02/06/2026
LETTERA ALLA REPUBBLICA
Cara Repubblica,
ti scriviamo per chiederti scusa.
Ti chiediamo scusa: perché, mentre cercavi di tenerci insieme sotto il mantello di una Costituzione scritta con il sangue e con il coraggio, noi siamo rimasti a guardare. Abbiamo permesso che i tuoi principi più saldi venissero trattati come vecchi cimeli da svendere al miglior offerente.
Ti chiediamo scusa perché – dai tempi dello scellerato piano che nel nome di una falsa “rinascita” ti voleva sottomessa e opaca – assistiamo a sistematici tentativi di smantellamento di quell’indipendenza dei poteri che è la tua spina dorsale, senza la quale il cuore della nostra libertà cesserebbe
di ba***re.
Ti chiediamo perdono per averti consegnato a una classe
politica che anziché mettersi umilmente al tuo servizio troppo spesso ti considera “roba sua”, e che – per salvarsi dai propri errori, per nascondere le mani nere sotto colletti
immacolati – è arrivata a farci credere che la Giustizia sia un nemico da cui guardarsi. Abbiamo permesso che la riservatezza diventasse oblio, che la privacy diventasse muro di gomma, che l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge diventasse un’eccezione. Abbiamo scambiato la velocità dei processi con la fretta di dimenticare i reati dei potenti.
Abbiamo dimenticato che quando un magistrato viene umiliato, sorteggiato come un numero della lotteria o messo
al guinzaglio, non è la sua toga a perdere potere: sei tu a perdere la tua dignità, e noi la nostra libertà.
Queste parole sono dedicate a te e ai magistrati uccisi nel corso della tua storia, le toghe che non sono diventate
rosse nei corridoi del potere o mentre baciavano giovani contestatrici come ha scritto qualcuno in un recente post
denigratorio, ma sull’asfalto di Capaci, tra le lamiere di via d’Amelio, lungo le strade di quelle città che cercavano
di difendere e che invece li hanno lasciati soli. Sono rosse del sangue versato per difendere un’idea: che la legge non debba guardare in faccia a nessuno, nemmeno a chi siede
nei palazzi più alti.
Anche a loro chiediamo scusa, perché oggi il loro sacrificio sembra pesare meno della propaganda. È paradossale e crudele: morire per la Costituzione e vedere quella stessa
Carta aggredita, i suoi pesi e contrappesi messi in dubbio o
trasformati in un bersaglio.
La casta non ha tempo per i “tecnicismi” della giustizia. Ha fretta. Fretta di approvare riforme che trasformino l’uguaglianza in un ricordo sbiadito e l’indipendenza dei poteri
in un fastidio superato. Per questa élite dal colletto candido la purezza non è un valore a cui tendere, ma un obiettivo
strategico: apparire pulita mentre sta svuotando il senso della democrazia. È la casta che ordisce guerre e genocidi, è la casta che assiste in silenzio alla distruzione per poter partecipare al banchetto della ricostruzione, in spregio al diritto internazionale e ai diritti umani.
Più avanti, nel romanzo, con uno dei suoi affondi fulminanti, Manzoni dice: “comanda chi può, e ubbidisce chi
vuole”.E allora fino a che sceglieremo di non ubbidire ai prepotenti e di rispettare le leggi,fino a che faremo sentire la nostra voce,fino a che eserciteremo il nostro diritto a un’informazione libera e plurale,fino a che opporremo agli algoritmi ragione e sentimento,
fino a che resisteremo,la casta non potrà trionfare.
Cara Repubblica, dalla tua parte sempre e per sempre ci troverai
Tratto da edito da Bompiani