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FACSIMILE [Formato CARTACEO] Terza uscita 2026Maggio/Giugno Bimestrale - Anno VII - n°35
30/04/2026

FACSIMILE [Formato CARTACEO]
Terza uscita 2026
Maggio/Giugno
Bimestrale - Anno VII - n°35

ESSERE O NON ESSERE?di Andrea Domenico TariccoÈ stata svelata la vera identità di uno dei più grandi Street Artist del m...
14/03/2026

ESSERE O NON ESSERE?
di Andrea Domenico Taricco

È stata svelata la vera identità di uno dei più grandi Street Artist del mondo: parliamo ovviamente di Banksy. Si pensi che nel 2025 una sua opera sia stata venduta a oltre 4,2 milioni di sterline. Ma si tratta di un artista, di un collettivo artistico o di un mito?
Il gioco delle identità così come la creazione di personaggi fittizi potrebbe riempire interi scaffali d'una libreria artistica: è il caso di Pierre Brassau. Nel 1964 il giornalista svedese Ake Axelsson espose quattro dipinti di questo fantomatico artista francese che la critica lodo' per forza e decisione del gesto ma che alla fine fu rilevato che si trattasse di una scimmia ammaestrata chiamata Peter. Ancora potremmo ricordare negli anni '90 il collettivo di artisti che inventò il nome di uno scultore serbo denominato Darko Maver e che le sue opere, in segno di protesta alla guerra se non richieste alla Biennale di Venezia non fossero altro che fotografie su cadaveri reali estratti dalla cronaca nera.
Tornando in quest'ottica al caso Banksy citiamo i dati relativi all'inchiesta condotta da Reuters: dobbiamo tornare indietro di qualche anno e menzionare un murales realizzato in Ucraina che avrebbe fatto crollare il castello di carta svelando l'identità del fantomatico Banksy. Stando all'inchiesta si tratterebbe di Robin Gunningham. Così come appreso dai notiziari giornalisti del calibro di Simon Gardner, James Parson, Blake Morrison grazie al supporto fotografico di Corinne Perchins e Jeremy Schultz o le illustrazioni di Catherine Tai fino all'editing di Blake Morrison e Micheal Williams hanno indagato sull'artista misterioso che dal 2008 crea in giro per il mondo e non rilascia la propria identità.
Tra un sistema chiuso di collaboratori in cui dominano accordi di riservatezza fino al Pest Control Office che ne autentica l'appartenenza le sue opere sono sempre state avvolte dal mistero. Poi stando alla cronaca di fonti accreditate nel 2022 il gruppo di Reuters entro' in contatto con un'ambulanza che parcheggio' innanzi a un edificio crollato nei pressi di Lyiv e da cui sarebbero usciti tre individui: due incappucciati mentre il terzo aveva un solo braccio e due protesi alle gambe. Costoro tirarono fuori stencil di cartone e bombolette spray realizzando un murales attribuito poi a Banksy. La fama aveva portato il suo gruppo a operare persino in Ucraina e questo attrasse Reuters. Le indagini hanno svelato l'identità anche se i legali hanno da sempre sostenuto di ledere in questo modo alla libertà di espressione. E tra le vicissitudini legali in cui compare la firma di Gunningham rispetto ad una causa di un suo intervento su un cartellone del Meatpacking District di Manhattan di qualche anno fa. Gunningham avrebbe tentato di cambiare la propria identità trasformandosi in David Jones nome assai diffuso nel mondo anglofono. Per di più la goccia che farebbe traboccare il vaso sarebbe il fatto di essere entrato in Ucraina con il fotografo Giles Duley e Robert Del Naja dei Massive Attack (di cui si sospettava che fosse il vero Banksy). Insomma uno degli artisti più quotati al mondo sarebbe un ultracinquantenne nato a Bristol nel 1973 se non ex studente della Bristol Cathedral School. Ma è un classico della storia dell'arte e degli artisti.
Una storia differente è quella di Nat Tate: un pittore espressionista astratto americano nato nel 1928 nel New Jersey e attivo a New York negli anni Cinquanta. Tate brucio' quasi tutte le sue opere prima di suicidarsi gettandosi da un traghetto nel fiume Hudson. Questa storia fu pubblicata in un testo:" Nat Tate. Un artista americano 1928-1960" scritto da William Boyd e sostenuta da David Bowie. Ma lo scherzo progettato da Boyd e Bowie venne fuori stabilendo la creazione di una finta identità artistica che avrebbe fatto parte dell'arte internazionale tanto da farlo incontrare persino con Pablo Picasso. Bowie creò opere attribuite a Tate oltre che ad altri personaggi immaginari.
Potremo citare ancora di Reena Spaulings creata nel 2004 da un collettivo di artisti di New York per giungere nel mercato dell'arte internazionale perfino al MoMA oppure potremmo ricordare lo scherzo di tre studenti di Livorno che nel 1984 realizzarono e poi occultarono tre sculture di pietra attribuite poi a Modigliani sino a quando rivelarono la loro identità in televisione. Cito ancora Congo lo scimpanzé appartenuto allo zoologo Desmond Morris che negli anni Cinquanta comprese le abilità dell'animale nella pittura sino a spingere proprio l'eccentrico Picasso ad acquistarne un dipinto. Nel mondo dell'arte la creazione di miti e falsi miti, di artisti immaginari e inesistenti, di identità fittizie o pseudonimi è un'arte a sé. E che venga svelato o meno resta una caratteristica portante. Chi è davvero, chi non lo è? Eteronimia è il fenomeno che contraddistingue alcuni creativi a generare finti artisti, false identità e storie puramente inventate. Ora che presumibilmente l'identità di Banksy è stata rivelata cambierà qualcosa? Sapranno solo dove andarlo a cercare a meno che abiti nello stesso luogo.
A.D.T.1975

