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Parlare di Dave Mustaine e dei suoi Megadeth, per me, è sempre un piacere indescrivibile. Sono cresciuto con lui e con l...
20/03/2026

Parlare di Dave Mustaine e dei suoi Megadeth, per me, è sempre un piacere indescrivibile. Sono cresciuto con lui e con la sua fottutissima musica, e in pochi sono riusciti a toccarmi così a fondo a livello di gusto musicale. Mustaine è un maniaco del riff, un solista di altissimo livello e un frontman semplicemente invidiabile. Diciamolo senza mezzi termini: uno dei veri re del thrash metal.
L’ho visto nove volte dal vivo e non sono mai rimasto deluso. Ogni volta mi ha travolto con un’energia fuori scala, di quelle che ti restano addosso.
Detto questo, questa sera voglio soffermarmi su una sorta di gemma sospesa tra raccolta ed EP: Hidden Treasures. Personalmente l’ho sempre considerato più un EP, perché al suo interno si trovano autentici diamanti. Su tutti, la straordinaria cover di Alice Cooper, No More Mr. Nice Guy. Quando lo comprai da ragazzino, ne fui immediatamente conquistato.
Eppure, molte recensioni dell’epoca lo liquidarono come un lavoro appena sufficiente. Ed è lì che nasce una domanda: chi scrive di musica è davvero in grado di entrare in empatia con ciò che ascolta? Sa distinguere tra gusto personale e giudizio obiettivo? Troppe volte certe opere sono state penalizzate perché non allineate a determinati schemi mentali. E allora viene da pensare che forse qualcuno avrebbe fatto meglio a scrivere di viaggi… piuttosto che di metal.
Tra le tracce che mi entrarono subito dentro c’è Breakpoint: un brano sublime, che avrei visto perfettamente su Countdown to Extinction. Ha quel sound preciso, chirurgico, ed è costruito come una perfetta chiusura d’album.
Il testo è un autentico grido di ribellione contro la pressione esterna. Racconta il momento in cui un individuo viene spinto al limite, sulla soglia del crollo. È la metafora del punto di rottura: quando sei manipolato, schiacciato, ma scegli di non cedere. Di spezzare le catene. Di riprendere il controllo. Mustaine ci consegna una lotta interiore feroce, ma anche un messaggio chiaro: la tensione può diventare forza, se hai il coraggio di affrontarla.
Poi arriva lei… la mia preferita: Angry Again.
Un riff ipnotico apre le porte a un viaggio mentale. La voce di Mustaine, nella prima parte, non canta: recita. Ti cattura con una frequenza quasi ossessiva, creando un’atmosfera magnetica. Dietro di lui, David Ellefson e Nick Menza costruiscono un tappeto ritmico impeccabile, su cui le chitarre si muovono con eleganza e precisione chirurgica.
C’è una linea sottilissima tra rabbia e sentimento, e i Megadeth la percorrono senza mai cadere. Angry Again non è solo tensione: è il ritratto di un’anima che si scontra continuamente con sé stessa, intrappolata in un ciclo emotivo senza via d’uscita.
La rabbia di Mustaine non è mai cieca, né gratuita. È lucida, raffinata nella sua amarezza. Nasce quando smetti di illuderti, quando guardi il mondo per quello che è e capisci che certe ferite non si chiudono… si trasformano.
Il brano vibra come un cuore sotto pressione. Ogni parola trattiene un’esplosione che non arriva mai davvero, ed è proprio questo controllo a renderlo devastante. Non c’è liberazione, non c’è catarsi. Solo la consapevolezza che certe emozioni ritornano, sempre… e ogni volta scavano più a fondo.
In un panorama dove molti urlano per emergere, i Megadeth scelgono una via più sottile e letale: trasformano la rabbia in introspezione, la tensione in identità. Angry Again diventa così uno specchio per chi ha imparato a convivere con i propri demoni.
Perché a volte non si smette mai davvero di essere arrabbiati…
si impara solo a portarlo dentro, con stile.
Mi sono soffermato più del dovuto su queste due tracce, ma era necessario. Perché stroncare un lavoro è facile. Analizzarlo davvero è tutta un’altra storia: devi ascoltare, scavare, capire cosa l’artista vuole trasmettere.
Passo e chiudo.
Ora parla la musica. 🔥🖤

Ammetto che la prima volta che ascoltai Long Live the Loud degli Exciter non mi resi davvero conto del disco meraviglios...
13/03/2026

