04/01/2026
𝐇𝐎 𝐅𝐀𝐓𝐓𝐎 𝐋𝐀 𝐍𝐀𝐉𝐀 𝐀 𝐏𝐎𝐑𝐃𝐄𝐍𝐎𝐍𝐄
𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐡𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐥𝐞𝐯𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐅𝐫𝐢𝐮𝐥𝐢 𝐎𝐜𝐜𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞: 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐫𝐚𝐠𝐚𝐳𝐳𝐢 𝐭𝐫𝐚 𝐏𝐨𝐫𝐝𝐞𝐧𝐨𝐧𝐞, 𝐀𝐯𝐢𝐚𝐧𝐨, 𝐂𝐚𝐬𝐚𝐫𝐬𝐚, 𝐌𝐚𝐧𝐢𝐚𝐠𝐨, 𝐒𝐩𝐢𝐥𝐢𝐦𝐛𝐞𝐫𝐠𝐨 𝐞 𝐒𝐚𝐜𝐢𝐥𝐞, 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐆𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐟𝐫𝐞𝐝𝐝𝐚, 𝐚𝐦𝐢𝐜𝐢𝐳𝐢𝐞 𝐍𝐨𝐫𝐝-𝐒𝐮𝐝 𝐞 𝐮𝐧 𝐢𝐧𝐝𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐩𝐢𝐳𝐳𝐞𝐫𝐢𝐞, 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚 𝐞 𝐚𝐥𝐛𝐞𝐫𝐠𝐡𝐢. 𝐔𝐧𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐏𝐨𝐫𝐝𝐞𝐧𝐨𝐧𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟕
di Carlo Sam
“Ho fatto la naja a Pordenone” è una frase che, tra anni Cinquanta del secolo scorso e i primi Duemila, hanno pronunciato decine di migliaia di italiani. È un racconto collettivo che attraversa tutto il Friuli Occidentale: Pordenone, Aviano, Casarsa della Delizia, Sacile, Maniago, Cordenons, Zoppola, Spilimbergo. In questo lembo di Nord-Est la leva obbligatoria ha lasciato un segno profondo: nella geografia militare del Paese, nell’equilibrio strategico della Guerra fredda, nell’economia quotidiana delle città, e – soprattutto – nella biografia di generazioni di ragazzi.
Un dato unico ufficiale non esiste, ma le ricostruzioni prudenti convergono: tra il 1949 e il 2004 (con sospensione della leva dal 2005) tra 800.000 e 1 milione di coscritti hanno svolto parte del servizio nell’area pordenonese. Il riferimento più solido è Aviano con la caserma “Salvatore Zappalà”, che da sola vide transitare circa 90.000 giovani in mezzo secolo.
A Casarsa della Delizia la caserma “Trieste” fu una “città nella città”: circa 235.000 m² di superficie, con sottoutilizzo avviato nel 1991; è spesso ricordata come una delle caserme più grandi d’Italia. A questi numeri si sommano i flussi su Pordenone città (Martelli, Mittica – ex Mario Fiore, Monti), Maniago (Baldassarre), Cordenons (Fratelli De Carli), Zoppola–Orcenico (Leccis), Spilimbergo-Tauriano e Sacile (Slataper/San Giovanni del Tempio, oggi 7º Trasmissioni, un tempo 182º “Garibaldi” della Divisione meccanizzata “Folgore”). Insieme disegnano la densità militare che ha plasmato il territorio per oltre mezzo secolo.
𝐋𝐚 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐞𝐫𝐦𝐚 𝐝’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚, 𝐥𝐚 “𝐓𝐫𝐢𝐞𝐬𝐭𝐞” 𝐝𝐢 𝐂𝐚𝐬𝐚𝐫𝐬𝐚
La caserma “Trieste” di Casarsa della Delizia è spesso indicata come la seconda caserma più grande d’Italia: solo il comprensorio militare della Cecchignola a Roma la precede per estensione. Dire 235.000 m² non basta a dare la misura. Un recente studio accademico sulla rigenerazione dei paesaggi della Guerra fredda indica che la “Trieste” ospitò oltre 4.000 militari nei momenti di massima attività e che la sua superficie è paragonabile all’intero centro storico di Casarsa. In altre parole: la “città militare” aveva, più o meno, la stessa impronta del cuore urbano civile. Per chi conosce Pordenone, un altro raffronto utile: Parco Galvani misura 18.260 m²; la “Trieste” equivale a circa 13 Parco Galvani messi insieme. Questo semplice confronto rende tangibile l’ordine di grandezza.
