fatto: nell'aprile 2022 la Farnesina allontanò 30 diplomatici russi per ragioni di sicurezza. E qui la posta è alta, perché Leonardo, uno dei primi gruppi della difesa europea, è controllato per circa il 30 per cento dal ministero dell'Economia. Colpire chi lo guida vuol dire colpire un pezzo dello Stato e decine di migliaia di lavoratori.

Chi uccide un manager colpisce una nazione, non un'azienda.

A chi nei commenti applaude: si può essere contrari alla guerra e al riarmo, ma un omicidio ordinato da un governo straniero è un crimine contro tutti noi.

Non sappiamo ancora se questi piani siano arrivati alla fase operativa né quali Paesi riguardino, Italia compresa.

Per questo il governo deve riferire al Copasir, il comitato parlamentare che controlla i servizi segreti, se aziende italiane sono nel mirino. E i governi europei devono coordinare espulsioni comuni degli ufficiali russi sotto copertura diplomatica, senza aspettare il primo morto.

Un piano di omicidio di Stato merita espulsioni, non solo scorte.

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Papa Leone XIV ha annunciato all'Angelus che nei prossimi giorni si opererà per un nodulo al polmone.Ha fatto bene a dir...
11/10/2026

Papa Leone XIV ha annunciato all'Angelus che nei prossimi giorni si opererà per un nodulo al polmone.

Ha fatto bene a dirlo di persona. Ora lo Stato garantisca a ogni italiano a rischio la stessa diagnosi precoce.

Le parole sono arrivate oggi dalla finestra del Palazzo Apostolico, davanti ai fedeli in piazza San Pietro, come riportano Ansa, Leggo e RaiNews. Leone XIV ha 71 anni, è il primo Papa nato negli Stati Uniti ed è stato eletto l'8 maggio 2025. Ha spiegato che il nodulo è emerso durante alcuni controlli, «in una fase molto iniziale e ben localizzato», e che ha seguito il consiglio dei medici di toglierlo.

Subito dopo ha confermato il viaggio in Perù, previsto dal 6 al 17 novembre secondo RaiNews, nel Paese dove è stato vescovo di Chiclayo. Un nodulo è una piccola macchia nel polmone che si vede con una Tac o una radiografia, e spesso è benigno. Il Papa non ha parlato di tumore, e quindi non lo faremo nemmeno noi.

Il modo dell'annuncio conta, perché il Vaticano non ha sempre scelto questa strada. Il 4 luglio 2021 Papa Francesco recitò l'Angelus senza accennare al suo intervento. Nel pomeriggio la Sala stampa comunicò che si era recato al Gemelli per un'operazione programmata al colon. Leone ha parlato prima, in pubblico, con parole sue.

Da qui nasce la questione che riguarda tutti noi: cosa succede a un cittadino qualunque. L'articolo 32 della Costituzione tutela la salute come diritto fondamentale, e a giugno 2024 il governo ha varato un decreto per tagliare le liste d'attesa. Eppure, secondo l'Istat, nel 2024 il 9,9% degli italiani ha rinunciato a visite o esami necessari, contro il 7,6% del 2023. La causa più indicata sono proprio le attese.

Sul polmone, poi, il tempo pesa più che altrove. Secondo il rapporto «I numeri del cancro in Italia» di Aiom e Airtum, nel 2023 le nuove diagnosi di tumore al polmone sono state circa 44mila, cioè 120 al giorno. È la prima causa di morte per cancro nel nostro Paese.

La diagnosi precoce funziona, e lo dimostrano gli studi. Lo studio olandese e belga Nelson, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2020, ha mostrato che la Tac a basso dosaggio nei forti fumatori riduce del 24% le morti per tumore al polmone negli uomini dopo 10 anni. Il Consiglio dell'Unione europea, con la raccomandazione del 9 dicembre 2022, ha chiesto agli Stati di valutare questo screening.