IL BUSTO BERNINIANOdi Andrea Domenico TariccoGiorni fa è stata resa pubblica un'attribuzione che ha a dir poco dell'incr...
13/03/2026

IL BUSTO BERNINIANO
di Andrea Domenico Taricco

Giorni fa è stata resa pubblica un'attribuzione che ha a dir poco dell'incredibile: mi riferisco al busto del Cristo sito nella chiesa di Sant'Agnese fuori le mura a Roma ufficializzandone la paternità a Michelangelo. Sono davvero perplesso e tenterò brevemente di esprimere il mio dissenso avvalendomi dei miei strumenti o del buon senso. L'opera non è assolutamente di Michelangelo ma rientra nello stile e nella tecnica berniniana o quantomeno della sua cerchia epocale che prese a modello il maestro toscano. Per lunghi periodi schiere di studiosi hanno sostenuto le mie convinzioni ma non è questo il punto. Partiamo da lontano: il Cristo portacroce Giustiniani (1514-1516) oggi conservato nel monastero di San Vincenzo a Bassano Romano (ed esposto a Palazzo Reale di Palermo fino ad aprile) fu una scultura realizzata da Michelangiolo Buonarroti e poi abbandonata dal maestro per un difetto del marmo. Il cosiddetto "non finito" era una sua consuetudine: essa fu la ragione di una seconda versione da cui sarebbe venuta il Cristo della Minerva (1519-1520) ovvero il capolavoro dei capolavori indiscussi che celebra il Cristo risorto nella sua grandezza e magnificenza cinquecentesca. Michelangiolo è riconoscibile in entrambi! Ma il fatto che mi incuriosisce fu la riscoperta del marchese Vincenzo Giustiniani che acquistò l'opera incompiuta di Michelangelo nel 1607 facendola rifinire proprio da Gian Lorenzo Bernini intorno al 1638 (così come ci perviene dalle ricerche di studiosi tra cui Frommel) prima di farla collocare nella chiesa intorno al 1644. In questi anni Bernini aveva circa quarant'anni e nel pieno della maturità stava operando ai restauri della Basilica di San Pietro così come al Busto della sua amante Costanza Bonarelli oggi custodita presso il museo del Bargello a Firenze. A questo punto le vite artistiche dei due giganti si incrociarono grazie alle loro opere ma mai, dico mai avrebbero potuto sovrapporsi.
Il giovane Bernini operava per Papa Urbano VIII ed essendo in contatto con la famiglia Giustiniani entro' in relazione all'opera michelangilesca carpendone l'essenza pur rimanendone distanziato. Crebbe stilisticamente e negli otto lustri successivi giunse al culmine: per quanto riguarda il Salvator Mundi (conservato presso la Basilica di San Sebastiano fuori le mura a Roma) forse l'ultima scultura del maestro napoletano fu realizzata nel 1679 e rappresenta il suo testamento spirituale superando se stesso mediante l'uso dei panneggi, il virtuosismo al limite della delicatezza e dell'eleganza. Bernini ha uno stile raffinato rispetto all'energia e al vitalismo michelangiolesco.
Sostengo quindi con fermezza che il busto di Sant'Agnese sia uno studio del maturo Bernini per giungere al Salvator Mundi o in ogni caso siano relazionabili ad una sola fonte: entrambe esprimono stilisticamente la morbidezza barocca e la ricerca psicologica al limite del patetico così come determinato dagli sconvolgimenti controriformistici di quel tempo. Non v'è traccia della forza e dell'energia michelangiolesca che il Cristo portacroce Giustiniani e di quello della Minerva invece esprimono appieno. Michelangiolo usava lo scalpello con moderazione e non in maniera eccessiva anzi, lo detestava poiché lo considerava un trucco per evidenziare il volume; dal canto suo Bernini scolpiva in profondità per far risaltare le zone d'ombra