18/10/2026
IL CASO UCRAINA - Trump-Putin, la libertà e le promesse tradite
Di Sergio Fabbrini - Il Sole 24 Ore del 18.10.2026
Putin non è riuscito ad arrivare a Kiev, ma, in compenso, controlla Washington D.C. Se Biden aveva sostenuto Zelensky, militarmente ed economicamente, sin dal primo giorno dell’invasione russa (24 febbraio 2022), esattamente l’opposto sta facendo Trump, da quando è stato eletto. Per quest’ultimo, l’Ucraina è responsabile del conflitto, con la sua pretesa di voler appartenere al mondo delle democrazie europee, mentre la Russia è vittima della cospirazione liberale di portare la democrazia fino ai suoi confini. L’aggredito è divenuto l’aggressore. Il diesel deal della settimana scorsa tra Trump e Putin è l’ultimo esempio della politica trumpiana a favore della Russia. Trump ha sospeso unilateralmente le sanzioni introdotte contro l’esportazione di risorse energetiche russe, consentendo alla Russia di ottenere finanziamenti con cui prolungare la sua guerra di aggressione in Ucraina (e con cui sostenere l’Iran, impegnato, guarda un po’, a combattere l’America di Trump) .
Come spiegare il putinismo di Trump? Con fattori personali e politici. Sul piano personale, Trump predilige gli uomini forti, gli strongmen come li ha chiamati Ruth Ben-Ghiat, con i quali fare accordi e soddisfare i suoi interessi personali. Trump è un capo autoritario, che rifiuta tutti i controlli se non «quelli che provengono da lui stesso». L’autoritarismo di Trump non è diverso da quello di Putin. Entrambi condividono il disprezzo per la le procedure della democrazia liberale. Entrambi ritengono che la realtà coincida con sé stessi. Entrambi sono bugiardi che credono alle proprie bugie. Ma oltre ad affinità personali, la posizione pro-putiniana di Trump è giustificata anche da una visione politica, promossa dagli uomini e donne della Heritage Foundation che lavorano nella sua amministrazione. Una visione per la quale il mondo deve essere diviso in poche aree di influenza, ognuna delle quali dominata da una grande potenza. L’Ucraina fa parte “inevitabilmente” della sfera di influenza russa, come ne fanno parte i Paesi dell’Europa orientale, nonostante siano membri dell’Unione europea (Ue) e della Nato. Per Putin, come per Trump, l’Europa non è un’entità politica distinta, bensì è una pura espressione geografica. L’Ucraina va abbandonata al suo destino inevitabile.
E l’Europa? Tale visione ha non pochi sostenitori anche al nostro interno. In Francia, Marine Le Pen ha precisato che, una volta divenuta presidente, taglierà i finanziamenti francesi al budget europeo, oltre che a tutti i programmi intergovernativi (tra cui quelli per sostenere l’Ucraina). In Germania, la Alternative für Deutschland (AfD) ha promesso che, quando sarà al governo, bloccherà tutti gli aiuti all’Ucraina, normalizzando i rapporti con la Russia. In Italia, la Lega, che è già al governo, propone di riaprire i rapporti commerciali con la Russia, così da riprendere l’acquisto di energia a basso costo. Un trionfo dell’irresponsabilità. Certamente, le nostre economie sono in sofferenza per via dei costi alti dell’energia, ma la soluzione è andare avanti (spingendo per l’istituzione di una Comunità europea dell’energia che superi la frammentazione del mercato energetico attuale), non già ritornare alle dipendenze della Russia. Una Russia che, se emergerà vittoriosa dalla guerra in Ucraina, è destinata a destabilizzare l’Europa integrata e, con essa, il suo mercato unico, producendo conseguenze economiche esattamente opposte a quelle promessi dai sovranisti. Senza contare le conseguenze dell’eventuale collasso dell’Ucraina, con più di venti milioni di suoi cittadini che fuggirebbero verso l’Europa, come ha ricordato Zelenski.
Come se non bastasse, in Italia, vi è una sinistra che condivide la giustificazione russa della guerra di aggressione all’Ucraina, nella quale in gioco non vi è la libertà degli ucraini ma la sicurezza russa. Il principio di libertà non è costitutivo delle leadership di questa sinistra. Così come non lo era dei leader comunisti italiani che sostennero l’invasione russa dell’Ungheria nel 1956 e non ruppero con i sovietici dopo quella della Cecoslovacchia nel 1968. Scelte che crearono una macchia indelebile, una vergogna permanente, in quel partito. Una simile vergogna è all’orizzonte del campo largo (e del suo maggiore partito, il Pd). Allora la vergogna fu dovuta all’ideologismo comunista, oggi a quello pacifista. Il sostegno o meno alla libertà dell’Ucraina definisce l’identità di una forza politica. L’unità del campo largo è cronaca, la libertà dell’Ucraina è storia. In questo contesto, l’intervento della nostra premier in Senato, la settimana scorsa, ha portato una boccata d’aria fresca. La riaffermazione del sostegno all’Ucraina, la critica del diesel deal come un accordo rischioso che non avrà nessuna implicazione materiale, il riconoscimento che i problemi energetici delle nostre economie provengono dalla scellerata guerra all’Iran, costituiscono punti fermi del governo italiano. Cui dovrebbero seguire, cosa che Giorgia Meloni non fa, proposte per creare una politica europea, unica e non solo coordinata, sia nella difesa che nell’energia.
Insomma, l’Ucraina è rimasta sola. Il Consiglio europeo, che si è appena concluso, ha fatto bene a ribadire l’impegno «a profondere sforzi costanti per offrire sostegno militare all’Ucraina», così come ha fatto bene «a deplorare la decisione degli Stati Uniti di revocare temporaneamente le sanzioni sul diesel russo». Ma non basta. La libertà non si difende con le promesse.