In Italia, invece, gli screening oncologici gratuiti e organizzati per tutti restano 3: seno, collo dell'utero e colon. Per il polmone esiste solo un programma sperimentale, la Rete italiana screening polmonare, attivo in un numero limitato di centri. Chi fuma da 30 anni e vive lontano da quei centri rischia di fare la Tac solo quando arrivano i sintomi.

Una Tac al momento giusto non può essere un privilegio.

Molti di voi hanno scritto che un cittadino comune avrebbe aspettato anni. I numeri dell'Istat danno a quella rabbia una base solida. Ma il bersaglio giusto non è un uomo di 71 anni che sta per entrare in sala operatoria: è chi decide come funziona la sanità.

Non conosciamo ancora la data esatta, l'ospedale e la natura del nodulo: lo diranno i medici.

Chiediamo al ministero della Salute e alle Regioni di inserire la Tac a basso dosaggio per fumatori ed ex fumatori ad alto rischio nei Livelli essenziali di assistenza, cioè le cure che lo Stato deve garantire a tutti. E chiediamo al governo di pubblicare ogni 6 mesi i tempi reali di attesa per una Tac, Regione per Regione.

Al Papa, pronta guarigione. A tutti, la stessa Tac.

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Yorkshire Wildlife Park, zoo vicino a Doncaster: un visitatore entra nel recinto delle tigri siberiane e muore.La tigre ...
11/10/2026

Yorkshire Wildlife Park, zoo vicino a Doncaster: un visitatore entra nel recinto delle tigri siberiane e muore.

La tigre non ha colpe e non va abbattuta. Lo zoo invece deve dimostrare che le sue barriere reggevano.

La notizia arriva da RaiNews. Secondo le prime ricostruzioni, l'uomo avrebbe scavalcato di proposito le protezioni dell'area delle tigri, e uno degli animali lo avrebbe aggredito. Ambulanze, un elicottero e personale medico sono arrivati sul posto, ma i soccorritori hanno potuto solo constatare la morte. Il parco è stato evacuato.

Di quegli ultimi istanti resta un dettaglio che colpisce. Secondo le testimonianze rilanciate dalle cronache, «prima di entrare nel recinto ha fatto una danza». Del visitatore non conosciamo ancora il nome, l'età, né il motivo del gesto.

Per capire il rischio basta guardare l'animale. La tigre dell'Amur, o siberiana, è il felino più grande del mondo: un maschio adulto supera i 200 chili, il peso di tre uomini. Per l'IUCN, l'Unione internazionale per la conservazione della natura, è una specie in pericolo. Il censimento russo del 2015 ne contava circa 500 in natura.

Proprio per questo le regole sono severe. Le Standards of Modern Zoo Practice, le norme del governo britannico pubblicate nel 2012, mettono i grandi felini tra gli animali più pericolosi e chiedono barriere che tengano lontano il pubblico. Eppure, a quanto risulta finora, un uomo è riuscito a superarle. Una barriera esiste per fermare anche chi vuole scavalcarla, non solo chi rispetta il cartello.

I precedenti dicono che l'altezza di un muro conta. Il 25 dicembre 2007, allo zoo di San Francisco, una tigre siberiana di nome Tatiana uscì dal suo spazio e uccise un ragazzo di 17 anni. Le verifiche accertarono che il muro era alto circa 3,8 metri, contro i quasi 5 raccomandati dall'associazione degli zoo americani.

Anche in Inghilterra la responsabilità degli zoo è già finita davanti ai giudici. Nel 2017 una guardiana di 33 anni morì nello zoo di Hamerton, nel Cambridgeshire, aggredita da una tigre. Nel 2019 il parco fu multato per violazioni delle norme sulla sicurezza.

Abbattere la tigre, invece, non salverebbe nessuno. Nel 2016 lo zoo di Cincinnati uccise il gorilla Harambe per proteggere un bambino di 3 anni caduto nel recinto: c'era una vita da salvare. Qui no, e quell'animale appartiene a una specie che in natura conta poche centinaia di esemplari.

