23/09/2024
UN AUTORE MISTERIOSO E RITROVATO
Su “la Lettura” di questa settimana (è l'allegato “cult” del “Corriere della Sera”) leggiamo questa splendida, a tratti toccante, recensione di Stefano Innocenti a “Un misterioso disordine” di Gianluigi Paganelli, ora in libreria. «Leggere questi racconti», scrive Innocenti, porta a «scoprire un autore che ha sommerso, prima per pudore e poi per la sua morte naturale – la sua scrittura per anni. Significa anche abbandonarsi a un movimento che lascia il lettore in uno stato di stupore e bellezza di cose minute e minime. Dentro una realtà che esiste e non esiste. Allo stesso tempo». L'editore ringrazia.
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Quante volte si può morire in una vita? E al giorno? E in una stagione? Sono le domande che suscitano i 35 racconti pubblicati sotto il titolo Un misterioso disordine (Effigie editori), la raccolta di testi di Gianluigi Paganelli (1935-2018), uomo novecentesco consapevole della tradizione, uomo dalla vita irregolare e dai tratti misteriosi.
Ogni racconto gira attorno a un tema preciso: la fine o il fine di una vita che può dipanarsi tra «gli arcolai, che sono i custodi del tempo» o tra campi di girasole in un «agitarsi di filamenti tenui, come ragnatele, sì, ma scompaginate, dissolte nelle loro mappe». Il risultato rimane identico: a ogni fine racconto – che può, e magari deve, essere letto ad alta voce – la sonorità della parola è un gheriglio in «un mezzogiorno furioso, una luce roventissima che arda in una notte scozzese, Nel centro vdella notte». Così – come si legge ne L'uomo sul carro – «se fosse vero che l'orologio misura il ritmo di un mistero», la metrica temporale di questo scrittore scivola in attimi di «una spietata pace in cielo, uno di quei secchi sereni agostani cui non è possibile confidare nessuna speranza e perfino nessun dolore». Perché, come si legge invece in Non c'è più tempo, «il tempo che si estingue non realizza l'estinzione di un tempo. Se ne va nell'atlantico di una immensità molle e lenta, o puramente se ne va, ma senza quando».
Questi racconti sono un vortice di situazioni che hanno come baricentro «la caparbia industria dell'illusione che poi era, tutto sommato, l'oligarca della sua vita». Personaggi sulla cartapesta esistenziale, che improvvisamente vengono slabbrati dalla narrazione e nella narrazione: questo vale, come si legge in Marco, per un ubriaco che viene azzannato a morte da un cane in mezzo alla strada e non si sa se sia solo un incubo oppure sia reale perché «accade, come tutto accade e cade»; questo vale per un uomo che cammina in strada e non riesce a tornare a casa perché le mura della cittadina si allungano per magia e ne mutano le vie; questo accade per un traduttore apparentemente ucciso da una mosca ma che in realtà si suicida; questo accade per uno stupro maschile.
È tutto un gioco di realtà e di irrealtà: è tenendo conto di questa latitudine artistica che in queste pagine si possono trovare tracce di temi altrove trattati da autori come Julio Cortázar, Antonio Delfini, Franz Kafka, Edgar Allan Poe, Italo Svevo, Fernando Pessoa, Giuseppe Berto, Antonio Pçizzuto, Silvio D'Arzo, Tommaso Landolfi, Antonin Artaud, Eschilo, Sofocle. Il conglomerato artistico di Paganelli procede in questo territorio e lo arricchisce di una cultura impressionante: egli conosce il patrimonio dei Latini, la Bibbia, le religioni tutte, il teatro nella sua interezza, la pittura nelle sue campiture intime e strazianti, la tristezza di un cielo dicembrino.
E non può esserci «solennità nel pianto, c'è tutta la creta secca della sconfitta, c'è il tiepido orrore dell'ultima resa», come si legge in Lungo le mura. Per uno scrittore che è un iniziato scampato ai secoli – come l'ha efficacemente definito Claudio Frosini, pittore pistoiese che con l'associazione Nomos detiene l'archivio Gianluigi Paganelli – il senso della parola non sta però nel paganesimo ma, per paradosso, in una religiosità che si fa mistero «nella divina indifferenza delle cose». I piani di lettura di qualsiasi racconto si moltiplicano così all'inverosimile, autenticando – anche questo per paradosso – miracoli intimi e quasi indicibili. È il caso di Isachar, uno dei racconti più strazianti. È la storia di una donna che cerca Isachar, il suo amore che, lo si capirà a fine lettura, è morto. Ma non per lei che lo ripete eternamente, riportandolo alla vita, in un crepuscolo che si intrufola dentro la loro casa perché «forse qualunque casa sulla terra è infinita, e qualunque oggetto all'interno della casa è infinito come la casa, come le penombre e le ombre».
Paganelli, come i grandi scrittori, guarda alla vita come fosse mistero e meccanica, magia e cinismo. E lo fa con uno sguardo che tutto tiene. A dispetto di quanto si possa pensare, la narrazione procede, nella quasi totalità dei racconti, per storie violente. Ci sono suicidi immaginari, ci sono uomini che si trasformano in ragni, messi postali di territori diversi che impongono all'altro le loro regole ferree, ci sono morti che non sono morti. Ed è abbastanza chiaro che Paganelli conduca la sua penna – verrebbe voglia di dire la sua v***a da rabdomante – nel mistero della tragedia greca.
La grande forza di questi racconti sta nella forma usata da Paganelli per raccontare le sue storie. Il suo periodare, di assoluta efficacia, possiede un ritmo quasi ancestrale, antico. La stessa sonorità dei vocaboli è una specie di suono che mette a regime una metrica da compiere. O che appare già compiuta. Così se «tutta la storia umana è una storia di accusa», come si legge ne L'intervista, allora quello che resta in tutto quest'universo autoriale, è masticare la realtà e «quello che accadde – e che apparirà incerto fra l'accadere e il non accadere (come sempre quando la vita mostra la propria snella figura di squalo)», scrive Paganelli che ha avuto contatti costanti con Giuseppe Ungaretti e Guido Ceronetti.
Leggere questi racconti – per nulla facili, sia chiaro – è scoprire un autore che ha sommerso, prima per pudore e poi per la sua morte naturale – la sua scrittura per anni. Significa anche abbandonarsi a un movimento che lascia il lettore in uno stato di stupore e bellezza di cose minute e minime. Dentro una realtà che esiste e non esiste. Allo stesso tempo.
Stefano Innocenti (“la Lettura”, 22 settembre 2024)