Giuseppe: uomo del dialogo

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Chiara d'Assisi: la donna che la Chiesa ha canonizzato, ma di cui ha avuto pauraDi Gianni UrsoL'11 agosto la Chiesa cele...
10/08/2026

Chiara d'Assisi: la donna che la Chiesa ha canonizzato, ma di cui ha avuto paura
Di Gianni Urso

L'11 agosto la Chiesa celebra Chiara d'Assisi. Ma la vera domanda non è perché sia diventata santa; la domanda è come abbia fatto una donna tanto radicale a essere addomesticata fino a trasformarsi nell'immagine rassicurante che ci viene consegnata.
La Chiara storica non era una giovane delicata chiusa dietro le grate di un monastero con lo sguardo rivolto al cielo. Era una donna che compì uno dei gesti più rivoluzionari del Medioevo: fuggì dalla casa paterna, rifiutò il destino che la società aveva già scritto per lei, disobbedì alla propria famiglia, rinunciò ai privilegi della nobiltà e scelse una vita che nessuno riteneva degna di una donna del suo rango. In un mondo dove il padre decideva il futuro delle figlie, Chiara si riappropriò della propria libertà.
In questo senso assomiglia molto più ad Abramo che lascia la sua terra (Genesi 12), a Rut che rompe ogni appartenenza per seguire una strada sconosciuta, a Maria di Nazaret che accetta un progetto capace di sconvolgere ogni equilibrio sociale, e perfino a Gesù che, dodicenne, lascia i genitori senza chiedere il permesso (Luca 2,41-52).
La sua fuga verso la Porziuncola non fu un gesto romantico: fu una rottura politica, sociale e religiosa. Francesco intuì la forza di quella giovane, ma Chiara non fu mai la semplice copia femminile del Poverello. Ebbe un pensiero proprio, una visione propria, una capacità di resistenza persino superiore a quella di Francesco. Quando la gerarchia ecclesiastica cercò di imporle rendite e patrimoni per garantire la sicurezza del monastero, Chiara oppose un rifiuto netto. Lei non chiedeva una povertà spirituale, chiedeva la povertà reale. Pretese quello che venne chiamato il "Privilegium Paupertatis": uno straordinario paradosso giuridico, il privilegio di non possedere nulla. Nessun monastero femminile aveva mai osato tanto. La Chiesa medievale, abituata a controllare anche economicamente le comunità religiose, considerava quella scelta quasi irresponsabile. Eppure Chiara resistette per quarant'anni, fino a ottenere poco prima della morte la conferma della sua Regola, la prima regola monastica scritta da una donna e approvata ufficialmente dalla Chiesa. Questo dettaglio viene spesso dimenticato, perché racconta una donna che non si limitò a obbedire, ma negoziò, resistette, contestò e vinse.
È curioso che oggi venga presentata come simbolo dell'obbedienza, quando gran parte della sua esistenza fu una lunga, ostinata disobbedienza evangelica.
Il suo Vangelo era quello delle beatitudini (Matteo 5), non quello dei privilegi; era il Magnificat di Maria (Luca 1,46-55), dove i potenti vengono rovesciati dai troni, non confermati nei loro palazzi; era il capitolo 10 del Vangelo di Marco, dove Gesù ordina al giovane ricco di vendere tutto, non di amministrare bene il patrimonio. Chiara comprese che il denaro non è semplicemente uno strumento, ma diventa facilmente una struttura di potere che finisce per possedere chi pensa di possederlo. E questa intuizione resta scandalosamente attuale. La sua clausura, inoltre, non fu una fuga dal mondo, come spesso si racconta. Fu, al contrario, un modo per sottrarsi alle logiche del potere. Chiara non voleva governare il mondo; voleva dimostrare che era possibile vivere fuori dai suoi meccanismi. Il monastero di San Damiano diventò così un laboratorio sociale alternativo, una piccola comunità dove l'autorità nasceva dalla fraternità e non dal dominio, dove il lavoro era condiviso, dove la ricchezza era rifiutata, dove la dignità non dipendeva dal sangue nobile ma dalla capacità di amare. Era, in piccolo, un'anticipazione di quella comunità descritta negli Atti degli Apostoli: «nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (Atti 4,32). Ed è forse proprio questo il punto che continua a mettere in imbarazzo la Chiesa istituzionale: Chiara non cercò mai di riformare il sistema dall'interno, ma ne mostrò l'inconsistenza vivendo in un altro modo. Le rivoluzioni più profonde non cominciano conquistando i palazzi, ma smettendo di considerarli indispensabili. Per questo la memoria di Chiara è stata lentamente ricoperta da un linguaggio dolce, devozionale, quasi sentimentale. Si parla dei miracoli, dell'ostensorio mostrato ai saraceni, delle rose, delle colombe, della contemplazione. Tutto vero, forse. Ma si dimentica la donna che discuteva con cardinali e papi, che difendeva con ostinazione la propria libertà evangelica, che sfidava una cultura patriarcale senza scrivere manifesti, semplicemente vivendo in maniera diversa.
Se oggi Chiara tornasse nelle nostre diocesi, probabilmente sarebbe guardata con sospetto: una donna che pretende una Chiesa senza accumulo di ricchezze, senza privilegi, senza ricerca del potere, dove il Vangelo viene prima del diritto canonico e la coscienza prima dell'obbedienza cieca. Forse le chiederebbero prudenza, equilibrio, moderazione. Ma Chiara aveva già scelto da che parte stare. Non dalla parte della sicurezza, bensì da quella del Regno. E il Regno di Dio, come insegna Gesù, non cresce nei palazzi del potere, ma come un granello di senape, piccolo, fragile, quasi invisibile, capace però di diventare l'albero sotto il quale tutti possono finalmente trovare riparo (Matteo 13,31-32). Questa è la vera eredità di Chiara: non una santa da venerare, ma una donna libera da ascoltare. Una donna che continua a ricordare che il cristianesimo non nasce per conservare l'ordine del mondo, ma per rovesciarlo attraverso la forza scandalosa del Vangelo.