La tigre ha fatto la tigre. Le regole devono fare il resto.

Abbiamo letto i vostri commenti. Chi scrive «ben gli sta» confonde la responsabilità con la derisione: un errore, anche fatale, non toglie a nessuno il rispetto da morto. Le voci su problemi di salute e su un accompagnatore, al momento, non hanno conferme ufficiali.

Non sappiamo ancora come abbia superato le protezioni né quale sarà la sorte dell'animale.

Per questo chiediamo tre cose. Il coroner, il magistrato che in Inghilterra indaga sulle morti violente, deve accertare se le barriere rispettavano gli standard. Il Comune di Doncaster, che concede la licenza allo zoo secondo lo Zoo Licensing Act del 1981, deve rendere pubbliche le ultime ispezioni. La direzione del parco deve dire subito che la tigre non verrà abbattuta.

Un recinto serve a fermare anche chi vuole entrare.

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Greta Astarita, 33 anni, incinta di 7 mesi, era stata dimessa dall'ospedale: è morta poche ore dopo la sua bambina.Se un...
11/10/2026

Greta Astarita, 33 anni, incinta di 7 mesi, era stata dimessa dall'ospedale: è morta poche ore dopo la sua bambina.

Se una paziente crolla due ore dopo le dimissioni, tocca all'ospedale spiegare. Subito, e in pubblico.

La notizia l'ha data Fanpage. Greta era al settimo mese di gravidanza e si era presentata in ospedale per un dolore all'inguine. L'hanno visitata, le hanno fatto i controlli e l'hanno mandata a casa. Circa due ore dopo ha perso conoscenza davanti ai suoi familiari.

Il ritorno di corsa in ospedale non è bastato. Prima è morta la bambina che portava in grembo, poi, a distanza di poche ore, è morta anche lei. Una famiglia aspettava una nascita e ha perso due vite nella stessa giornata.

La questione pubblica sta proprio qui. Al momento delle dimissioni, qualcuno ha deciso che Greta poteva tornare a casa. Due ore dopo, i fatti hanno detto il contrario. Fra quella decisione e quel malore c'è la domanda a cui l'ospedale deve rispondere: quali esami sono stati fatti, quali no, chi ha firmato e seguendo quali linee guida.

Per rispondere non serve una legge nuova, basta applicare quella che c'è. La legge Gelli-Bianco, la numero 24 del 2017, obbliga la direzione sanitaria a consegnare la documentazione clinica agli aventi diritto entro 7 giorni dalla richiesta. La stessa legge chiede alle strutture di occuparsi della gestione del rischio clinico, cioè di analizzare gli errori per non ripeterli.

C'è di più, ed è il punto che smonta ogni alibi. L'articolo 16 di quella legge stabilisce che i verbali delle attività di gestione del rischio non possono essere usati nei processi. Un'analisi interna onesta, quindi, non manda nessuno in tribunale. Rimandarla non protegge i medici: protegge solo il silenzio.

Anche i numeri spiegano perché questo caso non va archiviato come fatalità. L'Istituto superiore di sanità, con la sua sorveglianza ostetrica ItOSS, stima circa 9 morti materne ogni 100.000 nati vivi. Con i circa 370.000 nati del 2024 contati dall'Istat, parliamo di poche decine di donne l'anno, meno dei passeggeri di un autobus. Proprio perché sono così poche, ognuna va studiata fino in fondo.

Una dimissione è una promessa: puoi andare, stai bene.

Capiamo la rabbia di chi ci scrive, e su un punto ha ragione: una morte così pretende risposte. Chi invoca galera e stragi però sbaglia strada. Oggi non sappiamo nemmeno chi l'abbia visitata, e dal 2024 il decreto-legge 137 prevede l'arresto, anche in flagranza differita, per chi aggredisce il personale sanitario.

Non si conoscono ancora la causa della morte né l'eventuale apertura di un fascicolo da parte della Procura.