consentendo alla luce di definire ulteriormente i particolari. Michelangiolo lasciava gli occhi lisci, Bernini cercava la vivezza dello sguardo. Michelangiolo dava risalto all'anatomia mentre Bernini ricercava il chiaroscuro in termini pittorici. Dunque lo studio di cartigli o degli inventari del XVI secolo che indicano un'opera incompiuta nella bottega del maestro fiorentino oltre che alle corrispondenze notarili in cui sono descritti i materiali stabilirebbero in termini di documentazione attendibile la verità superando la prova stilistica? Oppure il fatto che i Canonici Regolari Lateranensi abbiano deliberatamente nascosto il busto durante i saccheggi dell'occupazione napoleonica sarebbe la prova lampante dell'attribuzione al Buonarroti? Lasciamo perdere poi la relazione fisiognomica a Tommaso de' Cavalieri che ne decreterebbe uno dei fattori decisivi. Potrei sostenere al limite dell'immaginabile dando credibilità alle fonti che Bernini oltre che intervenire sul Cristo portacroce Giustiniani abbia preso a carico nel 1638 anche il Busto risalente al 1534 (già collocato presso la basilica di Samt'Agnese) e che Michelangiolo fosse diventato oramai oggetto di studio prediletto da Gian Lorenzo. Un secolo riuniva in una sola scultura due maestri immortali? Eppure tale ipotesi la escludo a prescindere.
L'opera è in sé il documento dei documenti e rappresenta la verità tangibile. Lo studio della dott.ssa Valentina Salerno riporta l'opera a circa un secolo prima ma sul piano realizzaativo non contiene alcun riferimento al Cinquecento.
A questo dovremmo ancora accennare ad una copia del Busto del Cristo della Basilica di Sant'Agnese postuma a quella attribuita a Michelangiolo e che guarda un po' si trova proprio nella Basilica di San Sebastiano ove è collocato il Salvator Mundi berniniano: essendo meno vibrante e decisa stilisticamente è stata considerata secondaria dagli studiosi se non un esercizio di bottega o prova accademica anonima. Eppure anche questo indizio avvalolerebbe la mia tesi: per una via o per l'altra tutto rinvia sempre a Bernini. Postume entrambe al genio rinascimentale nonostante l'attribuzione ufficiale resto fermo nelle mie convinzioni dando libero sfogo ai miei principi intellettuali. Di copie postume ne saranno state realizzate diverse e poco note ai curiosi: pensiamo a quella neoclassica conservata a Charlottemburg dello scultore prussiano Emil Wolff ad esempio così fedele a quella che ammiriamo a Roma, ed altre sicuramente ne verranno fuori (magari dei suoi allievi della scuola di Scultura romana) in assenza di studi approfonditi. Il michelangiolismo difficilmente fu eguagliato! Eppure l'opera in questione parla chiaramente pur nel suo silenzio ma dice tutto grazie al suo stile. Allora mi avvalgo di ciò che il mito racconta a proposito di Michelangiolo quando colpendo col martelletto il ginocchio del suo Mosè disse: "Perché non parli?"
Forse Bernini avrebbe dovuto far lo stesso al busto del suo Cristo.
A.D.T.1975

Legenda immagini:
[da sinistra verso destra/dall'alto verso il basso]

1. Michelangelo Buonarroti: Cristo Giustiniani (1514-1516). Marmo. Chiesa del Monastero di San Vincenzo a Bassano Romano
2.Michelangelo Buonarroti: Cristo della Minerva (1519-1520). Marmo. Basilica Santa Maria sopra Minerva (Roma)
3.Gian Lorenzo Bernini. Busto di Cristo (1638) Marmo. Basilica Sant'Agnese fuori le mura (Roma)
4.Gian Lorenzo Bernini. Salvator Mundi (1679). Marmo. Basilica di San Sebastiano fuori le mura (Roma)

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