𝐀 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐯𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐜𝐢𝐩𝐞𝐥𝐚𝐠𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐬𝐞𝐫𝐦𝐞?
Questa mappa aveva una funzione operativa precisa. Pordenone era il cuore della 132ª Brigata corazzata “Ariete”: comandi, carri, artiglieria, supporti. Casarsa metteva in campo l’AVES 5º “Rigel” (elicotteri per esplorazione, collegamento e scorta), mentre Cordenons e Maniago completavano il dispositivo terrestre. Aviano rappresentava la dimensione aerotattica NATO. Sul bordo provinciale, tra Cordovado e il vicino Veneto, i siti Nike-Hercules presidiavano il cielo del Nord-Est. Nella grammatica della Guerra fredda, il Pordenonese stava sulla prima linea: deterrenza corazzata a terra, difesa aerea sopra, prontezza di proiezione e catene logistiche collaudate. Da decenni, inoltre, analisi indipendenti collocano in Italia (anche ad Aviano) una quota della condivisione nucleare (nuclear sharing) dell’alleanza atlantica: numeri non resi pubblici, ma sufficienti a definire il peso geopolitico dell’area.
𝐋𝐚 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐚: 𝐍𝐨𝐫𝐝 𝐞 𝐒𝐮𝐝 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐞𝐫𝐚𝐭𝐚
Se la strategia spiega il “perché”, la leva obbligatoria spiega il “come”. Le camerate mescolavano Nord e Sud, dialetti e ceti; si imparava a condividere spazi, regole, ritmi. Nascevano amicizie tenaci – le celebri “fratellanze di naja” – che spesso sopravvivono ancora oggi, alimentate da adunate e associazioni d’arma. La caserma, oltre a essere disciplina, era una palestra civica: alzabandiera, giuramenti, picchetti d’onore, interventi in emergenza. Basti ricordare il ruolo dei reparti del territorio nel disatro del Vajont (1963) e nel terremoto del 1976: colonne, tende, cucine, logistica. Con luci e ombre, la leva produsse capitale sociale: reti di fiducia, competenze minime condivise, un lessico comune che attraversava l’Italia.
𝐋’𝐢𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐜𝐨: 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐭𝐞𝐧𝐞𝐯𝐚 𝐯𝐢𝐯𝐞 𝐥𝐞 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀
L’effetto fu anche economico e tangibile. Ogni calendario di incorporamento generava movimenti: famiglie in visita, pernottamenti, ristoranti pieni nel fine settimana del giuramento. Le pizzerie facevano il pieno nelle serate di libera uscita, i ristoranti organizzavano menù “di caserma” per le compagnie, i bar si regolavano sugli orari del contrappello. Le camere d’albergo venivano prenotate settimane prima, così come le case d’affitto per i parenti o per i militari in addestramento prolungato. I cinema del centro – anche nelle cittadine – programmavano prime e rassegne con turni rinforzati nei weekend; le sale giochi e le balere e discoteche calibravano serate e promozioni “militari compresi”. Fiori all’occhiello del microindotto erano le sartorie (divise, mostrine, rammendi), i calzolai (scarponi e anfibi), i fotografi (ritratti con la bandiera, foto del giuramento), i tabaccai e le edicole (ricariche, cartoline), i taxi in sosta strategica a ogni cambio di turno. Persino autolinee e treni locali modulavano capacità e orari in coincidenza con i rientri domenicali. Le caserme erano, in breve, poli di domanda che tenevano viva l’economia minuta e scandivano le stagioni commerciali.
Questo fenomeno si distribuiva in modo diverso da città a città. A Pordenone, la concentrazione di Martelli–Mittica–Monti alimentava l’indotto del centro storico e dei quartieri lungo gli assi di ingresso. Aviano combinava la caserma dei carristi con la base aerea: oltre al consumo “del soldato”, il territorio intercettava forniture, manutenzioni, servizi linguistici, alloggi per personale in transito. Casarsa, con la “Trieste”, muoveva numeri tali da sostenere negozi, bar, affittacamere, patronati, e – grazie all’Aeroporto “Francesco Baracca” – anche attività connesse a trasporti e logistica. Simili impatti anche sul resto dei comuni che ospitavano le caserme.
𝐋𝐄𝐆𝐆𝐈 𝐋'𝐀𝐑𝐓𝐈𝐂𝐎𝐋𝐎 𝐂𝐎𝐌𝐏𝐋𝐄𝐓𝐎 𝐐𝐔𝐈:
https://lacittanordest.it/ho-fatto-la-naja-a-pordenone/