Per questo chiediamo tre cose precise. La direzione dell'ospedale pubblichi una ricostruzione dei tempi e degli esami, senza nomi ma senza omissioni. Consegni subito la cartella clinica alla famiglia, come prevede la legge. La Regione affidi un audit a medici esterni alla struttura e ne renda pubbliche le conclusioni.

Due ore dopo le dimissioni. L'ospedale ci deve spiegazioni.

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Il presidente Usa Donald Trump valuta un intervento contro gli Houthi dopo la strage all'aeroporto di Riad.Colpire un ae...
11/10/2026

Il presidente Usa Donald Trump valuta un intervento contro gli Houthi dopo la strage all'aeroporto di Riad.

Colpire un aeroporto civile è un crimine di guerra e va punito. Ma la risposta la decida il Congresso americano con gli alleati, non una frase a effetto.

Secondo i primi bilanci, l'attacco allo scalo della capitale saudita ha causato 12 morti e 309 feriti. Sono più dei passeggeri di un grande aereo a lungo raggio pieno: persone in viaggio e lavoratori in servizio. Le Nazioni Unite parlano di «grave escalation».

A quel bilancio Trump, tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, ha risposto così: «Non è accettabile, potremmo unirci contro gli Houthi». Gli Houthi sono il movimento armato che dal settembre 2014 controlla Sanaa, la capitale dello Yemen. Stati Uniti e Arabia Saudita li accusano da anni di ricevere armi dall'Iran.

Riad conosce bene questa minaccia. Il 12 giugno 2019 un missile rivendicato dagli Houthi ferì 26 civili all'aeroporto saudita di Abha. Il 14 settembre dello stesso anno droni e missili colpirono gli impianti Aramco di Abqaiq e Khurais e dimezzarono per giorni la produzione di petrolio del Regno.

Qui c'è il punto che non torna. Il 6 maggio 2025 Trump annunciò lo stop ai bombardamenti americani sullo Yemen, iniziati a marzo, dicendo che gli Houthi avevano «capitolato». L'intesa, mediata dall'Oman, proteggeva però solo le navi americane: sull'Arabia Saudita e sugli altri alleati non prevedeva nulla.

Il primo argomento riguarda le regole. Il Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra, firmato nel 1977, vieta all'articolo 51 gli attacchi contro la popolazione civile. Un aeroporto aperto ai passeggeri è proprio ciò che quel divieto protegge, e chi ha ordinato l'attacco deve risponderne davanti a un tribunale.

Il secondo argomento riguarda la democrazia americana. La War Powers Resolution del 1973, la legge sui poteri di guerra, obbliga il presidente a informare il Congresso entro 48 ore da un'azione militare. Fissa anche un limite di 60 giorni senza autorizzazione. Un «potremmo» non è una strategia: alleati e mercati devono sapere cosa farà Washington.

Il terzo argomento ci tocca da vicino. Dal novembre 2023 gli attacchi degli Houthi alle navi nel Mar Rosso hanno spinto molti armatori a evitare Suez e a girare intorno all'Africa, con fino a due settimane di viaggio in più. Nel marzo 2024 il cacciatorpediniere italiano Caio Duilio abbatté un drone durante la missione europea Aspides.

Chi colpisce civili va fermato, ma la guerra non si improvvisa.

Non sappiamo ancora chi abbia materialmente condotto l'attacco, se esista una rivendicazione né se tra le vittime ci siano italiani.

Per questo chiediamo tre cose. Che l'Onu avvii un'indagine indipendente per accertare i responsabili. Che Trump porti ogni decisione militare davanti al Congresso e la coordini con gli alleati europei. Che il governo italiano riferisca in Parlamento sulla sicurezza dei connazionali in Arabia Saudita e delle nostre navi nel Mar Rosso.

Giustizia per Riad, sì. Guerra a parole, no.