Il saluto che il CARDINALE MATTEO ZUPPI ha letto ai funerali laici di FRANCESCO GUCCINI.Prendetevi 5 minuti per leggerli...
10/08/2026

Il saluto che il CARDINALE MATTEO ZUPPI ha letto ai funerali laici di FRANCESCO GUCCINI.

Prendetevi 5 minuti per leggerli, non ve ne pentirete. Buona serata ❤️
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Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima mano sul dopo ma, una sera, parlando dell’ultimo saluto, Francesco disse che sarebbe stato contento della mia presenza, con annessi e connessi, per poi aggiungere che, qualora le parti si fossero invertite, lui avrebbe potuto, in Cattedrale o dove non so, presenziare con il suo saluto. Tocca a me.

Credo, però, che tutti abbiamo qualcosa da dire a Francesco: non sappiamo con precisione, (con una certa presunzione ci illudiamo di volere e soprattutto capire tutto) cosa vedi, la pienezza di quella luce che in realtà hai intuito da qui e hai saputo scorgere nella bellezza struggente e infinita della vita. Dicevi di te di essere «agnostico possibilista». In ricerca. Una cosa è certa: ci sembra impossibile salutarti e misurare l’assenza, come hanno fatto tantissimi amici tuoi (quanti ne avevi!) che si sono sentiti tutti un po’ più soli. Assenza ma anche presenza. Abbiamo letto tante osservazioni, emozioni, tutte personali e positive, piene di umanità. Avviene sempre così nella poesia e nella musica, che donano parole ai sentimenti e generano sentimenti che parlano all’interiorità. La poesia e la musica generano sempre altra poesia e aiutano a far cantare il cuore.

Te ne sei andato nelle «stanche, lunghe e oziose ore di agosto» (Canzone dei dodici mesi), con la discrezione e la riservatezza che sono sempre state tue, nascondendo in due sciocchezze quanto sei commosso e poi, in realtà, facendoci commuovere per come ti racconti. Abbiamo capito anche quello che stava urlando dentro di te per uscire, e abbiamo capito che bisogna scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà.

Anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi che colpivano il prossimo, i nuovi protagonisti, i rampanti, i furbi e i prepotenti, i re, i militanti severi, la gente vuota, i preti che non sanno guardarsi nel cuore, i materialisti col chiodo fisso che Dio è morto e che l’uomo è solo in questo abisso, ma anche i giacobini visionari e i martiri dell’odio e del terrore, quelli che ti paralizzano dicendo che è per amore, i manichei che gridano o con noi o contro di noi. Le ideologie confondono, fanno male. Hai ragione.
«Quelli che piacciono al Signore hanno il cuore grande»
Servono giganti, e quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede. La poesia è sempre regalare tutto di sé. Discrezione, garbo, eleganza antica, timidezza ma radici di sapienza antica, «cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia». Alieno all’esibizione, eppure delicatissimo nel comunicare.

«Non si è rassegnato a essere cattivo»
Parlando e riparlando del tempo e dei giorni andati, e del mistero del tempo che ha una spiegazione nei nostri legami di amore per cui è sempre vero per tutti che «io non sono quando non ci sei». È la migliore definizione di Dio, perché Dio si capisce solo nell’amore, interrogandoci su quale sapore nuovo abbia l’universo, perché la domanda della vita è sempre proprio questa . Che l’oggi restasse senza domani o che domani potesse tendere all’infinito? Non si è rassegnato ad essere cattivo e non hai smesso di sognare e di cercare le ali. Questa domanda per Francesco, e per tutti, è l’intuizione che è porta apertissima nel cuore: dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto e dove troveremo il per sempre. «E la mia vita cade in altra vita ed io mi sento solamente un punto, lungo la retta lucida e infinita di un meccanismo immobile e presunto» (Vite).
«L'umiltà di chi non ha la supponenza di aver raggiunto traguardi» In questi termini amavi parlare della tua vita, ma non era retorica, era l’umiltà, contrario dell’hybris, che appartiene soltanto ai grandi, a chi non ha la supponenza e l’arroganza di avere raggiunto traguardi, ma si muove nelle strade della vita al pari di un pellegrino dall’andatura precaria. Ci hai parlato dell’«eterno gocciolare del tempo», del «rintocco scaglioso dei momenti» (Vite), della «musica dell’oggi che se n’è andato dove è andato l’ieri» e non sapremo mai dove (Un altro giorno è andato). Il tempo è «come quel male a cui non si dà il nome, un’ossessione circolare fra la volontà ed il non potere» (Canzone per Anna). Ti sei domandato – e tutti noi con te - «ma il tempo, il tempo chi me lo rende?» (Lettera) e anche come essere nel tempo, ad esempio quando l’uomo deve imparare a vivere senza ammazzare, amarissima considerazione che ha trovato drammaticamente in questi tempi tante ulteriori domande.
«La precarietà della vita ti ha sempre arrovellato».
La precarietà della storia e del tempo ti ha sempre arrovellato, mistero e tormento, come l’orologio che enfatizza ogni secondo. Non hai mai avuto la presunzione di trovare risposte definitive: ogni giorno, dicevi, «son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male» (Canzone per Piero). L’etica dell’umano, la dignità della politica, allergica ai dogmatismi vuoti, proprio perché etica e con al centro l’umano, per non avere «paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare, paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera» (Canzone per Silvia); con il tuo don Chisciotte tu «fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicare», ci hai costretto a chiederci «dovrei tirarmi indietro perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro? Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità e accettare che sia questa la realtà?» per poi invitarci a «sputare il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte». Non smette di stupirci la vita, com’è fatta e come uno la gestisce, e i mille modi e i tempi, poi le possibilità, le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessità.
Ora Francesco, come hai detto con parole struggenti a Van Loon–babbo Ferruccio, avrai «tanto tempo per pensare»; avevi «i bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente», troverai un tuo luogo, una tua storia, i tuoi libri, i vecchi amici e, finalmente, l’infinito (Van Loon). Ma non ti mancherà il controcanto ironico che ti è sempre appartenuto e ti permetteva di comunicare leggerezza anche nelle circostanze più buie; e sorriderai ricordando agli amici che ritroverai e ti faranno una gran festa le parole che tu, come pochi altri, riuscivi a pronunciare con spirito pungente e insieme con garbo: «se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male». E che Dio «ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi, cosa che a questo mondo han fatto in pochi»

