02/12/2021
I Bluetile Lounge sono stati un quartetto australiano attivo dal 1992 al 1998, proveniente da Perth, città costiera dell'estremo ovest. Erano formati da Daniel Erickson (voce, chitarra, piano), Howard Healy (voce, chitarra, basso), Gabrielle Cotton (chitarra, piano, voce) e Alexander Stevens (batteria, percussioni).
Dopo i The Triffids e prima dei Tame Impala sono probabilmente stati la più importante formazione proveniente dall'Australia occidentale, a dispetto dei pochissimi anni di attività. Distanziati e isolati dal fiorente underground degli Stati Uniti, sono probabilmente nati nel momento giusto ma nel posto decisamente sbagliato, in anni in cui organizzare tour negli States era estremamente dispendioso e dunque proibitivo. Ciononostante i nostri, ai loro tempi, riuscirono tuttavia ad attirare l'attenzione di importanti addetti ai lavori: su tutti quella di Alan Sparhawk, frontman dei Low, grazie al quale riuscirono a strappare un contratto con la Summershine Records, e soprattutto quella di Steve Shelley dei Sonic Youth, che nel 1998 pubblicò il loro secondo e ultimo album "Half Cut" per la propria label Smells Like e che volle fortemente che i nostri prendessero parte come spalla al Summersault Festival 1996, che in quell'occasione si tenne proprio a Perth. Organizzato da Steve Pavlovic, promoter di Camberra che nei primi anni '90 organizzò i tour australiani di band quali Nirvana, Fugazi, Mudhoney e My Bloody Valentine tra gli altri, il Summersault di quell'anno vide partecipare importanti formazioni quali Beastie Boys, i neonati Foo Fighters, Pavement, Bikini Kill e Beck.
L'esordio discografico dei Bluetile Lounge, "Lowercase", vide la luce pochissimi mesi prima del Summersault e precisamente il 10 ottobre 1995 e la sua distribuzione sul suolo americano fu gestita niente poco di meno che dalla Sub Pop, etichetta di Bruce Pavitt e Jonathan Poneman che come è noto fece la fortuna del grunge. Tutto sembrava promettere grandi cose per i nostri, ma nel 1998 la giostra si sarebbe fermata. Oggi, a quasi 30 anni di distanza, i Bluetile Lounge sono una band di culto che gode di buona fama in patria e, altrove, di un piccolo stuolo di fedeli che talvolta li preferiscono perfino ai Codeine in quanto a slowcore (band che nel 1995 aveva già concluso la propria attività). I loro due album sono ormai praticamente introvabili in copia fisica, delle vere e proprie reliquie. Da pochissimi mesi, inoltre, i nostri hanno rilasciato sul proprio profilo Bandcamp una nuova traccia intitolata "Last Men", il primo inedito pubblicato a distanza di ben 23 anni. Esperimento isolato? Seconda giovinezza? Si vedrà. Ma adesso torniamo a "Lowercase", oggetto della nostra recensione. Cinque brani, numero da EP ma lunghezza da album grazie ai suoi 46 minuti. La dilatazione e i ritmi lenti sono quelli dello slowcore, la stratificazione sonora e le ritmiche batteristiche affannose e mancanti sono quelle del post-rock, gli accordi malinconici sono invece quelli dell'emo. Le varie tracce sembrano fluire come fossero un unico lunghissimo brano, non tanto perché esse siano monotone ma perché la pasta sonora è scarnificata, composta da pochissimi ingredienti: voce molto bassa, che sussurra quasi impotente, chitarre desolate e batteria minimale stancamente percossa, con piatti quasi sfiorati. Qui e lì qualche accelerazione, qualche leggera esplosione. Ma è tutto molto sognante, molto delicato, non c'è mai spazio per rabbia o violenza come nei Codeine. Se la pioggia avesse un corrispettivo sonoro probabilmente sarebbe questo qui. "Lowercase", un album "minuscolo" che non ha avuto il giusto tempo e le giuste occasioni per diventare grande. Un gioiellino degli anni '90.