13/10/2026
Ci sono giocatori che passano da Palermo, lasciano qualche ricordo e poi se ne vanno. E poi ci sono quelli che, anche a distanza di anni, basta nominare per far riaffiorare un pezzo di storia, un’emozione, una domenica pomeriggio davanti alla televisione, una corsa verso la porta e quella sensazione che soltanto noi rosanero possiamo capire. Edinson Cavani è uno di questi.
Era il gennaio del 2007 quando il Palermo si assicurò le prestazioni di un ragazzo uruguaiano di appena 19 anni, arrivato dal Danubio. Un nome che allora, per molti, significava poco o nulla. Un attaccante giovane, con un futuro tutto da scrivere, che si ritrovava in una squadra ambiziosa, in una città che viveva il calcio con una passione difficile da spiegare a chi non l’ha mai respirata.
E poi arrivò il 11 marzo 2007. Palermo-Fiorentina, allo stadio Renzo Barbera. Il ragazzo era lì da poche settimane e aveva l’occasione di presentarsi al suo nuovo pubblico. Non poteva sapere che quella giornata sarebbe diventata il primo capitolo di una storia destinata a essere ricordata per anni.
Partita complicata, tensione, una Fiorentina tutt’altro che semplice da affrontare. Poi quel pallone, quella conclusione, quel gol. Cavani si presentò così: con una rete all’esordio in Serie A con la maglia rosanero, contro la Fiorentina. Un gol che non era soltanto un gol, ma una promessa. La promessa che quel ragazzo arrivato dall’altra parte del mondo aveva qualcosa di speciale.
E pensare che nessuno poteva immaginare fino a dove sarebbe arrivato. Nessuno poteva sapere che quel giovane attaccante sarebbe diventato uno dei centravanti più prolifici della sua generazione, un uomo capace di segnare in ogni modo, di correre fino all’ultimo secondo, di trasformare la fatica in una firma riconoscibile. A Napoli sarebbe diventato un idolo, a Parigi una stella, con l’Uruguay un simbolo. Ma prima di tutto questo, prima dei grandi palcoscenici e dei numeri da fuoriclasse, c’era stato il Palermo.
C’era stata una città che lo aveva visto crescere, una maglia che gli aveva dato spazio, un pubblico che aveva iniziato a conoscerlo partita dopo partita. C’era stato quel primo gol, quello che oggi riguardiamo con la nostalgia di chi sa come è andata a finire, ma che allora era soltanto l’inizio di qualcosa di enorme.
Il bello dei ricordi è proprio questo: noi conosciamo il finale, ma quando quelle storie cominciavano nessuno poteva davvero immaginarlo. E forse è anche per questo che quel gol contro la Fiorentina ha un sapore diverso. Perché dentro c’era già tutto: il talento, l’istinto, la fame, la voglia di dimostrare di poter stare a quel livello.
Il Palermo di quegli anni era una squadra capace di far sognare, di portare al Barbera giocatori destinati a diventare protagonisti del calcio mondiale. E Cavani, con il suo modo di giocare generoso, con quella corsa instancabile e quella determinazione che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera, è diventato uno dei nomi che ancora oggi fanno brillare gli occhi ai tifosi rosanero.
Perché noi lo sappiamo: non serve aver vinto tutto con una maglia per restare nella memoria di chi quella maglia la ama davvero. A volte basta esserci stati nel momento in cui una storia cominciava. Basta aver visto quel ragazzo segnare il suo primo gol e aver pensato, anche solo per un istante, che forse avevamo davanti qualcosa di speciale.
E allora sì, oggi lo chiamiamo El Matador. Lo ricordiamo per i gol, per i record, per le notti europee, per la carriera straordinaria che ha costruito. Ma per noi rosanero resterà sempre anche quel ragazzo uruguaiano arrivato nel gennaio del 2007, che l’11 marzo si presentò al Barbera con un gol contro la Fiorentina.
Sembra ieri. E invece è passato tantissimo tempo.
Quanto ci manca, El Matador. 🩷🖤