È la nostra realtà: sospesa tra la notte che sta per finire, vegliare sempre, insistere, ridomandare, senza stancarci. «Ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà, che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà: Shomèr ma mi-llailah».
«Non hai mai spesso di chiedere e ascoltare»
Oggi incontri la risposta, che in realtà era nella nostalgia, nella ricerca di luce e nello stupore per l’umanità che hai descritto nei tanti personaggi e incontri che ci hai fatto conoscere. Il dubbio era il modo di stare davanti alle cose senza barare, in modo integro. Non hai smesso di chiedere e di ascoltare. Chi fa sua la domanda dell’umano, scopre sempre la presenza di Dio. Traina, che so cara a Raffaella, agnostico lasciò questa poesia postuma, che è anche una confessione di fede: «Quando starò davanti a te, Signore, se non perdonerai chi non si è unito al coro degli osanna, forse perdonerai chi ha confessato, Signore, di soffrire la tua assenza». «Bisogna continuare a domandarsi, anche quando non c'è una risposta», dicevi. «Starem a veddre».
Mi aiutano queste parole: «Stamane pensavo: il bambino nel ventre della madre sta caldo e probabilmente è felice. Crede che quel breve spazio tiepido sia un universo, ove nulla gli manchi. Dell’universo che conosciamo noi, che sospetto può avere lui? Nessuno? Ammettendo che ci si possa mettere in comunicazione col bambino che ancora non è nato, che nozioni potremmo dargli di quello che è un libro, una casa? Nemmeno la più piccola. Ci troviamo nella stessa situazione in rapporto al mondo dell’aldilà che si stende intorno a noi e che non raggiungiamo se non con la morte. In realtà stiamo anche noi dentro una cavità buia ove ci parliamo e noi non nasceremo che gridando, quando morremo. Allora scopriremo un universo d'una bellezza indicibile e passeggeremo liberamente in mezzo agli astri».
L'intuizione dell'amore e del cuore.
Ecco, la fede dà parole e certezza a quell’intuizione dell’amore, del cuore, tutt’altro che palliativo, per cui «vogliamo ricordarti com’eri. Pensare che ancora vivi. Voglio pensare che ancora mi ascolti. Che come allora sorridi». La risposta è Dio che non solo è dentro di noi ma anche fuori, è un Tu, è l’amore senza il quale non siamo e che oggi nel suo mistero si rivela.
«Tu sei, lo so, ma dove, chi può dirlo? In me ti rassomiglia ciò che vedo.... Lasciamo creder dunque che sei qui. E quando verrà l’ora del timore chiuderà questi miei occhi umani, aprimene, Signore, altri più grandi per contemplare la tua immensa face e la morte mi sia un più grande nascere». (Eugenio Montale).
«Dio che si rivela nell'umano»
Francesco è morto nel giorno della Festa della trasfigurazione, la gloria di Dio che si rivela nell’umano, nel giorno in cui ricordiamo Hiroshima e chiediamo che quell’orrore faccia scegliere consapevolmente la difesa e non il riamo, il dialogo e non lo scontro. Perché dobbiamo imparare a vivere senza ammazzare. È anche il giorno della morte di Paolo VI. «Ecco, mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata dall’infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così incomplete, così nostalgiche e così chiare ormai per denunciare lì loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo.
La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, di un Dio creatore, che si chiama il Padre Nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a te, o Padre in quest’ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica luce; è una rivelazione naturale di una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell’invisibile Sole». (Paolo VI).

https://youtu.be/Mw6yuBcGiCQ
20/07/2026

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IL VANGELO RISUONADOVE CI SI ACCOGLIEPapa Leone a Lampedusa.L’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisi...
17/07/2026

IL VANGELO RISUONA
DOVE CI SI ACCOGLIE

Papa Leone a Lampedusa.
L’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre”

A Roma il 14 e 15 Luglio è stata inaugurata "RETE LAMPEDUSA" una rete che unisce tutte le Associazioni...noi c'eravamo perchè abbiamo sempre creduto che i MIGRANTI sono una opportunità.