Ammetto che la prima volta che ascoltai Long Live the Loud degli Exciter non mi resi davvero conto del disco meraviglioso che avevo tra le mani. In quel periodo ero completamente contagiato dalle sonorità britanniche che dominavano il pianeta heavy metal, e forse per questo non colsi subito fino in fondo la forza dei nostri canadesi. Eppure gli Exciter erano già un pezzo fondamentale di quella scena nordamericana che stava spingendo il metal verso territori sempre più veloci e aggressivi.
Poi successe una cosa semplice ma potente: grazie al mio gruppo di amici di quegli anni, quel vinile non smise mai di girare. Continuava a tornare sui nostri piatti nelle serate passate nelle nostre “tane”, quelle stanze dove ci ritrovavamo ad ascoltare vinili e cassette come se fossero reliquie sacre. E lì, lentamente, quel disco iniziò a scavare dentro di me.
La prima traccia che mi colpì davvero fu “Fall Out”. Quella canzone mi lasciò un solco dentro. La lirica descrive uno scenario apocalittico successivo a una guerra nucleare: la ricaduta radioattiva che avvelena il mondo dopo l’esplosione atomica. Nel testo si intravede un pianeta devastato, con città distrutte e un’aria contaminata dalle radiazioni, dove l’umanità paga il prezzo delle proprie armi e della propria tecnologia. È una visione cupa, quasi cinematografica, tipica delle liriche metal degli anni ’80, profondamente influenzate dalla paura reale della guerra nucleare durante la Guerra Fredda. E se vogliamo dirla tutta, riascoltandola oggi sembra quasi profetica: guardando il mondo di adesso, con guerre ovunque e il rischio atomico che torna a farsi sentire, quei dischi degli anni ’80 sembrano aver visto lontano. I metallari, in fondo, avevano già intuito molte cose.
Ma Long Live the Loud e' un disco che ancora oggi rimane tagliente, vivo, capace di stare in piedi senza sfigurare di una virgola anche dopo più di quarant’anni. Un’altra traccia che mi ha sempre nutrito è “Sudden Impact”, una vera bomba sonora. Qui lo speed metal degli Exciter esplode con tutta la sua aggressività magnetica, e la voce a rasoio di Dan Beehler ti ferisce fin dal primo ascolto. La sua timbrica sembra uscire dalle casse come una lama appuntita, creando quasi un contatto fisico con chi ascolta. Il testo racconta un attacco improvviso e devastante che arriva senza preavviso, travolgendo tutto e lasciando dietro di sé caos e distruzione. È una lirica tesa, violenta, perfettamente in linea con lo spirito dello speed metal degli anni ’80, dove la velocità della musica e delle immagini raccontate nei testi trasmette l’idea di un impatto improvviso e inarrestabile.
Oggi quel disco è tornato a girare sul mio piatto come un vecchio 33 giri degli anni ’80, e devo dirlo senza troppi giri di parole: è proprio lì che io trovo ancora il materiale migliore per ricaricarmi. In quei solchi ritrovo band che sapevano e sanno ancora oggi farmi viaggiare, riaccendere la passione e ricordarmi come si ascolta davvero la musica.
In poche parole, Long Live the Loud è un album da riscoprire e da assaporare fino in fondo: ruvido, sincero, diretto. Proprio come gli Exciter hanno sempre voluto essere. 🤘

Questa sera ho tirato fuori dal passato un piccolo gioiello oscuro: “The Eyes of Horror” dei Possessed. Un EP breve, cer...
10/03/2026

