06/09/2026
𝗥𝗜𝗦𝗣𝗢𝗡𝗗𝗢 𝗔 𝗨𝗡𝗔 𝗥𝗜𝗙𝗟𝗘𝗦𝗦𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗖𝗛𝗘 𝗦𝗣𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗘𝗠𝗘𝗥𝗚𝗘 𝗡𝗘𝗚𝗟𝗜 𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗜 𝟭:𝟭.
Si parla molto, oggi, di “sessualità sacra”.
È un’espressione suggestiva.
Ma per me il punto non è tanto rendere “sacro” qualcosa.
È comprendere che cosa può accadere quando la sessualità viene vissuta pienamente, con presenza.
Perché nella sessualità profonda non si incontrano soltanto due corpi.
Si incontrano anche parti di noi che, nella vita quotidiana, spesso teniamo separate.
La parte che agisce e quella che riceve.
Quella che conduce e quella che si affida.
La forza e la vulnerabilità.
Il controllo e l’abbandono.
Il desiderio di essere riconosciuti e la capacità di lasciarsi incontrare.
C’è un’immagine antica che racconta molto bene questo passaggio: lo Hieros Gamos, le “nozze sacre”.
Non lo leggo semplicemente come unione tra uomo e donna.
Mi interessa soprattutto come simbolo dell’incontro tra polarità:
cielo e terra,
spirito e materia,
azione e ricezione,
coscienza e corpo.
Non due metà incomplete che cercano qualcuno per diventare una.
Ma due principi che, incontrandosi, possono generare una forma più ampia di unità.
Ed è qui che la domanda diventa interessante:
𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧𝗢 𝗦𝗢𝗡𝗢 𝗖𝗔𝗣𝗔𝗖𝗘 𝗗𝗜 𝗜𝗡𝗧𝗘𝗚𝗥𝗔𝗥𝗘 𝗗𝗘𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗗𝗜 𝗠𝗘 𝗖𝗜𝗢̀ 𝗖𝗛𝗘 𝗛𝗢 𝗜𝗠𝗣𝗔𝗥𝗔𝗧𝗢 𝗔 𝗩𝗜𝗩𝗘𝗥𝗘 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗢𝗣𝗣𝗢𝗦𝗧𝗢?
Posso essere forte senza irrigidirmi?
Posso ricevere senza sentirmi debole?
Posso desiderare senza dover possedere?
Posso lasciarmi andare senza sentire di perdermi?
Posso entrare profondamente in relazione e restare comunque intera?
Per me, qui c’è un passaggio importante di coscienza.
Perché finché vivo attraverso polarità rigide — forte/debole, controllo/abbandono, dare/ricevere, autonomia/dipendenza — continuerò facilmente a cercare fuori di me qualcuno che incarni il polo che io non mi autorizzo a vivere.
Quando invece quei poli iniziano a dialogare dentro di me, cambia anche il modo in cui incontro l’altro.
𝗟’𝗔𝗟𝗧𝗥𝗢 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗘 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗣𝗟𝗘𝗧𝗔𝗥𝗠𝗜.
𝗣𝗨𝗢̀ 𝗙𝗜𝗡𝗔𝗟𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗔𝗥𝗠𝗜.
Ed è per questo che non vedo la sessualità soltanto come un’esperienza fisica.
Può diventare anche un luogo di osservazione molto profondo.
Di ciò che trattengo.
Di ciò che temo.
Di quanto so ricevere.
Di quanto mi permetto di essere presente.
Di quanto riesco a stare nell’intimità senza perdermi e senza difendermi continuamente.
Non perché il sesso sia automaticamente “spirituale”.
Ma perché il corpo può diventare uno dei luoghi in cui la coscienza smette di essere soltanto un concetto.
E viene vissuta.
Forse è proprio questo, per me, il senso più interessante dello Hieros Gamos oggi:
non la fusione con qualcuno.
Ma la capacità di tenere insieme dentro di sé ciò che prima viveva separato.
Forza e abbandono.
Identità e relazione.
Corpo e coscienza.
Materia e spirito.
E forse la sessualità diventa davvero “sacra” proprio qui.
Non perché la chiamiamo così.
Ma perché, almeno per un momento, smettiamo di essere divisi dentro di noi.
TU COSA NE PENSI? ✍️ ti leggo volentieri
Antonella Saulle💫