Il miracolo che non volle moltiplicare il pane, ma l'umanitàDi Gianni UrsoFra tutti i racconti evangelici, quello della ...
11/07/2026

Il miracolo che non volle moltiplicare il pane, ma l'umanità
Di Gianni Urso

Fra tutti i racconti evangelici, quello della cosiddetta "moltiplicazione dei pani e dei pesci" è forse il più frainteso. Per secoli è stato presentato come un prodigio spettacolare: Gesù avrebbe preso cinque pani e due pesci e li avrebbe trasformati miracolosamente in una quantità sufficiente per sfamare migliaia di persone. È certamente possibile leggerlo così. I Vangeli lo raccontano come un segno straordinario, e la tradizione della Chiesa ne ha fatto uno dei grandi miracoli della vita pubblica di Gesù. Ma la domanda che un credente adulto dovrebbe avere il coraggio di porsi è un'altra: è davvero questo il centro del racconto? È davvero il pane che si moltiplica, oppure è l'essere umano che finalmente cambia?
Esiste una differenza enorme tra un miracolo che sospende le leggi della natura e un miracolo che trasforma il cuore dell'uomo. Il primo stupisce per qualche istante; il secondo cambia la storia. Il primo crea spettatori; il secondo genera comunità. E il Vangelo sembra essere infinitamente più interessato alla seconda possibilità.
I quattro evangelisti raccontano questo episodio, fatto rarissimo nel Nuovo Testamento. Si trova in Matteo (14,13-21 e 15,32-39), Marco (6,30-44 e 8,1-10), Luca (9,10-17) e Giovanni (6,1-15). Giovanni, inoltre, costruisce su questo racconto l'intero discorso sul pane della vita, mostrando che il vero tema non è il cibo materiale, ma la qualità della vita umana.
È significativo che Gesù, vedendo la folla, non dica anzitutto: "Farò un miracolo". Dice invece ai discepoli: «Date voi stessi da mangiare» (Marco 6,37). Questa frase è rivoluzionaria. Se Gesù avesse avuto semplicemente intenzione di compiere un prodigio, quella richiesta sarebbe stata inutile. Perché domandare ai discepoli ciò che poi avrebbe fatto lui? Perché coinvolgerli? Perché costringerli a confrontarsi con la propria incapacità?
La risposta dei Dodici è perfettamente razionale. Non ci sono abbastanza soldi. Non c'è abbastanza cibo. La matematica è contro di loro.
Ed è qui che il Vangelo introduce una logica completamente diversa.
Gesù non crea il pane dal nulla. Domanda anzitutto: «Quanti pani avete?» (Marco 6,38). Non chiede ciò che manca. Chiede ciò che esiste. È una domanda profondamente politica oltre che spirituale.
Ogni sistema economico fondato sull'accumulazione parte dalla scarsità. Il Regno di Dio parte invece dalla condivisione.
Noi continuiamo a domandarci cosa manca. Gesù domanda invece cosa siamo disposti a mettere in comune. Il particolare decisivo lo racconta Giovanni. È un ragazzo ad avere cinque pani d'orzo e due pesci (Giovanni 6,9). Nessuno lo obbliga a consegnarli. Non esiste alcuna requisizione. Non interviene alcun potere religioso. È un gesto libero. Ed è forse proprio questo il miracolo. Perché ogni società costruita sulla paura produce uomini che nascondono il pane. Una società costruita sulla fiducia produce uomini che lo condividono.
La folla probabilmente non era composta da persone completamente prive di cibo. Chi affrontava lunghe camminate portava normalmente con sé qualcosa da mangiare. Lo sappiamo dalle abitudini del mondo ebraico del I secolo documentate da numerosi studi storici sul pellegrinaggio e sulla vita rurale in Palestina.
Il problema non era necessariamente l'assenza del pane. Era l'individualismo. Ognuno custodiva il proprio piccolo sacco. Ognuno proteggeva la propria sopravvivenza. La fame crea paura. La paura crea proprietà. La proprietà assolutizzata crea esclusione. Gesù rompe precisamente questo meccanismo. Fa sedere tutti sull'erba. Marco descrive perfino i gruppi ordinati "a cento e a cinquanta" (Marco 6,40). Non è un dettaglio folkloristico. È la nascita di una comunità. Non una folla. Una comunità. La folla consuma.
La comunità condivide. Quando gli uomini smettono di essere massa e diventano fratelli, accade qualcosa che nessuna economia aveva previsto. Il pane basta. Anzi, avanza. I dodici cesti raccolti alla fine non rappresentano semplicemente un eccesso quantitativo. Sono un simbolo. Dodici come le tribù d'Israele. Dodici come gli apostoli. Dodici come il popolo intero. Nel Regno di Dio nessuno rimane escluso e l'abbondanza nasce non dalla produzione illimitata ma dalla giustizia nella distribuzione.
Questo modo di leggere il testo non nasce oggi. Già numerosi studiosi contemporanei hanno sottolineato come il racconto presenti fortissimi elementi simbolici e sociali. L'esegeta John Dominic Crossan
ha interpretato il banchetto nel deserto come un'anticipazione della società alternativa proposta da Gesù, fondata sulla condivisione radicale piuttosto che sulla logica imperiale dell'accumulazione. Anche José Antonio Pagola insiste sul fatto che il gesto di Gesù educa la folla a rompere il circolo dell'egoismo attraverso la condivisione concreta dei beni.