Questa sera ho tirato fuori dal passato un piccolo gioiello oscuro: “The Eyes of Horror” dei Possessed. Un EP breve, certo… ma con dentro una carica devastante che ancora oggi può spaccare i muri.
Era da un po’ che non lo rimettevo sul piatto, ma appena la puntina ha toccato il vinile sono stato catapultato indietro nel tempo. Nella saletta di quando ero ragazzino, tra vinili consumati e audiocassette girate mille volte, quando il metal non era una moda ma una scoperta, una conquista.
Ed è bastato un attimo per far riaffiorare tutto.
Il suono brutale dei Possessed, una band che negli anni ’80 non stava semplicemente suonando thrash metal: stava aprendo la strada a qualcosa di ancora più oscuro.
Dentro questo EP c’è anche una perla rara: il contributo di Joe Satriani, che regala un’introduzione spettacolare in “Storm in My Mind”. Un momento ipnotico che precede una tempesta sonora carica di tensione e oscurità.
E poi c’è lui, Jeff Becerra.
Per me uno dei frontman più magnetici usciti dalla scena di San Francisco nei primi anni ’80. La sua voce non era solo aggressiva: era una dichiarazione di guerra.
“The Eyes of Horror” non è forse l’album che i manuali del thrash mettono sul piedistallo accanto ai grandi classici. Ma nell’underground metal mondiale è stato un tassello fondamentale. Un disco che ha lasciato il segno e che ha influenzato un’intera generazione di musicisti.
Non fu un disco d’oro.
Ma ottenne qualcosa di molto più importante:
il rispetto totale della scena metal dell’epoca.
Era un EP che circolava come un manifesto oscuro tra gli appassionati.
E poi c’è la chitarra di Larry LaLonde, che proprio sotto l’influenza e le lezioni di Satriani scolpisce riff e fraseggi che hanno un sapore sinistro e tagliente.
Se devo scegliere i brani che colpiscono subito al cuore, parto da “My Belief”.
Un pezzo sorprendente per i Possessed. Qui non ci sono soltanto immagini infernali o violenza sonora: il testo entra in un territorio più profondo, parlando di identità, convinzioni e fede personale.
È quasi una dichiarazione di indipendenza mentale: nessuno può dirti cosa devi credere.
Poi arriva “Storm in My Mind”, che è pura tensione psicologica trasformata in musica. La tempesta del titolo non è reale: è la metafora di una mente assediata da paranoia, oscurità e perdita di controllo.
Una battaglia interiore.
Un caos che cresce dentro la testa fino a esplodere.
Questi non sono semplici brani.
Sono frammenti di storia del metal estremo.
Perché è proprio da dischi come questo che hanno preso forma le radici di quello che poco dopo sarebbe diventato death metal.
Ogni volta che torno ad ascoltare questi lavori mi torna in mente una cosa semplice ma potentissima:
Il metal non è solo musica.
È memoria, identità, appartenenza.
È qualcosa che cattura pezzi della nostra vita e li conserva nel tempo.
E basta un attimo basta rimettere quel vinile sul piatto per riaprire quella porta.
E allora tutto torna.
Le sensazioni.
Le emozioni.
La prima volta che quella puntina ha toccato il disco.
Era il 1987.
E il metal stava scrivendo la sua leggenda.

Il 1986 è stato uno di quegli anni che il Metal non dimenticherà mai. Un anno in cui il fuoco dell’heavy metal e del thr...
08/03/2026

Il 1986 è stato uno di quegli anni che il Metal non dimenticherà mai. Un anno in cui il fuoco dell’heavy metal e del thrash bruciava ovunque. Mentre giganti come Metallica, Slayer e Megadeth scolpivano nella storia dischi immortali, c’era una band arrivata da Seattle che stava costruendo il proprio altare di acciaio: i Metal Church.
Con The Dark pubblicarono uno di quegli album che non avevano bisogno di certificazioni d’oro per diventare leggenda. Bastavano il suono, la potenza e quella carica oscura che attraversava ogni solco del disco.
Ricordo ancora quando in quegli anni passarono a suonare a Nizza. Per me fu un piccolo colpo al cuore non riuscire ad andarci. I quattrini non bastavano e dovetti restare a casa, mentre alcuni dei miei amici di cameretta, quelli con cui passavamo ore ad ascoltare vinili, cassette consumate e a parlare di metal, riuscirono a vederli dal vivo. Ancora oggi ci penso e un po’ brucia, perché perdere un concerto dei Metal Church in quel periodo significava perdere un pezzo di storia del metal.
Musicalmente la band era devastante. La batteria di Kirk Arrington era un vero treno lanciato a tutta velocità: precisa, martellante, capace di entrarti nel cervello e non uscirne più.
E poi c’erano i brani.
Ton of Bricks è uno di quei pezzi che ti arrivano addosso con la forza del titolo che portano. Parla delle scelte dure della vita e delle conseguenze inevitabili che possono abbattersi su di noi. Decisioni che cadono con la violenza di una tonnellata di mattoni e lasciano segni profondi. E anche il suono della band era così: diretto, pesante, senza compromessi.
E poi arriva Watch the Children Pray, probabilmente uno dei brani più intensi dell’album. Un pezzo carico di tensione e atmosfera, che dipinge un mondo oscuro dove l’umanità cerca disperatamente una guida, una salvezza. Racconta la perdita dell’innocenza e la fragilità della condizione umana, immersa in un clima quasi apocalittico che rappresenta perfettamente lo spirito dell’intero disco.
Potrei parlarvi per ore di questo album. Ma mi fermo qui.
Perché so che molti di voi lo conoscono già a memoria.
Ogni tanto, però, è giusto ridare una lucidata alla nostra memoria di metallo, per non lasciare che la ruggine del tempo consumi ciò che abbiamo vissuto.
Perché il metal non è solo musica.
È memoria.
È sangue.
È acciaio.
E deve continuare a suonare forte… come il rintocco di una campana d’acciaio nel cuore della notte. 🔔🤘

Nuovo arrivo!
09/03/2025

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08/03/2025

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02/03/2025

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01/03/2025

Dolk as The Blood of LifeAsk Ty as The Mother LynxUtsultet, naken og rå, ved lengselens strebenVed trangens ærgjerrighet og higen etter progresjonDer åndens ...

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