09/01/2026
Ottima analisi....
Minneapolis e l’eterna ipocrisia sul ruolo della polizia
Ogni volta che un’operazione di polizia finisce con un morto, lo schema è sempre lo stesso. L’opinione pubblica si spacca in due blocchi contrapposti e impermeabili al dubbio. Da una parte i “tifosi” delle forze dell’ordine, convinti – a ragione – che chi indossa una divisa e opera a tutela della collettività debba essere messo nelle condizioni di agire, non di esitare. Dall’altra i difensori d’ufficio della persona deceduta (quando non si tratti dell'operante, si intende), per i quali la polizia dovrebbe esercitare l’autorità solo fino a un certo punto, oltre il quale dovrebbe fermarsi, arretrare, alzare le mani e, se necessario, farsi sopraffare.
Non è un mistero che io appartenga alla prima categoria. Non per ideologia, ma per realismo giuridico e sociale.
Il caso di Minneapolis, già strumentalizzato politicamente, restituisce una riflessione che vale per moltissimi episodi analoghi: se la persona coinvolta fosse stata collaborativa, oggi con molta probabilità sarebbe ancora viva. È una constatazione scomoda, ma difficilmente aggirabile.
La fuga, la resistenza, l’uso di un veicolo come strumento di sottrazione al controllo trasformano una situazione ordinaria in una situazione ad altissimo rischio per tutti.
Un agente, nell’esercizio delle proprie funzioni, si trova davanti a un soggetto che non rispetta un alt e che utilizza un’automobile – cioè un mezzo potenzialmente letale – per sottrarsi al controllo. In quel momento non siamo più nel campo della semplice “mancata collaborazione”: siamo nel perimetro del pericolo concreto per poliziotti, cittadini e lo stesso fermato.
Quando un operatore di polizia vede messa in pericolo la propria vita o quella di terzi, non ha solo il diritto di intervenire: ha l'obbligo. Fermare una persona pericolosa non è una scelta discrezionale, ma una responsabilità che lo Stato gli impone.
Anche volendo ammettere, per ipotesi, che la polizia possa aver usato un pugno più duro del necessario, resta un dato che nessuno ama ricordare: un atteggiamento collaborativo dell’interessato quasi sempre evita l’escalation. Soprattutto in Paesi (non in Italia) nei quali è noto che le forze dell’ordine operano con margini più ampi rispetto ad altri contesti, ignorare un ordine o tentare la fuga equivale ad accettare consapevolmente un rischio enorme. Un rischio che, nella maggior parte dei casi, è del tutto evitabile e talvolta addirittura cercato nei casi del cosiddetto "su***de by cop", allorché un individuo si comporta deliberatamente in modo minaccioso con l'intento di provocare una risposta letale da parte di un agente di pubblica sicurezza o delle forze dell'ordine per porre fine alla propria vita.
Qui non è in discussione che cosa stessero andando a fare gli agenti di polizia di Minneapolis. L’agente non sceglie la finalità del proprio servizio: esegue un ordine legittimamente impartito e ha il dovere di portarlo a termine. La responsabilità politica o amministrativa dell’operazione non ricade su chi la esegue sul campo, ma su chi ha dato quell’ordine.
Il cittadino, invece, anche di fronte a un ordine che ritiene ingiusto o illegittimo, non ha alcun diritto di reagire mettendo a rischio la vita di poliziotti e cittadini o disobbedendo attivamente alla polizia. In uno Stato di diritto, esiste una distinzione netta tra il piano dell’esecuzione e quello del controllo di legittimità. Gli ordini – anche quelli ritenuti ingiusti – si impugnano nelle sedi opportune, perlopiù quelle giurisdizionali. Non si “correggono” sul posto, non si contrastano con la fuga, non si sfidano con comportamenti pericolosi.
Il rispetto dell’autorità non vale solo per gli ordini che riteniamo giusti. Vale soprattutto per quelli che riteniamo sbagliati perché è lì che si misura la differenza tra una società fondata sulle regole e una fondata sull’arbitrio individuale.
Chi oggi si scandalizza per Minneapolis invoca, magari senza dirlo apertamente, una polizia con meno poteri. Ma dovrebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere la conseguenza logica di questa richiesta: una società meno sicura, nella quale il rispetto delle leggi diventa una facoltà e non un obbligo, e l’autorità viene riconosciuta solo quando coincide con le convinzioni personali di chi la subisce.
Minneapolis è l’ennesima conferma di una verità semplice e impopolare: il rispetto delle regole (anche non condivise) salva vite. Disobbedire sul campo, fuggire o reagire non è un atto di libertà, ma una scommessa irresponsabile che spesso (all'estero) si perde.