Gli Atti degli Apostoli raccontano: «Nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (Atti 4,32). E ancora: «Non vi era infatti alcun bisognoso tra loro» (Atti 4,34). È difficile immaginare una conseguenza più diretta del miracolo dei pani. La Chiesa delle origini non cercò di ripetere un prodigio soprannaturale. Ripeté la condivisione. E fu proprio quella condivisione a eliminare la fame.
Anche la Didaché, uno dei più antichi documenti cristiani della fine del I secolo, insiste sul principio della comunione dei beni e dell'aiuto reciproco, mostrando che la fraternità concreta era considerata parte essenziale dell'identità cristiana. Non era una semplice virtù privata. Era una forma di organizzazione della comunità.

Neppure i grandi Padri della Chiesa ignoravano questa dimensione sociale. Basilio di Cesarea scriveva parole durissime: «Il pane che tieni in dispensa appartiene all'affamato; il mantello che custodisci nell'armadio appartiene a chi è nudo». E Giovanni Crisostomo affermava che non condividere con i poveri equivaleva a derubarli, perché i beni della terra sono destinati a tutti.

Molti secoli dopo, la Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano di Medellín avrebbe parlato delle "strutture di peccato" che producono miseria e disuguaglianza, mentre la Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano di Puebla avrebbe ribadito la scelta preferenziale per i poveri come criterio di fedeltà al Vangelo. Non è difficile vedere nel racconto dei pani uno dei fondamenti biblici di questa prospettiva: Dio non interviene per perpetuare sistemi ingiusti, ma per suscitare uomini e donne capaci di costruire rapporti nuovi.
Forse abbiamo sbagliato domanda per duemila anni. Ci siamo chiesti come Gesù abbia moltiplicato il pane. Avremmo dovuto chiederci perché noi continuiamo a non dividerlo. È molto più comodo credere in un miracolo che risolve la fame senza toccare i privilegi. È molto più scomodo accettare che il miracolo dipenda dalla nostra disponibilità a condividere. Se il racconto evangelico viene ridotto a un prodigio spettacolare, esso rimane confinato nel passato.
Se invece parla della conversione delle relazioni umane, allora continua a interpellarci oggi. Il vero miracolo non consiste nel vedere cinque pani diventare migliaia. il vero miracolo è vedere migliaia di persone smettere di pensare come proprietari e cominciare finalmente a vivere come fratelli.
Forse il Vangelo non voleva insegnarci che Dio produce pane dal nulla. Voleva insegnarci che il Regno di Dio comincia quando nessuno osa più mangiare da solo.

Il cammino del Vescovo Michele.
29/06/2026

Il cammino del Vescovo Michele.

L’arcivescovo mons. Michele Autuoro riceverà il pallio da Papa Leone.Lunedì 29 giugno, solennità dei santi Pietro e Paol...
26/06/2026

L’arcivescovo mons. Michele Autuoro riceverà il pallio da Papa Leone.

Lunedì 29 giugno, solennità dei santi Pietro e Paolo, alle ore 9.30, nel corso di una solenne liturgia eucaristica nella basilica di San Pietro, Papa Leone XIV consegnerà il pallio agli arcivescovi metropoliti nominati nel corso dell’ultimo anno fra cui il nuovo arcivescovo di Benevento mons. Michele Autuoro.

Indirizzo

Via Procida
Procida
80079

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