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Il presidente Usa Donald Trump ha chiesto all'Ucraina di sostituire Volodymyr Zelensky.Ha torto. Il presidente dell'Ucra...
10/10/2026

Il presidente Usa Donald Trump ha chiesto all'Ucraina di sostituire Volodymyr Zelensky.

Ha torto. Il presidente dell'Ucraina lo scelgono gli ucraini, e il governo italiano deve dirlo a Washington.

Le parole di Trump, riportate oggi dall'Ansa, non lasciano spazio a interpretazioni. Ha detto che «è il momento di un nuovo presidente per l'Ucraina» e che Kiev deve trovare un leader «in grado di raggiungere un accordo» con Mosca. Poi è passato al piano personale: Zelensky, secondo lui, «vuole creare problemi al mondo».

Nelle stesse ore Rainews dava conto di una strage a Zaporizhzhia, città del sud-est ucraino, con 20 morti. La stessa testata rilanciava un'indiscrezione del sito americano Axios. Secondo Axios, Trump si sarebbe accordato con il presidente russo Vladimir Putin dopo che Zelensky aveva ignorato le sue richieste.

Il metodo non è nuovo. Il 18 febbraio 2025 Trump sostenne che Zelensky aveva un consenso del «4%». Il giorno dopo, sul suo social Truth, lo definì «un dittatore senza elezioni». Il sondaggio dell'istituto KIIS di Kiev, pubblicato nello stesso febbraio 2025, misurava invece la fiducia nel presidente ucraino al 57%.

Quel dato non rende Zelensky intoccabile. Dimostra però che la cifra citata da Trump non corrispondeva ai numeri disponibili. E ci porta al cuore della questione: il giudizio su chi guida l'Ucraina spetta a chi in Ucraina vive e vota.

Il primo argomento riguarda proprio il voto. Zelensky ha vinto nell'aprile 2019 con il 73% al ballottaggio. Dal 24 febbraio 2022, giorno dell'invasione russa, in Ucraina vige la legge marziale, e la legge ucraina vieta le elezioni finché resta in vigore. Anche la nostra Costituzione, all'articolo 60, consente di prorogare le Camere soltanto per legge e soltanto in caso di guerra.

Il secondo argomento è un precedente che pesa. Nel 1994, con il Memorandum di Budapest, l'Ucraina consegnò le armi nucleari ereditate dall'Unione Sovietica. In cambio ricevette assicurazioni sulla sua sicurezza da Stati Uniti, Regno Unito e Russia. Uno dei firmatari, la Russia, nel 2014 ha preso la Crimea e nel 2022 ha invaso il resto del paese.

C'è poi un terzo argomento, che riguarda noi. Il 24 febbraio 2024 Giorgia Meloni ha firmato a Kiev un accordo bilaterale di sicurezza della durata di 10 anni. L'Italia si è impegnata con lo Stato ucraino e le sue istituzioni, non con un singolo uomo. Nella dichiarazione riportata dall'Ansa, invece, non c'è nessuna richiesta simile rivolta a Mosca.

In democrazia i leader li licenziano gli elettori, non gli alleati.

Molti di voi sono arrabbiati, e quella rabbia poggia su un fatto: un alleato chiede di cambiare il capo di un paese invaso. A chi pensa che Trump abbia detto una cosa sensata rispondiamo così: il Regno Unito non votò dal 1935 al 1945, e nessuno considerò Churchill un abusivo.

Non sappiamo ancora cosa preveda l'eventuale intesa tra Trump e Putin di cui scrive Axios.

Per questo chiediamo a Palazzo Chigi e alla Farnesina di dichiarare in Parlamento che l'Italia riconosce solo il presidente scelto dagli ucraini. Chiediamo all'Unione europea di respingere qualunque accordo sull'Ucraina negoziato senza Kiev. E chiediamo alla Casa Bianca di rendere pubblici i termini di ogni intesa con il Cremlino.

L'Ucraina ha un presidente: l'hanno scelto gli ucraini.

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